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LETTERATURA: “La conca del tempo” di Elio Lanteri – Casa editrice Transeuropa

21 Agosto 2012

di Francesco Improta
(dal “Corriere Nazionale“)

La Conca del tempo di Elio Lanteri è un gioiello prezioso, incorniciato, o meglio incastonato, tra la dotta prefazione di Bruno Quaranta e la non meno convincente e significativa postfazione di Marino Magliani. Anche la veste grafica è particolarmente curata: nella copertina, a colori, alcuni oggetti di uso comune (un fiasco di vino polveroso, un bicchiere di terracotta e una fascina di giunco o, forse, di saggina); nei risvolti, dietro le notizie relative al libro e all’autore, due finestre a nicchia affacciate sulla luce del giorno e una scala usurata dal tempo con in fondo uno scheletro di bicicletta e una cassetta o una sedia di legno sconnessa. Il progetto grafico di Floriane Poulliot catapulta il lettore nel mondo, incantato ed evocativo, di Elio Lanteri alle prese ancora una volta con Damin il protagonista della Ballata della piccola piazza, non più bambino ma vecchio, che s’inoltra nei territori della memoria alla ricerca del tempo perduto o di una mai rassegnata volontà di sottrarsi al “desvivere”. C’è qualcosa di Proust in questo riandare con la memoria al passato in seguito a improvvise folgorazioni e attraverso un rituale di gesti, di movimenti e di prolungati silenzi, compiuto puntualmente tutte le mattine, dal protagonista, novello Sisifo, che non spinge innanzi a sé un masso, ma si porta sulle spalle uno zaino pieno di ricordi, rimpianti ed occasioni perdute, e risale il sentiero fino alla grande Balma, sotto il Casone, da dove scruta la conca sotto di sé e ascolta l’ansimare del mare. Damin è convinto di non poter più reggere il peso dei ricordi senza avere la possibilità di srotolarli e chiarirli adeguatamente, interrogando anche la natura circostante: la Balma come un grande orecchio in ascolto, le rocce arroventate dal sole, i pascoli del cielo e il mare di piombo fuso. Evidente ed encomiabile il tentativo di sottrarre quel mondo al franare del tempo, velando cose, emozioni e persone per proteggerle dai tarli o per conservarle in uno scrigno di preziosi tesori che soltanto recuperando l’innocenza stupefatta dell’infanzia potrà essere riaperto. La letteratura ha una funzione esistenziale, diceva Calvino. E aveva ragione. La letteratura, infatti, ha un potere di liberazione. È una sorta di“ricerca della leggerezza come reazione al peso del vivere”; e il ricordo, di cui appunto si nutre la letteratura, può essere un nido, un guscio, un rifugio quando ‘il peso del vivere’ si fa insostenibile. Il luogo in cui si svolge la vicenda, sempre che si possa parlare di vicenda, non è geograficamente riconoscibile, anche se si fa riferimento al Grammondo, a Garavan e a Marsiglia: è una caletta chiusa su tre lati da una spalliera di rocce e affacciata sul mare, dove navigano a vele spiegate i sogni di Damin non diversamente dai gabbiani intonacati d’aria, di cui parla Biamonti nella chiusa di Attesa sul mare. Un luogo più onirico che reale, localizzabile comunque sul confine e proiettato più verso la Francia che verso l’Italia. Ho citato non a caso lo scrittore di San Biagio, perché dei tanti scrittori, e non solo liguri, che hanno eletto a nume tutelare Francesco Biamonti, cercando di seguirne le orme, Lanteri è il più accreditato per aver con lui condiviso un’amicizia profonda, cementata attraverso lunghe e proficue passeggiate e comuni gratificanti letture. I personaggi, oltre al già citato Damin, sono Vitturin, Badulin, Bellagioia e Rosy, ma si tratta di personaggi secondari, ai quali Damin si rivolge per brevi scambi di battute, spesso convenzionali, non è un caso che i dialoghi siano pochi e scarnificati. I veri protagonisti sono la natura, nelle sue molteplici e variegate forme, e le parole che si dipanano, da un gomitolo di pensieri e di memorie, dense, corpose fino a diventare esse stesse natura, così come la natura si scioglie e si definisce nelle parole. Lanteri conserva quella ingenuità di sguardo e quella freschezza di scrittura che avevano caratterizzato già il suo primo romanzo; anche il linguaggio mantiene quell’arcaica e sapienziale patina dialettale senza perdere quel carattere poetico e trasognato, sospeso tra il sogno e la realtà, intriso di sacralità; non a caso Marino Magliani nella sua postfazione dice testualmente: “La conca è una chiesa e la storia una preghiera”. Bellissime le descrizioni, che talvolta sembrano uscire dalla tavolozza di un pittore impressionista: si pensi, oltre a quella iniziale, riportata nella quarta di copertina a:

“Un sole di lacca gialla calava all’orizzonte, il mare si tingeva di viola, una nave a ponente spuntò dal promontorio, il sole calante le piombava addosso.”

Oppure più articolata e interiorizzata:

“Il sole radente gioca tra le rocce, come un bambino appare e si nasconde; il campanile di Garavan batte sette colpi, il sentiero s’inerpica e la luce man mano si diffonde, filtrando sotto i pini una sottile ragnatela d’ombra. Col sole la Balma appare sorridente, dopo la pioggia ha recuperato l’originario colore, il grande orecchio impassibile attende la notte, per ascoltare la musica silenziosa che giunge dal cosmo”


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2 Comments

  1. Commento by giorgio — 27 Agosto 2012 @ 21:07

    Bello, approfondito, da me particolarmente apprezzato questo commento alla ‘Conca del tempo’ che mi ha profondamente ‘coinvolto’   (anche   ‘sorpreso’ ) per la poesia e quindi per il contenuto alto, filosofico che, come ha ben detto il prefatore Quaranta, ne fa un testo che a pieno diritto appartiene a quella straordinaria cultura ‘ligure’ di cui Montale ( e anche Biamonti e altri ) è il paradigma.

  2. Commento by adrianafornaccalanteri — 14 Settembre 2012 @ 17:52

    14/9/2012

    Grazie mille a Francesco Improta per aver dato spazio a una sua bella e sentita recensione
    della “Conca del tempo”: l’addio al mondo, struggente e a volte ameno (“la tristezza che
    ebbe la sua coraggiosa allegria”) del mio amato Elio.
    E grazie pure a Giorgio Loreti per la reiterata predilezione che gli dona.

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