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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

24 Novembre 2012

[Franco Pecori  dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.  È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

One Life – Il film

One Life
Michael Gunton e Martha Holmes, 2011
Documentario – Voce narrante Mario Biondi  (orig. Daniel Craig)

Grande dispiegamento di mezzi tecnici aggiornati per cogliere la vita degli animali il più possibile “al naturale” e ottimi risultati anche estetici, le immagini sono molto attraenti e danno una visione molto realistica della vita nel Pianeta. Il limite, come quasi sempre nei documentari di questo genere è nella traduzione (culturalmente arbitraria) del mondo animale in genere umano, nelle forme di vita, negli “usi e costumi”. Non solo le scimmie, ma gli elefanti, le foche, le balene sembrano imitare gli umani nei comportamenti soprattutto “famigliari”, nel modo di proteggere i piccoli, nel guidarli all’apprendimento dei primi contatti col mondo. Il commento fuori campo riconduce continuamente e insistentemente a tale ottica “umanistica” e letteraria, mentre si sarebbe potuto approfittare dei mezzi eccezionali per offrire osservazioni orientate in un’ottica più decisamente scientifica, fuori da ogni ideologia e secondo curiosità diverse. Il quaderno di presentazione parla di “racconto trionfante”, “una storia che tocca il cuore e che ci unisce tutti”.

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One Life  sostiene la campagna  WWF Green Heart of Africa  per salvare il Bacino del Congo, straordinaria culla di biodiversità e secondo polmone verde del pianeta, scelto come simbolo della natura più preziosa e minacciata. Un cuore verde deforestato al ritmo di 700.000 ettari l’anno, mentre la caccia alle specie selvatiche e il bracconaggio per il commercio illegale dell’avorio stanno decimando specie preziose come i gorilla e gli elefanti africani.

E la chiamano estate

E la chiamano estate
Paolo Franchi, 2012
Fotografia Cesare Accetta, Enzo Carpineta
Isabella Ferrari, Jean-Marc Barr, Luca Argentero, Filippo Nigro, Eva Riccobono, Anita Kravos, Jean-Pierre Lorit, Christian Burruano, Maurizio Donadoni.
Roma 2012, concorso: Paolo Franchi reg., Isabella Ferrari atr.

Da un festival all’altro (Nessuna qualità agli eroi, a Venezia nel 2007), Paolo Franchi continua a perseguitare il fantasma di Antonioni, scendendo questa volta di un gradone al di sotto del minimo artistico. Non tutta la critica, è vero, ha sentito il dovere, in occasione della precedente prova, di sottolineare i pericoli di una poetica equivoca rispetto alle difficili scelte dell’autore de  La notte  e de  L’eclisse, film dove lo sguardo oggettuale della cinepresa coglie personaggi e “cose” a un grado paritario, secondo l’ormai famoso principio del livellamento ontologico della “realtà”. Ed ecco l’equivoco trascinarsi in questa specie di ricerca estetica sul tema dei confini tra amore e perversione. Non che perversione e amore siano presenti davvero nel film, ma rappresentano il negativo di possibilità date dalla stessa ottica con cui i personaggi sono osservati e raccontati. Dino (Jean-Marc Barr) ama la moglie Anna (Isabella Ferrari) in un modo alquanto speciale: non ha mai fatto l’amore con lei. La donna lo ricambia, adattandosi alla situazione, salvo poi meravigliarsi dell’esito estremo della loro unione. O meglio, non solo dell’unione ma della condizione esistenziale del marito. Dino, mentre si dimostra sempre più “stanco” con Anna, accetta pratiche sessuali alternative di vario genere, come per fuggire da una propria incapacità di concretizzare il rapporto con la moglie. Detto così, si capisce che il soggetto sia potuto apparire interessante per una produzione, magari non congeniale al grande circuito distributivo. Il problema sta, certe volte, nel passaggio dalla carta al film. Il che significa sceneggiatura e dialoghi, attori, ritmo. Costretta in una parte non poco difficile, tra consapevolezza del corpo e crisi del sentimento, Isabella Ferrari si avvicina dignitosamente alla sufficienza, mentre invece Jean-Marc Barr si dimostra pesantemente inadeguato a rendere le sfumature “interiori” del personaggio, pieghe dell’animo che infatti vengono tradotte in linguaggio scritto, in una lettera-confessione che Dino scrive ad Anna (e legge fuori campo per noi). Anche le parole narrate sono però talmente scontate e piatte da ridurre a zero la portata del senso. La canzone che dà il titolo al film, nella versione magistrale e storica di Bruno Martino (1965), ha una profondità emotiva ben maggiore, un altro valore artistico. Il film è ricco di nudità e mostra prestazioni sessuali (erotismo no) che restano – diciamo – lì dove sono, non si trasformano in emozioni estetiche. La “perversione” non giustifica l’assenza di arte.

Il peggior Natale della mia vita

Il peggior Natale della mia vita
Alessandro Genovesi, 2012
Fotografia  Federico Masiero
Fabio De Luigi, Cristiana Capotondi, Diego Abatantuono, Antonio Catania, Andrea Mingardi, Laura Chiatti, Anna Bonaiuto, Dino Abbrescia, Alessandro Bisentini “Ale”, Francesco Villa “Franz”.

Incrollabile ottimismo. Sarà pure un Natale alquanto “sfigato”, ma facciamo finta di niente e anzi mettiamoci sopra qualche battuta ironica e via. Paolo (Fabio De Luigi) sembra mettercela tutta per giustificare il titolo. In un’automobilina nuova appena acquistata sta raggiungendo la moglie Margherita (Cristiana Capotondi), prossima al parto, nel castello – a Gressoney Saint Jean, in Val d’Aosta, ex residenza estiva della regina Margherita – che Alberto (Diego Abatantuono) ha comprato per “festeggiare” lo scampato pericolo di una grave malattia. Margherita è già lì con i genitori, Giorgio (Antonio Catania) e Clara (Anna Bonaiuto). C’è anche Benedetta (Laura Chiatti), la figlia di Alberto in attesa anche lei di un prossimo parto. Ci si prepara a un insolito Natale in famiglia, tutt’intorno il gruppo del Monte Rosa e molta neve. Ma Paolo si fa attendere, dalle prime inquadrature si capisce subito che il tipo non è affidabile e infatti gliene succederanno e ne procurerà di tutti colori. Mentre gli altri si disperano e lo “odiano”, soltanto Alberto lo salva e anzi prende le sue drammatiche sbadataggini quasi come occasioni per esercitare la propria visione ottimistica della vita. Una “catastrofe” dietro l’altra, si arriverà a credere che il padrone di casa sia addirittura morto e lui, come se niente fosse, si rallegrerà dell’arrivo di una folla di “ospiti” venuti per partecipare al suo funerale. Una musichetta Soul/Jazz (Andrea Mingardi e Rachele Amenta, nei panni del padre di Paolo e della figlia più piccola si aggiungono alla compagnia e danno un piacevole contributo canoro) dà ritmo alla festa e – nonostante qualche “sosta di troppo” nel procedere del racconto – tutto finisce in gloria, con speciale soddisfazione di Giorgio, al quale Alberto passa la leva del comando nel loro lavoro. Infine l’arrivo di Margherita (la neonata) rallegrerà amici e parenti. Nascita e morte, unificanti radici, fanno da sottofondo “filosofico” a questa commediola gradevole e “ben educata” che ha l’aria di essere l’ennesimo capitolo di una “ricerca della famiglia perduta”. La simpatia e la bravura di Abatantuono, tra grottesco e surreale, tiene vivo il filo comico col quale il regista tesse la trama non di pura occasione. Regge bene anche De Luigi, bravo a mantenere in primo piano un ruolo dal carattere “secondario”. Notevoli le gag tra il maggiordomo Pino (Dino Abbrescia) e Alberto e della coppia di addetti alle pompe funebri, il truccatore Ale e il becchino Franz.

Il sospetto

Jagten
Thomas Vinterberg, 2012
Fotografia Charlotte Bruus Christensen
Mads Mikkelsen, Thomas Bo Larsen, Annika Wedderkopp, Lass Fogelstrí¸m, Susse Wold, Anne Louise Hassing, Lars Ranthe, Alexandra Rapaport, Ole Dupont.
Cannes 2012,  Mads Mikkelsen: at.

Sospetti di pedofilia verso un maestro d’asilo, qualunquismo e conformismo di un’intera comunità in una cittadina del Nordeuropa, travisamento pregiudiziale e “condanna” del sospettato per un’evidente quanto ingiustificabile necessità “istintiva” di autodifesa collettiva. Difesa di che? Dei “princìpi morali” necessari  anche  a contenere in ogni modo il comportamento generale di tutti: un recinto rigido entro cui sentirsi protetti dalle responsabilità individuali. Strumenti di controllo: repressione nascosta e violenza implicita, che può esplodere in caso di pericolo “trasgressivo”; normalità imposta, a coprire “regolari” eccezioni, come ad esempio le periodiche ubriacature “amichevoli” nel vuoto del tempo libero. Una bella società. Un film che poteva essere un filmetto da dibattito televisivo e che invece, per il valore di un regista come il danese Thomas Vinterberg (cofondatore con Lars Von Trier del manifesto programmatico Dogma 95, per un cinema “semplice”, liberato dagli effetti e dagli artifici spettacolari), insistente indagatore e svelatore di socievoli falsità nordiche, riscatta l’ovvietà della possibile discussione nell’artistica rappresentazione di un dramma interiore, profondo e, nel contesto dato, quasi irrisolvibile. Essenziale l’ultima sequenza. Sapevamo fin dall’inizio che il protagonista Lucas (Mads Mikkelsen) era innocente, pur se il contesto molto ben costruito nei particolari potenzialmente “pericolosi” (ma solo perché riferibili al sistema di difesa di cui sopra) ci riservava un filo di ambiguità estetica. Vinterberg gestisce con grande equilibrio espressivo il rapporto tra Lucas e il contesto, l’asilo, i bambini, la direttrice, i genitori, gli amici; e aggiunge elementi della crisi soggettiva del maestro, alle prese con una “ricostruzione” della propria vicenda familiare, divorzio, nuove prospettive affettive e  recupero degli affetti con il figlio adolescente. Mikkelsen, giustamente premiato a Cannes, riesce a non disperdere in inutili ammiccamenti psico-sociologici la rabbia che gli cresce dentro per tutto ciò che gli sta capitando. Infine, uno sparo lo sorprenderà (non diciamo come), a specchio di una confusione insocievole che lascerà perplessi anche noi spettatori, abituati sì ai finali “aperti” ma non così, fuori dal rimando a una serialità che, di solito, ha funzioni tutt’altro che di apertura, servendo invece a restringere il campo della fantasia, dell’invenzione, della possibilità.

 


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart