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LETTERATURA: I MAESTRI: Sui campi di Verdun Hemingway e Fitzgerald

23 Ottobre 2013

di Giuseppe Gadda Conti
[da “La Fiera Letteraria”, numero 14, giovedì 30 marzo 1967]

I due scrittori, che per anni furono amici, in realtĂ  si incontrarono a Parigi solo nel 1925. Fitzgerald aveva scritto a Maxwell Perkins, il nume tutelare dell’editore Scribner, mettendolo al corrente che sulla « rive gauche » furoreggiava un giovane ameri ­cano che pubblicava racconti su riviste d’avanguardia. La lettera terminava: « lo cercherò subito ». Francis mantenne la pro ­messa e andò a scovare l’irsuto collega nel cuore del Quartiere Latino. Hemingway esercitò subito uno straordinario fascino sul meno giovane Fitzgerald, di carattere impressionabile e dunque facile preda di una forte personalitĂ .

Si ritiene in genere, un po’ sbrigativamente, che i «favolosi » Anni Venti americani, siano illuminati da due stelle principali: Fitzgerald ed Hemingway, quasi essi fossero la costellazione dei Dioscuri di quell’epoca tanto scintillante.

In realtĂ  questi due scrittori, che per molti anni furono amici al punto di scriversi regolarmente, non si incontrano prima della metĂ  esatta del movimentato decennio.

Il fatto avvenne nel maggio del 1925, a Parigi, la capitale ideale di tutto l’altro dopoguerra, quando Fitzgerald raggiunse quella cittĂ  a conclusione di uno dei suoi viaggi in Europa in compagnia della moglie Zelda e della figlia Scottie. Egli aveva in precedenza scritto a Maxwell Perkins (l’acuto nume tutelare di tanti ottimi scrittori presso l’editore Scribner) che c’era, sulla “rive gauche”, un giovane americano i cui racconti furoreggiavano nelle pagine delle riviste di avanguardia: Ernest Hemingway; “lo cercherò subito”, terminava la lettera. Scott Fitzgerald mantenne la promessa, e andò a scovare l’irsuto collega nella sua tana del momento: al 113 di rue Notre-Dame-des-Champs, nel cuore del Quartiere Latino. BenchĂ©, tra i due, Hemingway fosse il piĂą giovane e di gran lunga il meno famoso, esercitò sull’altro scrittore un fascino immediato, e che non fu un fuoco fatuo. Il carattere impressionabile di Fitzgerald subì un’impronta quasi indelebile dalla personalitĂ  di quell’autentico atleta che Hemingway era sia fisicamente, sia nel manĂ©ggio della penna. Ancora in un romanzo uscito quasi dieci anni dopo, Tenera è la notte, troviamo improvvisamente un lungo capitolo in cui i protagonisti, apparentemente spensierati, visitano il teatro di tante sanguinose battaglie dell’ultima guerra. Ä– una scena palpitante, ed è il ricordo di una ricognizione compiuta insieme all’amico, nell’ottobre 1925, a Verdun. In vista di quelle zolle Hemingway aveva avuto l’occasione di ribadire la sua teoria che la guerra forniva il miglior tema per un libro, perchĂ© “ne accelera il moto, e porta in superficie argomenti d’ogni tipo che, di solito, si potrebbero raccogliere solo al termine di un’intera esistenza”.

E l’ammirazione di Fitzgerald non si limitò solo alla persona dello scrittore: cercò di aiutarlo in tutti i modi nel campo professionale che avevano in comune. Nel maggio successivo, apparve sulla rivista Bookman una sua recensione del libro hemingwayano di novelle In Our Time, nella quale, tra l’altro, poneva il racconto “Il gran fiume dai due cuori” in una sorta di olimpo delle short stories americane, insieme a “Melanctha” della Stein, “L’uovo” di Anderson, e «Luna di miele dorata » di Ring Lardner (all’epoca, grande amico di Fitzgerald). Non si sa, invece, quale parte egli abbia avuto nel passaggio del piĂą giovane romanziere dall’editore Liveright, che aveva pubblicato In Our Time, a Scribner, cioè sotto i suoi stessi colori. Non lo si sa per certo, ripeto, ma si narra che fu Fitzgerald a suggerire all’amico di scrivere, in fretta e furia, I torrenti di primavera. Sotto questo titolo che arieggiava Turghenev, venne mosso un piĂą che esplicito attacco a Sherwood

Anderson, uno dei cavalli vincenti della scuderia Liveright; così l’editore rifiutò di pubblicare il libro e Hemingway fu libero di passare da Scribner: sotto Maxwell Perkins, appunto. Naturalmente, un simile rapporto tra “patrono” e “protetto” non era destinato a durare a lungo: specie ora che i rispettivi destini dei due scrittori erano prossimi a mutarsi. FinchĂ© il piĂą noto rimase Fitzgerald, questi riuscì, con il suo estro capriccioso, spesso con vera e propria ingenuitĂ , a superare la barriera che li divideva. Ma ben presto la sua stella sembrò ripercorrere in privato le vicende pubbliche degli Stati Uniti, dove il “ruggito” degli Anni Venti si era trasformato nel roco lamento del crollo di Wall Street; mentre quella di Hemingway, dopo i primi anni di difficoltĂ , venne a occupare un’orbita rilevante, e soprattutto stabile, nel firmamento americano.

Negli Anni Trenta i rapporti tra i due raggiunsero una temperatura molto bassa, e vennero alla luce tutti quei contrasti che a un osservatore spassionato sembrano quasi naturali. La situazione può essere simbolicamente colta fin da quel primo incontro parigino: Fitzgerald che esce dal suo appartamento in rue de Tilsit, a un tiro di schioppo dall’Étoile, per arrampicarsi fino alla stanzetta dove Hemingway avrebbe potuto contare su di un letto, un tavolo, e cinque “sous” di patate fritte come pasto. A parte la comune origine dal Midwest, i due non avevano nulla di somigliante: alle feste della gioventĂą dorata di S. Paul, nel Minnesota, dove Scott aveva intrecciato danze con aeree reginette e con sconcertanti flappers dai capelli alla garí§onne, che fumavano i bocchini chilometrici e avrebbero potuto “ballare un’intera notte », Ernest poteva contrapporre solo avventure piĂą rudi, di pesca e di bevute, sulle rive settentrionali del lago Michigan, in una regione abitata ancora dagli indiani Ojibway.

Fitzgerald era andato in una delle prestigiose UniversitĂ  della costa atlantica: Princeton; Hemingway era fuggito di casa dopo le scuole secondarie e aveva lavorato per vari giornali di Kansas City, Chicago, Toronto. Hemingway era stato ferito seriamente da un mortaio austriaco vicino a Fossalta di Piave, combattendo con gli Italiani, nel 1918; Fitzgerald aveva trascorso lo stesso periodo di tempo tra i territoriali di Camp Sheridan, nell’Alabama, leggendo Swinburne. Era come contrapporre â— scrive il biografo di Scott Fitzgerald, Andrew Turnbyll â— una farfalla multicolore a un toro. Ma col passare degli anni le vicende dei due uomini portarono a un contrasto piĂą accentuato: la crescente malinconia di Scott â— dice ancora Turnbyll contro la crescente megalomania di Ernest. Quando Fitzgerald giudicò Verdi colline d’Africa, uscito nel 1935, il piĂą scadente dei libri del collega, questi rispose, con freddezza evidente, di capire come l’amico non fosse piĂą in grado di distinguere il buono dal cattivo in un libro.

In quegli anni Fitzgerald stava attraversando il suo peggior periodo: di disillusione, di alcolismo, di malattie fisiche. Vicissitudini da lui narrate in una serie di articoli, significativamente intitolata The Crack-Up. Un bel giorno, mentre tali articoli stavano ancora apparendo a puntate, Hemingway pubblicò uno dei suoi piĂą tipici racconti, “Le nevi del Chilimangiaro ». Ä– un brano di prosa molto autobiografico, e a un certo punto il protagonista, uno scrittore in punto di morte, rievoca… “il povero Julian” e la sua romantica, invincibile passione per le persone ricche. Julian “aveva una volta cominciato un racconto così: “I ricchi sono molto diversi da te e da me”. E qualcuno gli aveva risposto: “Sì, hanno piĂą soldi”. Solo un profondo conoscitore dell’opera di Fitzgerald avrebbe potuto riconoscere in quell’inizio una delle sue migliori novelle: «Il ragazzo ricco ». Tutto questo nella redazione apparsa in volume, ma nella prima versione, quella stampata da una rivista, quella che andò in mano a tutti gli americani in viaggio o sdraiati sopra la poltrona di un barbiere, al posto di “Julian” era scritto “Scott Fitzgerald”.

Fitzgerald non fu la sola vittima del freddo furore satirico di Hemingway, il quale, ogni volta che sospettava che un collega potesse fargli ombra, partiva a testa bassa, proprio come uno di quei suoi tori ammirati e rimirati, al quale un panno rosso venisse agitato davanti agli occhi. Si è giĂ  detto di Anderson. Ma quello che subì il trattamento piĂą micidiale fu probabilmente Sinclair Lewis, ritratto in Di lĂ  del fiume e nel folto degli alberi, (1950), «con una faccia curiosa, come quella di una donnola o di un furetto, ingrandita e in pari tempo dall’aria delusa, deforme come le montagne della luna viste attraverso un telescopio da pochi soldi… Come la faccia di Goebbels, se Herr Goebbels si fosse mai trovato in un aeroplano in fiamme… come la caricatura di un americano che fosse stato passato al tritacarne e poi bollito, ma non troppo, in olio”. (Questa è una delle figure retoriche preferite dell’Hemingway scatenato all’offensiva: circa trent’anni prima aveva minacciato di partire per Londra con un tritacarne per ridurre T. S. Eliot in “polvere finissima” ). Lewis (che portava in viso i segni di un Cancro all’epidermide) era facilmente riconoscibile; ma anche qui, se qualche dubbio poteva ancora sussistere per i lettori del libro, nessuno ne era stato precedentemente lasciato a quelli della versione apparsa sul Cosmopolitan. Lì, un cameriere interrogato su chi fosse quel tipo, rispondeva: “Chi, lo scrittore americano seduto con la madre della sua ex-amante?”. Cioè proprio la situazione in cui Hemingway lo aveva incontrato a Venezia, un anno prima.

Mark Schorer, uno dei piĂą rinomati critici americani, richiamò l’attenzione su molti punti di contatto tra il destino di Lewis e quello di Fitzgerald â— al di lĂ  del fulmineo successo letterario all’inizio degli Anni Venti: â— l’alcoolismo, la rovina del matrimonio, una amante giovane da “allevare”, la disperazione e l’isolamento finali. Ciò darebbe parzialmente ragione a Hemingway che in una delle meditazioni dialogate di Verdi Colline d’Africa (il libro criticato da Fitzgerald) aveva detto: “Non abbiamo grandi scrittori, in America… qualcosa accade loro a una certa etĂ … li distruggiamo in varie maniere… attraverso la politica, le donne, il bere, i soldi, l’ambizione…”.

Comunque, i due scrittori ci appaiono ancor oggi accostati a forza sotto il flagello della lingua lunga di Hemingway. Gli attacchi a Fitzgerald non terminarono nemmeno con la sua morte prematura avvenuta nel 1940; e neppure la morte di Hemingway stesso, ventun anni dopo, sembra averne arrestato il flusso.

A mio parere, uno dei peggiori servizi che la vedova dello scrittore, la sua quarta moglie, ha fatto alla memoria del marito, è stato quello di pubblicare, postumo, Festa Mobile. Appartiene decisamente alla categoria dei libri peggiori di Hemingway, quelli (come i ricordati Verdi Colline d’Africa e Di lĂ  del fiume e nel folto degli alberi) in cui lo scrittore, con l’aria apparente di parlare degli altri, non fa in effetti che parlare di se stesso, e delle proprie idiosincrasie. A Fitzgerald sono dedicati piĂą di un capitolo, e il lettore ne esce con l’impressione di aver visto il ritratto di uno scialacquatore improvvido e capriccioso, affetto da vuoti di memoria e da infantili manie di persecuzione, incapace di reggere un solo bicchiere. La rievocazione è poi zeppa di aperte allusioni ai rapporti intimi tra Fitzgerald e sua moglie, accenni di una volgaritĂ  che sfiora a volte l’incredibile, se si pensa che riguardano persone morte da lustri (la vedova ci avverte che il libro fu cominciato nel 1957). Hemingway non aveva mai potuto sopportare colei che con Scott formava il prototipo delle coppie “belle e dannate”, e qui cerca di spiegarne il perchĂ©. Dice (riproduco l’attenta versione di Vincenzo Mantovani): “Zelda era gelosa del lavoro di Scott… lo guardava e sorrideva beatamente con gli occhi e poi anche con la bocca mentre lui beveva il vino… Voleva dire che lei sapeva che Scott non sarebbe piĂą stato in grado di scrivere”. Al momento, le reazioni di Hemingway furono assai meno sottili: dopo averla vista la prima volta chiese a Fitzgerald se si rendeva conto che sua moglie era pazza. Zelda sarebbe morta l’11 marzo 1947, nell’incendio del ricovero psichiatrico che la ospitava.

Se, oggi, si volesse tracciare un confronto tra i due individui, sotto il profilo umano, è indubbio che Fitzgerald otterrebbe la palma. Ma se si guarda, invece, al metodo di lavoro â— in quegli anni in cui per la prima volta si parla, nella letteratura americana, di generazione, sia pure di una “generazione perduta” e altrettanto fuor di dubbio che il primo posto verrebbe conquistato da Hemingway. Ambedue gli scrittori inaugurarono un modo “nuovo” di descrivere le cose, ma per entrambi si possono trovare degli illustri predecessori. Maxwell Geismar, ha segnalato come molte delle pagine di Frank Norris, specie in Vandover and the Brute, preludano a quelle di Fitzgerald; e che Hemingway discenda in linea retta (per il tramite di Stephen Crane) da Mark Twain, fu lui stesso il primo a suggerirlo. E qui forse, in questo indefesso lavorio intorno a se stesso, sta la differenza tra i due uomini: il mito di Fitzgerald gli fu inaspettatamente porto sopra un vassoio dorato dagli Anni Venti americani; quello di Hemingway è stato tenacemente costruito dallo scrittore medesimo. Ne risulta che il cammino di Fitzgerald fu piĂą duttile, nel percorso dall’egoismo narcisistico dei primi libri alla solidarietĂ  sociale dell’incompleto Ultimo magnate, che la morte gli stroncò. Quello di Hemingway ci appare piĂą rigido: fatto di molti pezzi giustapposti ma immutabile come il funzionamento d’una macchina: irreversibile, autosuffìciente. Nella tradizione occidentale una purificazione attraverso l’acqua (come il passaggio del Mar Rosso) ha sempre indirizzato verso piĂą alti valori di solidarietĂ  umana. Ma il tuffo nel fiume â— con cui, Un addio alle armi, il tenente Henry suggella la sua famosa “pace separata” â— lo allontana dagli altri esseri mortali sofferenti, anzichĂ© accostarvelo. Il suo è un universo dove il prossimo, persino la donna amata, non trova posto.

Per Hemingway scrivere era tutto. Da qui le sue â— anche giustificate â— critiche al lassismo, alla mancanza di metodo, ai compromessi col pubblico di Fitzgerald. Ma, in uno scrittore che scriveva essenzialmente per sĂ©, la visione del mondo finì col risultare necessariamente limitata. Non per nulla i suoi capolavori indiscussi sono racconti “brevi”. Philip Young ha brillantemente dimostrato come anche il suo celebratissimo stile derivi dai traumi che â— culminando con la ferita sul fronte del Piave â— egli ha incassato per tutta la vita. Mai come nel suo caso si può dire che lo stile sia l’uomo.

Ma anche tutta la sua opera (a differenza di quanto si nota in quella di Fitzgerald) ha l’andamento di una perenne, ostinata, convalescenza dagli sbalzi continui: dopo Un addio alle armi, Verdi Colline d’Africa e Avere e non avere; dopo Per chi suona la campana, Al di lĂ  del fiume e fra gli alberi; dopo Il vecchio e il mare, Festa mobile. Consideriamo per un momento le ultime righe dei due piĂą noti romanzi usciti dalla penna di questi scrittori durante il decennio che consacrò la loro eccellenza. Il Grande Gatsby (1925) â— dopo aver ricordato che il sogno illusorio di Gatsby era un tipico “sogno americano”, di tutta una nazione â— conclude: “Così noi continuiamo a spingerci avanti, barche contro corrente, incessantemente ricacciati nel passato”. C’è amarezza, ma non delusione: non volontĂ  di ritrarsi dal destino collettivo. Il tenente Henry, invece, in Un addio alle armi (1929), è completamente solo dopo che Catherine, durante il parto, si è spenta: «… me ne uscii, lasciai l’ospedale, e ritornai in albergo a piedi, in mezzo alla pioggia”. Al tempo di Morte nel pomeriggio (1932) Hemingway aveva scritto: “Non c’è uomo piĂą solo davanti alla morte tranne il suicida”. Così forse deve essersi sentito lo scrittore stesso, il mattino del 2 luglio 1961, quando s’accostò al capo uno dei suoi fucili da caccia.

 


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Bart