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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

9 Marzo 2013

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Ci vuole un gran fisico

Ci vuole un gran fisico
Regia Sophie Chiarello, 2012
Sceneggiatura Angela Finocchiaro, Valerio Bariletti, Walter Fontana,  Pasquale Plastino
Fotografia Gianni Fiore Coltellacci
Attori Angela Finocchiaro, Giovanni Storti, Raul Cremona, Elio, Jurij Ferrini, Antonella Lo Coco, Laura Marinoni, Rosalina Neri, Aldo Baglio, Giacomo Poretti.

Idee comiche standard per una problematica standard e simpatia standard della protagonista (Angela Finocchiaro) nei panni della cinquantenne in leggera crisi psicofisica dovuta al passaggio d’età, una condizione il cui portato massmediologico circola ormai usualmente nei padiglioni del megastore. Non a caso si chiama Eva il personaggio principale. Le sue caratteristiche formano una “novità” così risaputa da rifiutare in via preventiva una forma narrativa realistica del tipo “presa diretta”. La commessa che vende prodotti di bellezza contro le rughe e simili compie gli anni e sente piombare addosso scadenze irrevocabili, del corpo che non regge più il confronto con i modelli giovanili e dello spirito che stenta a mantenere l’ottimismo verso gli altri. Gli altri di Eva sono un marito separato parassita furbo italiano (Elio), una figlia “moderna” che suona il rock, un caporeparto perfido e senza cuore (Raul Cremona), un corteggiatore servizievole (Jurij Ferrini), una madre anziana provocatoriamente vispa (Rosalina Neri). Che fare? Vietato il “pedinamento” naturalistico, devono essersi detti gli autori (di radice televisiva e pubblicitaria il cammino della regista Chiarello). Ed essendo il problema principale della Finocchiaro di confermare il carattere “simpatia” a livello di primo ruolo, è sembrata giusta la soluzione “extra”: la figura di Giovanni (Giovanni Storti, al quale fanno compagnia con apparizioni fuggevoli i due compagni del trio, Aldo Baglio e Giacomo Poretti), surreale “angelo custode” che interviene a risolvere comicamente ma “saggiamente” i momenti critici di Eva. Il filo del racconto viene così decostruito in quadretti non progressivi, che vanno a formare una composizione autoironica trasparente, quasi didattica. Il progetto è comprensibile, il risultato è però debole, troppo insistente nella progressione delle ripetizioni, scontato nella pacificazione generale dei ruoli.

La cuoca del presidente

Les saveurs du Palais
Regia Christian Vincent, 2012
Sceneggiatura  Étienne Comar, Christian Vincent
Fotografia Laurent Dailland
Attori Catherine Frot, Jean d’Ormesson, Hippolyte Girardot, Arthur Dupont, Jean-Marc Roulot, Arly Jover, Brice Fournier, Joe Sheridan, Philippe Uchan, Laurent Poitrenaux, Hervé Pierre, Louis-Emmanuel Blanc, David Houri, Nicolas Chupin.

La storia è vera, la cucina di più. La signora francese Danièle Delpeuch, trascorso da poco il Sessantotto, non esitò a dedicarsi al paté e ai tartufi. Originaria del Périgord, regione della Francia meridionale che conserva importanti segni dell’età della pietra, Danièle colse poi al volo un invito a insegnare e se ne andò in America, portando con sé l’arte della cucina, di una cucina che siamo abituati a pensare raffinata e sofisticata e che per lei era sempre stata soprattutto eredità famigliare diretta, esperienza profonda, interna, culturale e popolare, da tenersi dentro in qualunque occasione. La più curiosa fu quando Danièle venne chiamata all’Eliseo, a cucinare per il Presidente della Repubblica, Franí§ois Mitterand, dal 1988 al ’90. Roba da scriverci un libro. E infatti, nel 1997 il libro uscì: “Mes carnets de cuisine, du Périgord à l’Élysée”. Dal libro al film, la storia si sostanzia di particolari inventati, i quali però rendono ancor più verosimile e significativa l’esperienza della cuoca venuta dal sud, sicché le ricette e il modo di realizzarle prendono forma di lezione di vita e di filosofia del comportamento, nel confronto di codici diversi e contrastanti quali possono essere il contesto del palazzo presidenziale e l’umore e la sapienza di una pratica come la culinaria, misteriosa e quasi magica nel suo portato “gustoso”. Veste i panni della protagonista Catherine Frot, attrice sensibile ai risvolti psicologici sottili e anche estremi (La voltapagine, Denis Dercourt 2006), o divertente nelle “fughe” fiabesche di situazioni paradossali (Lezioni di felicità, Eric-Emmanuel Schmitt 2008); e non immemore della frequentazione giovanile di un maestro come Alain Resnais (Mon oncle d’Amérique, 1980). La Danièle di Catherine ha il giusto piglio ironico per la situazione vagamente paradossale  in cui si viene a trovare il personaggio, la cuoca è “di passaggio” all’Eliseo non più e né meno – intuiamo –  di quanto lo sia in ogni realtà che non riguardi la sua specifica passione per la cucina. L’esecuzione delle ricette di famiglia, scrupolosamente realizzate con ingredienti la cui origine – costi quel che costi – è supercontrollata, è l’unica cosa che conti per Hortense Laborie, la cuoca del film. Profumi, sapori, gesti, tempi e risultati si legano indissolubilmente nella persona il cui carattere è indisponibile a compromessi di tipo “sentimentale”. La corte implicita che le viene dal Presidente (lo scrittore filosofo Jean d’Ormesson fa un Mitterand un po’ intellettuale) o l’invidia proiettatale contro dall’esercito di cuochi della casa istituzionale, minacciano l’autonomia di Hortense, la quale un bel giorno scrive due righe e si dimette per trasferirsi nientemeno che in Antartide, a cucinare per gli operai. Avrà un’accoglienza più soddisfacente sul piano “umano” – il regista (Hotel cinque stelle 2006) ci propone di seguire il raffronto attraverso il metodo del montaggio parallelo – e tuttavia, ancora insoddisfatta, la cuoca tornerà alle origini, per recuperare la primaria attenzione verso i tartufi, magari in luoghi perfino più lontani e diversamente accoglienti, come la Nuova Zelanda! Di speciale efficacia le riprese realistiche, in dettaglio, degli ingredienti e delle pietanze pronte per essere portate a tavola, il che sviluppa, per converso, una sorta di emozionante suspense del gusto, in antitesi simbolica con la ritualità fredda e iconologica dell’ambiente presidenziale. Giusto il titolo originale del film,  I sapori del Palazzo.

 


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Bart