Sergei Mikhailovich  Eisenstein. Capriccio o fuga

di Gabriele Baldini
[da “La fiera letteraria”, numero 21, giovedì, 23 maggio 1968]

La « ricostruzione » del Prato di Be ­zhin di S. M. Eisenstein era già stata presentata lo scorso autunno per l’oc ­casione d’una mostra romana del cine ­ma sovietico: ma solo ora si può vede ­re immessa nel circuito delle sale nor ­mali, ancorché d’essai. Le vicende del film sono note: esso si situa fra l’av ­ventura messicana e il Niewski, il pri ­mo film sonoro di Eisenstein, intra ­preso a un decennio dall’invenzione del fonofilm e quindi non troppo di ­scosto, nel tempo, dal primo film par ­lato di Chaplin, The Great Dictator, in cui parlava persino il personaggio co ­stituzionalmente muto di Charlot. La ripugnanza per le nuove tecniche in tali e tanto grandi maestri, è sintomatica: e il Prato di Bezhin, ultimo tenta ­tivo, e disperato, di servirsi di tutte le suggestioni del muto, lo dimostra chia ­ramente. D’altra parte quella che si è detta, di sopra, « avventura messica ­na » è essa stessa rivelatrice d’una cri ­si profonda: i fatti, anche qui, sono be ­ne noti: Eisenstein si era recato in America per esperimentare le nuove tecniche.

Scese al Messico e con finanziamenti americani, procuratigli dallo scrittore Upton Sinclair, tra l’altro, e curiosamente, anche dall’industria del ­le lamette per barba Gillette, cominciò a girare una massa incredibile, un te ­soro, di splendidi materiali per una vasta epopea messicana che avrebbe dovuto riflettere sia lo spirito rivolu ­zionario di eroi popolari come Pancho Villa ed Emiliano Zapata che lo stile la struttura e la ieratica emotività dei murales di Diego Rivera: anche qui sorsero dissensi, per cui il regista do ­vette abbandonare i materiali in mani estranee: da questi furono tratti ben quattro film di montaggio dei quali il più popolare, è quello che si è anche sempre visto fra noi, e cioè Lampi sul Messico, chiamato anche Que viva Me ­xico, è il più tendenzioso.

Testo di Babel musica di Prokofieff

Ci si è dilungati a raccontare l’av ­ventura messicana perché quella rela ­tiva al Prato di Bezhin le somiglia molto. Anche qui si tratta di un film presto interrotto da dissensi con la produzione â— sembra che ci fossero an ­che malattie, probabilmente diplomati ­che â— e anche qui quel che se ne poté mai vedere dipese dalla discrezione del montaggio altrui: con questo di di ­verso che, poiché dei materiali, dopo il bombardamento della Casa di produ ­zione Mosfilm durante la guerra, si salvarono solo frammenti di non più che tre o quattro fotogrammi ciascu ­no, fu sempre impossibile riprodurre immagini in movimento, ma solo im ­magini fisse; e, in sostanza, quel che ci è preservato del film è soltanto un al ­bum di fotografie: non, s’intende, foto ­grafie di scena fatte da altri â— sebbe ­ne qualcuna poté finire nel calderone ma le vere e proprie inquadrature inventate e composte da Eisenstein. Il film è integrato da musiche senza en ­fasi di Prokofieff, e da un commento scritto (al modo che le vecchie dida ­scalie dei film muti, si badi) con so ­vrimpressa la traduzione palesemente concordata in un italiano approssimati ­vo nell’Unione Sovietica. Il tutto per la durata d’una mezz’oretta.

Certo un film molto inconsueto e che potrebbe anche respingere gli spettatori consueti e per il suo aspetto di rigorosa e magari fredda operazio ­ne filologica e per il suo linguaggio in ­timidatorio e scoraggiante; e, da ulti ­mo, anche per la sua brevità. Ma non ci si dovrebbe meravigliare se, invece, sortisse di gran richiamo, perché, dicia ­molo subito, si tratta di materiali affascinanti. Non è possibile racconta ­re la vicenda del film â— che nei tratta ­ti e nei repertori viene attribuita « a motivi » di Turghenjev, ma che nei titoli di testa del film riconosce la pro ­pria paternità a Isaac Babel. Per sommi capi si tratta del contrasto fra un ordine antico e un ordine nuovo, e la vittima del conflitto che ne segue è un ragazzo che simboleggia appunto quest’ultimo, e che viene ucciso dal proprio padre.
Sempre belle le inquadrature.

Ora è vero che si stenta a entrare nel film e se ne rimane sempre al di fuori ammirandone la monumentalità ed eloquenza delle immagini â— per cui una parte del merito spetta indub ­biamente al favoloso fotografo Tissé ma è anche vero che l’eguale avvie ­ne per tutti quei film di Eisenstein le ­gati irriducibilmente a una tematica contingente, come La linea generale, di cui il Prato di Bezhin ripete l’impo ­stazione. Non solo, ma si ha l’impres ­sione che il movimento non sarebbe per aggiungere nulla di essenziale al significato delle immagini: il concen ­trarsi nell’espressione umana, in specie nei primi e primissimi piani, si può fa ­cilmente e spontaneamente tradurre nel suo naturale precipitato dialettico anche se le immagini siano fisse, e in qualche caso la fissità è addirittura ra ­gione d’una maggiore intensità espres ­siva. Tanto accade proprio perché l’u ­nità di espressione e l’ultimo e decisi ­vo suo nucleo non è mai nella parola pronunziata o scritta â— ma solo nell’impostazione figurativa dell’immagine, e in altre parole nell’inquadra ­tura: e questa è sempre il risultato di uno studio talmente minuto di tutti gli elementi plastici che accoglie sem ­pre in sé l’offerta d’una composta bel ­lezza indipendentemente dal suo si ­gnificato e persino dal suo contesto.

Certo, il Prato documenta una grave crisi al suo primo porsi: i materiali messicani e il Potemkin testimoniava ­no la pienezza d’una esperienza e la sua identificazione con le soluzioni formali: nel Prato già si sente che l’e ­sperienza è superata e che Eisenstein non ha più nemmeno la forza di finge ­re di credervi e l’abbandono al capric ­cio è totale ed esclusivo: capriccio co ­me fuga.

Chi ama e conosce il cinema troverà comunque nel Prato non solo il rifles ­so indiretto ma direi addirittura la possibilità di meditare con maggiore profondità sulla natura del linguaggio d’un grande maestro.

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