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LETTERATURA: Johann Wolfgang Goethe (4)

30 Gennaio 2012

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

La vena poetica a Weimar

A Weimar, dove credeva di poter portare a compimento le molte opere iniziare e in attesa del tocco finale, deve accusare una pausa di ambientamento. In quest’ottica i primi dieci anni di Weimar furono per lui un periodo di sviluppo intellettuale e di attività pratica, impegnato fin da subito a rispondere alle attese “pretenziose” della Duchessa Amalia. A soffrire la sua vena creativa, perché si sarebbe dimostrata quasi insignificante la sua   produzione artistica, mentre dovevano già delinearsi e prender corpo le opere più importanti, proprio quelle che un giorno sarebbero servite a fare accrescere la sua popolarità. Da segnalare nel 1774 la perdita a soli ventiquattro anni dell’amata sorella Cornelia, lutto che provocherà in lui un’indicibile sofferenza. Per quanto riguarda la sua attività di scrittore continuava a essere impegnato su più fronti, con una particolare predilezione per “Faust”, “Ifigenia in Tauride”, “Egmont” e ” Wilhelm Meister”, iniziato nel 1777. Oltre a poter rivedere Herder, conosciuto già negli anni universitari di Strasburgo e adesso invitato “fisso” alla corte di Weimar, Goethe, cui era riconosciuta “carta bianca”, ha fatto in modo che nella cerchia egli ospiti privilegiati trovassero posto figure emergenti della cultura tedesca, come Wieland e Friedrich Schiller, che di lì a poco si sarebbe imposto come il drammaturgo “nazionale”. Il’Musenhof’ (salotto letterario) della duchessa Anna Amalia, grazie a lui, era così destinato a diventare ritrovo di letterati e di appassionati delle belle arti. Con la duchessa Amalia i rapporti erano e rimarranno eccellenti,   e questo lo agevola a fare una luminosa carriera. Già   nel 1776 viene nominato membro del Consiglio segreto, il 6 settembre del 1779 diventa consigliere segreto, “promozione” questa che gli darà modo di confessare: “Mi sembra meraviglioso raggiungere, come in sogno, a trent’anni, il più alto grado onorifico che un cittadino tedesco possa ottenere”. Ma la sua “irresistibile” ascesa non si ferma; il 10 aprile 1782 l’imperatore Giuseppe II gli concede il titolo nobiliare, che gli darà diritto a far precedere il suo cognome da quel   “von”, di cui egli stesso – a dire il vero –   non abuserà mai, ma che nella corte e non solo in quella, aveva un particolare significato. Nel 1804 diventerà addirittura ministro. Ma non è solo nella sfera “pubblica” che avvengono notevoli “cambiamenti” nella vita di Goethe. Gli anni che vanno dal 1776 al 1788 furono, infatti, contraddistinti dall’affettuosa amicizia con Charlotte von Stein, dama di compagnia della duchessa Amalia fin all’età di quindici anni. Questa signora,   regolarmente sposata con un nobile tedesco e con una nidiata di figli da accudire, si prenderà cura – in senso lato – del giovane inesperto, gli insegnerà il modo di stare a Corte e di controllare i suoi “impulsi”, diventando   per oltre dieci anni la sua consigliera preferita. Strano destino quello della signora von Stein; quando, nel 1764, Charlotte sposò Josias von Stein, stalliere della duchessa Anna Amalia, tutti la invidiarono, non sottovalutando la posizione economica del “novello” sposo; infatti Herr von Stein, oltre ad appartenere alla nobiltà del Ducato, aveva proprietà fondiarie ed era notoriamente pio e di carattere buono. A tutto questo bisogna aggiungere ulteriori doti; non giocava, cosa rara tra i nobili del tempo che trascorrevano molte delle ore “oziose” ai tavoli da gioco – vizio che avrebbe mandato in rovina parecchie “casate” -, non beveva e non picchiava mai la moglie; “abitudine” questa abbastanza frequente nei mariti tedeschi del tempo. Ma la coppia von Stein non aveva proprio nulla in comune; la   grande e unica passione del padrone di casa era quella dei cavalli, cui dedicava quasi esclusivamente tutto il suo tempo, con la conseguenza che la consorte, alle prese tra l’altro con continue gravidanze, finì presto con l’essere scontenta dallo squallore di quell’avvilente quanto monotono tenore di vita.

A tutto questo bisognava aggiungere che proprio a causa delle sue frequenti maternità, la Lotte non poteva partecipare alla vita sociale di Weimar così come avrebbe voluto. Fu proprio in questo periodo che avvenne l’incontro “fatale” con il giovane precettore di corte. A volere fortemente l’incontro la curiosità culturale della signora, “divoratrice” di letture, nelle sue interminabili e spesso vuote giornate. La von Stein, dopo aver letto “I Dolori del Giovane Werther, si sentì “attratta” dall’autore, dovendo di lì a poco scoprire che proprio quel giovane da lei tanto ammirato faceva parte del “suo” ambiente, essendo impegnato come Hofmeister nella corte in cui lei stessa era di casa. Fu il suo medico personale, Zimmermann, a prestarsi per l’occasione a diventare “galeotto”, dicendosi disposto a favorire l’incontro, dopo tuttavia aver messo in guardia la sua paziente dei potenziali pericoli cui andava incontro:“Volete che io Vi racconti di Goethe? Desiderate incontrarlo? Mia cara, povera amica! Cercate di riflettere. Voi volete vederlo e ignorate fino a che punto questo gentile e incantevole artista può essere rischioso! Una dama che lo conosce alquanto bene mi ha riferito che Goethe è l’uomo più bello, più vivace, più originale, più   tempestoso, più dolce, più seducente e – per ogni donna – più pericoloso che abbia mai incontrato.” Nonostante la messa in guardia e l’impressione non proprio entusiasta che la von Stein doveva avere di quel primo fuggevole impatto – “Sento che io e Goethe non diverremo mai amici. Anche la sua maniera di trattare le donne non mi aggrada punto. Lui è quel che si dice, precisamente, un uomo coquet. Mai che presti attenzione…” – i due ebbero modo di frequentarsi e di conoscersi. La signora “diffidente”, ma dai modi gentili e personalmente molto sensibile, ebbe così modo di diventare la sua stessa ombra in un ruolo che andava dalla confidente alla sorella, non disgiunto da quello di una vera e propria amante, anche se sempre rigidamente platonica (!). Goethe, circondato da tante dame di corte che lo veneravano, non rimaneva insensibile a tante attenzioni, anche se – almeno secondo le testimonianze del tempo – si guardava bene dal prendere impegni di qualsiasi natura e di norma non aveva con nessuna di queste potenziali “spasimanti” rapporti che andassero al di là di una cortese, spesso protocollare amicizia. Degna di considerazione tra l’altro, oltre alle solite voci “maligne” messe in giro da disinvolti studiosi inglesi circa le tendenze sessuali del poeta, la quasi unanime presa di posizione dei biografi di Goethe, che fanno ricorrere la sua prima vera “esperienza” sessuale completa, tra l’altro apertamente confessata nelle “Elegie Romane”, al suo soggiorno a Roma, cioè a trentanove anni compiuti. Risale quindi a quegli anni la relazione affettuosa ma rigidamente platonica con la Frau von Stein, impegnata ad ingentilire i modi piuttosto rozzi di un giovane in cui erano ancora evidenti i segni “burrascosi” ereditati dallo “Sturm und Drang”. Semplicemente ammirevole la dedizione con cui la Charlotte si darà a questo nuovo compito. Suo intendimento era innanzitutto quello di trasformare il già illustre poeta in un uomo di mondo, e nel caso specifico in un “diplomatico”, cui sarebbero stati affidati anche compiti delicati in un ambiente piuttosto pretenzioso, quale era quello in cui viveva la duchessa Anna Amalia. Questi insegnamenti di equilibrio, misura ed autocontrollo, che poi finirono col diventare la base della sua evoluzione, vennero accettati da Goethe a costo di considerevoli sforzi e sacrifici, perché c’era da “domare” delle pulsioni che anche in un poeta abituato ad essere idolatrato da signore e signorine, diventavano spesso “insopprimibili” e di conseguenza pericolose.

Infatti pur essendo la sua “educatrice” parecchio più anziana di lui – sette anni per i tempi di allora costituivano una differenza notevole e di certo non “usuale” – e non presentando lineamenti da donna “fatale”, almeno come testimoniano i disegni e le illustrazioni del tempo, tra i due presto i rapporti divennero più che “affettuosi”. Già all’inizio del 1776, Goethe comunicava con tono entusiastico a una sua parente di Francoforte: “Un’anima invero magnifica è questa Frau von Stein, alla quale sono – posso dirlo – saldamente legato”. Per lui Charlotte sarà un’incomparabile educatrice e costituirà, pur nella sua singolarità, il più profondo e duraturo degli amori prettamente “platonici”. Nel maggio dello stesso anno, il Principe dei Poeti scriveva ad Auguste Contessa di Stoltberg : “Ho pranzato con il Duca e poi sono andato dalla signora von Stein, un angelo di donna… alla quale sono grato perché più di una volta ha placato il mio cuore e alla quale devo alcuni dei miei momenti più felici.”   Per oltre dieci anni la von Stein attrasse Goethe, lo allietò e lo tormentò, come viene documentato da un ricchissimo epistolario (sono oltre 1500 le   lettere indirizzate alla sua compagna di quel periodo “tempestoso”). Una compagna indubbiamente dotata di modi gentili e di una affascinante personalità. Sempre da parte del medico Johann Georg Zimmermann abbiamo un’ulteriore testimonianza che assume un particolare significato. Egli infatti avrebbe tracciare per il suo amico Lavater un quadro molto eloquente della Charlotte von Stein: “Ha occhi neri, grandi, bellissimi. La sua voce è dolce e triste. Chiunque, nel vedere il suo viso per la prima volta, si accorge della sua serietà, della bontà, della compiacenza, della virtù dolorosa e della sua profonda sensibilità. Frau von Stein ha degli atteggiamenti da corte reale che nella sua persona si nobilitano in un’elevata semplicità… Ha circa trent’anni, molti figli ed è fragile di nervi. Le sue guance sono rosse, i capelli neri, la pelle italiana; e italiani sono anche i suoi occhi…”. La nobildonna, visti i suoi frequenti malesseri, a Bad Pyrmont – una celebre stazione termale – era per certi versi di casa. Qui infatti   amava rifugiarsi   per rimettersi dalle fatiche delle sue frequenti gravidanze, ben sette   in dieci anni di matrimonio; almeno in questo, la von Stein condivideva il destino di tante donne del suo tempo. Soltanto i tre figli maschi Karl, Ernst e Fritz vissero un po’ più a lungo degli altri; il resto della prole morì poco dopo la nascita, fenomeno questo tristemente ricorrente poiché   nel Diciottesimo secolo la mortalità infantile era elevatissima. Per Charlotte in particolare rimanere incinta rappresentava quasi una tragedia, anche perché ogni parto metteva a rischio la sua stessa vita. Una vita “sofferta” quindi la sua, contraddistinta da ricorrenti malesseri e condizionata da “doveri” coniugali cui doveva sottostare. Per questo, nei purtroppo limitati spazi di tempo che poteva dedicare a se stessa, leggeva molto ed era abbastanza “aggiornata” sulla produzione letteraria di quel giovane autore, le cui opere e soprattutto il cui modus vivendi rimaneva pur sempre agli occhi dell’austera e tradizionalista Frau von Stein qualcosa di inaudito.


Letto 1800 volte.


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Bart