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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

29 Marzo 2008


[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. √ą autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Dani√®le Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccich√®, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori pu√≤ vantare la stima di Franco Fortini.]

Nessuna qualità agli eroi

Nessuna qualità agli eroi
Paolo Franchi, 2007
Bruno Todeschini, Elio Germano, Irène Jacob, Maria De Medeiros, Paolo Graziosi, Mimosa Campironi, Alexandra Stewart, Rinaldo Rocco.

Antonioni, va bene. Chiaro. Ma senza sentimento. E Antonioni non ¬†√® complicato. Tutt’altro. E’ molto semplice, solo che si accetti lo speciale sguardo che non fa differenza tra gli “oggetti” (persone e cose) e li tratta con equivalente “dignit√†”. Con ¬†Franchi, siamo a scuola. La chiave psicoanalitica, nel tentativo (ambizione) di entrare nel profondo dei ¬†personaggi, produce un effetto “mistero” pi√Ļ vicino al quiz (noir esistenziale √® la formula) ¬†che all’impulso estetico e l’incastro ellittico delle sequenze denuncia il distacco, la fredda determinazione dell’autore (s√¨, perch√© di cinema “d’autore” si tratta), di esibire una posizione non-ingenua rispetto alla materia, alla sostanza del contenuto. Gli ingredienti sono congrui. Bruno (Todeschini), il protagonista, vagola un po’ imbambolato per le vie, gli uffici, le camere da letto (una moglie ce l’ha, Anne/Jacob, ¬†ma col suo “riserbo” ¬†la fa soffrire fino a costringerla a salutarlo), addossandosi (letteralmente, nel senso del corporale) la responsabilit√† di una specie di disperata afasia (dall’accento francese/svizzero, per√≤). Il coprotagonista (Luca/Germano), complementare (attenzione, non √® una parola a caso), √® molto nervoso, si muove a scatti, da una crisi di panico all’altra, smozzicando man mano frasi sconnesse sul suo rapporto col padre. Ne fa le spese la sua ragazza (Elisa/Campironi), ¬†giovane, inconsapevole e violentata in diversi modi. E per Bruno √® una persecuzione, il giovane gli sta alle costole, se lo ritrova sempre pi√Ļ spesso accanto ¬†– cominciamo anche a sospettare che Bruno si stia facendo male da solo… ¬†Tutto nasce dalla difficolt√† di restituire ad un usuraio la somma avuta in prestito. Oppure dalla notizia, avuta dal medico, di non poter avere figli. Sterilit√† e odio del padre (il padre pittore, che usava le impronte dei figli – Bruno ha una sorella, C√©cile/De Medeiros, la va trovare, cosciente di una complicit√† che dobbiamo immaginare – per il suo capolavoro, “Nessuna qualit√† agli eroi”, da lui stesso detestato) vanno a formare la metafora centrale, sempre pi√Ļ trasparente col passare dei minuti (102). Pericolo di pennichella non ce n’√®, la musica e tutto il sonoro danno forza (molta) ai passaggi e agli attacchi, rammentandoci che ¬†il filo ¬†va seguito senza distrazioni. Interessanti anche i titoli, di testa e di coda, con una loro discrezione, di corpo piccolo sul nero.

Un bacio romantico

My Blueberry Nights

Wong Kar Wai, 2007
Norah Jones, Jude Law, David Strathairn, Rachel Weisz, Natalie Portman, Chan Marshall.

Vista da vicino, da molto vicino. L’America di Wong Kar Wai, sessantenne di Hong Kong, pubblicitario raffinatissimo ¬†e innamorato del proprio stile (Eros – La mano, 2046, In the mood for love), a guardar bene, √® molto convenzionale. Sembra diversa per via dell’ottica fotografica che la coglie prevalentemente ¬†in dettaglio. Gli oggetti pi√Ļ usuali, un bicchiere, la vetrina di un bar, una torta di mirtilli, un paio di scarpe, due labbra, il riflesso di una vernice metallizzata, diventano paesaggi fiabeschi, che sembrano le chiavi per entrare nell’intimo dei personaggi, li “impastano” nel loro background e ne restituiscono una dimensione “morale”. E si tratta di una morale “indefinita”, che sembra ¬†lasciare al plot tutta l’apertura possibile, perch√© vivere liberi nel paese delle grandi distese comporta anche un’angoscia del decidere, una suspence dell’azzardo. Al primo film girato negli Stati Uniti e ¬†in inglese (ma sulla targa di origine si legge Francia-Hong Kong) il regista cinese con abbonamento a Cannes ¬†manovra il simbolismo iconologico come fosse un’anima in pena. Norah Jones da cantante diventa attrice e indossa i panni della giovane donna delusa in amore. Subito una sequenza di struggente esistenzialismo da bar (in senso tecnico, non spregiativo), una fetta di torta e un bacio ultraromantico – il particolare lo vedremo alla fine (ma non deve sembrare un banale flashback) – e via, si parte per un viaggio semi-interiore durante il quale si incontrano persone e oggetti tutti importanti alla stessa maniera. Perno inamovibile, il barista Jude Law funziona da ¬†calamita sentimentale non dichiarata, ma √® intuibile che la sua attrazione finir√† per risultare ¬†irreristibile. Tra l’inzio e la fine, purch√© non sembri una narrazione troppo ¬†lineare o progressiva, incontri umanistici del tipo “strana compagna di viaggio pokerista insensata” (Natalie Portman), o “poliziotto alcolista ¬†con moglie sventata” ¬†(David Strathairn e Rachel Weisz). L’importante √® che il giro si compia.

Tutta la vita davanti

Tutta la vita davanti
Paolo Virzì, 2008
Isabella Ragonese, Massimo Ghini, Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti, Elio Germano, Sabrina Ferilli, Mary Cipolla, Tatiana Farnese, Caterina Guzzanti, Valentina Carnelutti, Paola Tiziana Cruciani, Niccolò Senni, Laura Morante (voce narrante).

¬ę√ą strana, √® laureata ¬Ľ. Pu√≤ capitare che una tesi di filosofia, in particolare su ¬†Marin Heidegger e ¬†Hannah Arendt, possa venire premiata con il massimo dei voti, la lode e il bacio accademico e che la ¬†ragazza laureata sia costretta a tamponare le necessit√† quotidiane con un lavoro a tempo, 400 euro al mese, in un call-center. ¬†Si sentir√† estranea e le diranno che √® ¬ęstrana ¬Ľ. ¬†Il giusto contrappasso per una filosofia troppo “debole” o “leggera” ¬†(in Italia, Vattimo, Severino) ¬†per sostenere il peso della crisi postmoderna? Il tema che Virz√¨ ha scelto per la sua nuova commedia di costume galleggia – come dire – ¬†al centro della ¬†vasca in cui sguazzano e ¬†rischiano di affogare, folle di aspiranti Fratelli (e Sorelle) della Grande Tv, in attesa che “questa societ√†” ¬†fornisca loro una soluzione diversa. L’inferno, intanto, li brucia. Il repertorio di pene √® ci√≤ che il regista, con lo sceneggiatore Francesco Bruni, esibisce come lasciapassare, di ritorno dalla visita in azienda, la Multiple Italia (elettrodomestici). Virz√¨ prende spunto da una satira della scrittrice Michela Murgia, esperienza di vita messa online in forma di blog, e la restituisce al cinema con il suo stile sorridente e amaro, ben collaudato nel ‚Äė94 (La bella vita), quando la Ferilli era “la Lollo degli anni ‚Äė90√Ę‚ā¨¬≥, e poi felicemente sviluppato in Ovosodo, My name is Tanino e Caterina va in citt√†. La storia di Marta (Ragonese bravissima), la “filosofa” senza raccomandazioni, che passa dall’aula tombale della seduta di laurea (ma √® proprio ridotto cos√¨ il pensiero accademico?) al desk delle venditrici-telefoniste, √® raccontata dalla voce fuori-campo di Laura Morante – ¬†sembra che non si possa fare pi√Ļ un film senza l’ausilio del “narratore” (cattiva coscienza letteraria). ¬†Nella prima parte, quando vieniamo introdotti nella struttura del call-center, ¬†l’accumulo di tipicit√† √® talmente vistoso da destare il sospetto di un’insicurezza ¬†verso la ¬†trasparenza del “messaggio”, ma poi vengono fuori angoli di “umanesimo”, man mano che Virz√¨ si sofferma a “spiare” i risvolti privati dei personaggi. E non solo di Marta, la quale, nell’immersione dei turni e dei premi, degli esercizi motivazionali e delle angherie psicologiche, si salva dall’annegamento (alienazione) anche grazie all’altro lavoretto, che ha trovato, di baby-sitter. Tutti gli altri, ciascuno al suo livello, hanno comunque a che fare con una “verit√†” e con una “poesia” della vita, che, sia pure in negativo, ¬†configura la consistenza delle loro diverse ¬†situazioni in un destino pi√Ļ generale, politico. Claudio (Ghini) √® il boss un po’ farabutto ma tenero con la figlia che non vede mai, Daniela (Ferilli) √® la telefonista, capo implacabile ma innamorata persa del boss, Lucio (Germano) √® il venditore tradito dalla ¬†propria convinzione, Giorgio (Mastandrea) √® il sindacalista un po’ sfigato (non c’√® pi√Ļ ¬†molto da fare?), Sonia (Ramazzotti) √® la svampita irrecuperabile (meno male che per la sua deliziosa ¬†bambina c’√® Marta). Tutti bravi, gli attori reggono bene il compito di far vivere le figure quanto basta a non restare completamente prigioniere del tracciato simbolico. Si attende un finale. C’√® una trovata un po’ “pazza” e sbrigativa, che non riveliamo. C’√® l’ Oxford Journal of Philosophy che finalmente si decide a pubblicare il lavoro di Marta. Ma in sostanza, ¬†la morale della favola rimane incerta, un po’ vaga e leggera. Come la filosofia della laureata?


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart