I film visti da Franco Pecori


[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini.]

Jumper

Jumper
Doug Liman, 2008
Hayden Christensen, Samuel L. Jackson, Jamie Bell, Rachel Bilson, Diane Lane, Michael Rooker, Anna Sophia Robb, Max Thieriot, Tom Hulce, Katie Boland, Nathalie Cox, Teddy Dunn, Barbara Garrick, Meredith Henderson, Sean Baek.

Teletrasporto. E’ una dote che solo alcuni dicono di avere. Per tutti gli altri è un mistero come una persona possa proiettarsi fisicamente da un punto all’altro dello spazio, vicino o lontano, attraversando aria e acqua, muri e rocce. Jumper è il saltatore, colui che appunto è capace di “saltare”, sfidando le leggi della Natura. Ne è passato di tempo da quando il filosofo Leibniz (1646-1716) andava dicendo che «Natura non facit saltus ». Ma tant’è. Liman (The Bourne Identity, Mr. & Mrs. Smith)  ha colto il giovane David (Christensen) in piena attività di jumper  e si è messo a seguirlo, per vedere dove sarebbe andato a finire. Non solo. Ha pure pensato che sarebbe stato più emozionante per lo spettatore potersi identificare con David, in una specie di soggettiva, in modo da sembrargli di poter egli stesso “saltare” di qua e di là, da New York al Colosseo, dalla Sfinge egiziana a Tokyo, in un unico viaggio senza confini, e godersi la vita. Sì, perché inizialmente, la scoperta che David fa delle proprie doti lo porta a progettare di spassarsela girando il mondo senza problema di soldi (li prende entrando nelle banche quando e come gli pare). E a costo di separarsi dall’amichetta di infanzia, di cui è sempre stato innamorato. Ma poi le cose cambiano di molto. Le meraviglie dell’elaborazione digitale alla Matrix passano in secondo piano di fronte all’emergere di un contenuto molto meno ludico. E purtroppo il film si appesantisce di una “morale” storico-religiosa difficile da digerire. David viene a sapere che nella strana dimensione di jumper non è solo e, anzi, un esercito di Paladini (cattolici)  è fin dall’antichità alla caccia segreta  del popolo dei  saltatori, per eliminarli dalla faccia della Terra. La sorpresa finale non possiamo ovviamente rivelarla, tanto più che non chiude affatto il film ma ne lancia un possibile seguito. Diciamo solamente che si potrà capire la ragione per cui David ha visto sparire la propria madre da bambino, quando egli  aveva appena 5 anni. Peccato, perché viene a cadere un elemento formale molto interessante, che permetteva di accostare il film ad una tradizione di cinema “fantastico”, fin dalle origini contrapposto al “realismo” dei Lumière. La Luna di Méliès non era certo oppressa da moralismi da inquisizione, niente a che fare col medioevo.

Fine pena mai

Fine pena mai
Davide Barletti e Lorenzo Conte, 2007
Claudio Santamaria, Valentina Cervi, Daniele Pilli, Giorgio Carecia, Ippolito Chiariello Giancarlo Luce, Ugo Lops, Danilo De Summa, Giuseppe Ciciriello, Lea Barletti, Fabrizio Parenti, Simone Franco,Fabrizio Pugliese.

Dissociato ma non pentito. Da una storia, come si dice, vera (in ogni caso ciascun film documenta soprattutto se stesso ed è ciò che conta), la triste fine di un affiliato alla famiglia mafiosa Sacra Corona Unita, nel Salento degli anni Ottanta. Condannato a 49 anni di carcere, in isolamento secondo l’articolo 41bis, Antonio (Santamaria)  racconta in una lettera alla  moglie Daniela (Cervi), ma insomma a noi,  la vicenda che lo ha portato, da studente universitario irrequieto, ad assumere un  ruolo di boss. Nel film, la Quarta mafia, così si chiamò anche la SCU, appare come una sorta di “nervosa” imitazione  di altre ritualità tradizionali, con  innesti attinti dalla “cultura” locale e dalla “lezione” siciliana. In sostanza, un’irrefrenabile violenza, frutto di una debole motivazione di fondo, di un’improntitudine che, con sguardo a ritroso, possiamo oggi attribuire alla drammatica superficialità del periodo. E così Antonio, che inizialmente non è che un giovane voglioso di esperienza, inseguendo una “vita al massimo”, si ritrova nella droga e nella morsa dei soprusi. Barletti e Conte portano nel film lo spirito delle loro precedenti esperienze di documentaristi e filmaker  “indipendenti”, offrendoci un quadro credibile dell’epoca, per l’ambiente e per il carattere ambiguo del protagonista. I registi hanno letto il libro (Vista d’interni, Manni Editori)  che Antonio Perrone, il vero boss, ha scritto in carcere dal 1992 al 2006  e lo hanno interpretato tenendo fede al carattere “interiore” di una storia individuale che, paradossalmente, è anche la fotografia di un profondo disagio sociale. Santamaria è bravo a  muoversi sul filo di una non-caratterizzazione, lasciandoci nel dubbio, se la vita perduta di Antonio sia stata o meno la vita assurda di un ragazzo “normale”, quasi uno di noi. E certo resta difficile comprendere come si possa cadere nella trappola di  una violenza così  stupida, senza “frutti” ragionevoli se non quelli di un primeggiare misero,  sterile, privo di  orizzonte. Il tema, svolto dignitosamente, avrebbe meritato forse una maggiore incisività artistica.  Così com’è, il film sembra buono per il cinema e per la televisione alla stessa maniera.

Il mattino ha l’oro in bocca

Il mattino ha l’oro in bocca
Francesco Patierno, 2008
Elio Germano, Laura Chiatti, Martina Stella, Narlo Monni, Raffaella Lebboroni, Fiorenza Pieri, Gianmarco Tognazzi, Umberto Orsini, Francesco Casisa, Corrado Fortuna, Dario Vergassola, Gerardo Amato, Donato Placido, Pietro Fornaciari, Antonio Buonuomo, Maria Grazia Schiavo, Edoardo Gabriellini, Maurizio Tabani.

Pinocchiesco. Patierno, dopo Pater familias (2003) continua un suo discorso sulle derivazioni, sulle radici, sulle responsabilità, sulla difficoltà a liberarsi dai condizionamenti di un’origine infantile dell’errore. E nella presentazione del film tratto dal libro autobiografico  Il giocatore  di Marco Balbini, ex DJ radiofonico e partner di Fiorello (a Radio Deejay molti anni fa e ora a Radiodue), il regista  svela la chiave letteraria  di questa specie di traduzione mitologica, dove il giocatore è un Pinocchio  che «cerca di liberarsi in vita dal suo destino di marionetta ». Patierno  evoca  le riflessioni di un saggista come Elémire Zolla sulle tradizioni e sulle loro  forme “puerili”. Ancor più profonda la “diagnosi” che di Pinocchio  ebbe a formulare  Emilio Garroni, di un burattino che corre «verso la morte » e quindi verso la vita di bambino, con le sue responsabilità (Pinocchio uno e bino, Laterza, 1975). Con tali premesse, il compito affidato a Germano non era affatto semplice. Il personaggio di Baldini, un ragazzo che si lancia nell’avventura della “diretta” senza schivarne i rischi e, anzi, addizionandovi  quelli del gioco (cavalli e poker), fino a bruciarsi nell’inferno dei farabutti e degli strozzini, aveva bisogno di una tridimensionalità oltre l’immediatezza dell’affresco realistico. Superando brillantemente gli agguati del macchiettismo, l’attore (già bravo  in Mio fratello è figlio unico di Luchetti, 2007) dà alla figura di Marco la giusta articolazione personale. Non si sofferma, non “appoggia”, ma non rinuncia certo a recitare, mostrando una crescente e ancor promettente  consapevolezza. Il film lo sostiene per quel che può, data la struttura quasi-diaristica che non sfonda il recinto “bio”, laddove forse ci si sarebbe potuti inoltrare in una rappresentazione più critica  degli anni ‘80, della loro cupa inutilità. Resta comunque il senso dell’iquietudine soffusa in una Milano triste e squallida;  e di una soluzione sospesa, nonostante la “toppa” finale sul tessuto liso della trama e nonostante l’uso insistito e non sempre opportuno  della “voce narrante”. Da segnalare la più che discreta prova degli altri attori, specie Orsini (lo strozzino), Chiatti (la cassiera della sala corse), Fortuna (Rosario, preannuncio “bestiale”  di Fiorello), Vergassola (direttore di Radio Deejay).

Persepolis

Persépolis
Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, 2007
Animazione. Voci orig.: Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve, Danielle Darrieux, Simon Abkarian, Franí§ois Jerosme, Gena Rowlands, Tilly Mandelbrot
Cannes 2007: Prix du Jury.

Marjane cresce. La bambina, intelligente e vivace,  ha 9 anni, vive con la famiglia in Iran.  È il momento  in cui sale l’opposizione dei capi religiosi alla  politica di  occidentalizzazione del Paese voluta dallo Scià. Per Marjane, che  ascolta la musica “proibita” e vorrebbe essere un po’ punk, la vita si fa difficile. E per i grandi non va certo meglio. Mentre la bambina cresce,  lo zio Anouche viene ammazzato, l’Iran viene attaccato dall’Iraq, si vive con la paura degli  Ayatollà. A 14 anni, Marjane viene mandata a studiare in Austria. Qui c’è il rovescio della medaglia. La ragazza deve superare i pregiudizi di chi vede in lei il fondamentalismo islamico solo perché è una giovane venuta dall’Iran. Sempre più sola, Marjane sente nostalgia della famiglia e torna a casa, dove ritrova  la nonna, che comprende le sue aspirazioni ad una vita libera e tuttavia  la corregge quando rischia di perdere l’integrità morale. Entrata in una scuola d’arte, Marjane avverte l’assurdità di studiare il nudo con le modelle completamente vestite e persino con la testa coperta dal velo. Quando poi si sposa, si accorge presto di non poter continuare in certe finzioni e se ne va definitivamente, questa volta in Francia. Il film è autobiografico e mantiene lo stile del fumetto (edito in Italia da Sperling & Kupfer)  da cui è tratto. Coraggioso nella forma del contenuto, non cede a semplificazioni ideologiche, rispettando la complessità delle situazioni culturali e politiche. Speciale nella forma dell’espressione, lascia le tentazioni veristiche della tecnologia digitale per seguire l’ispirazione con un disegno in apparenza  più tradizionale (quasi tutto in bianco e nero)  e invece modernissimo, che rende essenziale il tratto simbolico. Sfiorando l’espressionismo senza troppo darlo a vedere, l’animazione trasmette  il sentimento profondo di un disagio individuale  forse irrimediabile. Marjane è cresciuta e  porta con sé la pesante esperienza di una giovane vissuta nel cuore della crisi attuale.

Rendition – Detenzione illegale

Rendition
Gavin Hood, 2007
Jake Gyllenhall,   Reese Witherspoon, Omar Metwally, Alan Arkin, Peter Saarsgard, Meryl Streep, Omer Metwally, Igal Naor, Zineb Oukach, Moa Khouas.

Dai ghetti neri di Johannesburg dov’era cresciuto Tsotsi il regista sudafricano Gavin Hood (Il suo nome è Tsotsi, Oscar 2006  al miglior film straniero) passa alle  prigioni dove si torturano  cittadini stranieri residenti  neglio Stati Uniti e  sospettati di terrorismo internazionale, dopo averli “rapiti” in base alla pratica  americana  della “Estraordinary rendition”.  Siamo nel Nordafrica. L’agente della Cia Douglas Freeman (Gyllenhall)    ha dei  sussulti di coscienza sul metodo usato dal capo delle prigioni segrete, Abasi Fawal (Naor),  per interrogare Anwar El-Ibrahimi (Metwally), un ingegnere chimico, americano di origine egiziana. La moglie di Anwar, Isabella (Witherspoon), incinta, tenta invano di rintracciare il marito scomparso durante un volo da Città del Capo a Washington. Tramite un amico,  aiutante di un  senatore solitamente attento ai problemi del diritto, la donna prova a rivolgersi direttamente  al capo della Cia, Corinne Whitman (Streep), con zero risultati. L’inflessibilità della responsabile dei servizi americani si somma all’accanimento di Fawal, già turbato per i contrasti con sua figlia Fatima (Oukach), fidanzata con Khalid (Khouas),  un ragazzo probabilmente  legato al fondamentalismo islamico. Il problema della “sicurezza nazionale” e del rispetto dei diritti umani, di stretta attualità, è affrontato con rispetto per le diverse posizioni.  I dubbi di Douglas, la sua partecipazione emotiva alla sofferenza del “prigioniero” (bravissimo Metwally) sono inseriti in  un tessuto complessivo di cui fanno parte la rigidità glaciale della Streep e la sofferta   aggressività del poliziotto torturatore e padre di famiglia, l’amore ingenuo di Fatima per Khalid e il tormento del ragazzo che si porta dentro il dolore per la tragica fine  di un fratello attivista. La struttura del film è funzionale a tale  intrigo doloroso e contribuisce efficacemente alla necessaria crescita di una nuova  consapevolezza universale.

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