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LETTERATURA: Jean Genet: “Notre-Dame-Des-Fleurs”. Il Saggiatore, 1996

30 Marzo 2008

di Alfio Squillaci

[L’ultimo libro di Alfio Squillaci: “Mare Jonio”, Sedizioni, 2007]

L’abiezione, la corruzione, il degrado morale è materia che in letteratura ha trovato non molti modi di trattamento. Ce n’è uno che potremmo definire “classico” e fa il suo ingresso nelle lettere non prima del secolo scorso, con Baudelaire, Zola, tanto per fare qualche nome. È la “discesa agli inferi”, ossia un’esperienza estetico-intellettuale alto-mimetica, in cui un artista totalmente padrone delle proprie facoltà espressive “scende”, per così dire, nei gironi dell’Inferno contemporaneo, nei “ventri” delle metropoli, fra i demoni del vizio, là nei bassifondi della marginalità, nei territori della corruzione…ma fa tutto ciò tenendo alta la fiaccola del’intelligenza artistica come di chi scenda in cantine buie e maleodoranti.
C’è un altro modo poi – e questo di Genet e di Notre-Dame-Des-Fleurs ne costituisce un’epitome – che potremmo definire basso-mimetico, ossia un modo di trattare la guasta materia   omeopaticamente (“per sfuggire all’orrore, immergiti in esso fino agli occhi”, dice Genet), in cui non si “scende” all’Inferno, ma si è già lì, diavolo fra diavoli, dannato fra dannati.
Questo libro di Genet inaugurò, nel secondo dopoguerra, questa linea “mimetica” che conduce fino a Fassbinder e che qualcuno vorrebbe risalente a Franí§ois Villon. Essa ebbe l’avallo di grandi teppisti come Cocteau o intellettuali come Sartre, vogliosi di oltraggiare per interposta persona, utilizzando cioè l’inconsapevole e candido Genet, il monumento della Letteratura Francese.
Ora, a noi, questo secondo modo piace meno. Perché spesso spaccia per espressività ciò che è imprecisione del referto; perché dà per immediatezza genuina ciò che è solo assenza di ragionata e sorvegliata   mediazione redazionale; perché non riesce a scalare, ci sembra, nessun gradino dell’Arte pur ambendo ad essa (nel momento in cui si fa Libro e comunicazione letteraria).
Genet fu carcerato, sodomita, ladro, consapevole (troppo consapevole) maudit. Si legga questo libro, dunque. C’è tutta la sua poetica, che ci lascia un “po’ perplessi”, come scriveva Gadda (I Viaggi la Morte), uno dei suoi primi critici lettori. Resistiamo al ricatto che per dar conto dell’abiezione, occorra essere abietti; noi pensiamo che basti essere artisti. Spesso dietro la voce impostata dell’irregolare, del trucido per programma, del maudit à tout coup senti le stecche, le note stonate delle metafore fallite, della carenza di stile, o della scelta di voltaggi espressivi non convincenti. Così che, dietro certe tinte di fosco e opaco realismo (che poteva risultare “scandaloso” negli anni ’50, ma assolutamente sdato oggi), ci scopri il tono tutto sommato di un retore della marginalità, di un esteta dell’abiezione, di un semplice omeopata dell’orrore.


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Bart