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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

5 Gennaio 2013

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.  È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

La migliore offerta

La migliore offerta
Giuseppe Tornatore, 2012
Fotografia Fabio Zamarion
Geoffrey Rush, Jim Sturgess, Sylvia Hoeks, Donald Sutherland, Philip Jackson, Dermot Crowley, Liya Kebede.

Avevamo lasciato Tornatore a  Baarìa  (2009), immerso nel sogno di un mondo migliore, auspicato e non visto, avevamo accompagnato con lo sguardo il figlio di Peppino, comunista dal volto buono, “lanciato” dal padre verso fortune più giuste, ci ritroviamo immersi in un thriller dei sentimenti, in una vita dominata dall’antiquariato e dalle vendite all’asta, tra la polvere di “robe” d’arte rese preziose dalla mania conservatrice, dall’ossessione del collezionismo sostitutivo della vita. Siamo nel mondo chiuso, restio ad aprirsi all’esperienza, del battitore d’aste Virgil Oldman (Geoffrey Rush, il logopedista che salva dalla balbuzie Giorgio VI d’Inghilterra nel  Discorso del re  di Tom Hooper, 2011). L’uomo, carattere difficile, scontroso, festeggia i suoi 63 anni con maniacale precisione esclusivistica quando viene “disturbato” dalla richiesta di consulenza professionale da parte di una signora sconosciuta, la quale insiste in modo per lui “insopportabile” nel tentativo di avere un appuntamento. Quasi soltanto per levarsela di torno, Oldman si arrende ed è qui che invece gli si mostra l’altra faccia della luna: Claire, la petulante (Sylvia Hoeks), vive misteriosamente in volontaria prigionia nella propria villa e non ha intenzione di farsi vedere. Soffre di agorafobia? Incuriosito, Virgil si spinge fino a introdursi nella casa, ma almeno in un primo tempo, dovrà accontentarsi della sola voce di Claire, la donna non intende uscire dalla propria stanza. Attratto nello strano rapporto, Oldman si confida con Robert (Jim Sturgess)  l’unica persona che ha il privilegio di una relativa vicinanza con lui. Robert, giovane restauratore, è alle prese con un antico automa settecentesco, di cui ricerca avidamente i pezzi. E proprio quei pezzi Oldman comincia a notare sparsi per la casa di Claire. Anche Virgil ha una sua stanza segreta. Non possiede telefono cellulare, protegge scrupolosamente le mani con una serie infinita di guanti per ogni occasione e si sente finalmente libero quando si ritrova solo in quella sua grande stanza, a rimirare la collezione di ritratti di donna che da sempre continua a incrementare, donando a quei quadri tutta la propria vita sentimentale. Ma ora c’è Claire, qualcosa di troppo specialmente vivo che si sottrae al suo sguardo. E soltanto Robert sembra in grado di aiutare Virgil a capirci qualcosa in più. A questo punto, dobbiamo fermarci per non togliere allo spettatore il piacere della sorpresa. Diciamo che il film subisce una svolta e Tornatore finisce per dare maggiore importanza alla “trama”, anche con qualche inutile dettaglio dimostrativo, mentre nella prima parte ha lavorato di fino sugli aspetti più “invisibili” della suspense, puntando alle implicazioni profonde della metafora. Man mano venivamo a mettere insieme, quasi in parallelo col minuzioso lavoro tra scienza e meccanica di Robert, i pezzi del carattere di Oldman, protagonista di un’esistenza condotta sul filo della simulazione sentimentale – “finzione” che coinvolgeva anche il contesto, mantenendolo in una nube difensiva, capace di attenuare o addirittura negare ogni prospetto di sviluppo “positivo”, reale. Sono i riflessi artistici, viene da pensare, della crisi prospettica che il regista, insieme agli spettatori, sta vivendo in un mondo oppresso dall’attuale, ma storica, rivelazione di impotenza e di inganno globale, a fronte delle secolari aspirazioni all’autenticità di un vivere giusto. Perfino la musica di un Ennio Morricone, forse mai così discreta in un film, fa parte di tale stasi emotiva. Tornatore si dimostra ancora una volta autore tra i più sensibili del cinema italiano e specialmente dotato nel difficile controllo della regia.

Mai stati uniti

Mai stati uniti
Carlo Vanzina, 2012
Fotografia Enrico Lucidi
Vincenzo Salemme, Ambra Angiolini, Ricky Memphis, Anna Foglietta, Giovanni Vernia, Maurizio Mattioli, Andrea Pittorino, Paolo Bessegato, Daniela Piperno.

Storia di una “sòla”.  Italiana, ovviamente. E cinematografica. Dal “panettone” siamo passati alla risolatura delle scarpe. Scarpe che non portano da alcuna parte, consunte come sono dall’uso di passeggiatori che ormai stanchissimi continuano a girovagare con i buchi nelle suole, senza più nemmeno l’orgoglio di raccontare barzellette divertenti. Se è una festa per il Nuovo Anno, non c’è da stare allegri. E dispiace per gli attori, ché pure sarebbero bravi se potessero avere una parte e non soltanto i panni sdruciti delle tipologie in saldo. Sì, va bene, le scenette sono brevi, il montaggio è svelto, le battute non sono volgari. E allora? Saltiamo il compitino di descrivere i cinque tipi assemblati per il panorama sociologico in vendita: il giocatore Salemme, la segretaria Angiolini, il disoccupato Memphis, la palestrata Foglietta, lo “scemo” Vernia. Stanno bene insieme proprio perché non prefigurano sorprese. È facile farli chiamare da un notaio furbo e far credere loro che avevano un padre in comune, ora morto, il quale ha lasciato 8 milioni in eredità ai suoi cari figlioli. La somma potrà essere riscossa, a patto che tutta la discendenza misteriosamente assemblata si rechi a spargere le ceneri dell’ignoto genitore in Arizona. Ci andreste voi? I nostri ci vanno. Viaggiando si incontrano imprevisti prevedibili (Mattioli compreso) e se c’è simpatia a tutto c’è rimedio. La sòla è per il finale. Basta. Anzi, no. Presentando il film, il regista e il suo fratello sceneggiatore, Enrico, hanno tenuto a dire, oltre alla solita ovvietà del pubblico che al cinema si vuole divertire, che commedie sulla politica non ne fanno, perché “la commedia la fanno già loro”, i politici. Tutti, ovviamente, senza distinzioni. In effetti, nei film dei Vanzina, la figura del qualunquista non si è ancora vista molto.

 


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart