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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

20 Febbraio 2010

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.  È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

La bocca del lupo

La bocca del lupo
Pietro Marcello, 2009
Fotografia Pietro Marcello
Vincenzo Motta, Mary Monaco.
Torino Film Festival 2009, Miglior film.

Sul filo dell’ambiguità: documentario/film drammatico (ma per noi, lo diciamo sempre, la distinzione è comunque fittizia). Enzo esce dal carcere e si avvia solo verso casa. Strada facendo, rivede i poveri luoghi della Genova dimenticata. Catanese, è andato poi in giro con il padre a vendere piccoli oggetti. Più di una volta i poliziotti non gli sono stati amici. Le immagini sono “poetiche”, ma a far prevalere il versante “finzione” è il testo fuori campo, “importante” nel tono e decisivo nella costruzione della metafora complessiva. Le sequenze si avvalgono fin dall’inizio di immagini “rubate” alla misera vita quotidiana dei diseredati di una zona portuale della città ligure. Una vita dove entra il valore estetico senza chiedere permesso e traduce per noi, attenuandone la referenzialità mentre ne esalta la portata simbolica, l’impatto emozionale dei singoli “oggetti”, persone e cose, dettagli, momenti, colori, umori. «I luoghi che attraversiamo – dice il narratore – sono archeologie della memoria ». Può anche essere una banalità, ma non per la macchina da presa, il cui occhio deve farsene carico fino al montaggio. Il regista, già autore nel 2007 del documentario Il passaggio della linea (Premio Pasinetti Doc a Venezia), ispirandosi per il titolo de La bocca del lupo al nobile sguardo verista di Remigio Zena – pseudonimo di Gaspare Invrea, scrittore torinese di fine Ottocento profondamente innamorato di Genova e degli angoli dell’antico porto – mette in scena la singolare storia di due personaggi incontratisi in carcere e divenuti – rude e tenero lui, sensuale trans e paziente lei – inseparabili amanti per sempre, per inseguire il sogno di una casetta in campagna, di un orticello, via lontano da tutti. In sostanza si tratta di una cine-intervista legata insieme con inserti ambientali che raccontano il contesto di quelle due voci, evocando un mondo al passato, bloccato alle soglie del Novecento. E nello stesso tempo, Enzo e Mary, proprio nella loro fisicità (corpo e voce), nella loro gestualità e intonazione, nel loro modo di ridurre al concreto particolare le proprie vicende “infernali”, offrono allo spettatore un’utopia postmoderna da riorganizzare, magari in vista di una prospettiva più umana, che risarcisca quel loro orticello di tutto il tempo penoso, ormai irriconoscibile se non per il cinema. Oggetto strano questo film di Pietro Marcello, vincitore del festival di Torino e ospitato nella sezione Forum a Berlino.  Cercando nella giungla distributiva, lo veda chi può.

Il figlio più piccolo

Il figlio più piccolo
Pupi Avati, 2009
Fotografia Pasquale Rachini
Christian De Sica, Laura Morante, Luca Zingaretti, Nicola Nocella, Sydne Rome, Massimo Bonetti, Manuela Morabito, Alessandra Acciai, Fabio Ferrari, Alberto Gimignani, Maurizio Battista, Giulio Pizzirani, Matilde Matteucci, Marcello Maietta, Vincenzo Failla, Aurora Cossio, Gisella Marengo, Tiziana Buldini, Pilar Abella, Christian Marazziti, Massimiliano Varrese, Emanuele Salce, Simone Arcese, Luciano Luminelli, Pino Quartullo.

Prosciugato. Oh, che nostalgia di Gita scolastica! In quest’ultimo Avati non v’è più traccia dell’autore di film dal sapore autentico, in cui una vaga influenza felliniana non creava imbarazzi e la cui poesia “minuscola” conteneva comunque una carica stilistica riconoscibile, un’attenzione ai particolari con esclusione accurata di indizi stereotipi, una produzione di senso in stretta colleganza con l’interiorità progettuale del racconto. È passato un quarto di secolo dalla gita del professor Balla (Carlo Delle Piane non più caratterista) con la sua terza liceo. Quegli anni Ottanta avviati (1983) lasciavano già avvertire inequivocabili olezzi di volgarità dilagante, eppure Avati proponeva un suo profumo dolce e fresco, con le sue venature anche aspre ma non aggressive. Sembrava che certi punti critici della società dei due decenni precedenti avessero lasciate intatte le capacità introspettive di un artista sensibile alla “biografia” dei propri personaggi, alla loro singola vita misteriosa, fatta di impalpabili quanto decisive scelte di comportamento. Altri, come Nanni Moretti, si difesero dall’onda del nuovo benessere con più espliciti sarcasmi, arrivando poi all’aperta invettiva perfino contro l’intoccabile Albertone nazionale. Avati no. Per lui, la Vita difficile consisteva nel pescare all’interno del privato, senza denuncia, a voce bassa. Ora perché quest’insofferenza tardiva,  scontata, quest’ironia indicata e sottolineata in chiave sociologica che toglie sostanza al tema e lo banalizza fin oltre il generico sceneggiato? Il fastidio della volgarità, della falsità, della compromissione affaristica che distrugge i valori della famiglia e la dignità delle persone, tutto ciò è nell’aria che respiriamo, è vero. Ma non è tardi per dirlo senza un minimo di “scrittura” autentica? Non basta già la maschera del De Sica pubblicitario e natalizio? Bisognerà che ci si rassegni, la “perfidia” di Sordi non si può “rifare”, ad essa non si può nemmeno accennare senza un risvolto di accondiscendenza sui cui diritti  artistici finisce per riflettersi il decadimento della riflessione. Riusciamo sì  ad immaginare l’interesse di un regista come Avati per una storia di perfido malaffare italiano, con un padre intrallazzatore romano che usa tutti quelli che gli capitano a tiro, mogli e figli compresi, per stare a galla e vivere ad un livello di privilegio tracotante. E però, proprio in questo Avati, manca la componente essenziale, che avrebbe fatto del racconto qualcosa di più profondo, di più sentito; manca quel dolore, quel pathos “minimo” – a volte anche straziante – che può tradurre in poesia la sofferenza di un personaggio piccolo. Invece, tutto intorno a Baldo (Nocella), il figlio più piccolo del mistificatore Luciano Baietti (De Sica), sa di parodia, di scenetta. La sceneggiatura è a tratti sbrigativa, come nell’ansia di non perdere il ritmo della didascalia, della semplificazione della metafora. Certo il grado di riconoscibilità dei tipi si accentua, ma le virgolette entro cui racchiudere il carattere di “ingenuità” del giovane e goffo sognatore (guarda un po’, frequentando una scuola di cinema sogna di fare un film di genere) rischiano di essere talmente in grassetto da soffocare parola e idea. Altrettanto e ancor di più pesa la “pazza” ingenuità della madre di Baldo, una Morante costretta (vogliamo credere)  ad accentuare in modo parossistico la propria disposizione alla fiducia  negli altri (marito farabutto compreso), tanto da ridurre a scadente  macchietta l’amore per un’assurda autenticità “country” (in coppia con l’incredibile amica americana Sydne Rome). E in seria difficoltà appare De Sica nel difficile compito assegnatogli, di mostrare il risvolto drammatico della vicenda, penosa e grottesta solo nelle intenzioni. La poesia di Avati non è nelle sue corde. Il più credibile finisce per essere Zingaretti nella parte del commercialista Bollino, inventore di scappatoie a getto continuo per i traffici del cliente-amico. Il suo tono moderatamente televisivo unisce e dispone, attenua, amalgama, con-promette la pari in-degnità di tutti.

The Wolfman

The Wolfman
Joe Johnston, 2009
Fotografia Shelly Johnson
Benicio Del Toro, Anthony Hopkins, Emily Blunt, Hugo Weaving, Geraldine Chaplin, Art Malik, Kiran Shah, Elizabeth Croft, Sam   Hazeldine, Olga Fedori, David Sterne, Bridgette Millar, Michael Cronin, Nicholas Day, Cristina Contes.

Figlio contro padre. Archetipo qui senza particolari egoismi, ma per salvare il futuro non solo proprio e del proprio amore, bensì per interrompere la maledetta catena di trasmissione del male. Dice infatti una leggenda gitana che «anche un uomo puro di cuore » può diventare un lupo. Non sempre né in ogni momento, ma con la luna piena e «quando fiorisce la luparia ». C’è insomma bisogno di un contesto favorevole, di un terreno fertile …all’inverso. Intanto però è necessario comunque fermare l’orribile processo. È Del Toro (21 Grammi, Sin City, Che) ad immedesimarsi nella parte di lupo figlio. Il nobile Lawrence Talbot ritorna a Blackmoor, il piccolo centro dov’è nato e dal quale andò via dopo la tragica morte della madre. Siamo nell’Inghilterra vittoriana del 1891. Il fratello di Lawrence è scomparso all’improvviso e la fidanzata Gwen (Blunt,   My summer love, Il diavolo veste Prada, La guerra di Charlie Wilson) ha chiesto aiuto per ritrovarlo. Lawrence trova un’atmosfera cupa. Nella vecchia casa vive suo padre, Sir John Talbot (Hopkins, Il silenzio degli innocenti,   Quel che resta del giorno, Hannibal), il quale da subito sembra non avere limpide intenzioni nella ricerca. Il suo aspetto è poco rassicurante, la sua presenza risulta ansiogena. Ed ecco l’ulutato del lupo. Spunta la luna e le notti si fanno tremende. Un misterioso e inverosimilmente feroce animale sbrana e fa a pezzi chiunque incontri nei paraggi.   Mentre cresce il terrore, Lawrence cerca di scovare la belva. Interviene anche Scotland Yard (il lupo e la legge), con il detective Aberline (Weaving, Matrix, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore), ma il mistero è sempre più fitto. O meglio, lo sarebbe. Il condizionale ha una radice cinematografica.   L’eclettico Johnston (Jurassic Park III, Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi) attinge al profondo pozzo della Universal fino a trovare L’uomo lupo del 1941 (regia di George Waggner, con Lon Cheney Jr.), un film in bianco e nero che fece epoca. Riattivare quel lontano senso dell’orrore si rivela impresa ardua. Non per la bravura di tutti gli attori e in particolare di Benicio Del Toro, ché quel suo sguardo obliquo ben delinea fin dall’inizio e progressivamente l’evoluzione malefica del personaggio; ma certo, a distanza di 70 anni dall’impatto più sensazionale, il cinema avrebbe potuto avvertire oggi l’opportunità di uno sguardo più consapevole e di una contestualizzazione più avvertita delle implicanze anche culturali di una leggenda come quella del wolfman. Dare alla zingara Maleva il volto di Geraldine Chaplin non basta. Figlio contro padre, dicevamo. Benché la figura di John Talbot, incarnata da Hopkins, abbia maggiore risalto rispetto al film di Waggner, il contrasto famigliare non trova un suo sviluppo interno, restando invece a livello spettacolare, tanto da sfociare in un semplice scontro fisico ultraviolento qual’è possibile con gli attuali mezzi dell’elaborazione digitale. Ma di violenze che trasformano i corpi umani in esseri “volanti” ne abbiamo viste abbastanza e la ripetizione non giova al mistero dell’uomo lupo. Altrettanto si può dire dell’uso forzato, per quanto stereotipo, del sonoro. Boati e schianti elettronici producono sensazione ma non impressionano ormai più di tanto. E non è nemmeno dagli effetti, tecnicamente ammirevoli, che può venirci lo stupore/orrore per la trasfomazione “in diretta” di Del Toro in belva.


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1 commento

  1. Pingback by Notizie dai blog su Il figlio più piccolo. Un film di Pupi Avati . Con Christian De Sica , — 6 Marzo 2010 @ 20:30

    […] CINEMA: I film visti da Franco Pecori [ Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.  È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). blog: Bartolomeo Di Monaco | leggi l’articolo […]

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