Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Contro un muro (ben segnalato)

16 Marzo 2013

di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 16 marzo 2013)

Come era prevedibile, il matrimonio fra Pd e Movimento 5 Stelle non si celebrerà. Ma i danni che il Pd ha inflitto a se stesso, per non parlare del Paese, sono già tanti. Nei giorni e nelle settimane che hanno seguito la «non vittoria » elettorale, il Pd è apparso preda di una sorta di cupio dissolvi . La sua immediata apertura di credito a Grillo ha fatto pensare a una nemesi storica. Nel periodo che seguì la Rivoluzione d’Ottobre diversi partiti socialisti finirono per autodistruggersi nel tentativo di inseguire e blandire i movimenti antisistema (comunisti) dell’epoca.

In questi giorni, gli eredi del vecchio Pci si sono genuflessi di fronte a un movimento antisistema che ha la gagliardia e l’energia propria dei nuovi movimenti e che considera il Pd, al pari di tutti gli altri partiti, spazzatura, o giù di lì. Vincolato dalla sua vera, forse unica, identità (l’antiberlusconismo), condizionato dall’antica regola «niente nemici a sinistra », prigioniero di un ristretto gruppo dirigente, ormai sconfitto, che cerca di allontanare nel tempo la resa dei conti con gli avversari interni, il Pd, inseguendo Grillo, ha finito per buttare a mare quasi tutto ciò in cui aveva detto di credere durante la campagna elettorale. È difficile, ad esempio, continuare ad accreditarsi, di fronte ai partner europei, come campioni di europeismo mentre si cerca l’alleanza con un movimento il cui leader dichiara che l’Italia è già quasi fuori dall’euro.

Il vero rischio per un Pd che ha dato mostra di credere che le ragioni di incompatibilità con il movimento di Grillo fossero meno, e meno gravi, di quanto in realtà non siano, è che molti altri suoi elettori (come tanti hanno già fatto), non vedano più ragioni per votare il Pd anziché i 5 Stelle. C’è la possibilità, se il ricambio al vertice del partito non avverrà in fretta, che quando Matteo Renzi o chiunque altro ne prenderà il controllo, egli si ritrovi intorno solo macerie fumanti.

La scelta dei presidenti delle Camere è oggi il test per capire se ragionevolezza e istinto di sopravvivenza prevarranno. Nuove elezioni immediate a parte, il risultato elettorale lascia aperta una sola strada: il governo del presidente, meglio se garantito da una riconferma di Napolitano al Quirinale. Un governo che faccia poche essenziali cose e che ci riporti subito dopo alle urne. Un governo che vedrebbe l’opposizione del Movimento 5 Stelle, i cui leader, non essendo stupidi, non hanno interesse a contribuire alla governabilità. E sapendo che il vero nodo è la legge elettorale e che può essere affrontato solo se ci si dice la verità. La verità è che non servono le pastette: l’unica riforma seria, a questo punto, implica maggioritario e collegi uninominali. Una tale riforma dovrebbe probabilmente scontare la dura opposizione dei 5 Stelle, un gruppo che deve il suo exploit alla legge elettorale vigente e che verrebbe forse danneggiato da un radicale cambiamento: ad esempio, i collegi uninominali, a differenza della lista bloccata (oggi in vigore), darebbero ai candidati una potenziale autonomia che i leader del Movimento 5 Stelle difficilmente apprezzerebbero.

La gravità del momento richiede lucidità. In tempi normali, gli interessi a breve termine degli attori politici prevalgono su quelli a medio termine. I politici si preoccupano dell’uovo di oggi, non della gallina di domani. In tempi eccezionali, però, far prevalere gli interessi a breve termine significa segare il ramo su cui si sta appollaiati.


L’ultimo duello fra Napolitano e Monti. “Mi spiace, non puoi presiedere il Senato”
di Francesco Bei e Umberto Rosso
(da “la Repubblica”, 16 marzo 2013)

SI SONO infrante contro l’argine del Quirinale le ambizioni di Monti di diventare oggi il presidente del Senato. Niente da fare. Quello tra il capo del governo e Napolitano è un confronto teso, un botta e risposta che si prolunga per quasi un’ora. Il pomo della discordia sono le dimissioni di Monti da palazzo Chigi, necessarie per essere eletto come successore di Schifani.

“Se lei proprio adesso si dimette da presidente del Consiglio – obietta a Monti il capo dello Stato – rischiamo di dare un colpo drammatico all’immagine dell’Italia. In questo momento, il nostro paese è legato al suo governo, quindi lei è insostituibile”. Il presidente del Consiglio tiene il punto e replica: “Dopo l’ultimo Consiglio europeo ho concluso la mia missione, non devo per forza restare a Palazzo Chigi a fare il parafulmine per gli altri”. Ma anche Napolitano è un osso duro. Il presidente della Repubblica esprime senza diplomazia tutti i suoi dubbi, le riserve di natura giuridica e istituzionale sul cambio di maglietta in corsa del premier. Monti non si dà per vinto, anzi prospetta, con accanto il sottosegretario Antonio Catricalà la soluzione per uscire dall’impasse. “Sono pronto a convocare già questa sera un consiglio dei ministri straordinario, nominare un vicepresidente vicario e lasciare nelle sue mani l’interim della presidenza”. Il nome che circola è quello del ministro Cancellieri, ma è un dettaglio. Anche perché Napolitano giudica subito un’ipotesi di questo tipo “senza precedenti”, obietta che l’interim può scattare solo in caso di gravi impedimenti del premier, e in ogni caso non per un mese, perché almeno tanto ci vorrebbe per arrivare ad un nuovo governo.

Monti tira fuori dal dossier giuridico che si è portato dietro un precedente che è andato a ripescare: D’Alema vice presidente del Consiglio del governo Prodi, che con il premier di allora all’estero firma alcuni decreti, “e lei che era al Quirinale se lo dovrebbe ricordare – aggiunge poi rivolto a Napolitano – perché non trovò la scelta scorretta”. Ma, accanto al confronto procedurale, c’è la questione politica. Chiede Napolitano a Monti: “Ma potrebbe garantirmi che le forze politiche che appoggiano questa sua operazione per il Senato, poi faranno lo stesso per la maggioranza di governo?”. È un’obiezione gigantesca, perché Monti questa garanzia al momento non può darla. “Questo sarebbe lo schema D’Alema”, replica amareggiato. Insomma, non riesce a convincere il capo dello Stato, che lo congeda così: “Io stesso sarei anche disposto a votarla come presidente della Repubblica, ma le sue chance così si stanno esaurendo”.

Dunque è di nuovo tutto azzerato. E così anche i rapporti tra Pd e Scelta Civica si raffreddano, nonostante un redivivo Casini faccia di tutto per tenere i fili. L’operazione Monti al Senato parte in gran segreto già giovedì sera, quando viene comunicata al vertice del Pd. “Per noi va bene”, risponde Bersani, “ma con Napolitano ci deve parlare Monti”. Nella testa del premier quello a palazzo Madama è soltanto un passaggio. A rivelare quale dovrebbe essere lo step successivo è Andrea Olivero, che alza il velo sul progetto parlando ieri mattina all’assemblea dei parlamentari di Scelta Civica: “L’elezione di Monti al Senato è il passaggio verso il Quirinale”. Per i montiani tutto si tiene: il Professore che trasloca al Quirinale, Franceschini che diventa presidente della Camera e, a palazzo Madama, tra un mese arriva Renato Schifani. Monti, raccontano, è motivatissimo. Già si vede come successore di Napolitano.

Ma tutto s’incaglia sull’obiezione costituzionale del Quirinale. Ora tutto torna in alto mare. Nel Pd sono pronti a prendersi entrambe le Camere, mentre Bersani andrebbe a palazzo Chigi con un governo di minoranza. E la maggioranza a palazzo Madama? Un aiuto potrebbe arrivare dai 17 senatori del Carroccio. Un sospetto sul dialogo Pd-Lega è venuto a Umberto Bossi, che ieri non a caso ha attaccato duramente Bobo Maroni. Anche Augusto Minzolini, neo senatore del Pdl, da animale parlamentare ha fiutato qualcosa e in serata ha twittato un altolà preventivo: “La Lega l’ultimo anno ne ha sbagliate molte. Se pensa di governare con Pd-Monti contando su maggioranza di 2 voti a Senato è da ricovero”.


La tv becera del Cavaliere? Fatta e ideata da radical chic
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 16 marzo 2013)

Fra le tante colpe che rimproverano a Silvio Berlusconi c’è quella di aver involgarito i programmi televisivi e, quindi, di aver corrotto la cultura, abbassandone il livello sotto lo zero. È un’accusa pesante quanto infondata che i cosiddetti intellettuali, un tempo organici al Pci e ora ai propri interessi, rivolgono quotidianamente al Demonio Antennuto, considerato la causa dell’imbarbarimento italiano. Da trent’anni le sataniche emittenti commerciali, prima Fininvest poi Mediaset, vengono processate e attaccate dai compagnucci mai rassegnati alla liberalizzazione dell’etere risalente al 1976. Allora Berlusconi era un palazzinaro, per usare un’espressione romanesca. Costruiva condomini, di più: città (vedi Milano 2 e Milano 3).

Quando il vecchio monopolio Rai cominciò a scricchiolare strattonato dalla proliferazione delle emittenti locali, il Dottore (come era chiamato allora l’imprenditore milanese) ebbe un’intuizione: piatto ricco mi ci ficco. Nessuno supponeva che il futuro della comunicazione fosse legato allo sviluppo, che sarebbe stato enorme, delle piccole e artigianali antenne cui era stato dato il permesso di nascere nel ristretto ambito di una provincia.
Ai primordi, si pensava che i pionieri delle tivù commerciali, alimentate solamente dalla pubblicità (niente canone), sarebbero stati costretti a portare presto i libri in tribunale e dichiarare fallimento. E in effetti molti fecero una brutta fine. Il Cavaliere, da buon ultimo arrivato nella prateria, esaminò ciò che vi accadeva ed evitò gli errori commessi da altri per insufficienza di mezzi. Creò Telemilano affidandone la direzione a Vittorio Buttafava, già valente direttore del settimanale Oggi, una macchina da soldi. Sembrava un gioco, il soddisfacimento di uno sfizio, un’iniziativa velleitaria. I critici, tra cui c’ero anch’io, ipotizzarono una morte imminente di quello che era definito un «videocitofono di lusso ». Non avevano calcolato che il palazzinaro visionario avrebbe investito montagne di denaro, sgominando la concorrenza e imponendosi sul mercato quale unico competitor della Rai.

Egli infatti, infischiandosene dei nostri risolini ironici, si preparò il terreno per fare il botto. E lo fece col calcio; organizzò il Mundialito – sull’onda del successo degli Azzurri in Spagna, nel 1982: titolo mondiale – e mandò in onda le partite, suscitando l’entusiasmo degli appassionati di pallone. Gli ascolti crebbero a dismisura, picchi mostruosi. Nel frattempo Telemilano era diventata Canale 5. E i monopolisti politicizzati di viale Mazzini, avvezzi a pascolare indisturbati e solitari, tremarono. Si resero conto che la pacchia era finita: addio dominio statale dei teleschermi.
Berlusconi comprese che si trattava di insistere. Scucì altri quattrini, parecchi. Comprò i programmi – belli e brutti – disponibili sulla piazza. E il videocitofono si trasformò in colosso indebolendo tutte le tivù private più piccole. Non bastava. Acquistò Italia 1 da Edilio Rusconi per avere una seconda rete. Ma ce ne volevano tre, secondo i suoi piani da megalomane. Bussò pertanto alla porta della Mondadori che si era imbarcata in un’avventura folle con Rete 4 (fondata da me con alcuni amici e ceduta in attivo alla casa editrice di Segrate). L’uscio si aprì e Silvio si portò a casa la terza rete, indispensabile per completare il pacchetto e affrontare la Rai ad armi pari.
Il più era fatto. I contenitori erano pronti, mancavano i contenuti che non si potevano improvvisare, occorreva produrli. Il Cavaliere, grazie al sostegno delle banche persuase dalla bontà del progetto, assunse vari specialisti (tecnici e uomini di spettacolo) e avviò la realizzazione di alcuni programmi, rastrellandone in quantità anche di già confezionati all’estero. Rimaneva da risolvere il problema dei problemi: come mandarli in onda alla stessa ora in tutto il Paese? Infatti, la cosiddetta interconnessione era vietata in base a una norma pasticciata che concedeva soltanto alla Rai il privilegio di essere emittente nazionale. Fininvest era penalizzata; il potere legislativo si guardava dall’approvare nuove regole che prendessero atto della realtà televisiva mutata in conseguenza della liberalizzazione dell’etere.

C’erano forti resistenze politiche: la maggioranza dei partiti temeva che Berlusconi facesse strage di ascolti, influenzando l’opinione pubblica e, quindi, il voto, i risultati elettorali. In sostanza, i governi dell’epoca desideravano mantenere il controllo di quanto appariva sui teleschermi, lasciando pro forma ai privati soltanto le briciole. Berlusconi aggirò l’ostacolo organizzando una distribuzione capillare di videocassette (nastri dei programmi registrati) in modo che dalle Alpi alla Sicilia la sua produzione fosse in grado di essere trasmessa in perfetto orario su ogni televisore della penisola. Una furbata. Che un pretore, ovviamente d’assalto, sgamò e cercò di azzerare.
Servì l’intervento del presidente del Consiglio, Bettino Craxi, amico del Cavaliere, per annullare il decreto che azzoppava la Fininvest. Un favore o un atto di giustizia? Dipende dai punti di vista. La mossa del premier comunque aprì la strada alla cosiddetta legge Mammì che, a vent’anni dall’avvento delle antenne commerciali, mise ordine nel settore. Praticamente, il monopolio si trasformò in duopolio. Altre emittenti (eccetto Sky, entrata in funzione in tempi recenti) non ebbero l’opportunità di sfondare. A questo punto, le tv del Biscione furono obbligate a dare spazio all’informazione: telegiornali a tutto spiano. E qui Berlusconi, per quanto bombardato dalle critiche di qualsiasi segno politico, fece un capolavoro. Affidò a un giovanissimo Enrico Mentana il Tg di Canale 5 e a Emilio Fede (il vero iniziatore del giornalismo televisivo nelle «commerciali ») i Tg di Italia 1 e Rete 4.

Chicco rivoluzionò, col suo modo di condurre, i notiziari e ancora oggi, passato a La7, egli è giudicato il miglior talento nel suo campo. Di Mentana si potrà dire tutto tranne che sia stato asservito anche solo dieci minuti al leader del centrodestra. Nonostante ciò, per oltre 15 anni, l’informazione di Canale 5 è stata tacciata di berlusconismo. Oggettivamente, una balla. Qualcuno obietterà che però il Tg di Fede è stato per lustri un esempio di partigianeria politica, una specie di Telesilvio. Non c’è dubbio. Come non c’è dubbio che il notiziario di Raitre sia smaccatamente progressista. Ma la polemica antiberlusconiana è violenta e trascura l’obiettività. Se un Tg è di sinistra va bene, se è di destra è uno scandalo.
Lo stesso criterio fazioso è stato adottato nel valutare ogni altro tipo di trasmissione: i varietà della Rai, per quanto pessimi, erano e sono tollerati, perfino quelli, innumerevoli e tutti uguali, di Raffaella Carrà; quelli di Mediaset sono invece indegni, alimentano la sottocultura, rimbambiscono il pubblico e lo rendono incapace di intendere e di volere, piegandolo al cattivo gusto di marca berlusconiana. Siamo all’assurdo. Si ignora sfacciatamente che l’impronta alla produzione Mediaset è stata impressa da specialisti di sinistra: Carlo Freccero, un fuoriclasse rosso fuoco; Antonio Ricci, altro fuoriclasse di seme progressista, ideatore di Striscia la notizia e Drive in, per citare due signori autori di programmi cult.

Mi preme poi osservare che il direttore delle reti berlusconiane più duraturo è stato Giorgio Gori ovvero lo spin doctor di Matteo Renzi che, se non sbaglio, è del Pd, avendo inoltre partecipato alle primarie del partito di Pier Luigi Bersani. Contro ogni evidenza, si continua però a dire: le tv di Sua Emittenza hanno provocato un disastro etico incrementando il più bieco berlusconismo e inquinando la mentalità dei connazionali. Si sorvola anche sul particolare che l’80% di chi lavora a Mediaset si vanta di essere anti Pdl ed è iscritto al sindacato paleolitico di stampo comunista.
Se rispondesse a verità che il Biscione ha distrutto il buon gusto dei telespettatori abituandoli al peggio, la responsabilità sarebbe della sinistra, cui appartengono tutti gli autori, gli attori, i comici (Zelig) e addirittura i tecnici delle luci, i cameramen e i truccatori pagati dal «duce » di Arcore. I più feroci oppositori di Canale 5 e affini forse non sanno che i format più diffusi utilizzati sia dalla Rai sia da Mediaset provengono dagli stessi fornitori statunitensi e inglesi. Né sanno che ormai la tv è globalizzata, per cui mezzo mondo usufruisce delle medesime immagini, dei medesimi telefilm, delle medesime schifezze seriali.
Il sistema televisivo è identico in decine di Paesi e ha provocato un appiattimento peraltro inevitabile essendo dovuto all’esigenza di contenere le spese. Se ignoranza significa ancora essere disinformati e avere il cervello ottuso, mi pare che ignoranti siano dunque gli intelligentoni che attribuiscono a Mediaset di aver bacato la testa del popolo. È il contrario. Sono gli intelligentoni (cretini) a non capire dove sia la verità: si illudono di averla in tasca.


Letto 1460 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart