I film visti da Franco Pecori

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.  È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini.]

Milk

Milk
Gus Van Sant, 2008
Sean Penn, Emile Hirsch, James Franco, Josh Brolin, Diego Luna, Brandon Boyce, Kelvin Yu, Lucas Grabeel, Alison Pill, Denis O’Hare, Victor Garber, Howard Rosenman, Peter Jason, Carol Ruth Silver, Eric Stoltz.

Uscire allo scoperto. Harvey Milk (Penn)  usò questa leva psicologica per sollevare il “mondo” sommerso dei gay americani e la sua politica ebbe successo. Gli costò la vita, però.  Spese tutte le sue energie per fare di sé un bersaglio e nel 1978 fu assassinato. Nonostante la reazione dei conservatori e dei cattolici californiani, Milk  seppe andare  oltre il confine della rivendicazione locale, a San Francisco. Il  biopic di Van Sant  racconta la storia del primo americano riuscito ad affermarsi in politica essendo dichiaratamente omosessuale, ma il film non è solo una biografia. Il regista di Elephant (2003) e di Paranoïd Park (2007), proprio restando alla concretezza della vicenda,  ne fa espressione di sentimenti e di  temi più larghi. Van Sant va in profondità, grazie alla bravura di Sean Penn  nell’immedesimazione interpretativa e con la scelta estetica di coniugare l’”impressione di realtà” (macchina a mano, foto sgranata, tagli stile news)  con  l’opposto dei momenti poetici dedicati al “privato” del protagonista; “condivide” passo passo la crescita e l’esplosione delle energie di Milk, rivelandone l’intimità mentre sembra volersi mantenere ad un’obbiettività “documentaristica”; e dall’altra apre lo sguardo verso  tematiche socioculturali  che ci fanno rivivere, con la coscienza di oggi, la realtà di un paese complesso come l’America. Milk va così a far parte del gruppo di film che meglio aiutano ad aprire il grande giocattolo, a vedere cosa c’è dentro. Restando ad opere prodotte negli ultimi anni: Million dollar baby (2004)  Good night, and Good Luck (2005), Non è un paese per vecchi (2007),  L’ospite inatteso (2008). Nello stesso passaggio di Penn dalla regia (2007)  di Into the wild (sull’ansia di recuperare il sogno di una vita rinnovata e diversa oltre l’inganno aprospettico dei destini precostituiti) all’impareggiabile interpretazione di Milk è la prova di come e di quanto il grande  cinema possa e voglia ancora impegnarsi in discorsi non puramente commerciali.

Home

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Ursula Meier, 2007
Isabelle Huppert, Olivier Gourmet, Adélaïde Leroux, Madeleine Budd, Kacey Mottet Klein.

Una famigliola  un po’ strana  (marito, moglie, due ragazze e un bambino) vive beatamente in mezzo ad un campo a pochi metri da un’autostrada non finita, in costruzione ormai  da  dieci anni. Marthe (Huppert) e Michel (Gourmet) sembrano a loro agio nella casetta un po’ improvvisata ma funzionante, si comportano in maniera “normale”, come se attorno ci fosse il resto dell’umanità,  però liberi nella loro perfetta autonomia. Michel ogni mattina scavalca il guardrail, sale in macchina, porta Marion e Julien a scuola  e va al lavoro, Marthe fa girare  la lavatrice e  stende i panni lì fuori mentre Judith (Leroux), la maggiore, se ne sta indifferente,  sdraiata in bikini a prendere il sole sul prato. Forse per la prossima estate sarà pronta la piscina che Michel sta costruendo nei ritagli di tempo. Vita aperta, vita beata. Ma durerà? Il sogno s’interrompe quando arrivano gli operai ad asfaltare. Il tratto rimasto interrotto per tanto tempo si apre al traffico, le auto e i Tir sfrecciano a dieci metri. L’inquinamento acustico e chimico traforma la casetta in un inferno invivibile. Non resta che barricarsi all’interno, a costo di non respirare. Il film è condotto sul filo del paradosso, con un tagliente humor che intacca le nevrotiche certezze della stranezza e la stranezza delle certezze. Il rumore fa esplodere le discordanze tra gli elementi della famiglia, il fuori e il dentro diventano due dimensioni non più armonizzabili. La Huppert e Gourmet si destreggiano con leggerezza in una selva di rimandi impliciti, metaforici, comici e drammatici. Tuttavia l’impressione è che, al suo primo lungometraggio (presentato nel 2008  alla Semaine de la critique di  Cannes), la regista francese si sia, per così dire,  caricata di eccessive responsabilità. Il problema della scelta estrema di vivere fuori contesto, “come se niente fosse”, si traduce stilisticamente in una provocazione anche culturale (cinematrografica) di una certa efficacia, ma non in tutte le scene la trasparenza del progetto si fa corpo estetico nel senso pieno. L’abito resta imbastito.

Revolutionary Road

Revolutionary Road
Sam Mendes, 2008
Kate Winslet, Leonardo DiCaprio, Kathryn Hahn, David Harbour,  Kathy Bates, Michael Shannon, Zoe Kazan, Ryan Simpkins, Ty Simpkins, Ryan Simpkins, Richard Easton, Michael Shannon, Kristen Connolly, John Behlmann, Adam Mucci, Timothy Warmen, Lorian Gish.
Golden Globe 2009: Kate Wnslet atr.

Giudizio senza appello sul “paradiso” degli anni ’50, ancor più lontano, se possibile, da quello raccontato nel 2002 da Todd Haynes. Dopo il capolavoro interpretativo che fruttò a  Juliane Moore la Coppa Volpi e la nomination all’Oscar, ora è  toccato a Kate Winslet (Golden Globe) il ruolo della donna inquieta, oppressa dal “vuoto” epocale.    Frustrata nei suoi sogni da un marito che sembra volerla assecondare in certi slanci verso una vita più libera (a Parigi! a Parigi!),  ma che invece resta ancorato ai princìpi e alle abitudini rassicuranti e “confortevoli”  di Revolutionary Road (a un passo  da New York, fuori dalla frenesia della metropoli), April  patisce la prigionia  delle proprie aspirazioni e va incontro al finale drammatico, segnato dallo stesso destino ambientale che via via è venuto consolidandosi nello svolgimento narrativo. Tratto dal romanzo di Richard Yates, il film gioca sul doppio binario della prova di attori (A DiCaprio la parte più  convenzionale, di Frank marito trentenne in bilico tra le velleità giovanili e la sistemazione professionale) e del discorso  sociologico. Ben misurati, in questo senso, tutti i ruoli di contorno, la coppia di amici (Milly/Hahn e Shep/Harbour), la famiglia Givins col figlio “disturbato” (John/Shannon)  che dice la verità sui malesseri degli altri e con la madre sensale (Helen/Bates), perfetto specchio della piccola medietà del tempo. La Winslet, a differenza della Moore di Lontano dal paradiso, prende “di petto” il personaggio, con  effetti più accentuati, che però finiscono per scaricarne l’energia, attenuando quel senso  di spinta verso la liberazione così ben compresso – ed esplosivo –  nel film di Haynes. Mendes conferma qui una sua propensione al discorso “in stile”, da American Beauty (1999) a Era mio padre (2002), criticando e fotografando con cura.

Il dubbio

Boubt
John Patrick Shanley, 2008
Meryl Streep, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Viola Davis, Lloyd Clay Brown, Joseph Foster, Bridget Megan Clark, Lydia Jordan, Paulie Litt, Matthew Bradley Marvin, Evan Lewis, Audrie J. Neenan, Susan Blommaert, Alice Drummond, Carrie Preston.

Un coppia strepitosa di attori per un film duro su un tema dalle larghe  implicazioni.  Regista è lo stesso autore della pièce teatrale che, partita nel 2004 dall’off Broadway,  ha  spopolato in tante altre piazze,  e per la quale Shanley ha avuto il premio Pulitzer nel 2005.  Siamo nel 1964. Del ’63 è l’assassinio  di John Fitzgerald Kennedy e il Concilio Vaticano II, aperto da Giovanni XXIII nel ’59, è ancora in corso, continuato da Paolo VI.  In una scuola cattolica del Bronx si riflettono i fermenti della società in fase di rinnovamento. Le tendenze progressiste di padre Flynn (Hoffman) sono ostacolate dalla preside Aloysius (Streep). La scintilla decisiva del contrasto tra i due  viene dalla presenza di un alunno di pelle nera. Suor Aloysius ha il dubbio che il prete abbia delle attenzioni non normali verso il  bambino (l’età è quella della  terza media).  Ma il  dramma  va in profondità, oltre la possibile questione della  pedofilia.  Ciò si può  già comprendere dalla prima  parte, che mostra la rigidità della preside nel gestire l’educazione dei ragazzi –  e qui la Streep è bravissima nell’evitare il rischio di una caratterizzazione schematica; ma col procedere della vicenda, il film  prende una prospettiva  che, mentre investe la dimensione individuale dei personaggi cogliendone le ambiguità psicoanalitiche, rimanda ad una visione sociale e culturale databile sì  in una  precisa epoca eppure leggibile oggi  secondo un vivo  senso di attualità. Non inutile, nel contesto del  “duello” Aloysius/Flynn, il ruolo di Amy Adams (sorella James), la giovane suora insegnante di storia, che parla con passione di Kennedy e non gradisce alla parete  il ritratto di Pio XII (ma lo usa per spiare gli alunni ai banchi come in uno specchio). Proprio lei si lascia prendere dal fascino perverso  della preside, contribuendo al consolidamento del “dubbio”. La sequenza finale, con le due donne  nel giardino di un Natale di ghiaccio,  non va raccontata, è però  decisiva per la lettura non superficiale del dramma, risolto, al di là del testo,  nel suo specifico, con la sublime arte di Meryl Streep.

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