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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

9 Febbraio 2013

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Studio illegale

Studio illegale
Umberto Carteni, 2011
Fotografia Vladan Radovic
Fabio Volo, Zoé Félix, Ennio Fantastichini, Nicola Nocella, Jean-Michel Dupuis, Marina Rocco, Ahmed Hafiene, Pino Micol, Federico Baccomo, Isa Barzizza, Erika Blanc, Luisella Boni.

Non ci si chieda di essere indulgenti con Andrea Campi, avvocato rampante. Fabio Volo, nei panni di Andrea, ce lo chiede nell’ultima inquadratura, mentre abbraccia in modo quasi definitivo Emilie (Zoé Félix), la donna che lo ha fatto innamorare   e disperare per buona parte del film, intrecciando con lui un andirivieni di approcci e di equilibrismi tra sentimenti e carriera. Lo sguardo ammiccante, un po’ supplice e un po’ malizioso, per scaricare verso il pubblico le indecisioni di una vita di compromessi e di ambizioni frustrate sa di sintesi un po’ troppo sbrigativa, sintesi di quello che è stato e rimane l’esempio più rappresentativo del carattere “accomodante” dell’”italiano” Sordi, cattivo e buono, vigliacco ed eroe, onesto, furfante e sempre “innocente”. Sintesi sbrigativa e però ben curata e soprattutto andante senza sosta. Mai fermarsi a riflettere. Una battuta e via, un’altra e ancora un’altra. Ci si sente lepre inseguita dai cani, i cani del padrone. Il padrone può essere, volta a volta, la radio, la televisione, il cinema, ogni mezzo che sia fonte di modelli di comportamento: l’importante – pensa il protagonista “bravo e simpatico” – è non prendersi mai la responsabilità diretta di ciò che accade nella finzione. Al momento buono, magari sul finale prima di andare via, un sorriso salverà il compromesso, poi si vedrà. L’importante è salvare il personaggio, salvarsi. Una serie fittissima ed esclusiva di quadretti minimi, tutti risolti nel giro stretto di qualche secondo, sviluppa una tipizzazione totalizzante che non dà respiro. Le figure impongono la propria ragion d’essere impedendo ai personaggi di nascere a vita propria. Da sempre in poi, tutto corrisponde ed è riconoscibile. Come dire: il mondo d’oggi è quello che è. Senza noia, se si sta dentro, con qualche irritazione se si tenta di uscire. Andrea non stima il lavoro che fa, in uno studio milanese di diritto internazionale – acquisizioni e speculazioni, clienti importanti, arabi dietro la porta. Non lo stima, ma lo fa. La carriera al primo posto, a costo di dover fare finta di niente. Anche con Andrea stesso. Il suo capo (Ennio Fantastichini), cinico e volgare, ne prefigura i propabili esiti. Un futuro agghiacciante. Da suicidio, almeno secondo il collega che uscendo improvvisamente dalla finestra ha lasciato ad Andrea il modo di proseguire al suo posto la trattativa su una ditta farmaceutica di Treviso. Forse non gli andava di fare le ultime riunioni a Dubai e nel deserto là intorno. Il fatto è che, mentre ancora si prepara al compito, Andrea si trova davanti l’ostacolo più duro mai incontrato prima. A rappresentare la controparte c’è la bella e implacabile francese Emilie – Félix, piombata dai trionfi di  Giù al Nord  (2008). Un vero guaio, dovrà lavorare di gomito per pulire e ripulire gli scrupoli e i falsi scrupoli di crudeltà professionali che in altri momenti sarebbero state soltanto ordinaria amministrazione. Ma lei, Emilie, non è da meno. L’avvocatessa gioca ad armi pari, la partita è così incerta che non sapremo mai il vero risultato. Sì, dopo il deserto arabo, ci sarà un aperitivo davanti alla Tour Eiffel, un bacio e un abbraccio. Ma quello sguardo verso di noi non potremo non considerarlo.

Warm Bodies

Warm Bodies
Jonathan Levine, 2013
Fotografia Javier Aguirresarobe
Nicholas Hoult, Teresa Palmer, Analeigh Tipton, Rob Corddry, Dave Franco, John Malkovich, Cory Hardrict, Dawn Ford, Geneviève Joly-Provost.

