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Da Francone al Politburo

4 Ottobre 2012

di Mario Sechi
(da “Il Tempo”, 4 ottobre 2012)

La sparizione della democrazia nei partiti è l’origine della malattia che sta conducendo il sistema politico al collasso. Si possono immaginare mille riforme, ma senza una rigenerazione dei partiti qualsiasi sforzo è vano, perché è da questi organismi che emerge una classe dirigente. Quella che abbiamo in questo momento storico è la peggiore della storia repubblicana. Non avevano davanti il dopoguerra come De Gasperi e Togliatti, non dovevano ricostruire il Paese, come Fanfani e Saragat, non si battevano contro l’Utopia armata del terrorismo come Moro e Berlinguer, non dovevano fare i conti tutti i giorni con la Guerra Fredda. Si sono trascinati dalla fine degli anni Ottanta a oggi senza varare una riforma istituzionale per il Paese, autodistruggendo la rappresentanza fino a trasformare i partiti in organizzazioni di nomenklatura dove si coopta, nomina e spesso ruba. Così il centrodestra si è spappolato e il Pdl è un ectoplasma in balìa di un Fiorito che non è un caso isolato ma la punta dell’iceberg, mentre il Pd è il prolungamento di un esperimento antistorico, la funzione invariabile di un gruppo che ha costruito il suo futuro sotto l’ala di Berlinguer e poi l’ha cristallizzato in un eterno presente. Ora tocca a Matteo Renzi provare sulla sua pelle il «niet » del suo partito. Le anticipazioni del testo che verrà sottoposto al voto dell’assemblea del 6 ottobre sono un colpo gobbo: è in corso il tentativo di blindare le primarie del Pd con il doppio turno, l’istituzione di un albo degli elettori, il divieto di votare al secondo turno se non hai partecipato al primo e il ritiro della tessera elettorale. Ciò che non fu fatto per Prodi, Veltroni e lo stesso Bersani ora dopo la sfida del sindaco di Firenze diventa necessario e urgente. Invece di allargare la partecipazione il Pd la restringe. Parola d’ordine: incanalare il voto nel recinto delle tessere, contenere Renzi, farlo correre, ma da perdente in partenza. Qualche giorno fa ho espresso il mio apprezzamento per le primarie nel Pd – cosa di cui il Pdl avrebbe bisogno per riprendersi dal coma – ma se queste sono le regole, quel partito dovrà cambiare nome perché non potrà più dirsi democratico. L’Italia è a cavallo, tra «Francone » e il Politburo.


(da “Dagospia”, 4 ottobre 2012)

DAGOREPORT
«Chiediamo sacrifici ai cittadini e mi è sembrato doveroso, come atto di sensibilità individuale, rinunciare al compenso da presidente di presidente del Consiglio e da ministro dell’Economia ».

Così parlo Mario Monti nei giorni lieti dell’insediamento. Giorni di apologìe. Di spot in nome della “sobrietà”. Di distrazioni consapevoli. Di abiure. Giorgio Napolitano, l’ex bolscevico già attivo quando i cingolati aravano Budapest e si incendiavano le primavere di Praga, nel 1979 si astenne sull’ingresso dell’Italia nel Sistema Monetario Europeo.

Tre decenni dopo ha cambiato idea, consegnando il Paese nelle mani della Finanza internazionale e nominando Senatore a vita il perno di interessi in equilibrio tra Goldman Sachs, Bocconi e Trilateral. Eugenio Scalfari gridò al «colpo di genio », i giornali edificarono biografie plaudenti sul neo Premier e Mario Monti si impegnò a spandere un po’ di fumo demagogico.

Mentre le grandi manovre di Palazzo ne ripropongono l’ombra soffiando sul Monti-bis e sulla prosecuzione della sua esperienza ancor prima che si sia tornati a votare, il commissariamento del Paese è ormai realtà e gli alchimisti della legge elettorale preparano pozioni in grado di neutralizzare i rompicoglioni, il marito della signora Elsa Antonioli, manovratore del presente e del futuro, si è affezionato al ruolo. Proverà a rimanere in sella anche domani.

Senza stipendio da Premier forse, ma con altre voci in entrata delle quali non ha inteso spogliarsi. Nessuno, ma proprio nessuno, accenna mai a quella da Commissario europeo. Per i molti anni passati a Bruxelles (iniziò nel 1995), Monti percepisce circa 9.000 euro lordi mensili. A vita. Trattamenti, pensioni e indennità degli ex commissari sono fissati da Consiglio d’Europa, regolamento numero 422/67.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart