di Paolo Floris D’Arcais
(da “il Fatto Quotidiano”, 24 novembre 2012)
Giorgio Napolitano ha deciso: Monti non è candidabile. Peccato che non sia vero. Monti è candidabilissimo come premier indi cato da una coalizione, e anzi con l’attuale legge elettorale ogni alleanza ha l’obbligo di indicare un nome come “Capo della coalizione”, con la dichiarata volontà di portarlo a Palazzo Chigi. Di più: per un senatore a vita non vi è alcun esplicito divieto di candidarsi alla Camera dei deputati, e in caso di elezione optare per Mon tecitorio o Palazzo Madama. Decidere se e a che cosa candidarsi spetterà perciò solo a Monti. Giorgio Napolitano, una volta di più, si è com portato come fosse investito di poteri di cui in vece nell’attuale ordinamento italiano il presidente della Re pubblica non gode. Parlava da Parigi, ma non è l’aria noto riamente elettrizzante della Ville Lumière ad avergli fatto confondere le sue prerogative con quelle volute da De Gaulle per il presidente francese. Tali prerogative, infatti, “Re Giorgio” (da qui l’ap pellativo con cui laudatori e avversari lo desi gnano nei fuori onda) se le sta attribuendo quasi fossero ovvie, “moral suasion” dopo “moral suasion”, nella plaudente indifferenza dei media sempre più proni o anestetizzati. A questo pun to manca solo che nello sciogliere le Camere indichi anche le percentuali di voto che devono andare a ciascun partito, e potremo risparmiare i soldi e la fatica dell’election day.
Per anni Napolitano non ha esercitato il potere che la Costituzione gli riconosce davvero, ri fiutare la firma di una legge, anche quando si trattava delle ricorrenti leggi-vergogna berlu- sconiane, autentiche leggi-mazzata contro la Costituzione repubblicana nata dalla Resisten za, ma da quando ha creato il “suo” esecutivo non fa che intervenire perfino sui dettagli delle leggi e della conduzione del governo. Con distorsioni micidiali sui poteri de facto dell’istituto che ancora per qual che mese ricoprirà, e che si trasmetteranno perico losamente anche al successore.
La sentenza che ha chiesto alla Corte costituzionale (sentenza già scritta, secondo il miglior presidente della Consulta, Za- grebelsky), è solo la più minac ciosa e grave di tali distorsioni.
Tutto l’establishment però plaude: essenziale è tenere!’Al – trapolitica fuori dal potere.
Mugugna, semmai, sulla distri buzione di posti e briciole del banchetto, non certo sul menu che riduce i cittadini a sudditi.
Il Pdl sopravvive solo senza i gazebo
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 24 novembre 2012)
Egregio dottor Feltri, come al solito ho apprezzato il suo fondo di giovedì a proposito di un futuro con Bersani (o simili)che spinge rebb e l’Italia sul percorso che sta pratican do Hollande in Francia. Ma, purtroppo, la destra cosa propone come alternativa? Io vorrei votare «per » e non «contro », ma non vedo niente all’orizzonte che possa sostitui re il defunto Pdl.
Mi auguro che il futuro non si chiami Bersani, Vendola, Grillo, Ca sini o, peggio ancora, Monti, ma che alter native abbiamo? Santanchè, Meloni, Alfa no e compagnia? Ai tempi di Montanelli ci si doveva turare il naso, ma ora non abbia mo più nemmeno il naso!
Fabio Fortina
Caro Fortina, la sua lettera intercetta un sentimento molto diffuso: in certezza, preoccupazione, stu pore. Il centrodestra, maggioritario in Ita lia dal dopoguerra a oggi, non è più in gra do di offrire agli elettori un tetto sotto il quale ripararsi. In poco più di un anno il Pdl è passato da quasi il 40 per cento dei consensi a (secondo sondaggi aggiorna ti) poco meno del 15 per cento. Qual è la causa della débí¢cle? Il fallimento della sua politica determinato da molteplici fat tori. Cerchiamo di esaminarli.
Silvio Berlusconi si convinse, nel 2008, che fosse necessario superare la fase delle coalizioni (Forza Italia, Udc e An) e forma re un partito unico, coeso, forte, con un programma condiviso. Il piano fu subito respinto da Pier Ferdinando Casini, che difatti si defilò presentandosi alle elezio ni di quell’anno in perfetta solitudine,animato dalla speranza di diventa re l’ago della bilancia, cioè un partito non schiera to in partenza, ma pronto a schierarsi nel proprio interesse.
Gianfranco Fini, dapprima fu tentato di fare al trettanto, andandosene per conto proprio con Al leanza nazionale. Ma subito ci ripensò,e aderì al l’invito del Cavaliere, fondendo An con Forza Ita lia. Fu un matrimonio sbagliato. Ben presto co minciarono i litigi, le incomprensioni, i dispetti re ciproci e le ripicche. Come sempre accade fra co niugi intenti a bisticciare, non ce n’è uno che ab bia tutti i torti o tutte le ragioni. Incompatibilità di carattere? Ormai non serve stabilire quale fosse il problema che impediva una convivenza serena. Sta di fatto che fu separazione.
Il declino del Pdl iniziò così. La maggioranza che sosteneva il governo si assottigliò al punto da richiedere puntelli per non crollare. I puntelli ven nero raccattati qua e là nelle zone del Parlamento in cui pullulavano gli scontenti dell’opposizione. Il premier fu accusato di aver ingaggiato, o addirit tura comprato, avversari traditori. Le solite pole miche accompagnarono l’operazione. L’esecuti vo tirò a campare qualche mese, sempre col terro re di inciampare, e non riuscì più a realizzare nem meno in parte il programma che si era prefisso. La disillusione dell’elettorato cosiddetto moderato (impropriamente) fu immediata. E il declino, complici la crisi economica, lo spread impazzito, il debito pubblico inarrestabile e le reprimende dell’Ue, fu rapido.
Probabilmente Berlusconi avrebbe fatto me glio a sollecitare lo scioglimento delle Camere e a chiedere elezioni anticipate. Non lo fece, forse sperando di poter raddrizzare la baracca. Che in vece si ribaltò. A questo punto non c’era scelta:bi sognava ricorrere al gabinetto tecnico, le cui «pro dezze » conosciamo: il debito pubblico è aumen tato, la disoccupazione pure, le tasse idem; men tre i consumi e il Pil sono scesi al minimo storico. Nonostante ciò, Mario Monti- indagini demosco piche alla mano- è preferito dai cittadini a qualun que presidente del Consiglio politico. Perché? Non fa cucù alla Merkel, non organizza feste «ele ganti », ma assiste alla santa messa. Non frequen ta le olgettine né si tuffa nelle orgettine.
Tuttavia il Professore e il Cavaliere hanno qual cosa in comune: entrambi raccontano barzellet te. Il primo vede,un giorno sì e l’altro pure,una lu ce in fondo al tunnel che, in realtà, è un lumino ci miteriale, e fa piangere gli italiani. Il Cavaliere, con le sue storielle grassocce, li vorrebbe far ride re, ma non ci riesce perché il Paese è affranto, pra ticamente morto di fame e poco disposto ad ap prezzare amenità da bar Sport. Intanto, la situa zione precipita e con essa la fiducia del popolo nei partiti. Il quale popolo non sa a che santo votarsi. I progressisti, poveracci, da quando non credono più nel sol dell’avvenire, hanno ripiegato su Pier Luigi Bersani. Sono ridotti male. I tifosi di Pier Fer dinando Casini sono talmente pochi da tenere il prossimo congresso in una cabina del telefono di smessa. I sostenitori di Nichi Vendola dove sono? Non ne ho mai incontrato uno, forse perché scen do raramente a Bari e dintorni.
Poi c’è Beppe Grillo.Mi dicono che si è immede simato nel ruolo di leader carismatico, se non di ideologo a caccia di idee, e ciò spaventa: se anche lui si mette a fare il politico serio scappa la voglia di dargli il suffragio. Di tromboni ne abbiamo già tanti. E allora? Nonostante le legnate che ha pre so, il Pdl dà ancora qualche segno di vita. Se Alfa no insiste con le primarie, però, il partito tirerà davvero le cuoia. La gente non comprende il sen so di questo gioco al massacro per eleggere un candidato premier che non sarà mai premier. Se i sederi sono più numerosi delle sedie è giunto il momento di riflettere, non di buttarsi in una lotta fratricida.
Esaminata la situazione, fatti i conti con la nau sea degli elettori, considerata la dimensione del fenomeno astensioni (e schede bianche), è facile prevedere che dalle urne, nel 2013, sortirà un risul tato talmente desolante da imporre al vincitore (si fa per dire) la necessità di costituire una mag gioranza simile all’attuale, un’ammucchiata,e di chiamare un tecnico, del tipo di Monti, a guidare l’Italia.
Ecco perché,caro Fortina,non potendoci tura re il naso come all’epoca di Montanelli, ci conver rà turare qualcos’altro, se siamo ancora in tempo. Auguri.