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CINEMA: LETTERATURA: I MAESTRI: Il Faustus di Marlowe. Cimento senza speranza

2 Settembre 2013

di Gabriele Baldini
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 5, gioved√¨ 1 febbraio 1968]

Si sa che spesso il cinema non √® che uno strumento di riproduzione di altri spettacoli, √Ę‚ÄĒ come, per esempio, nei florilegi di cabaret sexy, in voga Ano a qualche anno fa √Ę‚ÄĒ e che il suo inte ¬≠resse, o meglio, la sua utilizzazione partecipano e vanno giudicati, in quei casi, soltanto nell’ambito del docu ¬≠mentario. Questo avviene pi√Ļ spesso che non si creda. Molti film, ad esem ¬≠pio, in specie del passato, non furono altro che occasioni per fermare lo sti ¬≠le, meglio la natura, della recitazione di reputati attori drammatici: Sarah Bernhardt, Eleonora Duse, Johnstone Forbes Robertson, Ellen Terry, Wer ¬≠ner Krauss, Ermete Zacconi, John Barrymore, Ruggero Buggeri e Gu ¬≠stav Grundgens. Quasi sempre il docu ¬≠mento rest√≤ fantasma: lo stile e la na ¬≠tura della recitazione, come nel caso della Duse, venivano suggeriti al di l√† di troppe velature di incolmabili di ¬≠stanze. Sappiamo tuttavia come anche i pi√Ļ vaghi suggerimenti possano es ¬≠sere utilizzati, e la pi√Ļ severa metodo ¬≠logia storica mette in guardia contro il loro spreco.

Alla categoria della documentazione di altri spettacoli appartiene il recen ¬≠te Romeo and Juliet diretto da Paul Czinner: si tratta solo d’una esatta riproduzione del balletto di Prokofieff interpretata da Margot Fonteyn e Ru ¬≠dolf Nureiev secondo l’edizione del Royal Ballet inglese originata al Covent Garden, ma poi diffusa anche in molte citt√† europee (da noi si vide alla Scala e all’Opera di Roma). Il film quindi interessa l’arte della co ¬≠reografia e non quella del cinema. L’intervento di Paul Czinner √Ę‚ÄĒ che pure in epoca muta e ai primi anni del sonoro leg√≤ il suo nome a film im ¬≠portanti, come Nju (1925) e Frauleien Else (1929) interpretati da sua moglie Elizabeth Bergner √Ę‚ÄĒ si pu√≤ dire irrile ¬≠vante e si esaurisce tutto nell’idea mo ¬≠trice: che consistette nel far la mac ¬≠china da presa spettatrice ideale del balletto e collocarla perci√≤ di volta in volta nei luoghi del teatro meglio con ¬≠facenti a sorprendere l’azione coreutica.

Rappresentazioni con fini archeologici

Molti, in specie leggendo i resoconti della stampa, pensarono che il Dottor Faustus diretto da Richard Burton e Nevill Coghill ripetesse il caso, appun ¬≠to, del documentario d’uno spettacolo drammatico: al modo che il recente Otello con l’Olivier. Si sapeva infatti che il Burton si era affiancato, incastonandovisi nella parte principale, a una production del dramma di Chri ¬≠stopher Marlowe della Oxford Univer ¬≠sity Players, una societ√† simile nelle finalit√† e nella tradizione alla Marlo ¬≠we Society di Cambridge: valorose isti ¬≠tuzioni entrambe intese a mantenere vivo il fuoco del dramma elisabettia ¬≠no. Ch√©, com’√® noto, all’infuori di Sha ¬≠kespeare e di qualche sparso dramma di John Webster e di Ben Jonson, di Thomas Middleton e di John Ford, quello straordinario repertorio vive vita stenta sui palcoscenici professio ¬≠nali.

Queste rappresentazioni, di solito, non hanno finalit√† artistiche n√© tanto ¬≠meno finanziarie, ma direi piuttosto archeologiche: servono a disseppelli ¬≠re dei capolavori di lingua e di stile e a offrirli umilmente nel loro povero luccichio di cose bens√¨ preziose all’ori ¬≠gine ma di poi avvolte e compromes ¬≠se, ahim√®, dai valori appiccicaticci del dilettantismo filodrammatico. Riti, in ¬≠somma, poco pi√Ļ che iniziatici, per confermare e ostentare la propria fede. Vi prendono parte, infatti, stu ¬≠denti e professori e questi ultimi direi con tanta maggior civetteria quanto la loro facolt√† istrionica √® pi√Ļ stanca. Cauti sconfinamenti nel dramma clas ¬≠sico (soprattutto Euripide e Seneca) impegnano talvolta anche venerate ca ¬≠nizie di filologi: tali feste sceniche, in ¬≠vero melanconicissime, costringono a intraudire e intraintendere per intere serate e latino e greco pronunziati alla maniera che vige lass√Ļ.

Avendo familiarit√† con codeste fun ¬≠zioni, gli parve che non valesse la pena di eternarle sulla pellicola del film, addirittura in technicolor e ten ¬≠tai di convincermi che tutto il sugo di codesto Faustus si sarebbe potuto spremere nell’ascoltare dalla voce tim ¬≠brata e dai fiati sapienti del Burton al ¬≠cuni dei pi√Ļ grandi versi che ci abbia lasciato la tradizione poetica inglese. Non riuscivo a vedere nel film, insom ¬≠ma, l’occasione dello spettacolo ¬ęnata ¬≠lizio ¬Ľ, tanto pi√Ļ che quei versi sareb ¬≠bero certamente andati in frantumi nella traduzione italiana senza conta ¬≠re che anche la miglior traduzione sa ¬≠rebbe stata offesa dallo squallido dop ¬≠piatore in agguato, sempre birignante.

Cimento senza speranza, dunque; ma debbo dire che l’esperienza √® stata persino pi√Ļ catastrofica di quanto pro ¬≠metteva anche la pi√Ļ sfiduciata previ ¬≠sione. Difatto, gli autori del film, non si sono contentati di documentare uno spettacolo √Ę‚ÄĒ per quanto modesto ed equivoco nella sua intima natura ¬ę amateurish ¬Ľ √Ę‚ÄĒ ma hanno voluto darci bens√¨ una interpretazione cine ¬≠matografica di Marlowe.

Ora ci si sarebbe dovuti accorge ¬≠re che Marlowe rifiuta il cinema an ¬≠che pi√Ļ di quanto rifiuta il teatro. Si tratta di sublimi testi drammatici intesi per l’orecchio dello spirito: il dramma si compie nella cattedrale del ¬≠l’intelletto e del gusto, non soffre spe ¬≠cificazioni gestuali o scenografiche senza snaturarsi, non tollera che sia aggiunto del corpo a qualcosa di cui non si saprebbe immaginare nulla di pi√Ļ corposo.

Marlowe, difatto, non è mai stato veicolo ruffiano o anche solo condi ­scendente per attori o per registi che si esibissero sulla scena: perdona, al massimo, chi se ne fa garante alla ra ­dio, alla filodiffusione, nei dischi: la po ­tenza rappresentativa della sua mu ­scolatura verbale, infatti, scoraggia dal rivestire di immagini la parola creatrice: qualsiasi veste risulterebbe inadeguata e povera al confronto.

L’avventura un po’ ridicola corsa dal Burton e dal Coghill fece pensare piuttosto a quell’episodio triste e pit ¬≠toresco che vide Beniamino Gigli im ¬≠pegnato a cantare √Ę‚ÄĒ ma non a com ¬≠porre: il testo musicale sarebbe venu ¬≠to fuori da un concorso √Ę‚ÄĒ una roman ¬≠za sulle parole ¬ę Sempre caro mi fu… ¬Ľ a voce spiegata, all’aperto, proprio su quel montarozzo entro la cinta delle mura di Recanati che, nelle cartoline del luogo, e in qualche commento pi√Ļ candido, viene chiamato, per l’appun ¬≠to, ¬ę colle dell’infinito ¬Ľ.

Manca il nome di Marlowe

La cosa meraviglia, perch√© il Bur ¬≠ton √® attore specchiato, che in Inghil ¬≠terra e in USA aveva gi√† dato degnis ¬≠sime prove nei pi√Ļ irti testi shakespea ¬≠riani, e Nevill Coghill √® affettuosa ¬≠mente benemerito delle pi√Ļ leggibili traduzioni dei poeti inglesi del Tre ¬≠cento (Chaucer, Langland). E’ chiaro d’altra parte che anch’essi hanno inte ¬≠so come il testo rifiutasse l’esterioriz ¬≠zazione cos√¨ goffa e straccivendola che intesero prestargli. Non si spieghereb ¬≠be, altrimenti, come vi abbiano ag ¬≠giunto dei materiali √Ę‚ÄĒ e ampii e bel ¬≠lissimi materiali √Ę‚ÄĒ da Edoardo II e da Tamburlaine, altri due drammi del Marlowe, a illustrare il ¬ę pageant ¬Ľ dei Sette peccati Capitali √Ę‚ÄĒ che le stampe secentesche offrono solo come pretesti per la coreografia √Ę‚ÄĒ e, con- vien dire, piuttosto impropriamente: ch√© il pezzo da Tamburlaine esalta la sete di potere militare e politico e non il peccato d’orgoglio, e quello da Edoardo II √® appena la professione d’un credo estetico, certamente corrot ¬≠to e bens√¨ anticipatore ma non tale da potersi confondere con il peccato di Lussuria, che implica tutt’altre pro ¬≠spettive.

Nell’edizione mostrata a Roma √Ę‚ÄĒ com’era da prevedere √Ę‚ÄĒ sono state amputate le scene antipapiste in Vati ¬≠cano: non ce ne dorremmo perch√© sono men che mediocri e certamente non di mano del Marlowe. Ma certo, le ragioni del taglio non furono di or ¬≠dine estetico, e si rilever√† comunque che la loro scomparsa rende sbilenco tutto il significato dell’opera.

L’impresa, insomma, fu solo un ten ¬≠tativo √Ę‚ÄĒ un po’ da vergognarsene √Ę‚ÄĒ di sfruttare il successo della Bisbetica domata e ripresentare la celebre cop ¬≠pia Burton-Taylor in un testo elisabet ¬≠tiano che alla Bisbetica √® un poco pa ¬≠rente. Qualche studioso, infatti, attri ¬≠buisce a Marlowe alcune parti di quel ¬≠la commedia shakespeariana, che co ¬≠munque risente chiaramente del suo influsso stilistico: ma scommetterei che i produttori queste cose non le sanno. Non si sono preoccupati, infat ¬≠ti, nemmeno di mettere il nome di Marlowe sui manifesti.

Sui manifesti c’√® invece il nome del ¬≠la ¬ę money making star ¬Ľ Liz Taylor, che si contempla nella sua sfatta bel ¬≠lezza solo per alcuni secondi. Con che si vuol dire che non s’√® accontentato n√© Iddio n√© Mammona, ma appena la curia.


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Bart