Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Incontro con Dio

1 Febbraio 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Tu non ci crederai, amico lettore, ma a forza di nominarlo, una mattina che proprio non me l’aspettavo Dio mi comparve davanti e, svelando un animo tanto nobile e generoso, mi invitò a salire con lui in cielo.
Proprio così!
Me ne stavo nel mio giardino, seduto sotto i bei pini, che già in primavera mandano una consolante frescura, e svagavo con lo sguardo un po’ di qua e un po’ di là oltre la recinzione, quand’ecco che apparve proprio lì davanti a me Dio, allegro, esuberante, scherzoso.
Resto immobile. Non è possibile che sia proprio lui, Dio in persona!, mi dico. Ma l’aspetto è quello che conosco, che ho appreso dalle belle pitture e dai libri.
“Sono proprio io, il Padreterno” mi rassicura, e si siede accanto a me, e insieme guardiamo la strada, che in quei giorni era trafficata come non mai.
“Vedete, mio Signore, com’è diventata insopportabile la vita! Voi pensaste di edificare per gli uomini l’Eden, il Paradiso terrestre, e alla fine è rimasta questa Terra devastata.”
Qualcuno dei passanti mi osservava gesticolare, e si fermava incuriosito davanti alla recinzione. Non potendo scorgere Iddio accanto a me, restava lì impalato, incredulo di ciò che vedeva. Aspettava un po’, eppoi, scuotendo il capo, si allontanava.
“Vorrei che conosceste il mio paese” dissi ad un tratto.
Mi sorrise. Fece cenno di sì e insieme uscimmo nella strada. Quel vecchio imponente parve ancora di più ingigantirsi. Le auto passavano e quell’uomo diveniva sempre più grande.
Giunti sul ponte, volle chinarsi a guardare l’Ozzeri, il corso d’acqua antico.
Davanti al piccolo cimitero si fermò. Entrò e chiamò quei morti ad uno ad uno. Mi parve che essi rispondessero a lui, e infine comparvero e gli si radunarono intorno.
Scherzava e rideva con loro.
Salimmo sul piccolo colle, dove sorge la parte più antica del paese. Lassù ci raggiunsero i rintocchi del vecchio campanile.
Fu proprio in quel preciso momento, mentre scoccava l’ultimo rintocco, che mi accorsi che il paese sotto di me si faceva piccino piccino, ed io stavo volando, e Dio era sopra di me e con le braccia mi teneva sospeso nell’aria, ed io scorgevo il paese e la mia città allontanarsi, e a poco a poco svanire.
“Ho paura, mio Signore.”
Ma Dio arrivò in un istante.
“Siediti qua” mi disse.
Stavo in un bel giardino, colmo di piante e di fiori, e Dio si sedette accanto a me.
“Ora non avrai più bisogno di fantasticare su quello che dico e che faccio. Guardati intorno, e sazia finalmente ogni tua curiosità. Questo in cui ti trovi è il giardino della mia casa. È qui che vengono a trovarmi gli angeli e i trapassati che vivono con me.”
Era un luogo meraviglioso, ricco di colori e di silenzio. Sentivo che lì si poteva essere felici.
Domandai notizie dell’arcangelo Michele.
“Vorrei tanto vedere se somiglia alla statua che si trova in cima alla chiesa della mia città.”
“Lo vedrai, ma non avere fretta.”
“Sono morto, mio Signore?” balbettai.
“Ritornerai sulla Terra” mi rispose sorridendo. “Ti ho portato quassù perché voglio che quando parli di me tu conosca davvero ciò che sono.”
“Non siete contento di me?”
“Parli a vanvera, a volte. E ti burli del tuo Dio.”
“Eppure vi ho sempre dentro il mio cuore.”
“Perché allora mi tratti come se fossi un bambino capriccioso, e non il Dio di Mosè, di Abramo, di Giacobbe?”
“La verità è che non riesco ad aver paura di voi, mio Signore. È così bello immaginarvi allegro, burlone, capace anche di commettere qualche imbroglio pur di raddrizzare le cose sulla Terra.”
“Pensi male di me quando le cose non vanno per il verso giusto, non è vero, briccone?”
“A volte non mi riesce di frenare il pensiero.”
“E chi ci rimette sono sempre io!”
“Mi acceca il troppo dolore che vedo sulla Terra. Soprattutto la sofferenza che colpisce gli innocenti, i bambini che non hanno colpa. Allora mi prende una grande tristezza, un grande sconforto. Perché fate nascere degli innocenti ciechi, storpi, senza gambe né braccia? Perché permettete che i grandi facciano tutta quella violenza sulla Terra? Non immaginate quanto sia difficile per un uomo semplice come me accettare questa vostra verità così spietata.”
Dio si fece pensieroso e triste e non parlò più.
Un gruppo di persone si stava avvicinando. Avevano l’aspetto di uomini in tutto simili a me, e compresi che erano dei trapassati.
Dio fece loro cenno di avvicinarsi, e vennero intorno a noi e Dio parlò a uno di loro.
“Vedi?” gli disse “Ancora sulla Terra ci si interroga sul dolore. Quanti millenni dovranno trascorrere perché l’uomo riesca a scorgere l’anima che ha dentro di sé? Ah, se cercasse di dialogare con lei, cadrebbe tutta la sua incredulità!”
Quegli uomini si sedettero accanto a noi, conversando con Dio. Dal modo di parlare e dalle cose che dicevano riconobbi Platone, a cui Dio s’era prima rivolto, e Aristotele, e Dante, Milton, e Goethe.
“Sarete fiero, mio Signore, di avere quassù ingegni come questi, che hanno fatto grande la Terra” sospirai, quando quegli uomini si furono allontanati.
Ma Dio m’indicò un uomo che si stava avvicinando.
“L’amore che costui sparse sulla Terra è ancora così grande che egli ne inonda quassù tutto il Paradiso. Si fece il più povero tra i poveri. Fu il più umile tra gli umili.”
San Francesco passò davanti a noi e non disse nulla.
“Perché, mio Signore, avete resa così complicata la vita? A mano a mano che trascorrono i secoli, tutto diventa più difficile. Serve davvero all’uomo il progresso? O esso invece non ci allontana sempre di più da voi?”
“Perché l’uomo mi sfida?”
“Vuole essere simile a voi.”
Dio si alzò e mi condusse in giro per il suo giardino e mi indicava tutti i fiori più belli. Si chinava, li contemplava e poi, rivolgendosi a me, mi ripeteva sorridendo:
“Che cos’è l’intelligenza dell’uomo a paragone delle meraviglie che stanno nascoste nella Creazione.”
“Ma voi lo amate, l’uomo…”
Giungemmo vicino ad un limpido ruscello, e Dio mi invitò a sedere sulla riva; quindi mi pregò di osservare, laggiù in basso, la Terra, che appariva azzurra e splendente.
Per uno strano prodigio, essa d’un tratto, a poco a poco, parve avvicinarsi e potei distinguere nitidamente i continenti, e poi, piano piano, riconoscere le città; e infine divennero grandissime le strade e le case.
Vi si agitava un’umanità disperata, frenetica, la quale, vista da lassù, faceva contrasto con la quiete e la bellezza della natura che le stava intorno.
“Lo puoi vedere da te ciò che sta succedendo sulla Terra per colpa dell’uomo.”
“Voi lo avete fatto così.”
Ci mettemmo a correre per i campi, e attraversammo boschi, foreste, fiumi, praterie sconfinate.
“Sono contento di trovarmi qui con voi” gli gridai al colmo della felicità.
E Dio mi sorrideva, mentre mi sollevava nel cielo e mi faceva volare con lui, a fianco delle aquile, dei falchi, delle rondini, dei gabbiani.
“Ti piace quassù?” mi diceva sorridendo.
“Fatemi restare con voi” lo supplicai.
Dio mi accompagnò sulla cima di un monte e di nuovo mi mostrò la Terra.
“Che devo fare, mio Signore, tornando sulla Terra, per rendervi felice?”
Dio non mi rispose. Mi tese invece la mano e insieme ci inoltrammo per un sentiero. Qua e là sorgevano piccole case, davanti alle quali la gente si radunava e conversava. Tutti quelli che ci incontravano, ci salutavano con grande calore.
“È bello qui. Se gli uomini lo sapessero, non avrebbero paura della morte.”
“Anche tu un giorno verrai quassù.”
“Ditemi dove sono mio padre e mia madre” domandai.
Sbucò proprio in quel momento da un sentiero un gruppo di angeli. Tutto contento, Dio esclamò:
“Questi è l’arcangelo Michele, che volevi incontrare!”
“Eccolo,” proseguì rivolto all’angelo “il lucchese che spesso si prende gioco di noi.”
L’angelo si staccò dal gruppo, e con le braccia spalancate mi venne incontro. Mi baciò.
“Non fatela andare in malora quella mia statua, lassù in cima alla bella chiesa della tua città” mi disse sorridendo.
Per un attimo mi sembrò di ritrovarmi proprio dentro la mia Lucca, nella bella piazza San Michele, e di avere il viso rivolto all’insù, verso l’angelo.
“Parla di me tutte le volte che vorrai” mi sussurrò all’orecchio, lasciandomi. “E parla anche di Dio, perché lui è contento di te.”
Dio stava zitto in disparte, e quando San Michele se ne fu andato, mi si avvicinò.
“Non ti ho condotto qui per mostrarti tuo padre e tua madre.”
“Sono felici?”
Dio non mi rispose.
Da quella cima di nuovo mi mostrò la Terra, e la cara sfera azzurra sembrò risplendere, farsi più bella.
Dio allora mi prese per mano e ancora una volta mi ritrovai sospeso nel vuoto. Sentivo il vento soffiare da ogni parte, e così compresi che il mio viaggio era per finire e Dio, a quella grande velocità, mi stava riaccompagnando a casa.
Mi ritrovai infatti nel mio giardino, e Dio era in piedi davanti a me.
“Sono stato più volte sul punto di annientare l’uomo.”
“Abbiamo tanto bisogno di voi, mio Signore. Come dobbiamo vivere? Non ci abbandonate.”
Ma Dio se n’era già andato.
Spesso mi domando, ancora oggi, se egli abbia udito quelle mie parole.
Lo penso lassù, in mezzo a quei boschi che io ho visitato con lui, su quei campi, tra i fiori, lo odo parlare con gli angeli, raccontare a mio padre e a mia madre di quella mia visita straordinaria, e vedo i miei vecchi genitori sorridere, ringraziarlo e scherzare con lui. E allora voglio credere di sì, che Dio mi abbia udito quel giorno e stia per confidare agli uomini il modo di conoscere, apprezzare e conservare per sempre l’amore, la pace, il silenzio, la gioia, la bellezza della Creazione, l’umiltà e la dolcezza dei nostri sentimenti.
E vedo l’arcangelo Michele che gli sta intorno, non lo abbandona un istante, e ogni volta lo incoraggia nei momenti in cui Dio prova dolore e sconforto per noi.
Con la più grande ostinazione lo supplica di non rinunciare ad amarci.

 

 


Letto 2224 volte.


10 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 1 Febbraio 2009 @ 20:05

    Pagina all’apparenza semplice, ma profonda quanto l’uomo e quanto la fede. Con la genuinità e l’autenticità del tuo percorso coerente di vita e di credo, Bartolomeo, il testo si innalza al valore di una riflessiva e corposa realtà spirituale e non. La creatività di una “trasfigurazione” ci offre immagini di una purezza e di un incanto, mai sottratti all’ipoteca temporale, pur imbevuti nella luce di una forte tensione verso l’ “oltre”. E si traduce in un evento, forse irripetibile, di intensi significati.
    E Lucca, in alcuni suoi suggestivi particolari, non poteva essere sottratta all’ “evento”, ben conoscendoti, Bartolomeo
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 1 Febbraio 2009 @ 20:28

    Grazie ancora una volta, Gian Gabriele, per la puntualità e la precisione del commento, non solo nei confronti del mio racconto, ma anche degli articoli di altri collaboratori.
    La rivista si fa ormai un vanto di avere tra i commentatori fedeli uno come te. Non credo di sbagliare se affermo che presso tante riviste on line non è presente un commentatore bravo come te.

  3. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 1 Febbraio 2009 @ 20:42

    Grazie di cuore, Bartolomeo. Spero di essere ancora in grado di offrire i miei commenti (non so se sempre validi, ma veramente sentiti). Tutti i lavori li meriterebbero, perché esprimono un patrimonio umano e culturale non indifferente ed un impegno che coinvolge l’urgenza, la sensibilità, la capacità di chi scrive e, spesso, mette a nudo l’animo più genuino.
    Ti abbraccio, Bartolomeo
    Gian Gabriele

  4. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 1 Febbraio 2009 @ 21:39

    Con mia piacevole sorpresa la rivista ha fatto nel mese di gennaio 5.747 visitatori unici (potete leggere i dati che ogni mese pubblico sulla colonna destra della home della rivista). Spero che si possa riuscire a mantenere una quota oltre i 5.000. Un risultato che non mi sarei mai sognato di raggiungere.

    Ebbene, nel mentre ringrazio tutti, voglio dire che sono convinto che il merito vada ai collaboratori, bravi e seri negli scritti e nei comportamenti qui, ed anche a te, Gian Gabriele, proprio perché sei diventato un commentatore atteso e irrinunciabile.

  5. Commento by Daniela — 2 Febbraio 2009 @ 11:33

    Cari Bartolomeo e Gian Gabriele, se tutti vi leggessero ogni sera, come faccio io da un pò di tempo, si metterebbero in pace con se stessi, col mondo e con … l’amico di Bartolomeo, che non oso nominare (io non ne ho avuto ancora il permesso) e non averebbero più necessità di fare “bricconate”. Vi siete resi conto, voi due, che siete degli “healers”, o degli “alchimisti”? Per spiegare quest’ultimo concetto, però, dovrei inviarvi la traduzione che un amico mi ha fatto di una pagina tratta dal libro di uno psicologo portoghese. Datemi tempo.

  6. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 2 Febbraio 2009 @ 12:14

    Sono curioso… aspetto quella pagina, appena puoi inviarla. Se non è troppo lunga, puoi anche metterla nei commenti.
    A presto.

  7. Commento by Daniela — 2 Febbraio 2009 @ 13:21

    Il libro è di Edoardo Sà e si intitola “Chega-te a mim e deixa-te estar”. L’amico che me lo ha fatto conoscere si chiama Guilherme Carrico ed è uno psicologo portoghese che vive a Firenze. La pagina che mi ha tradotto si sofferma sul concetto che talora persone estranee possono essere per noi più preziose delle persone di famiglia.
    Credo ne sia sufficiente una citazione:
    “In realtà il mondo interiore non divide le persone tra estranee e di famiglia, bensì tra “viaggiatori e avventurieri”, “architetti” e “alchimisti”.
    I viaggiatori e gli avventurieri sono persone che ci sorprendono di passaggio. Sono come lucciole che ci offrono una luce ma poi ci lasciano al buio con un’altra delusione.
    Gli architetti aprono viali nel nostro cuore e disvelano altopiani. E ci guidano. Recano con sé rivoluzioni tranquille che fanno nascere altri luoghi ai punti cardinali.
    Gli alchimisti sconcertano di più. Aprono persiane nella nostra anima, le danno la luce del sole e ci trasformano per sempre… Come se non bastasse, gli alchimisti capiscono che ciò che distingue un “buon regalo” da un semplice “regalo” sono i legami che questo può creare tra chi dà e chi riceve.”

  8. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 2 Febbraio 2009 @ 15:34

    Cara Daniela, grazie di cuore per i graditi apprezzamenti. Fanno, indubbiamente, piacere e spronano a dare sempre più il meglio di noi stessi. Tanto più graditi, tali apprezzamenti, perché provengono da una persona che so particolarmente sensibile, di grande acume intellettuale e culturale, ricca di umanità.
    Bellissima la pagina tradotta e qui riportata. Ha la forza di commuovere
    Gian Gabriele

  9. Commento by Valeria Caristia Rinaldi — 22 Luglio 2009 @ 18:29

    E’ bellissimo, caro Bartolomeo, l’aldilà così dipinto.
    Questo tuo racconto è senza dubbio un luogo in cui rasserenarsi, anche quando non ce n’è bisogno. Molto poetico!Interessantissima poi la citazione riportata da Daniela.
    Grazie per questo regalo.
    Valeria

  10. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 23 Luglio 2009 @ 21:41

    Grazie a te di averlo letto, Valeria.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart