Il Faustus di Marlowe. Cimento senza speranza

di Gabriele Baldini
[da “La fiera letteraria”, numero 5, giovedì 1 febbraio 1968]

Si sa che spesso il cinema non è che uno strumento di riproduzione di altri spettacoli, â— come, per esempio, nei florilegi di cabaret sexy, in voga Ano a qualche anno fa â— e che il suo inte ­resse, o meglio, la sua utilizzazione partecipano e vanno giudicati, in quei casi, soltanto nell’ambito del docu ­mentario. Questo avviene più spesso che non si creda. Molti film, ad esem ­pio, in specie del passato, non furono altro che occasioni per fermare lo sti ­le, meglio la natura, della recitazione di reputati attori drammatici: Sarah Bernhardt, Eleonora Duse, Johnstone Forbes Robertson, Ellen Terry, Wer ­ner Krauss, Ermete Zacconi, John Barrymore, Ruggero Buggeri e Gu ­stav Grundgens. Quasi sempre il docu ­mento restò fantasma: lo stile e la na ­tura della recitazione, come nel caso della Duse, venivano suggeriti al di là di troppe velature di incolmabili di ­stanze. Sappiamo tuttavia come anche i più vaghi suggerimenti possano es ­sere utilizzati, e la più severa metodo ­logia storica mette in guardia contro il loro spreco.

Alla categoria della documentazione di altri spettacoli appartiene il recen ­te Romeo and Juliet diretto da Paul Czinner: si tratta solo d’una esatta riproduzione del balletto di Prokofieff interpretata da Margot Fonteyn e Ru ­dolf Nureiev secondo l’edizione del Royal Ballet inglese originata al Covent Garden, ma poi diffusa anche in molte città europee (da noi si vide alla Scala e all’Opera di Roma). Il film quindi interessa l’arte della co ­reografia e non quella del cinema. L’intervento di Paul Czinner â— che pure in epoca muta e ai primi anni del sonoro legò il suo nome a film im ­portanti, come Nju (1925) e Frauleien Else (1929) interpretati da sua moglie Elizabeth Bergner â— si può dire irrile ­vante e si esaurisce tutto nell’idea mo ­trice: che consistette nel far la mac ­china da presa spettatrice ideale del balletto e collocarla perciò di volta in volta nei luoghi del teatro meglio con ­facenti a sorprendere l’azione coreutica.

Rappresentazioni con fini archeologici

Molti, in specie leggendo i resoconti della stampa, pensarono che il Dottor Faustus diretto da Richard Burton e Nevill Coghill ripetesse il caso, appun ­to, del documentario d’uno spettacolo drammatico: al modo che il recente Otello con l’Olivier. Si sapeva infatti che il Burton si era affiancato, incastonandovisi nella parte principale, a una production del dramma di Chri ­stopher Marlowe della Oxford Univer ­sity Players, una società simile nelle finalità e nella tradizione alla Marlo ­we Society di Cambridge: valorose isti ­tuzioni entrambe intese a mantenere vivo il fuoco del dramma elisabettia ­no. Ché, com’è noto, all’infuori di Sha ­kespeare e di qualche sparso dramma di John Webster e di Ben Jonson, di Thomas Middleton e di John Ford, quello straordinario repertorio vive vita stenta sui palcoscenici professio ­nali.

Queste rappresentazioni, di solito, non hanno finalità artistiche né tanto ­meno finanziarie, ma direi piuttosto archeologiche: servono a disseppelli ­re dei capolavori di lingua e di stile e a offrirli umilmente nel loro povero luccichio di cose bensì preziose all’ori ­gine ma di poi avvolte e compromes ­se, ahimè, dai valori appiccicaticci del dilettantismo filodrammatico. Riti, in ­somma, poco più che iniziatici, per confermare e ostentare la propria fede. Vi prendono parte, infatti, stu ­denti e professori e questi ultimi direi con tanta maggior civetteria quanto la loro facoltà istrionica è più stanca. Cauti sconfinamenti nel dramma clas ­sico (soprattutto Euripide e Seneca) impegnano talvolta anche venerate ca ­nizie di filologi: tali feste sceniche, in ­vero melanconicissime, costringono a intraudire e intraintendere per intere serate e latino e greco pronunziati alla maniera che vige lassù.

Avendo familiarità con codeste fun ­zioni, gli parve che non valesse la pena di eternarle sulla pellicola del film, addirittura in technicolor e ten ­tai di convincermi che tutto il sugo di codesto Faustus si sarebbe potuto spremere nell’ascoltare dalla voce tim ­brata e dai fiati sapienti del Burton al ­cuni dei più grandi versi che ci abbia lasciato la tradizione poetica inglese. Non riuscivo a vedere nel film, insom ­ma, l’occasione dello spettacolo «nata ­lizio », tanto più che quei versi sareb ­bero certamente andati in frantumi nella traduzione italiana senza conta ­re che anche la miglior traduzione sa ­rebbe stata offesa dallo squallido dop ­piatore in agguato, sempre birignante.

Cimento senza speranza, dunque; ma debbo dire che l’esperienza è stata persino più catastrofica di quanto pro ­metteva anche la più sfiduciata previ ­sione. Difatto, gli autori del film, non si sono contentati di documentare uno spettacolo â— per quanto modesto ed equivoco nella sua intima natura « amateurish » â— ma hanno voluto darci bensì una interpretazione cine ­matografica di Marlowe.

Ora ci si sarebbe dovuti accorge ­re che Marlowe rifiuta il cinema an ­che più di quanto rifiuta il teatro. Si tratta di sublimi testi drammatici intesi per l’orecchio dello spirito: il dramma si compie nella cattedrale del ­l’intelletto e del gusto, non soffre spe ­cificazioni gestuali o scenografiche senza snaturarsi, non tollera che sia aggiunto del corpo a qualcosa di cui non si saprebbe immaginare nulla di più corposo.

Marlowe, difatto, non è mai stato veicolo ruffiano o anche solo condi ­scendente per attori o per registi che si esibissero sulla scena: perdona, al massimo, chi se ne fa garante alla ra ­dio, alla filodiffusione, nei dischi: la po ­tenza rappresentativa della sua mu ­scolatura verbale, infatti, scoraggia dal rivestire di immagini la parola creatrice: qualsiasi veste risulterebbe inadeguata e povera al confronto.

L’avventura un po’ ridicola corsa dal Burton e dal Coghill fece pensare piuttosto a quell’episodio triste e pit ­toresco che vide Beniamino Gigli im ­pegnato a cantare â— ma non a com ­porre: il testo musicale sarebbe venu ­to fuori da un concorso â— una roman ­za sulle parole « Sempre caro mi fu… » a voce spiegata, all’aperto, proprio su quel montarozzo entro la cinta delle mura di Recanati che, nelle cartoline del luogo, e in qualche commento più candido, viene chiamato, per l’appun ­to, « colle dell’infinito ».

Manca il nome di Marlowe

La cosa meraviglia, perché il Bur ­ton è attore specchiato, che in Inghil ­terra e in USA aveva già dato degnis ­sime prove nei più irti testi shakespea ­riani, e Nevill Coghill è affettuosa ­mente benemerito delle più leggibili traduzioni dei poeti inglesi del Tre ­cento (Chaucer, Langland). E’ chiaro d’altra parte che anch’essi hanno inte ­so come il testo rifiutasse l’esterioriz ­zazione così goffa e straccivendola che intesero prestargli. Non si spieghereb ­be, altrimenti, come vi abbiano ag ­giunto dei materiali â— e ampii e bel ­lissimi materiali â— da Edoardo II e da Tamburlaine, altri due drammi del Marlowe, a illustrare il « pageant » dei Sette peccati Capitali â— che le stampe secentesche offrono solo come pretesti per la coreografia â— e, con- vien dire, piuttosto impropriamente: ché il pezzo da Tamburlaine esalta la sete di potere militare e politico e non il peccato d’orgoglio, e quello da Edoardo II è appena la professione d’un credo estetico, certamente corrot ­to e bensì anticipatore ma non tale da potersi confondere con il peccato di Lussuria, che implica tutt’altre pro ­spettive.

Nell’edizione mostrata a Roma â— com’era da prevedere â— sono state amputate le scene antipapiste in Vati ­cano: non ce ne dorremmo perché sono men che mediocri e certamente non di mano del Marlowe. Ma certo, le ragioni del taglio non furono di or ­dine estetico, e si rileverà comunque che la loro scomparsa rende sbilenco tutto il significato dell’opera.

L’impresa, insomma, fu solo un ten ­tativo â— un po’ da vergognarsene â— di sfruttare il successo della Bisbetica domata e ripresentare la celebre cop ­pia Burton-Taylor in un testo elisabet ­tiano che alla Bisbetica è un poco pa ­rente. Qualche studioso, infatti, attri ­buisce a Marlowe alcune parti di quel ­la commedia shakespeariana, che co ­munque risente chiaramente del suo influsso stilistico: ma scommetterei che i produttori queste cose non le sanno. Non si sono preoccupati, infat ­ti, nemmeno di mettere il nome di Marlowe sui manifesti.

Sui manifesti c’è invece il nome del ­la « money making star » Liz Taylor, che si contempla nella sua sfatta bel ­lezza solo per alcuni secondi. Con che si vuol dire che non s’è accontentato né Iddio né Mammona, ma appena la curia.

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