L’amore fa resuscitare i morti? Può accadere almeno nel caso dei “morti viventi”. Jonathan Levine ce ne mostra un esempio e ci invita a prenderlo per buono, anche se magari gli zombies che si aggirano per le strade del mondo fossero di un numero straripante, come si nota gettando l’occhio d’attorno per gli ambienti che fanno da location al film. In sintesi, una ragazza (Julie/Teresa Palmer) resta affascinata dallo sguardo di uno strano giovane (R/Nicholas Hoult), in quegli occhi vede una luce di vita inizialmente velata da una specie di sinistro assopimento e poi, man mano, sempre più revitalizzata e revitalizzante, fino a poter fare da guida quasi messianica per una nuova “resurrezione”, di cui evidentemente si avverte il bisogno. R – il protagonista si chiama così perché nella condizione di semitrapassato in cui si trova non riesce a ricordare neanche il proprio nome – è una delle tante persone colpite da un virus micidiale e ridotte a corpi vagolanti in cerca di carne umana da divorare. Quando incrocia sul suo cammino la biondina Julie, se ne innamora perché poco prima aveva mangiato il cervello dell’ex fidanzato. Qualcosa dentro di sé gli dice che è meglio salvarla dalla furia famelica dei compagni cercatori insaziabili. Il fatto che Julie sia figlia del capo dell’esercito (John Malkovich) impegnato a dare la caccia agli zombie, tutto sommato non ha molta importanza. Conta di più la voglia di far valere la forza dell’amore e di trasmetterla quanto più possibile alla “comunità” dei mostri, per riavere quell’energia vitale che il mondo sembra stia irrimediabilmente perdendo. La giovane coppia troverà ostacoli “ossuti”, ma riuscirà a diffondere il nuovo calore umano alla maggior parte degli zombie. E insomma, tutto bene. Pollice in alto. Nota non irrilevante: il film è originariamente tratto da un breve racconto pubblicato online da Isaac Marion (Seattle 1981). Vistone il successo su Internet, l’autore ha pensato bene di farne un romanzo (Fazi Editore), dal quale poi è nato il film. Corre per la Rete un filo che mette in contatto – è un’ipotesi – famiglie di giovani vampiri con compagnie di morti viventi. Tra i due poli sembrerebbe essersi stabilito un qualche scambio che, nell’ipotesi positiva, aiuta a recuperare vitalità. Dal versante degli zombie si nota addirittura una maggiore capacità di spinta verso un amore meno “indeciso”, meno difensivo rispetto alla vita che siamo abituati a considerare normale. E noterete che gli zombie del film non sono troppo ripugnanti, hanno un aspetto molto umano, leggibile come “sofferenza”. Ci si è ispirati – rivela il regista – a fotografie dell’epoca della Depressione.

Re della terra selvaggia

Beasts of the Southern Wild
Benh Zeitlin, 2012
Fotografia Ben Richardson
Quvenzhané Wallis, Dwight Henry, Levy Easterly, Lowell Landes, Pamela Harper, Gina Montana, Amber Henry, Jonshel Alexander, Nicholas Clark, Henry D. Coleman, Kaliana Brower, Philip Lawrence, Hannah Holby, Jimmy Lee Moore,  Marilyn Barbarin, Big-Chief Alfred Doucette, Jovan Hathaway, Kendra Harris.
Sundance 2012, Gran Premio Giuria e Fotografia. Cannes, Caméra d’Or.
Riconosciuto  Film della Critica  dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI).

Natura nemica o civiltà nemica? Hushpuppy (Quvenzhané Wallis)  non si pone il problema, lei è una bambina “selvaggia”, nata e cresciuta nella “Grande Vasca”, abituata alle ondate di maltempo che alluvionano la zona paludosa nel Sud della Louisiana. La comunità che vive nel villaggio, separato dalla “civiltà” a causa di una diga, resiste con testarda convinzione agli ordini di sgombero che arrivano dalle autorità, ordini questa volta ancor più perentori per via della gravità del disastro previsto: si sciolgono i ghiacci, “risorgono” gli Aurochs,  animali preistorici la cui immagine paurosa Hushpuppy è già pronta a elaborare in fiaba. Infatti la bambina non sembra preoccuparsi della catastrofe imminente, è molto più interessata a vivere il suo rapporto affettuoso e conflittuale col padre Wink (Dwight Henry), lasciato dalla moglie a badare alla crescita della figlia tra mille difficoltà, non ultima la malattia che lo ha colto e che gli lascia ancora poco da vivere. Wink è un uomo rude, non ha paura di niente, sopporta fatiche e dolori con coraggio quasi animalesco. Arriva l’uragano, il papà con la sua bambina restano lì. Tutto verrà distrutto, case, flora e fauna, eppure la piccola non smette di crescere e di volersi difendere dalle avversità. Presto rimarrà sola e, come le ha preannunciato Wink, toccherà a lei la parte del Re della Grande Vasca. Perfino i mostruosi Aurochs fermano la loro corsa davanti allo sguardo fiero e “magico” della bambina. Condotto sul filo teso tra documentario e fiaba, il film d’esordio di Benh Zeitlin ha la forza immaginativa di una necessità poetica che sa di ultima speranza per un mondo avviato alla rovina, un mondo le cui avversità sembrano ormai al limite dell’irreparabile, soprattuto nella parte meno protetta di un’umanità lasciata a se stessa. Ma prevale la fiaba o, se si vuole, lo sguardo di Hushpuppy: con la bambina la madre-terra  sembra rinascere, il mondo si salva al femminile grazie alla limpida fierezza di Hushpuppy. Zeitlin s’immedesima nel suo sguardo (bravissima la piccola attrice) e non sembra preoccuparsi troppo dei discorsi che si potrebbero fare in antropologia, forse giustamente. Fatto sta che il suo film “indipendente” è piaciuto ai festival internazionali più importanti, dal Sundance a Cannes, a Deauville, a Los Angeles, a Londra. E ha colpito anche il presidente delle Stati Uniti, Barack Obama. Un presidente che di uragani purtroppo se ne intende.

Zero Dark Thirty

Zero Dark Thirty
Kathryn Bigelow, 2012
Fotografia Greig Fraser
Jessica Chastain, Jason Clarke, Joel Edgerton, Jennifer Ehle, Mark Strong, Kyle Chandler, Edgar Ramirez.
Designato  Film della Critica  dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI.

Nel groviglio arabo con la mente e con lo sguardo. Può sembrare  – e in fondo lo è – una banalità, ma non accade spesso al cinema che l’occhio della cinepresa e cioè dell’autore del film mantenga la giusta coesione tra inquadratura (visione) e ragione (coerenza strutturale). Quando il “miracolo” accade, abbiamo un film compatto e fedele a se stesso per i rapporti interni tra immagine e idea. Raccontare la ricerca e l’uccisione di Osama bin Laden (1 maggio 2011, fuso di Washington) non era cosa da poco, per la difficoltà di basarsi su fonti solide riguardanti una vicenda che dire misteriosa è sfiorare l’eufemismo e per l’insidia di venir catturati da un’attrazione meccanica verso il film di genere (spy drama). Ad apertura, con lo schermo ancora nero, l’ascolto dell’audio originale dei minuti convulsi vissuti dalle vittime dell’11 settembre 2001 fa ancora il suo effetto. Si stanno ascoltando documenti di fatti universalmente risaputi, a partire dai quali ci si aspetta quindi un passo avanti per il chiarimento definitivo della conclusione di una storia i cui contorni sono tuttora sfumati; e seconda cosa, siamo in un film e non ci accontenteremo di aride spiegazioni burocratiche per quanto dettagliate e autentiche, proprio perché sarà inevitabile il confronto emozionale con i materiali di repertorio. Kathryn Bigelow, con quell’inizio su schermo nero, dichiara la sfida a se stessa, regista già premiata nel 2010 con l’Oscar per il suo  The Hurt Locker  (2008). La sceneggiatura di  Zero Dark Thirty(un’ora qualsiasi nel buio della notte)  è il frutto di sei anni di ricerche, Mark Boal – l’autore – si è basato per molta parte su racconti diretti delle persone che hanno partecipato a vario titolo alla missione particolarmente complessa. Il “contatto” con la sostanza anche umana del tema ha giovato ha giovato al “personaggio CIA”, trattato alla pari di un vero coprotagonista drammatico e non solo in funzione descrittiva della macchina Intelligence. Essenziale, in tal senso, è la figura di Maya (Jessica Chastain), l’agente americana specializzata nella cattura di terroristi. La competenza ed esperienza nel ruolo delicato non sarebbe bastata al successo dell’operazione senza la componente femminile del personaggio, una donna capace di fare i conti con la propria personalità oltre che con tutto il contesto “lavorativo” in cui si trova immersa. L’equilibrio caratteriale e culturale di Maya giustificano il “realismo” con cui viene assorbita la fase del rifiuto istintivo della tortura – mezzo adoperato piuttosto usualmente nelle indagini, così si capisce da alcune scene “forti” – a vantaggio del perseguimento dell’ipotesi investigativa, tenuto conto dell’importanza del progetto. Il realismo necessitava però anche di un uso criteriato dell’intuizione, non semplice punto di partenza per decisioni gravi, ma strumento utile al dare corpo e chiarezza alle informazioni faticosamente assemblate attraverso una selezione progressiva. Durante il film, non breve (157 minuti) ma mai statico, incontriamo personaggi che ci mostrano un mondo intriso di ambiguità, dall’America al Pakistan, e solo attraverso la rete di ostacoli e di indizi possiamo avere la sensazione della difficoltà specifica dell’operazione. Maya vi spende tutta se stessa, fino a portare le forze speciali della Marina a concludere la missione nelle sequenze della cattura e dell’uccisione del terrorista – anche queste non prive di una carica emotiva proveniente dalle due parti, dei militari impegnati in un’azione sul filo del rischio massimo e delle “vittime” (Osama e famigliari), chiuse e disperate nel loro ultimo rifugio. Alla fine vediamo una donna letteralmente sfinita nell’identificazione totale col compito, tanto da non sapere rispondere al vuoto improvviso che s’impossessa di lei. C’è un aereo a disposizione di Maya, «Dove vuoi andare? » le chiedono: la risposta è difficile. Tale profondità prospettica è realizzata nel film senza didascalie psicologiche e senza indicazioni simboliche, bensì con un modo molto concreto di stare con i personaggi nei fatti; ed è il merito maggiore anche della fotografia, mai “spettacolare” e nemmeno “documentaria”: semplicemente narrativa quanto basta.


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1 commento

  1. Commento by london escorts — 1 Agosto 2013 @ 12:40

    Thanks for ones marvelous posting! I quite enjoyed reading it, you happen to be a great author.

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