Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

“Le telefonate di Mancino a Napolitano non rientrano nelle tutele della Carta”

21 Agosto 2012

di Giovanna Trinchella
(da “il Fatto Quotidiano”, 21 agosto 2012)

“La  Corte Costituzionale  ha giá detto che tutti i cittadini sono uguali, anche il capo dello Stato. Buona lettura anche al nostro Presidente”. E’ il senatore dell’Idv  Luigi Li Gotti  sul suo sito a citare un verdetto della Consulta, datato 26 maggio 2004, che ha stabilito che il perimetro entro il quale il presidente della Repubblica è immune si apre e si chiude nell’ambito dell’esercizio delle funzioni costituzionali, come sancito dall’articolo 90 della Costituzione. In questo caso i giudici decisero su un conflitto sollevato da  Francesco Cossiga  dopo una condanna a risarcire in sede civile per diffamazione i parlamentari Flamigni e Onorato dando torto al “Picconatore” e stabilendo che è il giudice ordinario a definire quali siano le funzioni costituzionali.

“Ricevere una telefonata da Mancino non è stato un esercizio delle funzioni” dice il senatore alfattoquotidiano.it, e alla domanda se questo verdetto si attagli al caso Napolitano-Procura di Palermo Li Gotti non ha dubbi:  ”Sì, il  principio  è questo: è l’applicazione dell’articolo 90. La sentenza della Consulta ha individuato quali sono gli atti funzionali per i quali si applica l’articolo 90nell’esercizio delle funzioni e gli atti invece non funzionali del presidente della Repubblica per i quali è un normale cittadino e quindi il principio si  estende  anche alle  telefonate.  La pretesa di Napolitano di volere sottoporre a un  regime speciale  le sue telefonate, quelle ricevute, è fuori dai principi costituzionali affermati della Consulta, è al di fuori di atti tipici, che individua la sentenza. E poi non esiste nessuna altra norma costituzionale che possa privilegiare il ruolo del capo dello Stato. Tanto è vero che Cossiga a seguito di quella sentenza della Consulta pagò 40 mila euro a due parlamentari”. Di quella corte, che stabiliì questo principio, era presidente  Gustavo Zagreblesky, che proprio venerdì in un intervento sul quotidiano  la Repubblica  ha invitato Napolitano a ritirare il conflitto.

Le telefonate tra il  Quirinale  e l’ex presidente del Senato, indagato a Palermo per falsa testimonianza, sono secondo Li Gotti fuori dal quel perimetro di insindacabilità: “La Corte Costituzionale in quella sentenza interviene delimitando il campo di qual è la materia delle funzioni, affermando peraltro un  altro principio  per cui l’unico che può stabilire se si tratti di attività nell’esercizio delle funzioni o meno è il  giudice ordinario. E’ questo il principio e infatti qualora il giudice dovesse sbagliare ci sono i rimedi come l’appello, il ricorso in Cassazione ma non il conflitto di attribuzione”.

Sul destino del conflitto tra il Colle e i magistrati che indagano sulla trattativa mafia-Stato Li Gotti ha la sua previsione: “La mia prognosi è che se la corte afferma il medesimo principio dovrebbe concludere che non esiste un conflitto di attribuzione, né potrebbe dire la corte che il legislatore può fare una norma allargando la platea dell’articolo 90 perché sarebbe un aggiunta e le aggiunte non si fanno in materia costituzionale”. Sulla lacuna normativa che molti intravedono nella materia l’avvocato-senatore esprime un dubbio e argomenta la sua convinzione: “Lacuna? C’è forse una lacuna nell’ordinamento; però voglio dire per quale motivo le  esternazioni di Cossiga  possono essere sindacate, anche da capo dello Stato come da comune cittadino, e sulle telefonate che riceve il capo dello Stato il magistrato dovrebbe arrendersi e distruggerle? Ecco dov’è l’equilibrio tra i principi affermati pochi anni fa dalla corte Costituzionale? Corte anche composta da Onida (il costituzionalista Valerio Onida, ndr) che oggi fa tutto quanto l’uomo schierato a difesa della giustezza del conflitto di attribuzione. Onida ha preso posizione, ora dice che è corretta la strada del conflitto. Invece la corte Costituzionale (di cui Onida era componente, ndr) ha stabilito che il giudice ordinario può stabilire quali sono le attività funzionali e quali no e quindi sarà il giudice ordinario che potrà stabilire se le telefonate rientano nelle attività funzionali oppure no”.

Li Gotti conclude la sua riflessione  su  Luciano Violante, senatore ex presidente della Camera che ha parlato di populismo giuridico: “Per rispondere alle critiche a Scalfari, Violante ricorre oggi ad una formula antichissima: estrae dal cilindro il ‘populismo giuridico’ con cui liquida al rango di bassa rozzezza i  profili giuridici di rango costituzionale  evocati nelle critiche a Scalfari-Monti-Napolitano. Gli ho ricordato sul mio  blog  che l’avvocato che vinse quella causa innanzi alla Consulta era il responsabile del Dipartimento giustizia del Partito comunista … oltre essere avvocato di Violante”. Una critica più velata di quella rivolta al    fondatore del quotidiano “la Repubblica” che ieri nel suo editoriale aveva “agganciato” la sua riflessione alle ragioni del Quirinale: “Il Presidente Napolitano ripercorre ora la stessa strada e tenta di farsi riconoscere come cittadino diverso dagli altri. I suoi sostenitori, con  Eugenio Scalfari  in testa, non leggono le sentenze.  Essi non hanno tempo, perché invece devono scrivere per informare i lettori. In verità essi vogliono trasmettere ai lettori la loro  ignoranza, sperando che gli venga riconosciuto lo status di “guru” ufficiale”.

Sul blog del senatore Li Gotti la sentenza integrale della Consulta


“Eugenio che dici”, i 10 motivi per cui Scalfari sbaglia sulla trattativa Stato-mafia
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 21 agosto 2012)

Domenica, su  Repubblica,  Eugenio Scalfari  ha risposto a  Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale  nonché illustre collaboratore del suo giornale, che venerdì aveva fatto a pezzi il conflitto di attribuzione di Napolitano contro la Procura di Palermo e gli argomenti dei supporter del Quirinale, Scalfari in primis. Ma, oltre a contrapporre i propri argomenti a quelli di Zagrebelsky, il fondatore di  Repubblica  lo ha anche attaccato personalmente, dipingendolo come uno sprovveduto, ignorante, disinformato e scorretto (“Zagrebelsky mostra di non rendersi conto…”, ha commesso “una scorrettezza che è lui il primo a considerare grave”, “non dovrei esser io a ricordare a un ex presidente della Corte…”, “forse Zagrebelsky non era al corrente di questo interessante dettaglio”, per non parlare della “delusione” provocata in lui dall’adesione del giurista  all’appello delFatto  per i magistrati siciliani). E, già che c’era, ha offeso la logica, la verità storica, la professionalità di tutti i magistrati antimafia degli ultimi vent’anni e persino la memoria di  Giovanni Falcone.

1. Cui prodest?  “L’articolo di Zagrebelsky… rafforza e conforta col prestigio giudiziario del suo autore la campagna in corso da tempo contro il Quirinale… prima ancora che le inchieste palermitane fornissero un’ulteriore occasione e che ha poi acquistato una virulenza che va molto al di là del sacrosanto diritto di informazione e di critica… Invito perciò Zagrebelsky a porsi il problema dell’uso che verrà fatto da quelle forze politiche e da quei giornali delle sue dichiarazioni”. Scalfari dipinge una scena di pura fantapolitica: un Napolitano solo e inerme dinanzi all’assalto congiunto di forze vastissime e potentissime. La realtà è opposta: l’intera maggioranza parlamentare (Pdl, Udc, Pd) con l’aggiunta della Lega stanno acriticamente con Napolitano, così come tutti i tg e i giornali. Gli unici che si permettono critiche argomentate sulla gestione sgangherata e autolesionistica del caso Quirinale-Mancino (dunque dopo e non prima degli esiti dell’inchiesta palermitane) sono: in Parlamento, l’Idv; in edicola, il  Fatto; sul web, Grillo. Fra i costituzionalisti, solo Zagrebelsky ha criticato il Presidente, tutti gli altri l’hanno difeso a spada tratta; idem fra i processualisti, con l’eccezione di Cordero. Ma, siccome “amicus Plato, sed magis amica veritas”, un giornalista dovrebbe verificare cosa dice la legge e come si sono svolti i fatti, non chi si “rafforza” e da chi si viene “usati” sostenendo questa o quella tesi. Altrimenti, a furia di “cui prodest?”, si potrebbe sostenere che gli attacchi di Scalfari ai pm antimafia rafforzano il Pdl e B., che infatti (vedi  Giuliano Ferrara), difendono Napolitano e persino su Scalfari “usando” i suoi scritti per screditare la magistratura. Del resto, se un intellettuale deve tenere per sé le sue critiche a Napolitano per non lasciarle “usare” da chi “attacca il Capo dello Stato”, perché Scalfari attaccò almeno tre capi dello Stato come  Antonio Segni  (per il piano Solo sull’Espresso),  Giovanni Leone  (sull’Espresso) eFrancesco Cossiga? Forse che il Capo dello Stato è criticabile e attaccabile solo quando non piace a Scalfari?

2. La legge dell’ex.  “Sconcerta constatare che un ex presidente della Consulta si è già espresso (sul conflitto innescato da Napolitano contro i pm di Palermo,  ndr)… Una scorrettezza che è lui il primo a considerare grave”. Cioè: un ex presidente della Consulta sarebbe scorretto solo perché commenta un conflitto di attribuzioni promosso dal capo dello Stato dinanzi alla Consulta di cui non fa più parte? E allora perché Scalfari non ha accusa di scorrettezza tutti gli altri presidenti emeriti della Consulta – Mirabelli, Onida, Capotosti, De Siervo, Casavola e Flick – che quel conflitto l’han commentato eccome, per dare ragione al Colle? È scorretto commentare per criticare, mentre è corretto commentare per plaudire? In questo caso Scalfari confonderebbe la libertà di espressione col dovere di encomio.

3. Armi pari o impari?  “La Corte si è più volte espressa, in varie occasioni e con vari presidenti della Repubblica, con sentenze e giudizi contrastanti con decisioni del Capo dello Stato. Ha bocciato atti da lui firmati, iniziative da lui prese, perfino leggi elettorali da lui promulgate. Nel caso in questione Zagrebelsky ha caricato il ricorso di significati che esso non ha”. Insomma nessun duello ad armi impari e dall’esito scontato (pro-Napolitano), come scrive Zagrebelsky. Forse a Scalfari sfugge che mai un presidente della Repubblica ha attivato un conflitto di attribuzioni contro un ufficio giudiziario, tantomeno perché la Consulta gli conferisca una nuova prerogativa costituzionale (Scalfari invoca una sentenza “additiva” o “interpretativa”, ammettendo dunque che quella prerogativa nel testo della Costituzione non esiste). Insomma, non esistono precedenti: dichiarare incostituzionale una legge promulgata dal Presidente (tutte le leggi sono promulgate dal Presidente, altrimenti non entrano in vigore) non significa bocciare il Presidente, visto che le leggi sono responsabilità di chi le propone e di chi le approva in Parlamento e il Presidente – come Scalfari e Napolitano hanno sempre sostenuto – non può respingerle se non in casi eccezionali e solo in prima battuta.

4. Immunità da Comma 22.  “Il ricorso (di Napolitano alla Consulta contro i pm di Palermo,  ndr) chiede soltanto che… venga chiarito se l’irresponsabilità politica del Presidente per atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni contempli anche l’inconoscibilità di quegli atti qualora essi siano ritenuti processualmente irrilevanti”. Inconoscibilità? Ma quando mai una Costituzione potrebbe prevedere che gli atti compiuti da un Presidente nell’esercizio delle sue funzioni, dunque pubblici per definizione, siano inconoscibili? Questa è talmente grossa che non la sostiene neppure Napolitano. Il quale invece pretende l’“inconoscibilità” delle sue conversazioni indirettamente ecasualmente intercettate sul telefono di Mancino: e anche questa è impossibile, visto che anche per distruggerle subito (come chiedono Napolitano e Scalfari), i magistrati dovrebbero comunque prima valutare se erano nell’esercizio delle funzioni, dunque ascoltarle e conoscerle. Scalfari ricorda che la Procura le ha giudicate “processualmente irrilevanti”: cosa che non avrebbe potuto fare se le avesse distrutte senza ascoltarle. Da un lato si chiede di distruggerle perché relative all’esercizio delle funzioni e giudicate irrilevanti; dall’altro si pretende che i magistrati non le conoscano e si accusa la Procura (vedi decreto Napolitano del 16 luglio) di aver leso le prerogative del Presidente nell’atto stesso di ascoltarle e valutarle. Roba da Comma 22: per ottenere l’esonero dalla guerra, il soldato deve dichiararsi pazzo; ma il Comma 22 stabilisce che chi chiede l’esonero non è pazzo.

5. La fantavvocatura.  “L’Avvocatura dello Stato, prima che il ricorso presidenziale fosse redatto, era andata in visita alla Procura di Palermo ed aveva proposto la distruzione delle registrazioni in questione. Ne aveva ricevuto un rifiuto. E dunque il ricorso. Forse Zagrebelsky non era al corrente di questo interessante dettaglio”. Per forza che non era al corrente: questo dettaglio interessante non è mai avvenuto. Se l’è inventato Scalfari per attribuire alla Procura un conflitto partito dal Quirinale. Infatti ieri l’hanno smentito la Procura di Palermo e persino l’amato Quirinale. Il procuratore  Francesco Messineo  spiega che l’Avvocatura non ha reso alcuna visita in Procura: ha solo scritto una lettera per sapere se esistessero conversazioni intercettate Mancino-Napolitano e, se sì, perché non fossero state distrutte. Il procuratore Messineo ha risposto che, ove mai esistessero, non avrebbero rilevanza penale (infatti non risultano agli atti depositati a fine indagine) e spetterà al gip decidere se distruggerle nell’apposita udienza alla presenza degli avvocati. Se l’Avvocatura avesse proposto alla Procura di distruggerle su due piedi, fra il lusco e il brusco, senza passare dal gip e dal contraddittorio fra le parti, in violazione dell’art. 269 del Codice di procedura, avrebbe commesso il reato di istigazione a delinquere. E, se questi avessero accolto la proposta indecente, avrebbero commesso un reato e un illecito disciplinare. Ma per fortuna nulla di tutto ciò è mai accaduto.

6. Pm fannulloni.  “Ci sarebbero da esaminare i risultati delle inchieste che da vent’anni si svolgono a Palermo e Caltanissetta e che finora hanno dato assai magri risultati tranne quello – a Caltanissetta – d’aver fatto condannare… un mafioso accusato dell’omicidio di Borsellino, poi rivelatosi innocente dopo aver scontato otto anni di carcere duro”. Dunque, in vent’anni, le Procure antimafia di Palermo e Caltanissetta non han combinato nulla, se non far condannare un innocente – il falso pentito Scarantino – per via d’Amelio. I procuratori Caselli, Grasso, Messineo, Tinebra, Lari e decine di loro aggiunti e sostituti si sono grattati la pancia dal 1992 a oggi. Strano, pensavamo che avessero decapitato il clan dei corleonesi, facendo arrestare e condannare all’ergastolo centinaia di boss, fra cui Riina, Provenzano, Bagarella, Brusca, i Graviano, Aglieri ecc. rischiando la pelle e scoprendo autori e mandanti diretti delle stragi e di centinaia di delitti eccellenti, e sequestrando centinaia di milioni di euro. Evidentemente ci sbagliavamo. Nessun arresto, processo, condanna, sequestro. Solo un errore giudiziario: quello su Scarantino, peraltro reo confesso con un’autocalunnia pianificata da dirigenti e agenti di Polizia che nessun ministro dell’Interno (nemmeno Napolitano) ha mai ritenuto di mettere sotto inchiesta disciplinare per scoprire perché e per chi depistarono. Senza contare che il  depistaggio Scarantino è stato poi smascherato dagli stessi pm di Caltanissetta  che, grazie alle rivelazioni del pentito Spatuzza, hanno istruito il processo di revisione.

7. La trattativa buona.  “Ci sarebbe da distinguere tra trattativa e trattativa. Quando è in corso una guerra la trattativa tra le parti è pressoché inevitabile per limitare i danni. Si tratta per seppellire i morti, per curare i feriti, per scambiare ostaggi. Avvenne così molte volte ai tempi degli anni di piombo. Il partito della fermezza che non voleva trattare con le Br, e quello della trattativa. Noi fummo allora per non trattare; socialisti, radicali e una parte della Dc erano invece per la trattativa”. Dunque quella che per Scalfari fino a due settimane fa era la “presunta trattativa”, ora è una sicura e sacrosanta trattativa. Nel 1992 era “in corso una guerra” fra due “parti”, l’esercito dello Stato e quello della mafia, che poi si misero d’accordo per “limitare i danni” (di chi? come?), “seppellire i morti” (di chi? quali?), “curare i feriti” (di chi? quali?), “scambiare ostaggi” (c’erano ostaggi? e chi li aveva catturati?). Fu così anche “negli anni di piombo”, anzi solo quando le Br sequestrarono uomini politici democristiani: prima  Aldo Moro, poi  Ciro Cirillo. Nel primo caso si tentò di trattare, ma non ci si riuscì. Nel secondo, ci si riuscì, chiamando in soccorso la camorra di Cutolo. Già, ma la prima volta chi era per trattare (parte della Dc, Craxi, Martelli, Signorile, Pannella, Sciascia), lo dichiarò alla luce del sole e la possibile contropartita era un atto legittimo, confessabile e confessato: la grazia presidenziale a una brigatista non accusata di fatti di sangue,  Paola Besuschio, ma il presidente Leone arrivò troppo tardi. Nel caso Cirillo, chi trattò lo tenne nascosto, ma fu scoperto dalle indagini dei magistrati. Che c’entra tutto questo con le stragi? Nulla. Le Br volevano abbattere lo Stato. Cosa Nostra nel ’92 voleva costringere lo Stato a trattare per stabilire un nuovo patto di convivenza con una nuova classe politica, visto che la vecchia stava sfarinandosi per Tangentopoli. Infatti Riina eliminò subito il traditore  Salvo Lima  e programmò di assassinare altri politici che avevano tradito i patti o le attese, e poi Falcone che lavorava con Martelli nel governo Andreotti. “Fare la guerra per fare la pace”, disse il boss. Lo Stato ufficialmente dichiarò la guerra e invece si attivò segretamente per fare la pace: la prima mossa, secondo l’accusa, l’avrebbe ispirata Mannino per salvarsi la pelle. Riina se ne felicitò con gli altri boss (“si sono fatti sotto”) e, quando la prima trattativa del Ros sembrò arenarsi, decise di “dare un altro colpetto” eliminando Borsellino che era stato informato della trattativa. Nel 1978 chi voleva trattare sperava di salvare la vita a Moro (anche infischiandosene della morte degli uomini della sua scorta nella strage di via Fani). Nel 1992 chi trattò provocò indirettamente altri morti. Per salvare i politici, fu sacrificato Borsellino insieme alla scorta. E poi i civili morti nelle stragi del ’93 a Firenze, Milano e Roma. Altro che trattare per seppellire i morti: trattando, si condannarono decine di persone a morte, perché i boss capirono dall’atteggiamento dello Stato che le stragi “pagavano”. Non c’erano ostaggi da liberare, anzi lo Stato divenne ostaggio di Cosa Nostra, in particolare di Provenzano, che aveva agevolato la cattura di Riina e da allora divenne un intoccabile. Lo Stato non ne ebbe alcun vantaggio: si salvarono alcuni politici e si seppellì un magistrato onesto che si opponeva al cedimento dello Stato all’anti-Stato. Scalfari era contrario alla trattativa per Moro anche perché all’epoca era il suggeritore del compromesso storico Dc-Pci, mentre Craxi era per trattare anche per spezzare l’asse Andreotti-Berlinguer. Ora Scalfari si converte alla trattativa buona con la mafia perché è il suggeritore del nuovo compromesso storico Pdl-Udc-Pd benedetto dal Colle. I suoi sì e i suoi no non dipendono dai fatti e dai princìpi, ma dalle convenienze politiche del momento.

8. Trattare non è reato.  “A nessuno sarebbe venuto in mente di tradurre in giudizio Craxi, Martelli, Pannella ed anche Sciascia e molti altri intellettuali che volevano trattare. Qual è dunque il reato che si cerca, la verità che si vuole conoscere?”. Ma nessun magistrato ha mai incriminato o criminalizzato chi ha condotto o giustificato o chiesto trattative con terroristi o mafiosi. Se Scalfari leggesse le carte dell’inchiesta di Palermo di cui si occupa ogni domenica, o almeno i giornali che le riassumono (compreso il suo), scoprirebbe che  nessuno dei 14 imputati è accusato del reato di “trattativa” con la mafia. Il reato contestato dai pm a 11 di essi è “violenza o minaccia a corpo dello Stato”: cioè il ricatto perpetrato dai boss e dai loro emissari (Riina, Provenza-no, Bagarella, Brusca, Cinà, Ciancimino jr) contro le istituzioni, con l’aiuto di un politico (Mannino), un aspirante politico (Dell’Utri) e tre ufficiali del Ros (Subranni, Mori e De Donno). I ministri dell’epoca, rappresentanti dello Stato costretto a suon di bombe a trattare, furono vittime di quell’estorsione (così come poi il premier Berlusconi). Ma due di essi, Mancino e Conso, sentiti come testimoni, sono stati smentiti da altri testi ritenuti credibili e da documenti inoppugnabili: dunque sono imputati per falsa testimonianza, come l’ex capo del Dap Capriotti). Per questo, con buona pace di  Valerio Onida  e del  Corriere  che lo ospita, nessun atto è stato trasmesso al Tribunale dei ministri: perchè nessun ministro è accusato per alcun atto compiuto nell’esercizio delle sue funzioni tra il 1992 e il ’94.

9. Falcone zitto e muto.  “Falcone non era un magistrato che rilasciasse facilmente interviste a destra e a manca”. Il solito giochino di glorificare i giudici morti per demonizzare quelli vivi. Ma basta consultare gli archivi di Rai, di Mediaset e dei giornali per scoprire che Falcone era presentissimo nel dibattito pubblico, politico e giornalistico: libri-intervista (celebre quello con  Marcelle Padovani), colloqui con i giornali, presenze al Costanzo Show e a Samarcanda, addirittura un programma tutto suo su Rai2, articoli su  La Stampa  e su  Repubblica.

10. Falcone insabbiatore.  ”Un ultimo ricordo a proposito dei magistrati che invocano il favore popolare e gli intellettuali che ritengono necessario darglielo. Falcone… andò in Usa per interrogare il ‘soldato’ Buscetta che era lì detenuto. Dopo l’interrogatorio Buscetta gli disse che avrebbe potuto rivelargli qualche altra cosa di più a proposito del coinvolgimento di uomini politici. La risposta di Falcone fu che aveva già risposto alle sue domande ed altre non aveva da fargli e questo fu tutto. Riteneva che non fosse ancora venuto il momento di inoltrarsi su quel cammino. Buscetta riferì alla Commissione antimafia quanto sopra”. Nella foga di attaccare a testa bassa i magistrati, Scalfari non si rende conto di rendere un pessimo servizio non solo alla verità dei fatti, ma anche alla memoria di Falcone, che purtroppo non può più difendersi. Per fortuna esistono i verbali e le interviste di  Tommaso Buscetta, che ha sempre raccontato il contrario di quanto gli attribuisce Scalfari: Falcone fece di tutto per costringerlo a parlare dei politici già nel 1984, ma lui non ne volle sapere perché – dovendo parlare di Andreotti e altri big, all’epoca potentissimi – ritenne che lo Stato italiano non fosse pronto per verità così dirompenti. Tant’è che fece il nome di Andreotti al procuratore Usa  Dick Martin  (che l’ha testimoniato al processo), ma non a Falcone. Basta leggere le parole di Buscetta in commissione Antimafia, al processo Andreotti e nel libro-intervista conSaverio Lodato  “La mafia ha vinto” (Mondadori, 1999): “A Falcone chiesi scusa di non aver detto tutto, e principalmente della politica. È del 1984 quella mia frase che viene ricordata spesso: ‘Dottore Falcone, se le dicessi determinate cose, finiremmo tutti e due al manicomio, io in quello criminale, lei in quello civile’. Io di politica non volevo parlare per nessuna ragione. E quando Falcone si avvicinava ai Salvo dovevo parlare di politica. Cercai di sottrarmi persino di fronte alle intercettazioni delle telefonate che provavano che ero stato ospite a casa loro. Allora fui costretto a parlare, limitandomi però a raccontare il lato mafioso della vicenda…”. Al massimo, come ipotizzaMaria Falcone  nell’intervista al  Fatto, Buscetta confidò qualcosa a Falcone fuori verbale, ma premettendo che mai l’avrebbe confermato a verbale. Si decise a fare il nome di Andreotti e di altri politici nazionali e uomini delle istituzioni solo dopo Capaci, perché ne sentì il “dovere morale”. Se fosse vero, come scrive Scalfari, che fu Falcone a tappare la bocca a un Buscetta ansioso di parlare dei politici, avrebbe violato il principio costituzionale di obbligatorietà dell’azione penale, addirittura commesso il reato di favoreggiamento ai politici collusi. Non contento, Scalfari addita il falso Falcone che non fa domande a Buscetta, anzi lo imbavaglia sui politici, come modello per i pm di oggi: anch’essi dovrebbero silenziare i pentiti che parlano di trattativa. Noi pensavamo che lo scopo della giustizia, e anche quello dell’informazione, fosse quello di accertare la verità: giudiziaria nel primo caso, storica nel secondo. Scalfari invece suggerisce di non fare domande: c’è il rischio che qualcuno risponda.


Da Repubblica a Violante: così è morto il partito dei giudici
di redazione
(da “Libero”, 21 agosto 2012)

C’è voluto  Giorgio Napolitano  per spaccare il partito dei magistrati.
Sul caso delle intercettazioni al presidente dellaRepubblica  non distrutte dalla Procura di Palermo che indaga sulla trattativa Stato-mafia il centrosinistra è imploso in mille posizioni, voci critiche e difese ad oltranza dei pm. Lo scontro, assai simbolicamente, si sta consumando sulle pagine di  Repubblica, il quotidiano che più di tutti (prima ancora del  Fatto quotidiano) ha cavalcato le intercettazioni e le soffiate delle Procure per far cadere Silvio Berlusconi. Ma ora che in ballo c’è il Quirinale, non va più bene.

Veleni su  Repubblica  – A difesa dell’iniziativa della Procura palermitana è stato il costituzionalista e nume tutelare dei manettari-indignados  di sinistra,  Gustavo  Zagrebelsky:  quello di Napolitano, ha scritto su  Repubblica, è stato un errore politico e dal punto di  vista  del diritto. Il Colle, insomma, non doveva fare ricorso alla Corte costituzionale per conflitto d’attribuzione. Napolitano, è l’accusa del costituzionalista, cercherebbe una  “garanzia di intoccabilità-inconoscibilità di ciò che riguarda il presidente della Repubblica, per il fatto d’essere presidente della Repubblica”. Visto che sconfessare il presidente della Repubblica provocherebbe una “devastante”  crisi  istituzionale, suggerisce Zagrebelsky, va da sé che “nel momento stesso in cui è stato proposto, il ricorso è stato già anche vinto”. E in ogni caso sarà la Corte a uscire a pezzi, accusata a seconda del verdetto di irresponsabilità o di partigianeria. Ma  Eugenio  Scalfarinon ci sta e nel suo editoriale di domenica difende il Colle e sconfessa la sua firma: “Queste son cose che stanno solo nella testa di quei politici e riecheggiatori che palpitano sperando che la Corte dia ragione al Capo dello Stato per poter accrescere i loro attacchi eversivi contro entrambi”. Occhio, chi difende i magistrati attacca Napolitano, ricordaBarbapapà.

“Populisti di sinistra”  – Ultima tappa, inattesa, su  La Stampa, dove l’ex magistrato e toga rossissima perché passata presto al Pci via via fino al Pd,  Luciano  Violante  attacca un po’ a sorpresa gli ex colleghi di Palermo:  “populismo giuridico”, che “utilizza le procure” come “clava politica”per colpire “il Quirinale e il governo”. Robe mai udite in bocca a chi sul tintinnar di manette ha costruito la propria carriera politica. Violante fa anche i nomi:  Il Fatto,  Beppe  Grillo  e  Antonio  Di Pietro. Bei tempi, quando Berlusconi era premier: allora sì che a sinistra e andavano tutti d’amore e d’accordo.


Trattativa, “Repubblica” smentita su mediazione tra Avvocatura e pm di Palermo
di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
(da “il Fatto Quotidiano”, 21 agosto 2012)

La smentita è secca, inequivocabile e doppia; arriva dal capo  dell‘ufficio,  Francesco Messineo, e  più che all’editoriale domenicale di  Eugenio Scalfari  è rivolta al pezzo di cronaca che ricostruisce i rapporti tra  Quirinale e Procura, pubblicato nella stessa edizione di  Repubblica: “Non vi è stato mai nessuntentativo di mediazione  da parte di alcuno – dice Messineo –, l’immagine di una parte che cerca di mediare per evitare  un conflitto, mentre l’altra (la Procura) oppone un pregiudiziale  netto rifiuto  è forse suggestiva, ma infondata”. Nessuna visita degli avvocati dello Stato a Palermo, nessun tentativo di mediazione né di richiesta di distruzione delle intercettazioni con la voce di Napolitano,  nessuna spaccatura  tra “falchi e colombe” all’interno dell’ufficio del pm palermitano. E ieri arriva anche  la correzione del Quirinale, che prende le distanze dalla ricostruzione sbugiardata di  Repubblica: “I termini effettivi dei rapporti tra l’Avvocatura dello Stato e la Procura di Palermo – si legge in un’Ansa che cita come fonte ambienti del Colle – sono quelli indicati nel  decreto  del Presidente della Repubblica del 16 luglio 2012, consultabile sul sito del Quirinale. Dopo il duello a colpi di editoriali tra Scalfari e Zagrebelsky, lo scontro al calor bianco tra il Quirinale e la Procura di Palermo in cerca della  verità sulle stragi  lascia il terreno delle opinioni giuridiche, politiche e strategiche discordanti, e si accende su quello dei fatti. Che Repubblica è accusata di aver mistificato, raccontando in un pezzo di cronaca le vicende che hanno preceduto il  conflitto di attribuzione. E cioè un tentativo da parte dell’Avvocatura dello Stato di una  moral suasion, portata quasi a compimento grazie alla buona volontà del procuratore e bloccata dai “falchi”  Ingroia e Di Matteo.

SUL PUNTO  la smentita di Messineo  è totale: “Nella realtà l’Avvocatura generale dello Stato – ricorda Messineo – ha inviato una sola lettera chiedendo soltanto conferma o smentita delle dichiarazioni rilasciate dal dottor Di Matteo nella intervista a Repubblica del 22 giugno. Si è data risposta confermando che le dichiarazioni erano state rese ed allegando una nota del dottor Di Matteo che ne chiariva il contenuto e la portata. A tale lettera non è seguita alcuna comunicazione o interlocuzione e si è successivamente appreso che era stato proposto  il ricorso. È quindi assolutamente infondato – conclude Messineo –  che l’Avvocatura dello Stato, prima che il ricorso presidenziale fosse stato redatto, sia andata in visita alla Procura di Palermo ed abbia proposto  la distruzione delle registrazioni  in questione ricevendo un rifiuto”.

Non c’è stata, insomma, alcuna trasferta a Palermo di rappresentanti dell’Avvocatura dello Stato – come ha erroneamente sostenuto Scalfari – e neanche la richiesta di distruggere le trascrizioni che avrebbero “pizzicato” il capo dello Stato al telefono con  Nicola Mancino: del resto quale avvocato dello Stato avrebbe messo nero su bianco l’istigazione a commettere un reato, qual è  la distruzione di prove  al di fuori delle norme in un procedimento penale? L’unica interlocuzione, avvenuta solo per via epistolare, risale al 10 luglio scorso, quando Messineo ricevette la richiesta dell’Avvocatura dello Stato di chiarimenti sulla presenza – nei brogliacci dell’indagine sulla  trattativa Stato-mafia  non ancora depositati – di trascrizioni relative a conversazioni telefoniche che avrebbero captato la voce di  Giorgio Napolitano. Siamo appena all’inizio dell’estate, nella prima fase dello scontro tra il Colle e la procura di Palermo che, proprio in quei giorni, aveva depositato le conclusioni dell’inchiesta sulla trattativa, manifestando l’intenzione di chiedere il rinvio a giudizio per dodici indagati, tra cui l’ex presidente del Senato Nicola Mancino – intercettato per mesi in un pressing di telefonate con  Loris D’Ambrosio  (il consulente giuridico del Quirinale scomparso il 26 luglio per un attacco cardiaco) – nel tentativo di “sfilare” l’indagine sulla trattativa ai pm del capoluogo siciliano. Poco prima  Panorama  aveva pubblicato indiscrezioni sulla presenza, nel dossier palermitano sulla trattativa, di almeno un paio di telefonate intercettate sull’utenza di Mancino che avrebbero avuto come protagonista Napolitano.

È IN QUEL MOMENTO che, su input della segreteria generale del Quirinale, l’Avvocatura dello Stato fa partire la lettera con cui chiede a Messineo di confermare o smentire l’esistenza di intercettazioni che coinvolgerebbero il presidente della Repubblica, facendo esplicito riferimento ad un’intervista pubblicata il 22 giugno precedente dal quotidiano  la Repubblica, nella quale il pm  Nino Di Matteososteneva che “negli atti depositati non c’è traccia di conversazioni del capo dello Stato, e questo significa che non sono minimamente rilevanti”; ma poi, riferendosi alle intercettazioni non ancora depositate, aggiungeva: “Quelle che dovranno essere distrutte con l’instaurazione di un procedimento davanti al gip, saranno distrutte, quelle che riguardano altri fatti da sviluppare saranno utilizzate in altri procedimenti”. Un’intervista, che avrebbe provocato, nelle settimane successive, l’apertura di un procedimento disciplinare da parte del Csm nei confronti degli stessi Messineo e Di Matteo, ma che da subito aveva suscitato la preoccupazione dello staff del Colle intenzionato ad acquisire su quelle bobine in possesso dei pm di Palermo tutte le informazioni possibili.

Ora che Messineo ha smentito la notizia del tentativo di mediazione con il Quirinale, resta da capire da quale fonte provenga questa falsa informazione e perché sia stata messa in circolazione.


Da peggioristi a ottimisti senza realismo
di Mario Sechi
(da “Il Tempo”, 21 agosto 2012)

Il destino ha un tempismo imbattibile. Mario Monti e Corrado Passera sono andati al Meeting di Rimini e hanno annunciato la lieta novella: «Stiamo uscendo dal tunnel » e «vedo l’uscita dalla crisi ». Nessuno ha messo un numero davanti a queste affermazioni di fiducia, ma sorvoliamo. Peccato che «l’ottimismo tecnico » sia andato a sbattere su un muro: quello che i tedeschi stanno alzando contro qualsiasi aiuto ai Paesi del Club Med da parte della Bce. A Berlino si avvicinano le elezioni e il clima si sta surriscaldando. I tedeschi hanno aggiunto alla loro rigidità, la materia incandescente della suscettibilità e quella glaciale della supponenza che diventa volontà di potenza. La Germania è un grande Paese, ma sta commettendo il grave errore di pensare di poter condurre la storia dove si posano i suoi desideri. A rimetterci le penne, per ora, sono le altre nazioni, ma anche l’economia tedesca comincia a rallentare e prima o poi a Berlino dovranno registrare nelle loro statistiche più disoccupazione. Se questo scenario si conferma – e lo vedremo presto – il nein tedesco potrebbe diventare totale, con esiti da crac sul futuro dell’Europa. Lasciamo perdere la Grecia, a queste condizioni non più recuperabile, ma la Spagna, l’Italia, il Portogallo, la stessa Francia, cosa dovrebbero fare? Attendere la distruzione di altri posti di lavoro? Dovrebbero fare blocco contro Berlino e convincere la cancelliera Merkel che il gioco è suicida. Per ora invece tutti si passano il cerino di mano in mano: nessuno vuole assumersi la responsabilità di rompere l’Eurozona, ma i fatti stanno conducendo al finale con il botto. Sarebbe un dramma, perché ne uscirebbe male anche l’America, ormai nel vivo della campagna per la Casa Bianca, mentre in Medio Oriente i rischi di una guerra regionale sono concreti e l’unica democrazia dell’area, Israele, potrebbe cercare di sferrare il first strike, il primo colpo, contro una selva di nemici che va dall’Iran al Libano, con relativo surriscaldamento del prezzo del petrolio. È uno scenario di guerra. I tecnici sono passati dal peggiorismo all’ottimismo, ma per strada hanno smarrito il realismo.


Letto 2241 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart