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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

16 Marzo 2013

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Dead Man Down

Dead Man Down
Regia Niels Arden Oplev, 2013
Sceneggiatura J. H. Wyman
Fotografia Paul Cameron
Attori Colin Farrell, Noomi Rapace, Dominic Cooper, Terrence Howard, Isabelle Huppert.

Un uomo e una donna con la vendetta in testa. Qualcuno ha distrutto la famiglia (moglie e figlia) di Victor (Colin Farrell), qualcuno ha deturpato il volto di Beatrice (Noomi Rapace). Victor ha stretti legami con la malavita di New York. Alphonse (Terrence Howard), uno dei boss da cui dipende, è sotto la mira di qualcuno che da un po’ di tempo colpisce i suoi uomini. Tra questi c’è anche Darcy (Dominic Cooper), amico di Victor ma soprattutto interessato ad aggraziarsi i favori di Alphonse. Di Beatrice non sappiamo nulla, vediamo soltanto che abita, insieme alla madre (Isabelle Huppert), nell’appartamento di fronte a quello di Victor. La ragazza ha un carattere forte ed è abbastanza sveglia da capire che l’uomo che osserva e che la osserva dalla finestra potrà esserle utile a realizzare la propria vendetta. Ci sarà da uccidere e lei glielo chiede, facendogli capire senza mezzi termini che qualcosa li può unire. I due destini sono legati e il legame è di tipo morale: sprofondati al fondo di un abisso, troveranno insieme la possibilità del riscatto. Questo tema, attraente e coinvolgente sulla carta, viene trattato da Niels Arden Opley (lo stesso regista di Uomini che odiano le donne 2009), con insufficiente scansione narrativa. L’azione procede secondo una sua autonomia alquanto misteriosa (che però non forma “mistero”), mentre le motivazioni interiori dei protagonisti non trovano l’atteso sbocco drammatico. Le ragioni del loro rispettivo comportamento non si chiariscono, confuse in un contesto soltanto genericamente delineato in un quadro etnogangsteristico di maniera (gli ungheresi, gli albanesi..). I momenti di azione estrema, sparatorie a bruciapelo e varie soluzioni sceniche catastrofiche, fanno da contraltare piuttosto meccanico alla linea emotiva del racconto. Farrell e Rapace affrontano con apprezzabile impegno il duro compito di umanizzare le loro figure in un disegno di fascinazione del Male che rimane vagamente tracciato.

La frode

Arbitrage
Regia Nicholas Jarecki, 2012
Sceneggiatura Nicholas Jarecki
Fotografia Yorick Le Saux
Attori Richard Gere, Susan Sarandon, Brit Marling, Tim Toth, Monica Raymund, Nate Parker, Graydon Carter, Laetitia Casta, Josh Pais, Evelina Oboza, Bruce Altman, Stuart Margolin, Larry Pine, Austin Lysy.

Fondi d’investimento. Il gioco dei milioni corre a New York sul ciglio del burrone. Le ricchezze accumulate se ne possono andare per un incidente che non c’entra con le trattative e i rischi di società finanziarie, di bolle speculative e di abili espedienti nel traffico di denaro. Arriva il giorno in cui un abile detective, Michael Bryer (Tim Roth) fa la domanda imbarazzante: «Chi ha aperto a calci lo sportello? » Già. Normalmente lo sportello dell’auto dalla parte del guidatore non si apre prendendolo a calci. Ma questa volta la macchina era ridotta a rottame e accanto al guidatore sedeva una giovane bionda, la quale non s’era più risvegliata dall’impatto e non avrebbe potuto raccontare come fosse andata. Si chiamava Julie (Laetitia Casta) e stava correndo con Robert Miller (Richard Gere) verso un momento d’amore risarcitorio delle sofferenze anche sentimentali di un rapporto extraconiugale non proprio pacifico. Robert l’amava senza però lasciare la moglie Ellen (Susan Sarandon), preziosa e saggia compagna di una vita complicata quale può essere la vita di un uomo che arriva a controllare un impero finanziario. Robert aveva portato Julie fuori strada, s’era capovolto con lei, stralunato e stremato dal cumulo di difficoltà economiche che proprio in quel momento non gli lasciavano respiro. E disperato, era riuscito ad aprire lo sportello e cercare aiuto – operazione non facile e che lo avrebbe portato perfino a complicazioni ulteriori, ma questo lo si vedrà più avanti nel film. Trascinatosi dolorante fino a casa, aveva tentato di riprendere il filo della giornata accanto a Ellen. Un Gere così stravolto e sul filo della disperazione, con un volto urlante di dolore non s’era mai visto. E invece qui l’attore è bravo a sostenere il carico “insopportabile” delle avversità, fino a ricondurre la propria esistenza a quella “normalità” crudele e “necessaria” qual’è richiesta dalle leggi implacabili della ricchezza. Robert ha 60 anni, è colpito dal tragico imprevisto mentre sta cercando di vendere a una banca la propria impresa che non regge più agli scricchiolii dovuti all’intreccio di comportamenti fraudolenti. C’è di mezzo, incolpevole, anche la figlia Brooke (Brit Marling), la quale gli ha sempre dato il proprio impegno lavorativo nell’illusione di muoversi sui binari della correttezza. I dettagli della vicenda, in forma di thriller, li lasciamo allo spettatore. Lo scrittore americano Nicholas Jarecki, documentarista e ora debuttante alla regia nel lungometraggio, si destreggia nel mondo della speculazione puntando a conservare la chiave umanitaria per lasciare uno spiraglio alternativo al trionfo del potere. Il racconto è coinvolgente, il cast è adeguato. Fa difetto però il ricorso a un personaggio simbolo, sul quale è scaricato il peso del riscatto morale di Robert. È il giovane nero (Kate Parker) al quale il protagonista si rivolge per tirarsi fuori dalle conseguenze dell’incidente d’auto. Qui la sceneggiatura rischia di mettere in crisi il buon equilibrio con cui è costruito il ruolo di Gere, di un uomo complesso, non tutto cattivo né buono ma dalle giuste sfaccettature per farlo vivere nel difficile, e per certi versi orrendo, mondo della finanza.

Il figlio dell’altra

Le fils de l’autre
Regia Lorraine Lévy, 2012
Sceneggiatura Nathalie Saugeon, Lorraine Lévy, Noam Fitoussi
Fotografia Emmanuel Soyer
Attori Emmanuelle Devos, Pascal Elbé, Jules Sitruk, Mehdi Dehbi, Areen Omari, Khalifa Natour, Mahmud Shalaby, Diana Zriek, Marie Wisselmann, Bruno Podalydès, Ezra Dagan, Tamar Shem Or.

Il sangue e la storia. Il sangue. La visita per la leva militare, riserva a Yacine (Mehdi Dehbi) una sorpresa: il suo gruppo sanguigno è A- ed è incompatibile con quello dei genitori, Orith (Emmanuelle Devos) e Alon (Pascal Elbé), i quali hanno A+ entrambi. Si viene a sapere che dopo il parto vi fu uno scambio di neonati. Il vero figlio di Orith e Alon è Joseph (Jules Sitruk), allevato da una coppia di stranieri. La storia. Stranieri è dire poco, in realtà i genitori di Yacine sono Leïla (Areen Omari) e Saïd (Khalifa Natour), una coppia di palestinesi che vivono al di là del muro “di separazione” (“di sicurezza”, per gli israeliani) dalla Cisgiordania, fatto costruire da Ariel Sharon nel 2002. Siamo a Tel Aviv. Yacine è appena tornato da Parigi, dove ha studiato e conseguito il diploma delle superiori. Studierà medicina. Attendevano il suo rientro in famiglia anche la sorellina Amina (Diana Zriek) e l’altro fratello, quasi coetaneo, Bilal (Mahmud Shalaby). La novità è sconvolgente per tutti. Si tratta di cercare una soluzione a un problema delicatissimo sotto vari punti di vista. La storia ha strutturato la mentalità dei due padri in maniera decisamente opposta e non è questione soltanto di opinioni, ma di sentimenti profondi, ormai radicatisi purtroppo sulla base di uno stato di “guerra” pluridecennale, con migliaia di morti. Bilal, alla notizia che Yacine è arabo, ha una reazione di rigetto. Tocca alle madri pescare nel profondo dei sentimenti e recuperare non solo una dignità civile dei rapporti bensì le ragioni umane, intime e positive, di una coesistenza necessaria. Confrontandosi “a specchio”, i due ragazzi sono i primi a sentirsi fratelli, vedono essi stessi le differenze l’uno rispetto all’altro, dovute alla diversa educazione ricevuta nei due contesti socio-culturali – e brava la regista a mostrarci i due ritratti senza sottolineature facili. Ma sono soprattutto le due donne a far valere la loro maggiore disponibilità all’incontro e il desiderio di non perdere l’affetto per i due ragazzi, che considereranno comunque figli propri, in una strana e ideale nuova prospettiva storica, un disegno non studiato a tavolino e nato dall’occasione concreta. Vi sono momenti di speciale sensibilità, che Lorraine Lévy – regista e sceneggiatrice teatrale e televisiva, ora al suo terzo lavoro cinematografico (i primi due non sono arrivati in Italia, La première fois que j’ai eu 20 ans 2005 e Mes amis, mes amours 2008) – offre allo spettatore con delicata discrezione, sorretta dalla bravura degli interpreti e dalla giusta “semplicità” della struttura narrativa. D’altra parte, è nella netta circoscrizione dello scenario che il film trova  il suo limite, ritagliando – come fa – la complessa tematica sottostante sul tracciato stesso del muro. Emozionanti i passi notturni di Alon lungo il confine innaturale per cercare Yacine, figlio ormai non più israeliano, ma proprio quel muro indica forse anche il progetto per un altro film da fare.


Letto 1957 volte.


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Bart