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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Con lo sguardo all’indietro

23 Ottobre 2013

di Piero Ostellino
(dal “Corriere della Sera”, 23 ottobre 2013)

(Mi fa piacere ritrovare Piero Ostellino come editorialista, da tempo emarginato dal Corriere. bdm)

Un Paese nel quale il pensiero, le opinioni, le parole devono ubbidire a una certa Ortodossia pubblica, imposta per legge, non è un Paese libero. L’Italia – con gli innumerevoli divieti che, opponendo un ostacolo alla libera manifestazione del pensiero, prefigurano, di converso, il reato d’opinione – lo sta diventando. L’ignoranza dei fondamenti stessi della democrazia liberale ha prodotto una «bolla culturale », generatrice, a sua volta, di una «inflazione legislativa », che sta progressivamente portando il Paese alla fine delle sue (già fragili) libertà. L’eccessivo numero di leggi che, spesso, si sovrappongono e/o si contraddicono l’un l’altra, è l’effetto di due cause concomitanti. Prima: della crescita esponenziale, per legge ordinaria, di una tendenza allo statalismo già presente nella Carta fondativa della Repubblica. Se si riflette sul fatto che nella stesura della Prima parte della Costituzione – quella sui diritti – ebbe un grande ruolo Palmiro Togliatti, l’uomo che avrebbe voluto fare dell’Italia una democrazia popolare sul modello dell’Urss, si spiegano le ragioni del disastro verso il quale la Repubblica, nata dalla Resistenza al fascismo, si sta avviando. Secondo: la dilatazione del potere discrezionale della magistratura, diventata, con le sue sentenze in nome del popolo, il nuovo «sovrano assoluto »; che ha spogliato, di fatto, il Parlamento dell’esercizio della sovranità popolare e vanifica il potere del governo di gestire il Paese; unifica in sé tutti e tre i poteri dello Stato (legislativo, esecutivo, giudiziario) che dovrebbero restare separati e divisi secondo il moderno costituzionalismo.

Si vuole creare – attraverso la via del costruttivismo politico e della palingenesi giudiziaria – un uomo artificiale, «l’uomo democratico ». Si sta producendo un cittadino – che si crede iper-democratico, ma è solo suddito – fra gli entusiasmi della borghesia salottiera; l’indifferentismo del proletariato, che sogna la rivoluzione socialista; la pigrizia dei media, che girano intorno ai problemi come gattini ciechi; i silenzi del centrodestra, concentrato sull’ombelico del proprio padre-padrone; la nullità del centrosinistra che si aggrappa a chiunque – persino al Papa gesuita! – si mostri ostile alla modernità, al capitalismo, al mercato, alla ricchezza, e aperto al pauperismo. Siamo inclini ad attribuire populisticamente tutte le colpe alla politica o, meglio, ai cattivi politici, che pure non ne sono esenti, e non ci accorgiamo che ci stiamo scavando noi stessi la fossa sotto i piedi, non solo votando certi personaggi, ma ispirandone culturalmente e politicamente la cattiva politica. La «democrazia dei partiti » – col suo carico di progressismo immaginario, di costruttivismo, di vocazione autoritaria e totalitaria, di illiberalismo – non è peggiore del Paese. È il Paese che si porta appresso tutte le tare della sua storia: dalla divisione fra Guelfi e Ghibellini, che è adesso quella fra berlusconiani e antiberlusconiani, alla (mancata) Riforma protestante e alla diffusione della doppia morale (cattolica e controriformista); dal trasformismo, che aveva decretato, nel 1876, la morte della Destra storica (e cavouriana) e creato le premesse del fascismo, al fascismo stesso e, da questo, all’antifascismo; dalla fine del comunismo, come filosofia della storia, alla sopravvivenza dei comunisti come protagonisti della nostra realtà quotidiana: sul filo del trasformismo, hanno cambiato nome, ma non la vocazione collettivista, dirigista e statalista, che ci ha portato, con l’eccesso di spesa pubblica, sull’orlo della bancarotta. Un Paese allo sfascio, ha scritto Ernesto Galli della Loggia su queste stesse colonne, lunedì scorso. Un Paese, aggiungo io, che non sa risollevarsi, e non ci prova neppure, perché la sua crisi, politica, economica, civile, è culturale; a sua volta, il prodotto di una scuola passatista e antimodernista, ancora governata dai reduci del gramscismo e dal cosiddetto cattolicesimo democratico, parodia solidaristica, confessionale, parimenti velleitaria e fondamentalmente totalitaria, dell’egualitarismo comunista. Chi denuncia questo stato di cose, e il fatto che Berlusconi abbia tradito le sue stesse promesse di cambiarle, è condannato, con un salto logico che è una contraddizione in termini, come berlusconiano. In tali condizioni, non si vede come se ne possa uscire, si capisce perché tanti giovani preferiscano emigrare che crescere in Italia e molti talenti non pensino affatto di tornarci dopo essersene andati. ] Un Paese nel quale il pensiero, le opinioni, le parole devono ubbidire a una certa Ortodossia pubblica, imposta per legge, non è un Paese libero. L’Italia – con gli innumerevoli divieti che, opponendo un ostacolo alla libera manifestazione del pensiero, prefigurano, di converso, il reato d’opinione – lo sta diventando.

L’ignoranza dei fondamenti stessi della democrazia liberale ha prodotto una «bolla culturale », generatrice, a sua volta, di una «inflazione legislativa », che sta progressivamente portando il Paese alla fine delle sue (già fragili) libertà.
L’eccessivo numero di leggi che, spesso, si sovrappongono e/o si contraddicono l’un l’altra, è l’effetto di due cause concomitanti. Prima: della crescita esponenziale, per legge ordinaria, di una tendenza allo statalismo già presente nella Carta fondativa della Repubblica. Se si riflette sul fatto che nella stesura della Prima parte della Costituzione – quella sui diritti – ebbe un grande ruolo Palmiro Togliatti, l’uomo che avrebbe voluto fare dell’Italia una democrazia popolare sul modello dell’Urss, si spiegano le ragioni del disastro verso il quale la Repubblica, nata dalla Resistenza al fascismo, si sta avviando.

Secondo: la dilatazione del potere discrezionale della magistratura, diventata, con le sue sentenze in nome del popolo, il nuovo «sovrano assoluto »; che ha spogliato, di fatto, il Parlamento dell’esercizio della sovranità popolare e vanifica il potere del governo di gestire il Paese; unifica in sé tutti e tre i poteri dello Stato (legislativo, esecutivo, giudiziario) che dovrebbero restare separati e divisi secondo il moderno costituzionalismo.

Si vuole creare – attraverso la via del costruttivismo politico e della palingenesi giudiziaria – un uomo artificiale, «l’uomo democratico ». Si sta producendo un cittadino – che si crede iper-democratico, ma è solo suddito – fra gli entusiasmi della borghesia salottiera; l’indifferentismo del proletariato, che sogna la rivoluzione socialista; la pigrizia dei media, che girano intorno ai problemi come gattini ciechi; i silenzi del centrodestra, concentrato sull’ombelico del proprio padre-padrone; la nullità del centrosinistra che si aggrappa a chiunque – persino al Papa gesuita! – si mostri ostile alla modernità, al capitalismo, al mercato, alla ricchezza, e aperto al pauperismo.

Siamo inclini ad attribuire populisticamente tutte le colpe alla politica o, meglio, ai cattivi politici, che pure non ne sono esenti, e non ci accorgiamo che ci stiamo scavando noi stessi la fossa sotto i piedi, non solo votando certi personaggi, ma ispirandone culturalmente e politicamente la cattiva politica.
La «democrazia dei partiti » – col suo carico di progressismo immaginario, di costruttivismo, di vocazione autoritaria e totalitaria, di illiberalismo – non è peggiore del Paese. È il Paese che si porta appresso tutte le tare della sua storia: dalla divisione fra Guelfi e Ghibellini, che è adesso quella fra berlusconiani e antiberlusconiani, alla (mancata) Riforma protestante e alla diffusione della doppia morale (cattolica e controriformista); dal trasformismo, che aveva decretato, nel 1876, la morte della Destra storica (e cavouriana) e creato le premesse del fascismo, al fascismo stesso e, da questo, all’antifascismo; dalla fine del comunismo, come filosofia della storia, alla sopravvivenza dei comunisti come protagonisti della nostra realtà quotidiana: sul filo del trasformismo, hanno cambiato nome, ma non la vocazione collettivista, dirigista e statalista, che ci ha portato, con l’eccesso di spesa pubblica, sull’orlo della bancarotta.

Un Paese allo sfascio, ha scritto Ernesto Galli della Loggia su queste stesse colonne, lunedì scorso. Un Paese, aggiungo io, che non sa risollevarsi, e non ci prova neppure, perché la sua crisi, politica, economica, civile, è culturale; a sua volta, il prodotto di una scuola passatista e antimodernista, ancora governata dai reduci del gramscismo e dal cosiddetto cattolicesimo democratico, parodia solidaristica, confessionale, parimenti velleitaria e fondamentalmente totalitaria, dell’egualitarismo comunista.

Chi denuncia questo stato di cose, e il fatto che Berlusconi abbia tradito le sue stesse promesse di cambiarle, è condannato, con un salto logico che è una contraddizione in termini, come berlusconiano. In tali condizioni, non si vede come se ne possa uscire, si capisce perché tanti giovani preferiscano emigrare che crescere in Italia e molti talenti non pensino affatto di tornarci dopo essersene andati.


Napolitano vs il Fatto, le larghe fraintese
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 23 ottobre 2013)

Il presidente della Repubblica è molto nervoso, eppure non ne avrebbe davvero di che. Dopo sette anni e mezzo trascorsi a impartire ordini e moniti a tutti, dal Parlamento ai governi, dai premier ai ministri, dai partiti di maggioranza a quelli di opposizione, dai magistrati al Csm, dalle tv ai giornali, dai sindacati agli elettori, dagli storici ai giuristi, dai movimenti di piazza persino a qualche produttore e regista di film, ha trasformato l’Italia in una monarchia assoluta dove non muove foglia che Lui non voglia.

Ogni critica, anche la più timida e pallida, diventa vilipendio e lesa maestà, infatti quasi nessuno ne azzarda più. La libera stampa (si fa per dire) è letteralmente sdraiata a zerbino, commentatori e giureconsulti e intellettuali si consumano le ginocchia e sfiniscono le ghiandole salivari con peana imbarazzanti per magnificare e giustificare ogni stranezza del Re Bizzoso. Ma, come il Divo Giulio Cesare nei fumetti di Asterix, sopravvive un piccolo villaggio che non si arrende al pensiero unico e continua a giudicare Napolitano come se fosse soltanto il presidente di una Repubblica democratica e parlamentare, sprovvisto di divina investitura e di sacra infallibilità, dunque criticabile quando sbaglia, come accade a ogni essere umano imperfetto e fallace.

È l’esistenza di questo villaggio che, al Divo Giorgio Cesare, fa saltare quasi ogni giorno la mosca al naso. Spingendolo, anche a causa dei cattivi e mediocri consiglieri che lo circondano, a gesti inconsulti come quello di ieri. “Solo il Fatto Quotidiano – ha comunicato il suo incauto ufficio stampa – crede alle ridicole panzane come quella del ‘patto tradito’ dal Presidente Napolitano. La posizione del Presidente in materia di provvedimenti di clemenza è stata a suo tempo espressa con la massima chiarezza e precisione nella dichiarazione del 13 agosto scorso”. Sorvoliamo per carità di patria sull’autoelogio per la “massima chiarezza e precisione” dei suoi moniti, che un presidente dall’ego un po’ meno smisurato lascerebbe ad altri, evitando di autorecensirsi. E cerchiamo di spiegare quel che è accaduto.

Ieri, sul Fatto, Fabrizio d’Esposito ha raccontato che i falchi del Pdl sono tornati alla carica per spingere B. alla crisi di governo in quanto convinti che B. sia stato ingannato dal capo dello Stato con la promessa di un salvacondotto per i suoi processi che poi non si è avverata. I giornalisti politici questo fanno di mestiere: ascoltano tutte le voci dei politici e poi le riferiscono ai lettori, per spiegare quel che accade nel mondo politico. Non tutto ciò che dicono i politici può essere verificato, specie in Italia dove gli accordi – tipo quello che a fine aprile originò il governo di larghe intese – vengono stretti nelle segrete stanze, lontano da occhi e orecchi indiscreti (in Germania le larghe intese vengono concordate da Cdu ed Spd in lunghe trattative che si concludono con protocolli regolarmente sottoscritti ed esplicitati agli elettori alla luce del sole).

Capita però che qualche protagonista, ogni tanto, racconti ciò che sa o dice di sapere di quegli accordi segreti. Ed è dovere della libera stampa prenderne atto e riferirne all’opinione pubblica, senza per questo sposare o credere a ciò che viene detto. Specie quando si tratta di fatti almeno verosimili: quando Libero ipotizzò la grazia a B., Napolitano s’infuriò; poi però, 13 giorni dopo la sua condanna, diramò una nota con il bugiardino, la posologia e le istruzioni per l’uso della grazia a B. E da quando B. è stato condannato in Cassazione, non passa giorno senza che i giornali, tutti i giornali, raccontino della rabbia di B. e dei suoi fedelissimi contro Napolitano per il mancato salvacondotto. E mai il Quirinale si era permesso di smentirli, perché riferivano un fatto vero: non che Napolitano avesse davvero promesso il salvacondotto, ma che B. & C. se lo aspettassero e ancora se lo aspettino.

Il 1 ° ottobre, nell’annunciare la sfiducia al governo Letta prima della retromarcia in extremis, B. inviava una lettera al settimanale Tempi per accusare Letta jr. e Napolitano di “distruggere la loro credibilità” e “affidabilità” e di “minare le basi della democrazia parlamentare” perché rifiutavano di “garantire l’agibilità politica al proprio fondamentale partner di governo” e consentivano “il suo assassinio politico per via giudiziaria?”. E il 26 agosto vari giornali rivelavano che B. minacciava di rivelare “tutte le promesse che Napolitano mi ha fatto quando abbiamo acconsentito a far nascere il governo Letta”. I giornali, tutti i giornali, riportarono quelle parole senza che il Colle li accusasse di credere alle “ridicole panzane come quella del ‘ patto tradito ‘ dal Presidente Napolitano”. E fece bene, perché semmai avrebbe dovuto smentire B., non chi aveva riportato le sue parole sull’inaffidabilità del presidente e del premier che l’avevano tradito.

Stavolta, come spesso gli accade con le cronache del Fatto e non con quelle di altri giornali che scrivono le stesse cose, Napolitano l’ha fatto. Evidentemente ci legge con particolare attenzione e passione, o forse dà per scontato che gli altri giornali credano alle panzane ma non si dà pace che lo facciamo proprio noi. Ringraziandolo per la considerazione, ci permettiamo però di fargli notare che ha sbagliato indirizzo. Se vuole smentire i falchi del Pdl, si rivolga ai falchi del Pdl. E se un giorno, non sia mai, volesse smentire B. che l’ha appena fatto rieleggere e sostiene il suo governo (pardon, il governo di Letta jr.), dovrebbe smentire B. Quanto a noi, è vero: ogni tanto crediamo a ridicole panzane. Pensi, Presidente, che ci eravamo persino bevuti quella della sua irriducibile indisponibilità alla rielezione. Per dire.


Il nuovo passo avanti del partito della crisi
di Massimo Franco
(dal “Corriere della Sera”, 23 ottobre 2013)

Il partito trasversale della crisi ieri ha segnato un grosso punto a favore: dentro e fuori dalla coalizione di governo. L’elezione di Rosy Bindi alla presidenza della commissione Antimafia coi voti di Pd e Sel e la benevola astensione di Scelta civica e dei grillini, è uno schiaffo al governo delle larghe intese. Non si tratta solo del profilo della ex presidente dei Democratici, da sempre perplessa, e fra i pochi ad ammetterlo con onestà, su Enrico Letta a palazzo Chigi e sulla maggioranza che lo sostiene. Sono il metodo e la logica politica che l’hanno espressa a prefigurare una frattura condannata a pesare e a durare. Il fatto che con lei siano stati eletti due vicepresidenti, uno del partito di Nichi Vendola e l’altro del movimento di Beppe Grillo, più un segretario leghista, trasmette un’istantanea inequivocabile: tutti gli avversari del governo sono stati premiati. Quelli all’interno del Pdl sono rimasti fuori dall’operazione ma possono festeggiare ugualmente: potranno rinfacciare all’ala ministeriale di illudersi sulla vitalità dell’alleanza.

Insomma, i «falchi » di ogni tendenza hanno vinto. E adesso si preparano a vedere quali contraccolpi il loro successo provocherà sulla legislatura. Si tratta di una frattura non fittizia. Tocca un organo delicato di garanzia a rischio di delegittimazione, perché per protesta il Pdl sembra intenzionato a non partecipare più ai lavori. È un brutto pasticcio, che segnala gli errori di un centrodestra portato a rispecchiare nelle commissioni parlamentari le sue divisioni interne; e la tendenza del Pd a subire l’accerchiamento della sinistra più estrema quando si discute di giustizia e di criminalità organizzata. Il risultato è di assecondare esiti che non possono non essere percepiti dal centrodestra come una provocazione; e da palazzo Chigi come un oggettivo sabotaggio.
Rosy Bindi ha replicato alla richiesta di dimissioni arrivata dal Pdl, sostenendo che deve rispettare chi l’ha votata. Difficile darle torto: è un atto di omaggio al Parlamento, e di coerenza politica. I partiti trionfatori dentro l’Antimafia danno corpo a una potenziale alleanza alla quale si sente certamente molto più vicina che a quella fra Pd e Silvio Berlusconi. Il problema è che il risultato di ieri sembra fatto apposta per radicalizzare le posizioni e alimentare lo scontro. Non è solo una questione di maggioranze variabili. L’Antimafia ipotecata da uno schieramento di sinistra e col Pdl fuori indebolisce un intero equilibrio politico. Dà implicitamente ragione a quanti suggeriscono da settimane a Berlusconi la rottura con Letta, costi quello che costi: gli stessi che sono stati sconfitti nel voto di fiducia al governo del 2 ottobre scorso, con l’avallo del Cavaliere.

Dietro la durezza dei commenti del centrodestra si indovinano la gioia dell’ala antigovernativa e l’imbarazzo dei ministri. E, nel Pd, offre armi e speranze alla filiera di chi teme che le larghe intese diventino l’acceleratore di un sistema non più bipolare; e alle ambizioni di Matteo Renzi, che sente di avere in mano la segreteria e non ha rinunciato a trasformarla nel piedistallo della candidatura a palazzo Chigi: meglio nel 2014 che dopo. Insomma, la rottura di ieri promette di rianimare tutti gli avversari della maggioranza anomala resa inevitabile dallo stallo creatosi dopo il voto di febbraio. E l’operazione appare congegnata in modo da saldarsi all’estremismo che continua a bersagliare Giorgio Napolitano, percepito come argine contro l’instabilità e il rischio di elezioni anticipate. Per minimizzare, si potrebbe rispondere che siamo in presenza di un episodio, non di una strategia: un fatto isolato da non esagerare. È possibile, sebbene nelle intenzioni di qualcuno sia in effetti un abbozzo di strategia; e anzi possa diventarlo sempre di più, se le alleanze dovessero cambiare a intermittenza nei prossimi appuntamenti parlamentari. È come se si affrontassero due orientamenti, che dietro l’involucro dei partiti e degli schieramenti formali perseguono obiettivi divergenti. Si comincia a intuire sempre meglio che, o si forma una maggioranza più omogenea con spezzoni delle diverse forze politiche, o il governo delle larghe intese difficilmente reggerà all’urto della legge di Stabilità, alla decadenza di Berlusconi da senatore e al congresso del Pd di dicembre.

Per questo, il risultato non del tutto imprevedibile al vertice dell’Antimafia può aprire il varco a un’ingovernabilità superiore a qualunque capacità di controllo. Anche perché arriva a ridosso di una discussione gonfia di insidie e diffidenze reciproche sulla riforma elettorale. Coglie il pericolo il presidente del Senato, Pietro Grasso, esprimendo la speranza che il Pdl «possa tornare sulla sua decisione, perché c’è bisogno dell’apporto di tutti ». Ma è improbabile. Chi puntava alla spaccatura è riuscito a produrla. E farà di tutto per impedire che si ricomponga: significherebbe rinunciare a una posizione di rendita conflittuale che tutti rifiutano a parole, ma molti vogliono perpetuare per sopravvivere politicamente.


Quagliariello blinda il governo: “Se minacciati, nuovo gruppo”. Ma Santanchè: “Non state col Pd”
di Sergio Rame
(da “il Giornale”, 23 ottobre 2013)

Nel Pdl continua il dibattito interno tra lealisti e governativi. E continua ancora la mediazione per sintetizzare le due opposizioni. Per ora Silvio Berlusconi non ha dato il via libera all’ufficio di presidenza che rischia di trasformarsi in una resa dei conti tutta interna al partito.
Ma il dibattito sulla legge di stabilità e il voto sulla decadenza del Cavaliere da senatore sono due passaggi chiavi che potrebbero portare ai ferri corti i rapporti tra falchi e colombe.

“La crisi di governo è una pagina chiusa. Tre settimane fa si è votata una fiducia al governo Letta e si è preso un impegno: attuare il programma e lavorare fino al marzo 2015. Solo in quel momento tireremo le somme”. Per il ministro alle Infrastrutture Maurizio Lupi mon c’è spazio per nuove tentazioni: “Non capirlo renderebbe deboli governo e Paese”. Eppure le ricette inserite dal governo nella legge di Stabilità, fatte essenzialmente di tagli e nuove tasse, rischia di riscaldare gli animi e portare allo scontro in occasione dell’iter parlamentare che la manovrà dovrà compiere per essere approvata. Non a caso, stando a quanto dicono fonti vicine al Pdl, l’ex governatore pugliese Raffaele Fitto e Daniela Santanchè avrebbero reiterato al Cavaliere l’avvertimento sulle imminenti nuove pugnalate alle spalle. Rispondendo al comunicato del Quirinale, la deputata del Pdl ha spiegato, in una intervista a Repubblica, che “la vera panzana è stata passare attraverso le larghe intese” garantite dallo stesso Napolitano “per raggiungere una inesistente pacificazione nazionale”. Progetto fallito, in tutto e per tutto. Il voto sulla decadenza del Cavaliere da senatore sarebbe il passaggio decisivo. “A quel punto – si chiede la Santanchè – i nostri ministri come potrebbero tornare a sedere al governo con i loro colleghi del Pd che hanno votato per cacciare Berlusconi dal parlamento. Come potrebbero far finta che non sia successo niente?”.

Per il momento, il Cavaliere sceglie nuovamente la linea della prudenza. Vuole, appunto, attendere il voto al Senato sulla decadenza. A farlo propendere per questa linea sarebbe stato un nuovo colloquio telefonico con il vicepremier Angelino Alfano che avrebbe ribadito di non mirare assolutamente alla scissione. “Se i falchi insistono nel mettere in discussione il governo – avrebbe detto Alfano – io non posso assistere inerme”. Concetto ribadito nelle stesse ore anche dal ministro per le Riforme costituzionali Gaetano Quagliariello ai microfoni di Matrix. “Se ci sarà una minaccia per il governo, nascerà un altro gruppo, anche se mi auguro che ciò non accada – ha spiegato – ho tutta la determinazione a portare fino in fondo una linea politica”. Parlando della foto che lo ritraeva, il 2 ottobre, in parlamento con in mano la lista con i 24 nomi dei ministri che avrebbero costituito il gruppo separato, il ministro ha assicurato che si è trattato di una “assoluta casualità”. Eppure quegli stessi nomi sono spuntati anche lunedì scorso per “blindare” la legge di Stabilità sapendo che proprio il voto sulla manovra rischia di acuire ulteriormente le divisioni tra falchi e colombe. L’incidente all’Antimafia, con il Pd che senza rispettare i patti ha votato il suo candidato Rosy Bindi, non fa altro che far alzare i toni dello scontro dando ai lealisti un argomento in più sull’impossibilità di fidarsi dei democratici e, quindi, di governarci insieme. Berlusconi la pensa in maniera diversa, ma allo stesso tempo è consapevole di non avere più la certezza che tutto il partito lo seguirebbe se decidesse di andare alla guerra. Il leit motiv dei governativi è: se vuoi la crisi, è in sintesi il ragionamento, noi non ti seguiamo.


Intervista a Daniela Santanchè
di Carmelo Lopapa per “la Repubblica
(da “Dagospia”, 23 ottobre 2013)

«Sa quale è stata la vera panzana? »

No, ce lo dica lei, onorevole Daniela Santanché.
«È stata passare attraverso queste larghe intese garantite dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per raggiungere una presunta, assai presunta, diciamo pure inesistente pacificazione nazionale ».

Più falca dei falchi, pitonessa per sua definizione, berlusconiana senza tentennamenti, è tornata: la deputata, in elegante tailleur, fuma una sigaretta nel cortile di Montecitorio e parte all’attacco. Il Quirinale e i ministri Pdl nel mirino.

Ancora con la storia della pacificazione?
«Ma stava tanto a cuore alla più alta carica dello Stato. E se stiamo ai fatti, non c’è stata. Dal punto di vista giudiziario abbiamo assistito a un accanimento esasperato e portato ora a compimento ai danni del presidente Berlusconi. Dal punto di vista politico, hanno deciso di far leva sulla legge Severino per farlo fuori, applicandola retroattivamente ».

Lo prevede la norma, appunto.
«Ma la delega è ancora aperta, fino al 30 novembre. Il Pd se volesse potrebbe intervenire per specificare la non retroattività. Sembra che non ne abbiano alcuna intenzione. Per di più in queste ore hanno eletto anche la Bindi all’Antimafia ».

Cos’è che non va, la Bindi?
«Sarebbe questa la pacificazione? Un presidente di rottura? Ma è chiaro che ormai vanno per la loro strada. Oggi nei fatti assistiamo allo spettacolo di un governo monocolore ».

Ci sarebbero anche i vostri ministri, all’interno di quel governo.
«Sì ma questo non ha impedito che l’Iva aumentasse. E se non corriamo ai ripari in Parlamento, per evitare la seconda rata Imu rischiamo un aumento di tasse. Rischiamo che l’imposta sulla casa cambi nome ma provochi lo stesso esborso a carico degli italiani, dal 2014 ».

Insomma, questa legge di stabilità non le piace?
«Al momento non contiene traccia del nostro programma elettorale. Forse è destinata a garantire la stabilità del governo che l’ha sfornata. Non certo quella delle famiglie italiane, dei lavoratori, della gente che fatica ».

E dunque che conclusioni trae?
«La conclusione è che il progetto è fallito. Fal-li-to ».

Quale progetto?
«Chi ha voluto più di tutti il governo di larghe intese? Il presidente della Repubblica. Questo vuol dire che dovrebbe assumersi lui la responsabilità delle ricadute di questa sorta di instabilità, sulle famiglie e sui lavoratori ».

È una conclusione abbastanza pesante, impegnativa.
«Ma se si decide di non essere arbitro ma di fare il giocatore, e ricordo solo per citare l’ultimo esempio i quattro senatori a vita di centrosinistra, allora si deve imparare ad accettare le critiche ».

Non sarà che tutta questa instabilità politica segue la guerra aperta dentro il vostro Pdl?
«Guerre? Divisioni? Non ne vedo al nostro interno ».

Le piace scherzare.
«Mettiamola così. Non voglio credere che possa esservi qualcuno che dica di non riconoscersi in due cardini fondamentali: nella leadership unica e insostituibile di Silvio Berlusconi e nel ritorno a Forza Italia. Nessuno penso voglia archiviare il presidente, la storia politica di questi vent’anni tutt’altro che conclusa ».

Per la verità, con la decadenza dal Senato un pezzo di storia finisce. Che succederà da quel giorno?
«Sarebbe un passaggio tremendo. Ma decisivo. Mi chiedo come i nostri ministri a quel punto potrebbero tornare a sedere al governo con i loro colleghi del Pd che hanno votato per cacciare Berlusconi dal Parlamento. Come potrebbero far finta che non sia successo niente? Sono convinta che molto succederà ».


Antimafia Rosy Bindi presidente, Silvio Berlusconi furioso: “E’ lo strappo peggiore che hanno fatto”
di Alessandro De Angelis
(da “L’Huffington Post”, 23 ottobre 2013)

“Questo è lo strappo peggiore che hanno fatto, il più grave. Votando la Bindi hanno fatto le prove generali della mia decadenza”. É una furia Silvio Berlusconi. Tanto che tutto il suo disappunto non si ferma agli sfoghi dentro le mura di Arcore. Il suo è un messaggio che arriva dritto a palazzo Chigi, attraverso i canali diplomatici. È il warning che si è superata la soglia. La Bindi è la rottura di un “patto” che prevedeva presenze neutre nelle caselle che riguardano giustizia e sicurezza. Il Viminale ad Alfano, la Giustizia alla Cancellieri, il Copasir a Stucchi. E, appunto, l’Antimafia a una personalità gradita al Cavaliere. La sua scelta vera, che ha paralizzato per mesi il lavori della Commissione, era Donato Bruno, uno legatissimo a Cesare Previti. Solo come candidato di bandiera era stato agitata la Scopelliti. E, in ultima battuta, la convergenza su Dellai, moderato di Scelta civica.

La Bindi è una “provocazione” per Berlusconi. È la rottura del “patto”: “Voglio sapere – si sfoga coi suoi – che diavolo di larghe intese sono queste. Questi del Pd votano con noi solo quando gli conviene”. A palazzo Madama il Pdl sale sull’Aventino. Con i membri della Commissione che non partecipano alla votazione finale. E con Schifani che chiede le dimissioni delle Bindi come condizione per partecipare ai lavori della commissione. Per capire il clima che respira, la mossa, che pure è istituzionalmente pesante, viene classificata alla voce “frenata”. Perché prima era stata valutata anche quella più deflagrante: l’Aventino in tutte le commissione bicamerali. Praticamente la crisi di governo.

È una reazione che non si limita al caso Bindi. Anche se la pasionaria del Pd ha sul Cavaliere l’effetto di un drappo rosso per un toro. Berlusconi vede nell’atto il segnale che la corrida della sua decadenza ha un esito già segnato. Il più cruento. Ecco perché nessuno, nella corte, osa solo proporgli di nuovo l’ultimo bizantinismo per rallentare la crisi quando si voterà la decadenza. Bizantinismo incomprensibile solo a raccontarlo: prevede che il Cavaliere rinunci a fare ricorso sulla sentenza di Appello di due anni di interdizione dai pubblici uffici; in modo che il Parlamento lo recepisca evitando il voto traumatico sulla Severino che di anni di incandidabilità ne prevede sei. A quel punto, è il ragionamento delle colombe, si trova un modo per mandare la palla in tribuna e modificare la Severino. Uno schema che, dopo che il Cavaliere ha visto il faccione sorridente di Rosy Bindi ai tg, viene classificato alla classica voce “trappola”: “Le larghe intese – dice l’ex premier ai suoi – quando si tratta di me non esistono. Non è accettabile”.

Le scintille dell’Antimafia hanno l’effetto di bruciare un altro po’ di ossigeno a un governo su cui è partito il count down se è vero che il Cavaliere, come un disco rotto, ripete che “non starò un minuto in più con i miei carnefici”. E non è affatto esclusa la convocazione di un ufficio di presidenza già nella giornata di venerdì, per mettere ordine nel partito e lanciarlo verso la battaglia finale. I falchi hanno già preparato la conta sull’azzeramento delle cariche, a partire da Alfano. I numeri nel parlamentino del Pdl sono dalla loro. E proprio perché ha capito che Berlusconi stavolta fa sul serio che Alfano si è messo a frenare i suoi sulla scissione: “Se la fa con venticinque senatori – spiega una colomba – si mette nelle mani della sinistra ora che Renzi sta puntando alle elezioni ed è morto. Se non la fa si rimette in quelle di Berlusconi, più debole di prima”. Questo il dilemma. Di fronte al quale Angelino ha scelto di non buttare il cuore oltre l’ostacolo, almeno per ora. Già, almeno per ora.


Oddio, ci ridanno la Bindi
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 23 ottobre 2013)

Ci mancava pure il ritorno di Rosy Bindi ad allietare le larghe intese. La signora è stata nominata ieri presidente della Commissione Antimafia, una delle più importanti del Parlamento.
Il suo merito non è quello di essere grande esperta di Cosa Nostra, ma di essere a caccia di un posto e, soprattutto, ferocemente antiberlusconiana. Alla faccia degli «accordi condivisi » che dovevano essere alla base di questa legislatura. Il Pdl, al momento del voto, ha abbandonato l’Aula in segno di protesta per il blitz fatto dalla sinistra, che ha imposto a colpi di maggioranza la sua candidata. Così da oggi, oltre ad avere una magistratura di parte, un presidente della Repubblica di parte e un governo di parte che sta varando una manovra economica di parte, abbiamo pure una Antimafia partigiana, non contro le cosche, ma contro e in sfregio a Berlusconi e al centrodestra.

Al momento di scrivere non è ancora stato diramato il comunicato dei ministri del Pdl (né quello dei loro 24 senatori che ogni giorno si dicono pronti alla secessione) per gettare acqua sul fuoco delle polemiche e invocare la stabilità delle istituzioni. Non so se arriverà, ma qui, a furia di allagare per il bene del Paese, l’incendio verrà pure spento, ma il centrodestra morirà affogato. Perché la Bindi presidente dell’Antimafia è peggio dello spread, in quanto a presa in giro. Segue, nell’arco di pochi mesi, la beffa della condanna di Berlusconi, il tradimento del Pd sulla sua decadenza, la nomina di quattro senatori a vita tutti rigorosamente di sinistra, l’aumento dell’Iva e una manovra economica con nascosta dentro una patrimoniale su casa e risparmi.

Begli alleati che teniamo, e bel garante della «pacificazione nazionale » quel Giorgio Napolitano che, ieri, è andato su tutte le furie e definito una «panzana » l’ipotesi che all’atto di formare il governo si sarebbe impegnato a dare una qualche forma di salvacondotto a Berlusconi. Io non so se sia vero, ma sono certo che se avesse detto chiaramente che da buon comunista avrebbe fatto di tutto per aiutare il Pd a governare pur non avendo vinto le elezioni e si sarebbe impegnato dietro le quinte a pilotare nell’ombra la spaccatura del Pdl, ecco, io non credo che in quel caso Berlusconi avrebbe accettato le larghe intese perché si sarebbe trattato di avallare un colpo di Stato. E se poi avessero accennato pure alla Bindi…


Partito leaderistico, elezioni in primavera
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 23 ottobre 2013

Ciò che si andava preconizzando da tempo, ora incomincia a concretizzarsi. Non saranno le divisioni del Popolo della Libertà a far saltare il Governo di Enrico Letta, ma sarà il congresso (o meglio le primarie) del Partito Democratico a creare le condizioni per la fine delle larghe intese e per il ricorso alle elezioni anticipate nella prossima primavera. L’annuncio dato da Matteo Renzi che il suo obiettivo è conquistare i voti dei delusi del Pdl e di quelli del Movimento Cinque Stelle indica chiaramente che l’obiettivo del sindaco di Firenze non è di conquistare il partito per rinnovarlo, ma è quello di usare la segreteria come trampolino di lancio per la sua candidatura a Premier per governare il Paese.

Se il congresso del Pd fosse un vero congresso di tipo tradizionale la linea di Renzi diventerebbe il tema dominante della discussione della assise nazionale del Pd. Con favorevoli e contrari e, comunque, con un approfondimento destinato a far comprendere all’opinione pubblica del Paese il significato reale dell’operazione. Ma quello che viene definito il congresso del Pd non è altro che un’elezione, a cui partecipano iscritti e simpatizzanti, che dovrebbe concludere una discussione interna avviata dalla presentazione dei programmi dei singoli candidati segnata dalla singolare anomalia.

Quella che non essendoci più una struttura interna degna di questo nome in cui dibattere e approfondire, il cosiddetto congresso risulterà essere senza dibattito e l’elezione del nuovo segretario sarà decisa solo sulla base della notorietà mediatica dei candidati. I vecchi post-comunisti del Pd masticano amaro di fronte a quella che è un’evidente berlusconizzazione del loro partito. Ma è dal Lingotto e dall’elezione plebiscitaria di Walter Veltroni a segretario che hanno scelto la strada della trasformazione del partito tradizionale in partito leaderistico.

E oggi sono destinati a ritrovarsi con Renzi segretario a furor di popolo e con la prospettiva di andare al più presto ad elezioni anticipate per far giungere la trasformazione leaderistica del partito alla sua logica e naturale conclusione. Molti considerano questo processo politico in atto nel Pd come una fase di fisiologico passaggio dal vecchio al nuovo. Dove il vecchio è rappresentato dalla tradizionale nomenklatura post-comunista che ha come simbolo supremo Giorgio Napolitano, e il nuovo segnato dal rampantissimo sindaco di Firenze sostenuto dalla necessità dei media di avere un personaggio innovativo da vendere all’opinione pubblica.

Pochi, però, rilevano che questo processo di trasformazione del Pd da “ditta” collettiva, come diceva Pierluigi Bersani, a partito leaderistico, padronale e di modello berlusconiano come chiede Renzi, avviene senza alcun tipo di discussione seria e approfondimento reale. E, soprattutto, senza indicare al Paese dove questa trasformazione potrà portare oltre le elezioni anticipate di primavera. Verso la repubblica presidenziale renziana o, più semplicemente, verso un caos fatto di tante battute e di nessuna idea?

O peggio, verso una repubblica presidenziale in cui si pensa di far uscire il Paese dalla crisi attraverso le battute prive di idee? La logica del leaderismo vorrebbe che spettasse a Renzi di sciogliere questi interrogativi di fronte al Paese. Ma visto che il processo di passaggio tra il vecchio e il nuovo è ancora in corso, sarebbe bene che anche l’intero Pd e il resto della classe politica nazionale chiarissero una volta per tutte dove vogliono andare a parare.


Monti si è sbarazzato del cane E ora si libera dei dissidenti
di Paolo Bracalini
(dal “il Giornale”, 23 ottobre 2013)

Che fine farà Scelta civica? Dove andranno Casini, Cesa e Mauro? Che farà Monti? Ma soprattutto, che fine ha fatto Empy, il cagnetto affittato dalla Endemol e finito rocambolescamente in casa Monti, durante la campagna elettorale? La domanda turba la politica nazionale dopo l’incredibile confessione dell’ex premier a Raitre: «La Bignardi fu scorretta a mettermi in braccio quel cagnolino ».
Dunque non lo voleva, e allora dov’è adesso? Tagliato, come le pensioni sotto il suo governo? Esodato? Riconsegnato alla Endemol? Le ultime foto del quadrupede, in effetti, risalgono a febbraio, sotto elezioni. Poi più nulla. Nelle settimane prima delle politiche, Monti, di testa sua ma incoraggiato dai suoi (non proprio infallibili) esperti di comunicazione, pensò che l’adozione del piccolo maltese potesse svecchiare la sua immagine di rigido accademico anaffettivo e tramutarsi, da tecnico austero, in uomo di tutti i giorni – o quasi – e portargli dunque simpatie elettorali. Un assist da prendere al volo, e così fece il Professore, con l’adozione in diretta tv dell’innocente bestiola (ribattezzata da lui Empy, originariamente Trozzy), e successive mirate uscite pubbliche con cane al guinzaglio. La moglie Elsa, casualmente paparazzata mentre compra pappe, ciotole, ossa di gomma a Palla di pelo, negozio specializzato. Lo stesso Monti che, un po’ goffamente, coccola il cagnolino, sforzandosi di apparire a suo agio in posa per il fotografo. Persino un profilo Twitter per il cane Empy (altra geniale idea dello staff dell’ex premier), il cui ultimo tweet risale al 22 febbraio, due giorni prima del voto, traumatico per Scelta civica e per Monti. Poi, silenzio canino.

Che ci fossero divergenze non solo con quelli dell’Udc, ma anche con Empy, lo aveva segnalato Libero, intercettando il dialogo tra Monti e la moglie in un video casalingo a uso elettorale. Si nota l’allora premier, con trolley griffato «Monti per l’Italia », che gioca col cane, e l’allora first lady che domanda preoccupata: «Un’altra pipì? ». «No, no ». «Morde il tappeto? » «No, il divano ». Quindi il cucciolo si butta sulle gambe della first lady, non entusiasta: «Ahh i miei pantaloni! ». Più ingombrante di Casini, più ingestibile del ciellino Mauro, più inquieto di Olivero e compagnia di Sant’Egidio, ecco che per Empy si è imposta una soluzione drastica: piazzarlo alla figlia Federica, già consulente dello studio Ambrosetti (quelli di Cernobbio), e ai tre nipotini del premier (uno di loro chiamato Spread dai compagni di asilo, rivelò Monti), affezionatissimi alla bestiola. Dunque una buona notizia per i parlamentari preoccupati della sorte di Empy dopo le frasi di Monti in tv.
Più complicata è la sorte di Monti e della sua Scelta civica. Stasera, nella sede di via Poli a Roma, si va alla conta. Il comitato direttivo del partito, composto da 20 persone (meno uno, Monti, che non ci sarà), al novanta per cento montiani, metterà ai voti un documento («Siamo alle purghe staliniane! » grida l’opposizione interna) che fissa nero su bianco la linea di Scelta civica: fedeltà al governo ma libertà di critica ai provvedimenti considerati discutibili; auspicio per un ritorno di Monti alla presidenza di Sc; no al bipolarismo e sì a un terzo polo; separazione dall’Udc con cui «sono venuti meno i presupposti per un’alleanza ». In sintesi: o andate con Casini o se restate in Scelta civica basta raccolta firme per sfiduciare la presidenza. Un aut aut che costringerà a chiarire le posizioni ancora ambigue di molti. Potrebbero votare contro Dellai, Olivero (però molto indeciso), il senatore Marino e l’onorevole Gitti. Punto interrogativo sulla Merloni, firmataria della lettera contro Monti, ora in bilico, addirittura «pentita » secondo alcuni, e sull’onorevole Santerini. Sarà presente Mario Mauro, scissionista con Casini, e Moavero, che come ministri non avranno però diritto di voto nel direttivo. La scissione del centrino inizia oggi e si completa giovedì, con la riunione dei gruppi parlamentari. Con uno scenario poco simpatico per i montiani: se andranno via i 12 senatori secessionisti, il gruppo Sc al Senato sparirà (ne servono, per regolamento, almeno 10).


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart