Quel sosia eletto al Quirinale
di Francesco Damato
(da “Il Tempo”, 30 gennaio 2012)
Dell’uomo e del politico Oscar Lui gi Scalfaro sono stato a lungo tra gli estimatori e amici. Di un’ami cizia da lui ricambiata e rafforzata da una comune disavventura, al termine del congresso nazionale della De nel 1976, conclusosi con l’elezione diretta di Benigno Zaccagnini a segretario. Al cuni scalmanati, di notte, ci attesero al l’uscita per deriderci e gridarci: «Per voi borghesi è finita ». Io lavoravo al Giorna le. Lui si era inutilmente speso per l’ele zione di Arnaldo Forlani.
Memore anche di quella notte, sten tai a riconoscerlo nei panni di presiden te esordiente della Repubblica nella pri mavera del 1992. Fui talmente sorpreso, diciamo pure traumatizzato, dal contri buto che il nuovo capo dello Stato deci se di dare, sotto l’effetto delle indagini e degli arresti per Tangentopoli, allo scon finamento delle Procure della Repubblica che mi rifugiai in un’allucinazione. Pensai e scrissi che quello in attività al Quirinale fosse un sosia di Scalfaro, es sendo stato quello vero sequestrato da qualche misteriosa banda. Fu natural mente anche la fine della nostra amici zia.
L’ombra del sosia mi comparve la pri ma volta il giorno in cui seppi che il Presi dente, alle prese con gli incontri politici di rito per la formazione del primo go verno della legislatura uscita dalle urne del 5 e 6 aprile di quell’anno, aveva rite nuto di consultare anche il capo della Procura della Repubblica di Milano, Francesco Saverio Borrelli, per infor marsi sulle indagini note come “Mani pulite”. E ne ricavò la convinzione che Bettino Craxi, per quanto destinato a ri cevere i primi avvisi di garanzia solo a fine anno, dovesse sin d’allora pagare pegno. Al suo posto egli mandò a Palaz zo Chigi Giuliano Amato, facendolo pro porre dallo stesso segretario del Psi.
La seconda volta l’ombra del sosia mi comparve nel 1993, quando il Quirinale annunciò che Scalfaro aveva negato la firma a un decreto legge appena varato dal governo per la cosiddetta uscita politica da Tangentopoli. Eppure l’allora Guardasigilli Giovanni Conso riteneva di avere concordato ogni cosa diretta- mente o indirettamente con il capo del lo Stato. Ma, tra le decisioni del Consi glio dei Ministri e l’annuncio del dinie go della firma del presidente della Re pubblica, vi fu una clamorosa protesta pubblica del capo della Procura di Mila no in persona. Si era ormai passati dalle Procure della Repubblica alla Repubbli ca delle Procure.
Di lì a poco l’ombra del sosia tornò a farmi capolino con un messaggio televi sivo del presidente della Repubblica contro il tentativo mediatico da lui ravvi sato di coinvolgerlo in una brutta storia di fondi segreti passati anche per le sue mani, o i suoi uffici, negli anni in cui era stato il ministro dell’interno di Craxi. A chiamarlo in causa erano stati alcuni funzionari finiti sotto indagine e in car cere. Ai quali poi nella Procura di Roma, anche a costo di contrasti interni rivela ti in un libro da Francesco Misiani, che ne aveva fatto parte, si decise di reagire contestando loro il reato gravissimo di attentato al funzionamento delle istitu zioni. «lo non ci sto », gridò il capo dello Stato nel pieno della bufera davanti alle telecamere. Ma per uscire davvero dalla vicenda, riproposta con un esposto giu diziario dal suo ex amico ed ex guardasi gilli Filippo Mancuso, egli dovette aspet tare la fine del suo mandato presidenzia le. Un’altra volta ancora l’ombra del so sia mi comparve nella primavera del 1994. Fu quando il capo dello Stato, non potendo proprio fare a meno di conferi re l’incarico di presidente del Consiglio a Silvio Berlusconi, uscito vittorioso dal le urne del 27 e 28 marzo, decise e an nunciò di accompagnarne la nomina con una lettera quanto meno inusuale di indirizzo politico. Il nuovo capo del governo avrebbe dovuto attenervisi nel la sua azione, al di là degli stessi vincoli parlamentari connessi alla fiducia.
Impertinente e ossessiva, quell’om bra tornò dopo qualche mese ad allun garsi. E trovò anche una descrizione nei racconti di Umberto Bossi. Che rivelò, in particolare, la cordialità e gli incorag giamenti ottenuti al Quirinale nella pre parazione della prima rottura con il Ca valiere. Fu sul Colle che il leader leghista si sentì assicurare che una crisi di gover no non sarebbe sfociata nelle elezioni anticipate, temutissime allora dalla Le ga. Esse infatti seguirono non di pochi mesi ma di più di un anno il primo allon tanamento di Berlusconi da Palazzo Chigi e la sua sostituzione con Lamber to Dini: il tempo necessario perché la sinistra e il centro post-democristiano si organizzassero sotto l’Ulivo di Roma no Prodi e vincessero le elezioni del 1996.
Tre anni dopo si concluse il mandato presidenziale di Scalfaro. Ed io mi illusi che fosse finito anche l’incubo del sosia. Ma mi sbagliavo. Anche da ex presiden te, o presidente emerito della Repubblica, continuarono a mischiarsi e a so vrapporsi impietosamente nella mia im maginazione i due Scalfaro: quello buo no di una volta, scampato con me alla «fine dei borghesi », e quello irriconosci bile del Quirinale. E di Palazzo Mada ma, dove egli continuò a ritenersi mobi litato contro il Cavaliere, sia quando questi era di suo all’opposizione, sia quando questi tornò al governo. E osò varare nel 2006 una riforma della Costi tuzione con una maggioranza inferiore ai due terzi del Parlamento, per cui fu necessaria la verifica referendaria. A gui darne la campagna fu proprio Scalfaro, avvolto sulle piazze nella bandiera di una Repubblica e di una Costituzione a suo avviso minacciate dal Cavaliere. Se quella riforma non fosse stata bocciata, avremmo potuto avere già adesso, fra l’altro, meno parlamentari e un bicame ralismo differenziato. Un’occasione quindi mancata grazie anche a lui. La cui morte merita naturalmente rispet to, ma non l’ipocrita partecipazione ad un coro d’elogi sperticati.
Da anticomunista ad antiCav; una trasformazione da Oscar
di Giancarlo Perna
(dal “Giornale”, 30 gennaio 2011)
Era un baciapile parruccone che poteva passare per un indigesto mattone se non fosse stato particolarmente spiritoso e tanto maligno da rendere molto divertente la sua compagnia. Si trasformò invece in una serpe tout court quando Silvio Berlusconi entrò in politica.
Divenne velenoso e sleale. Irriconoscibile. Tanto che, di destra e anticomunista al cubo com’era («i comunisti restano comunisti, anche quando sono in pigiama », diceva) si trasformò nel primo alleato del Pd-Pds contro l’intruso di Arcore. Ha davvero odiato il Cav, il riccone dedito a fare soldi in tv con i seni delle ballerine, considerandolo l’Anticristo. Ebbe la reazione di un uomo della casta politica che non tollerava l’ingresso nel suo mondo dell’estraneo che portava scompiglio e un’aria nuova che al naso di Scalfaro pareva invece mefitica.
La devozione di Oscar Luigi perla Madonnaera proverbiale. Più volte il giorno si chiudeva in una stanza per chiacchierare con Lei. La invocava con epiteti di squisita fattura che ha poi raccolto in un libro diffuso nelle parrocchie: «La Mamma,la Padrona,la Splendidissima,la Madredel Bell’Amore,la Castellanad’Italia,la Corredentrice, l’Ancilla ». Altra passione scalfariana fu Maria Maddalena, la fille de joie pentita. In un suo best seller caro alle Figlie di Maria scrisse: «Mi ha sempre colpito questa donna impastata d’amore.
Attendo di incontrarla ». Nell’attesa, riflettendo su stesso, giunse a questa conclusione: «Sono un broccolo. Ma è meglio essere un broccolo nel campo del Signore che un fiore piantato fuori dal campo ». Il grosso del suo seguito elettorale era formato da badesse, suore e novizie. Grazie a loro, fu rieletto per undici legislature, finché – dopo il Settennato -, divenne senatore a vita. La presa sulle tonache muliebri era tale che un giorno il cardinale Siri esclamò stupito: «Nessun cardinale controlla tante suore come quest’uomo ».
Il mondo femminile fu la gioia e il tormento di Oscar Luigi. Tutti sanno che ha vissuto consustanzialmente per 66 anni con la figlia Marianna che fu la first lady d’Italia nel periodo del Quirinale. Vedovo a 26 anni, Scalfaro non si è risposato. Le cose andarono così. La moglie ventenne, Mariannuzza, andava incontro a un parto difficile. L’ostetrico disse a Oscar: «C’è il rischio di dovere scegliere tra la mamma e il figlio (all’epoca, il sesso restava un mistero fino all’ultimo) ». Il marito rispose: «Non farò mai nulla che impedisca al bimbo di nascere ». Ossia, prima il bebè, poi la moglie in linea con i dettami della morale cattolica, ma in contrasto con l’amore maritale. Il parto in sé andò bene e nacque Gianna Rosa. Mariannuzza morì però 17 giorni dopo per un embolo e il padre ottenne di cambiare nome alla neonata. Così, Gianna Rosa divenne Marianna, in onore della mamma.
Escluse le badesse e le due Marianne, il nome di Scalfaro non fu mai accostato a quello di altre donne se non in un unico caso. Era un giorno di luglio dei primi anni Cinquanta, quando Oscar seduto in un ristorante di Via della Vite, due passi dal Parlamento, vide una signora al tavolo vicino. «Gesù Maria », disse tra sé. La malcapitata, infatti, indossava un vestito scollato. Scalfaro si avventò su di lei: «È uno schifo. Una cosa abominevole. Lei è una donna disonesta. Le ordino di mettere il bolerino ». Pareva pazzo, ma fu preso sul serio. La signora, Edith Mingoni Toussan, 30 anni, si offese e suo padre, un ufficiale, sfidò Scalfaro a duello. Lo scandalo fu immenso, la replica allo sfidante, marpiona.
«Quando una persona seria – dichiarò Oscar Luigi pensando a sé – riceve una comunicazione poco seria, non la prende in considerazione ». A incrociare le lame, non ci pensava proprio. Ne fu talmente irritato il principe De Curtis, in arte Totò, che prese carta e penna e stilò una lettera aperta al «suo » sottosegretario allo Spettacolo (ruolo del Nostro all’epoca). «Le persone alle quali il sentimento della responsabilità cavalleresca è ignoto – scrisse con disgusto -, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini ai quali il coraggio dice ancora qualcosa ». In pratica, un invito a spararsi. Da sottosegretario, fu talmente beghino da farsi odiare da cineasti e teatranti tormentati dalle sue censure. Malaparte, che lo detestava, scrisse di lui: «A giudicare dai lamenti e minacce, si direbbe che l’on. Scalfaro si consideri l’unico uomo morale di questa, a parer suo, immoralissima Italia ».
Nato a Novara da un nobiluomo calabrese, impiegato delle ferrovie, e una nobildonna piemontese, Scalfaro fu in gioventù giudice della Repubblica di Salò. Dopo avere però imposto la giustizia mussoliniana, conla Liberazionepartecipò alle epurazioni come pm nei tribunali per i crimini fascisti. Chiese diverse condanne a morte, ovviamente con la medesima nel cuore, che furono quasi tutte eseguite. In seguito, si sentì sempre magistrato e soleva dire che indossava la toga anche di notte. Tuttavia, il giorno che i giudici si occuparono di lui per i fondi neri del Sisde – quando era già al Quirinale – cercò in ogni modo di sottrarsi al giudizio fino al celeberrimo «non ci sto » televisivo. Era il tempo di Mani Pulite e le toghe, cui l’appoggio di Scalfaro serviva per continuare il repulisti, lo graziarono. Imbrogliando le carte, ne archiviarono la posizione per prendersela invece con gli 007 che avevano rivelato i magheggi. Una prepotenza sfacciata che a un moralista come Oscar avrebbe dovuto ripugnare e che invece gli instillarono quel senso di impunità e la spocchia che lo hanno poi accompagnato fino all’ultimo giorno. Il quale, ora che è venuto, ci lascia la nostalgia del dc sorridente che parlava conla Madonnae il rammarico di averlo visto affondare negli ultimi anni in un mare di odio.
Altri articoli
“Scalfaro santo, noi non ci stiamo” di Vittorio Feltri. Qui.
“Quel sosia eletto al Quirinale” di Francesco Damato. Qui.
“Nell’elogio dei nemici il trionfo dell’ipocrisia” di Paolo Guzzanti. Qui. Da cui estraggo:
“l’ex presidente appena defunto fu un arbitro che giocava in campo praticando la doppia verità, agendo in modo diverso da quel che diceva di voler fare quando guardava in faccia i suoi interlocutori.”
“Moodys: Monti affonda l’Italia, troppe tasse”. Qui.
“Spendere meno non è impossibile” di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi. Qui.
“La Merkel scende in campo anche in Italia?” di Mario Sechi. Qui.
“Quel colpevole “Non ci sto” di Mauro Mellini. Qui.
“Accusato dal pm Scalfaro e fucilato come fascista. Ecco le sue lettere inedite”. Qui.