Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Due scenari da evitare

10 Aprile 2013

di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 10 aprile 2013)

I parlamentari che fra meno di due settimane dovranno scegliere il prossimo presidente della Repubblica sono certamente consapevoli delle poste in gioco secondarie connesse a quella scelta, ma non sembrano esserlo altrettanto di quella principale. La posta in gioco principale non è, detto con tutto il rispetto, il destino personale di Bersani o di Berlusconi. E nemmeno la scelta fra un governo di tregua e le elezioni. La posta in gioco principale è il destino della Repubblica. Parole grosse, certamente, che richiedono una spiegazione. Che sia in gioco il destino della Repubblica dipende dal fatto che la concomitanza di tre crisi (economica, politica, istituzionale) fa della Presidenza l’unico possibile «luogo » di difesa e di (parziale) stabilizzazione della democrazia rappresentativa. Un ruolo altamente politico, politicissimo, che va molto al di là della pura funzione di garanzia. Un ruolo imposto dalla forza delle cose e non dalla volontà di chicchessia. Un ruolo non previsto in questi termini dalla Carta del 1948, checché ne dicano certi costituzionalisti esperti nel gioco delle tre carte, che inventano sempre nuovi argomenti ad hoc per dimostrare che nulla è mai cambiato.

Tutti oggi si concentrano, comprensibilmente, sullo stallo politico prodotto dalla mancanza di una maggioranza parlamentare. Ma questo è forse il minore dei nostri guai. Chi pensa che sarebbe sufficiente riformare la legge elettorale non capisce o finge di non capire. Gli sfugge la gravità e la profondità della crisi. Significa che nemmeno il clamoroso successo del Movimento 5 Stelle è riuscito a scalfire tante pseudo-certezze. Non si tiene conto di quanto sia ormai profonda la crisi dello Stato: come testimonia la condizione in cui versa l’amministrazione pubblica (che dello Stato, qui come altrove, è il cuore). Né si tiene conto del fatto che la fragilità della classe politica parlamentare non ha facili soluzioni. Se anche dalle prossime elezioni dovesse uscire una maggioranza di governo, quella fragilità non verrebbe meno. Perché ha a che fare con la debolezza e la precarietà dei rapporti fra i partiti e gli elettori. Voto di protesta, frammentazione politica e etero-direzione (gruppi extrapolitici di varia natura che impongono le proprie scelte a una classe partitica priva di forza e di autorevolezza proprie) ne sono la conseguenza.

In queste condizioni, sulle spalle del presidente della Repubblica, grazie alla durata del suo mandato, ai suoi poteri formali e di fatto, e al carisma che circonda l’istituzione della Presidenza (un carisma cresciuto nel tempo a partire da quando, negli anni Ottanta, iniziò la crisi della Repubblica dei partiti), è stato caricato un peso da novanta. Spetta a lui, o a lei, con le sue scelte, tenere insieme la Repubblica. Le sue qualità e capacità personali diventano decisive.

Non si tratta, moralisticamente, di deprecare il fatto che i politici badano, anche nella scelta di un Presidente, ai propri interessi di breve termine. È così, è un fatto. Deprecarlo è come prendersela con la legge di gravità perché ci impedisce di librarci nell’aria. Si tratta però di pretendere la consapevolezza che l’inevitabile perseguimento degli interessi di breve termine, partigiani, delle varie forze politiche, debba conciliarsi con il carattere strategico (per la sorte della Repubblica) della elezione del nuovo Presidente.

Nelle circostanze presenti, significa evitare che si realizzi l’uno o l’altro di due scenari, entrambi potenzialmente esiziali. Lo scenario A (da evitare) è quello di un accordo al ribasso: si sceglie una figura di scarsa rilevanza, in grado di svolgere solo un ruolo notarile, una figura che non riuscirebbe a entrare in sintonia con l’opinione pubblica, ad acquistare quella popolarità, e anche quel carisma personale, che, ormai, la dilatazione del ruolo politico della Presidenza impone.

Lo scenario B (anch’esso da evitare) è quello della scelta di una persona, magari anche dotata di un certo prestigio personale di partenza ma che, per le modalità della sua elezione, appaia all’opinione pubblica, come il Presidente di una sola parte. Il che accadrebbe oggi (il pericolo non è ancora del tutto rientrato) se un partito come il Pd, reduce da una non-vittoria elettorale, si eleggesse qualcuno di sua scelta acchiappando voti grillini in libera uscita. Quel Presidente sarebbe, fin dall’inizio del suo mandato, un’anatra zoppa. Ogni sua mossa verrebbe interpretata alla luce di quel vizio d’origine, sarebbe accompagnata da cori (applausi e fischi) da stadio. Le tante decisioni difficili e sofferte che dovrebbe prendere, nel corso del suo settennato, stante la persistente fragilità della classe politica parlamentare, avrebbero sempre l’effetto di dividere e mai di unire il Paese. Aggravando ulteriormente la crisi della Repubblica.

Uomo o donna che sia, il prossimo Presidente non potrà essere né una mezza figura né un’anatra zoppa. Perché dovrà unire (come è riuscito a Giorgio Napolitano), in tempi cupissimi per la nostra democrazia, la funzione del garante di tutti e le qualità politiche ormai richieste a un Presidente. Per questo è così strategica la sua scelta.

Naturalmente, sarebbe anche tempo di capire che, se si vorrà mettere in sicurezza la Repubblica, non si potrà ancora a lungo pretendere di «contenere » il ruolo del Presidente entro le formule costituzionali vigenti, occorrerà decidersi a ricomporre il rapporto fra potere e responsabilità mediante la sua elezione diretta. Ma questo passo, così logico e così necessario, richiederà alle classi dirigenti del Paese molta più energia morale e intellettuale, e molta più forza, di quelle oggi disponibili. [Esplora il significato del termine: Due scenari da evitare I parlamentari che fra meno di due settimane dovranno scegliere il prossimo presidente della Repubblica sono certamente consapevoli delle poste in gioco secondarie connesse a quella scelta, ma non sembrano esserlo altrettanto di quella principale. La posta in gioco principale non è, detto con tutto il rispetto, il destino personale di Bersani o di Berlusconi. E nemmeno la scelta fra un governo di tregua e le elezioni. La posta in gioco principale è il destino della Repubblica. Parole grosse, certamente, che richiedono una spiegazione. Che sia in gioco il destino della Repubblica dipende dal fatto che la concomitanza di tre crisi (economica, politica, istituzionale) fa della Presidenza l’unico possibile «luogo » di difesa e di (parziale) stabilizzazione della democrazia rappresentativa. Un ruolo altamente politico, politicissimo, che va molto al di là della pura funzione di garanzia. Un ruolo imposto dalla forza delle cose e non dalla volontà di chicchessia. Un ruolo non previsto in questi termini dalla Carta del 1948, checché ne dicano certi costituzionalisti esperti nel gioco delle tre carte, che inventano sempre nuovi argomenti ad hoc per dimostrare che nulla è mai cambiato. Tutti oggi si concentrano, comprensibilmente, sullo stallo politico prodotto dalla mancanza di una maggioranza parlamentare. Ma questo è forse il minore dei nostri guai. Chi pensa che sarebbe sufficiente riformare la legge elettorale non capisce o finge di non capire. Gli sfugge la gravità e la profondità della crisi. Significa che nemmeno il clamoroso successo del Movimento 5 Stelle è riuscito a scalfire tante pseudo-certezze. Non si tiene conto di quanto sia ormai profonda la crisi dello Stato: come testimonia la condizione in cui versa l’amministrazione pubblica (che dello Stato, qui come altrove, è il cuore). Né si tiene conto del fatto che la fragilità della classe politica parlamentare non ha facili soluzioni. Se anche dalle prossime elezioni dovesse uscire una maggioranza di governo, quella fragilità non verrebbe meno. Perché ha a che fare con la debolezza e la precarietà dei rapporti fra i partiti e gli elettori. Voto di protesta, frammentazione politica e etero-direzione (gruppi extrapolitici di varia natura che impongono le proprie scelte a una classe partitica priva di forza e di autorevolezza proprie) ne sono la conseguenza. In queste condizioni, sulle spalle del presidente della Repubblica, grazie alla durata del suo mandato, ai suoi poteri formali e di fatto, e al carisma che circonda l’istituzione della Presidenza (un carisma cresciuto nel tempo a partire da quando, negli anni Ottanta, iniziò la crisi della Repubblica dei partiti), è stato caricato un peso da novanta. Spetta a lui, o a lei, con le sue scelte, tenere insieme la Repubblica. Le sue qualità e capacità personali diventano decisive. Non si tratta, moralisticamente, di deprecare il fatto che i politici badano, anche nella scelta di un Presidente, ai propri interessi di breve termine. È così, è un fatto. Deprecarlo è come prendersela con la legge di gravità perché ci impedisce di librarci nell’aria. Si tratta però di pretendere la consapevolezza che l’inevitabile perseguimento degli interessi di breve termine, partigiani, delle varie forze politiche, debba conciliarsi con il carattere strategico (per la sorte della Repubblica) della elezione del nuovo Presidente. Nelle circostanze presenti, significa evitare che si realizzi l’uno o l’altro di due scenari, entrambi potenzialmente esiziali. Lo scenario A (da evitare) è quello di un accordo al ribasso: si sceglie una figura di scarsa rilevanza, in grado di svolgere solo un ruolo notarile, una figura che non riuscirebbe a entrare in sintonia con l’opinione pubblica, ad acquistare quella popolarità, e anche quel carisma personale, che, ormai, la dilatazione del ruolo politico della Presidenza impone. Lo scenario B (anch’esso da evitare) è quello della scelta di una persona, magari anche dotata di un certo prestigio personale di partenza ma che, per le modalità della sua elezione, appaia all’opinione pubblica, come il Presidente di una sola parte. Il che accadrebbe oggi (il pericolo non è ancora del tutto rientrato) se un partito come il Pd, reduce da una non-vittoria elettorale, si eleggesse qualcuno di sua scelta acchiappando voti grillini in libera uscita. Quel Presidente sarebbe, fin dall’inizio del suo mandato, un’anatra zoppa. Ogni sua mossa verrebbe interpretata alla luce di quel vizio d’origine, sarebbe accompagnata da cori (applausi e fischi) da stadio. Le tante decisioni difficili e sofferte che dovrebbe prendere, nel corso del suo settennato, stante la persistente fragilità della classe politica parlamentare, avrebbero sempre l’effetto di dividere e mai di unire il Paese. Aggravando ulteriormente la crisi della Repubblica. Uomo o donna che sia, il prossimo Presidente non potrà essere né una mezza figura né un’anatra zoppa. Perché dovrà unire (come è riuscito a Giorgio Napolitano), in tempi cupissimi per la nostra democrazia, la funzione del garante di tutti e le qualità politiche ormai richieste a un Presidente. Per questo è così strategica la sua scelta. Naturalmente, sarebbe anche tempo di capire che, se si vorrà mettere in sicurezza la Repubblica, non si potrà ancora a lungo pretendere di «contenere » il ruolo del Presidente entro le formule costituzionali vigenti, occorrerà decidersi a ricomporre il rapporto fra potere e responsabilità mediante la sua elezione diretta. Ma questo passo, così logico e così necessario, richiederà alle classi dirigenti del Paese molta più energia morale e intellettuale, e molta più forza, di quelle oggi disponibili.]


Le proposte dei saggi: ‘taglio’ dei deputati a 470. Riforma elettorale, verso modifica del Porcellum
di Silvio Buzzanca e Alberto D’Argenio
(da “la Repubblica”, 10 aprile 2013)

ROMA – Ultimi due giorni di lavoro per i saggi di Giorgio Napolitano. Oggi nuove riunioni a Palazzo Sant’Andrea per le due commissioni, domani incontro in plenaria per chiudere i testi. Venerdì i dieci saggi chiamati ad indicare le riforme in campo istituzionale ed economico per facilitare la nascita del governo consegneranno il loro lavoro al Capo dello Stato.

Anche se i sei “economici” lavorano a riforme di rilievo come liberalizzazioni e rimodulazione del Welfare e del fisco, gli occhi della politica sono puntati sui quattro “facilitatori” istituzionali: Onida, Violante (Pd), Quagliariello (Pdl) e Mauro (Sc). Che hanno trovato un accordo sulla revisione dei regolamenti parlamentari e sul taglio dei costi della politica. Sul resto, legge elettorale e forma di governo, due saggi su quattro parlano di “intesa raggiunta”, mentre gli altri due dicono di avere ancora qualche riserva.

Il nodo resta la legge elettorale. Dal Pd e dal Pdl parlano di accordo fatto. Ma, raccontano fonti parlamentari, ci sarebbero riserve da parte del presidente emerito della Consulta, Onida, e del montiano Mauro, anche se i diretti interessati non confermano. Punto fermo è che i quattro saggi non presenteranno un articolato di legge ma si fermeranno ad una enunciazione di principi. Il primo, sul quale concordano tutti, è che “il Porcellum va cambiato”. Poi ci saranno il “principio di governabilità” e “il principio di libera scelta del cittadino”.

Il primo significa la conferma del premio di maggioranza anche se non è ancora stato deciso se ne verranno tracciati nuovi criteri o se ci sarà un numero secco. Il secondo può voler dire o preferenze, o liste corte o primarie per legge. Le riserve di Mauro e Onida si concentrerebbero sul fatto che limitandosi all’enunciazione di questi pilastri – racconta una fonte vicina ai lavori – “si andrebbe da una revisione del Mattarellum a una del Porcellum confermando l’attuale bipolarismo”.

Ieri Bersani ha sottolineato che “il buon senso ci porterebbe a tornare al Mattarellum”, il vecchio sistema elettorale. Anche Grillo aveva espresso un simile auspicio il che significa che Pd e Cinquestelle potrebbero farlo insieme a Sel, che ha già depositato alla Camera una proposta di legge che va in questa direzione. E del tema discutono anche i saggi, che al momento non hanno ancora deciso se richiamare nelle loro conclusioni il Mattarellum.

Accordo sul taglio dei costi della politica: ulteriore sforbiciata del 30% dei rimborsi elettorali per i partiti (arriverebbero a un totale di circa 120 milioni per legislatura). Che non prenderanno più i soldi a pioggia ma solo con le pezze giustificative ricevendo solo quanto veramente speso all’interno del nuovo plafond.

Dimezzamento dei parlamentari: si cambiano i criteri di rappresentatitività alla Camera (un deputato ogni 120mila elettori). I deputati passerebbero così da 630 a 470. In più il Senato verrebbe sostituito dalla Camera delle Regioni i cui membri saranno indicati dai consigli regionali che li pagheranno con l’attuale stipendio. Con il taglio di 315 senatori a carico dello Stato i parlamentari passerebbero dunque da 945 a 470.

Accordo anche sulla riforma dei regolamenti parlamentari: più poteri per governo e maggioranza con tempi certi per l’approvazione delle leggi bilanciati da uno Statuto dell’opposizione. Sulla forma di governo Quagliariello vuole il semipresidenzialismo caro a Berlusconi mentre gli altri tre saggi spingono per un rafforzamento dei poteri del premier.


Il valore di un confronto a tutto campo
di Federico Geremicca
(da “La Stampa”, 10 aprile 2013)

Settanta minuti l’uno di fronte all’altro, il giaguaro e l’uomo che lo voleva smacchiare. Doveva essere un incontro importante – se non decisivo – per avviare lo sblocco dello stallo post-voto, e non sarebbe andato male. Ma c’è da sperare, in verità, che le dichiarazioni rese dopo il faccia a faccia siano – come spesso e comprensibilmente accade – fuorvianti e non attendibili: in particolare per quel che riguarda il fatto che nel tanto atteso incontro non si sarebbe discusso del governo da varare.

Infatti, a quarantatrè giorni dal voto e in una situazione che appare irrimediabilmente ferma al palo, quel che forse si può cominciare a dire è che se tutto è ancora bloccato, questo in parte – forse in gran parte – è determinato da un evidente «gap di dialogo », cioè da una indisponibilità – o impossibilità – reciproca ad avviare un confronto capace di arrivare ad una soluzione. Tutti sono rimasti tenacemente fermi alle primissime dichiarazioni successive al voto e, come in una sorta di incomprensibile prosecuzione della campagna elettorale, non uno sforzo è stato fatto per tentare di avvicinare posizioni per altro non sempre e non totalmente inconciliabili.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: lo stallo perdurante, l’impantanamento del tentativo-Bersani, l’elezione di due presidenti del Parlamento che – al di là delle qualità personali – è difficile definire «largamente rappresentativi » e il buio totale per quel che riguarda il futuro presidente della Repubblica e il governo da mettere in campo in una fase così complicata per il Paese. Che tale risultato sia il frutto della difficoltà a smaltire le scorie elettorali, piuttosto che l’effetto della presenza «grillina » (niente trattative, Grillo ci guarda!) è difficile dire. Quel che è certo, invece, è che proprio la necessità di rinnovare contemporaneamente tutte le cariche istituzionali (dal Parlamento al governo, fino al Quirinale) offriva – e in parte ancora offre – la possibilità di un confronto ad ampio spettro e, naturalmente, di una intesa.

Ai tempi della Prima Repubblica, una situazione post-voto così sarebbe stata considerata una sorta di manna caduta dal cielo. Con ben quattro presidenze da attribuire, non solo il Cencelli (manuale della «corretta » lottizzazione) ma perfino il buonsenso, avrebbero rappresentato i fari per una rapida – e soddisfacente per tutti – uscita dalle difficoltà. Invece, l’aver sostituito alla parola confronto la parola «inciucio », e aver deciso di affrontare con filosofia «maggioritaria » una geografia post-voto che reclamava un approccio assolutamente «proporzionale », ha portato in un vicolo cieco.

Si era inteso, però, che la seconda e più importante fase delle scelte da compiere (Quirinale e Palazzo Chigi) sarebbe stata affrontata con logica diversa: che qualcuno potrebbe e potrà comunque liquidare come «spartizione », e che invece sarebbe assai più opportuno (e corretto) definire di ricerca di equilibrio (politico e istituzionale) tra le forze politiche. Si apprende, invece, che così non sarebbe: e che si intenderebbe continuare a sfogliare la margherita petalo per petalo. Il rischio – alla luce di quanto accaduto fino a ora – è che, alla fine, il presidente della Repubblica possa non esser considerato di «garanzia » da tutti: con la conseguenza che il governo che dovrebbe nascere subito dopo, possa non veder la luce.

Discutere contestualmente di Quirinale e governo non vuol dire necessariamente lottizzare, spartire, violare regole democratiche: a volte, rischia perfino di esser più vero il contrario. Discutere contestualmente degli assetti della Repubblica vuol dire (in teoria, certo) andare alla ricerca degli equilibri necessari – perchè reclamati dal responso elettorale – ad avviare su basi meno precarie una legislatura assai incerta. Del resto, la controprova è semplice: e basta guardare all’inasprimento della situazione dopo l’elezione di due presidenti (Grasso e Boldrini) «di sinistra ». I fatti – oltre a quanto già accaduto – solleciterebbero un cambio di schema, alla luce del sole. Manca poco più di una settimana all’inizio delle votazioni per il nuovo Capo dello Stato. Tempo ne rimane. La speranza è che venga utilizzato al meglio…


L’architetto di Penati chiama in causa anche Massimo D’Alema sul caso Serravalle
di Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastella
(dal “Corriere della Sera”, 10 aprile 2013)

MILANO – Sull’elevato prezzo al quale la Provincia di Milano presieduta dal ds Filippo Penati acquistò nel 2005 dal costruttore Marcellino Gavio un pacchetto d’azioni della società autostradale Milano-Serravalle , «le esatte parole di Penati furono: “Io ho dovuto comprare le azioni di Gavio. Non pensavo di spendere una cifra così consistente, ma non potevo sottrarmi perché l’acquisto mi venne imposto dai vertici del partito nella persona di Massimo D’Alema” ».

L’ARCHITETTO – Nel carcere di Monza, il 4 febbraio, a fare il nome di D’Alema è stato il 67enne Renato Sarno, cioè l’architetto già incriminato dai pm monzesi come «collettore di tangenti e uomo di fiducia di Penati nella gestione di Milano-Serravalle »: per l’accusa è anche il professionista che nel 2008 avrebbe trattato con l’imprenditore Piero Di Caterina e con un top manager del gruppo Gavio (Bruno Binasco) una finta caparra immobiliare da 2 milioni di euro come «restituzione dei finanziamenti erogati da Di Caterina a esponenti di sinistra » anni prima.

L’OPERAZIONE – Sarno asserisce dunque che fu Penati a indicare nell’allora presidente dei Ds, ex premier e poi ministro degli Esteri, colui che lo aveva politicamente spinto a un’operazione finanziaria controversa già da quel 29 luglio 2005: da quando cioè la Provincia di Milano con Penati comprò dal gruppo Gavio il 15% della Milano-Serravalle al prezzo di 8,9 euro per ciascuna di quelle azioni che Gavio aveva acquistato in precedenza a 2,9 euro. Gavio incassò 238 milioni, temporalmente in coincidenza con l’appoggio finanziario (50 milioni) fornito poi da Gavio alla «scalata » che l’Unipol di Giovanni Consorte (compagnia assicurativa nell’orbita della sinistra) stava dando alla Bnl prima di essere fermata per aggiotaggio dai pm milanesi.

LA PROVINCIA – Non è perciò un caso che questo nuovo interrogatorio di Sarno (ora agli arresti domiciliari per un’altra vicenda con l’accusa di concussione per induzione dell’imprenditore Edoardo Caltagirone nel 2009) figuri agli atti non solo dell’indagine penale monzese, ma anche del procedimento che la Procura regionale della Corte dei conti sta per completare sul possibile danno erariale arrecato alla Provincia di Milano dall’operazione di Penati. «I miei rapporti con Milano-Serravalle – racconta l’architetto a proposito dell’incarico per una due diligence sulla parte tecnica – iniziarono nel gennaio 2005 in seguito ad una richiesta di Giordano Vimercati », ex braccio destro di Penati e oggi tra gli imputati del processo monzese che inizierà il 26 giugno anche per Binasco e Di Caterina, in attesa dell’udienza preliminare su Penati il 17 maggio. «Dopo l’estate del 2005 incontrai Penati che non avevo più rivisto dal 2000, dall’epoca di Sesto San Giovanni », dove Penati era stato a lungo sindaco pci. «Mi disse che era sua intenzione quotare in Borsa la Serravalle, ma che prima era necessario valorizzarla dal punto di vista economico e di immagine ».

IL PARTITO – Perché? «Dal punto di vista economico – risponde Sarno ai pm Franca Macchia e Walter Mapelli – era necessario rientrare dalle spese sostenute dall’acquisto delle azioni da Gavio »: Penati disse «che era stato molto oneroso, che gli era stato imposto dai vertici del partito (nell’occasione mi fece il nome di Massimo D’Alema), e che non aveva potuto sottrarsi a questa operazione ».
Il punto è molto delicato, e a Sarno, difeso dagli avvocati Giovanni Briola e Salvatore Scuto, viene chiesto di assumersi con precisione la responsabilità di quello che sta dicendo: «Le esatte parole di Penati furono: “Io ho dovuto comprare le azioni di Gavio. Non pensavo di spendere una cifra così consistente, ma non potevo sottrarmi perché l’acquisto mi venne imposto dai vertici del partito nella persona di Massimo D’Alema”. Io – aggiunge l’architetto indagato come “collettore” di finanziamenti illeciti di Penati – percepii che l’imposizione dei vertici riguardasse il momento e le condizioni dell’acquisto, anche perché lui non mi disse di aver mal valutato l’impegno di spesa ».

PENATI SMENTISCE – Penati, però, interpellato dal Corriere , smentisce radicalmente Sarno: «Costretto da D’Alema a strapagare le azioni a Gavio? Non l’ho mai detto a Sarno, né avrei mai potuto dirglielo perché non è vero: difendo l’operazione Serravalle fatta nell’interesse della Provincia e destinata ancora oggi a procurarle una plusvalenza », risponde l’ex vicepresidente del consiglio regionale lombardo che ha lasciato il Pd. E se gli si chiede perché ritenga che Sarno prospetti un falso così dettagliato e pesante, Penati allarga le braccia: «Non ne ho la più pallida idea. Continuo ad avere stima di Sarno come architetto, ma non c’era nessuna ragione per la quale io dovessi parlare con lui dell’acquisto dell’operazione Milano-Serravalle ».
Penati, stando invece a Sarno, gli fa il nome proprio dell’allora presidente ds D’Alema, che sinora nell’indagine non era mai comparso, e non quello dell’allora europarlamentare e poi ministro dello Sviluppo economico Pier Luigi Bersani, della cui segreteria politica era capo Penati e il cui nome nel fascicolo almeno esiste per due intercettazioni: quella del 30 giugno 2005, in cui Bersani diceva a Gavio che aveva parlato con Penati, e quella del 5 luglio 2005, in cui Penati diceva a Gavio di aver avuto il suo numero da Bersani.

SERRAVALLE – Ma Sarno, evidentemente in risposta a una sollecitazione dei pm, nell’interrogatorio esclude il coinvolgimento dell’attuale segretario del Pd: «In merito, Penati non mi fece mai il nome di Bersani. Io non approfondii più di tanto questo aspetto, perché ciò che mi interessava era la valorizzazione della Serravalle come oggetto del mio incarico ». Del contesto di questo incarico a Sarno, anche Gavio avrebbe avuto consapevolezza: «Nel luglio 2007 incontrai a Tortona Marcellino Gavio, il quale mi disse che aveva saputo della mia attività professionale in Serravalle (…) e mi fece presente che sapeva che il lavoro era finalizzato alla valorizzazione di Serravalle in vista della quotazione in Borsa, anche a suo giudizio resa necessaria dall’elevato prezzo pagato dalla Provincia » proprio a lui.


Marco Travaglio racconta a puntate gli 11 presidenti della Repubblica: qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui.

Thomas Mackinson su Napolitano: qui.


Letto 1344 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart