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CINEMA: I MAESTRI: Luis Buí±uel. Più Labiche che Kafka

27 Ottobre 2012

di Gabriele Baldini
[da “La fiera letteraria”, numero 47, giovedì, 21 novembre 1968]

L’opera di Luis Buí±uel, sottovaluta ­ta quando non addirittura ignorata dal grosso pubblico e soprattutto dai di ­stributori fino al premio di Venezia, mi sembra che venga ora eccessiva ­mente sopravvalutata. Si tratta pur sempre di « curiositées esthetiques »; la facoltà creatrice si accontenta di giochi e allusioni ma morde poco. El angel esterminador, che si vede in Ita ­lia in questi giorni, dopo sei anni, è a mio parere una prestazione modesta e può fare appena il giuoco di quanti ancora confondono il fumo con l’ar ­rosto. Ma quanto dico si riferisce in specie al risultato: è chiaro che nelle intenzioni il film si proponeva di at ­tingere temi di gran momento e rin ­tracciarli e scoprire il baco della ri ­nunzia sarebbe interessante.

Un ricco messicano convita a cena, dopo uno spettacolo teatrale, alcuni amici altrettanto ricchi e ingioiellati. Terminata la cena, per cause non ben precisate, nessuno riesce ad uscire dal palazzo, che è stato in precedenza ab ­bandonato dalla servitù al completo. La comitiva resta assediata nel palaz ­zo per giorni e giorni fino ad abbrutir ­si nel modo più sconcio. Un orso dal passo insieme pesante e felpato lambi ­sce le sale dove i convitati, preda della fame â— ma anche di stupefacenti â— si trascinano in un lezzo disgustoso, au ­mentato dalla circostanza che uno d’essi è morto e il cadavere non è sta ­to sotterrato.

L’incantesimo, tuttavia, quando la compagnia ha raggiunto il margine del parossismo, si scioglie: la spiegazio ­ne data è che, per un bizzarro mecca ­nismo, il gruppo attraversa un mo ­mento in cui riprende le stesse positu ­re â— e in qualche modo anche le stes ­se situazioni psicologiche â— di quando il fenomeno s’era dato. Liberati dal ­l’assedio, tutti s’avviano a una chiesa per un Te Deum di ringraziamento. Ma qui si ripete lo stesso inconvenien ­te che nel palazzo, coinvolti in esso anche i preti e i sacrestani: nessuno vuole e può più uscire dalla chiesa: s’intravede una irruzione di altri prov ­videnziali montoni.

Perché scomodare orsi e montoni?

Ora una storia del genere, racconta ­ta così come l’ho raccontata io sembre ­rebbe prestarsi meglio all’idea di una « pochade » che di una tragedia. Ma io non ho forzato la mano: l’ho racconta ­ta, davvero, né più né meno come l’ha raccontata, o meglio come è stato co ­stretto a raccontarla Buí±uel. E’ evi ­dente che questa non era che la par ­venza di un’altra storia che Buí±uel sperava di raggiungere mediante l’ef ­ficacia di quello scheletro di storia che ho esposto, che avrebbe dovuto avere un valore soltanto simbolico. Ma qual ­cosa non ha funzionato. Io credo an ­che di sapere che cosa non ha funzio ­nato: la sceneggiatura, la recitazione e, infine, persino la fotografia.

La sceneggiatura, in una storia così ambiziosa, avrebbe dovuto, secondo me, non tanto chiarire â— queste fac ­cende s’avvantaggiano sempre dal non esser chiarite â— ma illustrare in modo più sconcertante il nodo della questio ­ne, che è proprio nella natura dell’im ­possibilità che hanno gli ospiti ad uscire dal castello: la storia comincia ­va e finiva lì: non solo, ma un minimo di fede nella ficelle avrebbe postulato anche che ognuno degli ospiti avesse delle ragioni differenti per lasciarsi co ­gliere nella rete: qui è il maggior di ­fetto del film, ché gli ospiti non sono caratterizzati per nulla, offrono tutti lo stesso volto, tutti le stesse reazioni, si scoprono gli stessi peccati â— bana ­lissimi tutti, sia nella sostanza che nell’enunciazione â— proprio né più né meno come vestono tutti gli stessi ve ­stiti, una sorta di fastosa e avvilente uniforme mondana.

Anche questa avrebbe potuto essere una storia, ma per questa non c’era ra ­gione di scomodare orsi e montoni. Ora io credo che questo difetto sia sta ­to accentuato dalla mediocrità degli attori, nessuno escluso: non solo non avevano battute di dialogo che tratte ­nessero un minimo di vitalità ma an ­che se l’avessero avute non avrebbero saputo smerciarlo tant’è vero che non seppero smerciare nemmeno i poveri balordi pretesti che gli offerse da ulti ­mo il copione.

Non aveva l’asso nella manica

Buí±uel, che certo tutti gli « shortcomings » fin qui descritti li conosce be ­nissimo, non s’è sentito la forza, per una occasione così melanconica, di ti ­rar fuori l’asso della manica, ha fatto dormire l’invenzione d’un sonno pro ­fondo, senza neppur russare, e il foto ­grafo messicano Gabriel Figueroa â— famoso per prestigiose velature colte altrove: i quattro Oscar che sbandiera la pubblicità vennero per altre ventu ­re, e a Figueroa, non al film di Buí±uel â— si portò, addietro negli anni, allo stile di Karl Struss â— quello che da noi fu coltivato da Vaclav Vich â— fa ­voloso leccato e rimandante e, insom ­ma, « per bene »: mentre se l’idea di Buí±uel aveva un senso era proprio nel non essere una fiaba.

Si sa che quando Buí±uel fa muove ­re gli animali scatta sempre un « nu ­mero »: qui non scatta, ché l’orso e le pecore risultano appena « citati ». Le scene poi della mano tagliata che scor ­re sui mobili e striscia sui tappeti è quella che più mi conforta nell’idea che dietro tutta questa macchina ci sia più Labiche che Kafka.

Io limiterei i momenti creativi di Buí±uel alla giovinezza: soprattutto al ­le cose sperimentali (Le chien andalou e l’Age d’or), a un film molto bello girato in Messico nel ’50: Los Olvidados, e, forse, a Nazarin, ma non a Viridiana. C’è, in tutto il resto, il grave re ­taggio di una impotenza creativa e non per via dell’invenzione formale, sempre rinnovata, ma per la banalità la scioccaggine e qualche rara volta persino la volgarità delle idee: che ci sia anche la confusione, per un artista non sarebbe gran male. La confusione è un grande tema. Ma Buí±uel non lo sente congeniale.


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