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Diventeremo tutti berlusconiani?

29 Aprile 2013

di Ilvo Diamanti
(da “la Repubblica”, 29 aprile 2013)

Diventeremo tutti berlusconiani? Difficile non chiederselo, mentre assistiamo all’avvio del nuovo governo, che oggi otterrà la fiducia. Berlusconi non ne fa parte. Ma la sua presenza è visibile. Attraverso i ministri della sua “parte”. Per primo, il fedele Angelino Alfano. D’altronde, questo governo rispecchia la prospettiva che egli stesso aveva auspicato e perseguito, fin dai giorni successivi al voto.

Una maggioranza di “larghe intese”, che istituzionalizzasse l’alleanza costruita da Napolitano intorno a Monti e ai tecnici, nel novembre 2011. Oggi quella maggioranza si ripropone, per iniziativa, ancora, del Presidente. Ma si tratta di un governo “politico”, per quanto spinto (come nel 2011) dall’emergenza. Alla guida Enrico Letta, leader del Pd. Con il sostegno determinante del Pdl. Oggi, di nuovo il primo partito in Italia, secondo i sondaggi. Mentre il Pd è in caduta. Sceso al di sotto del 25% (secondo Ipsos). Se si votasse presto, il centrodestra “rischierebbe” di conquistare la maggioranza in entrambe le Camere, anche con questa orribile legge elettorale.

Berlusconi, dunque, incombe di nuovo, sulla politica italiana. Come avviene da vent’anni. Eppure sei mesi fa, appena, tutti davano la sua avventura politica praticamente conclusa. I suoi stessi leader (si fa per dire, perché nel centrodestra il leader è uno solo) l’avevano abbandonato. Invocavano le primarie del centrodestra. E si guardavano intorno, alla ricerca di una via di fuga. Io stesso consideravo il “berlusconismo”, il modello politico e culturale imposto da Berlusconi, in declino. Non ho cambiato idea. Il berlusconismo interpreta il mito dell’imprenditore del Nord che si è fatto da sé. La promessa del successo possibile per tutti. Narrata attraverso i media e la “sua” televisione. È il “sogno italiano” negli anni della crescita e del benessere. Che egli ha rappresentato anche mentre declinava, negli anni Duemila. Quell’epoca è finita. Arcore e le sue ville in Sardegna non possono più disegnare l’ambiente della sua fiction. E l’immagine degli imprenditori, oggi, non è più associata al “miracolo” economico degli anni Ottanta e Novanta. Ma al dramma del suicidio per disperazione.
Anche il “partito personale”, l’invenzione del Cavaliere: da Forza Italia al Pdl, dopo il 2008 ha iniziato a perdere consensi. Dieci anni, o quasi, di governo e di declino economico e sociale ne hanno ridimensionato il consenso. Così alle elezioni recenti il Pdl ha perduto circa 6.300.000 elettori. E si è ridotto a circa metà, rispetto al 2008.
Eppure Berlusconi non è finito. È sopravvissuto al berlusconismo. Meglio dei suoi stessi antagonisti. Oggi in profonda crisi, assai più di lui.

Com’è avvenuto? E perché?

Quanto al “come”, direi che Berlusconi ha perso le elezioni ma ha vinto il dopo-elezioni. Perché il Pd, guidato da Bersani, il vincitore predestinato con largo anticipo, in effetti, non ha vinto. Ma ha cercato di agire da vincitore. Come se avesse vinto. Per quasi un mese, ha inseguito il progetto di un governo improbabile. Insieme al M5S di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. I quali non possono governare con i “nemici”. I principali partiti della Seconda Repubblica. Dopo aver condotto una campagna elettorale contro di loro. Il Pdl e il Pd senza “l”. Non possono. Perché un terzo dei loro elettori provengono da centrodestra e un terzo da centrosinistra. Qualunque scelta, per il M5S, sarebbe lacerante. Per cui ha condotto, sin qui, una guerra di logoramento. Avvicinandosi al Pd, per poi respingerlo. In diretta streaming. Visto che il suo governo ideale è proprio questo. Le “larghe intese” fra i “nemici”. Contro cui mobilitarsi. Dentro e fuori il Parlamento. Almeno per ora. Fino a quando, cioè, una parte dei suoi elettori non comincerà a interrogarsi circa l’utilità del proprio voto. Com’è avvenuto in Friuli Venezia Giulia, alle recenti elezioni regionali.

Così Berlusconi, è divenuto, di giorno in giorno, più ineludibile. Impossibile cancellarlo dall’orizzonte politico, per il Pd. Il non-vincitore costretto ad agire “come se” lo fosse. “Come se” potesse decidere con chi governare. Mentre, di giorno in giorno, il ruolo di Berlusconi cresceva. Mentre Berlusconi poteva permettersi atteggiamenti da leader responsabile. Pronto a fare la propria parte. Fino al punto di concedere alla “sinistra” tutte le presidenze. Della Camera e del Senato. Perfino la presidenza della Repubblica (Napolitano non ha mica una storia di destra…). E, infine, la presidenza del Consiglio.

Per il Bene del Paese.

Così Berlusconi ha vinto il dopo-elezioni. E il centrosinistra l’ha perso. Anche se ha ottenuto tutte le cariche più importanti. Perché ha dovuto “arrendersi” al suo avversario storico. Il Pd: per la prima volta, ha formato una maggioranza “politica” con gli uomini del Pdl. Cioè, di Berlusconi. Certo, Enrico Letta ha scelto ministri giovani. Molte donne. Un po’ di tecnici di valore. Un po’ di politici di nuova generazione. Ma, insomma, lui, Silvio: incombe. E per il Pd conta quanto – e forse più – che per il Pdl. Perché Berlusconi è, ancora oggi, il leader verso cui gli elettori del Pd nutrono maggiore sfiducia: 94%.

La sfiducia verso Berlusconi, l’anti-berlusconismo: sono un marchio impresso nell’identità del centrosinistra fin dalle origini della Seconda Repubblica. Il centrosinistra. Condannato, da Berlusconi, a rimanere comunista. Dopo la caduta del muro e la fine del comunismo. Condannato a restare antiberlusconiano, anche dopo la fine del berlusconismo. Oggi sembra incapace di liberarsi da questa eredità.

Anche e soprattutto perché il Pd non è mai riuscito ad affermare una propria, specifica, identità. È un partito né-né. Né socialdemocratico né popolare. Semmai post. Dove coabitano, senza amore, postcomunisti e postdemocristiani (di sinistra). Un partito im-personale. Che utilizza le primarie per selezionare leader poco carismatici e lasciar fuori quelli più pop (olari). Un “partito ipotetico”, ha scritto Eddy Berselli nel 2008. Rassegnato a perdere, anche quando vince – o quasi. Perché coltiva il mito della sconfitta – e dell’opposizione. In fondo, anche Berlusconi, per il Pd e la Sinistra, è un mito. Negativo, ma non importa. Perché i miti, si sa, non muoiono. Per non morire berlusconiani, dunque, non c’è alternativa. Occorre costruire un’alternativa: “senza” Berlusconi. “Oltre” Berlusconi. Solo a questa condizione è possibile sopravvivere a Berlusconi. Il Pd, per questo, deve cambiare in fretta. Individuare e comunicare una propria, specifica identità. Con poche parole e una leadership forte. Prima delle prossime elezioni. Non gli resta molto tempo.


L’ipocrisia che giustifica la violenza
di Gianni Riotta
(da “La Stampa”, 29 aprile 2013)

La sparatoria di Luigi Preiti che a Roma ha ferito gravemente – rischia la paralisi – il brigadiere dei Carabinieri Giuseppe Giangrande e colpito l’appuntato Francesco Negri e una passante incinta, non è la strage di via Fani del 1978 con la strage della scorta e il rapimento del presidente Aldo Moro. La Repubblica non è sotto scacco dei terroristi, il Paese è maturato. Ma il sollievo, dopo mesi di palude politica, seguito alla nomina di Enrico Letta e al giuramento del governo di larghe intese Pdl-Pd è stato subito cancellato e nuove ansie che si sono proiettate sull’opinione pubblica, provata da crisi economica e caos politico.

I ministri stavano ancora sorridendo nel solenne palazzo del Quirinale e davanti al vero regista del governo, il saggio presidente Giorgio Napolitano, quando le scene cui siamo purtroppo avvezzi, uomini in divisa a terra nel sangue, civili in fuga, cronisti con le telecamere Sky e Rai News e social media in diretta, ci hanno ricordato che il governo ha davanti tempi, e prove, terribili.

La Seconda Repubblica, nata dalla crisi dei partiti storici, ha avuto come pilastro centrale, sua vera Costituzione Materiale, l’impossibilità di ogni accordo tra Silvio Berlusconi e il centrosinistra. Ogni mossa in tal senso veniva denunciata, «tradimento! » o, con parola mal tradotta dal dialetto napoletano, «inciucio », dagli ultras di destra e sinistra e dai loro organi di informazione, ieri nei giornali, oggi sul web. Rendendo impossibile la normale dialettica parlamentare, le riforme indispensabili, in economia e nelle istituzioni, soprattutto da quando la crisi finanziaria più dura dal 1929 ha spazzato via il nostro modo tradizionale di produrre e lavorare.

Con il suo discorso al momento del secondo incarico, il presidente Napolitano ha incenerito quel pilastro di divisione e sciolto quel crampo ideologico e ha – davvero con frasi che passeranno nella storia italiana – richiamato alla realtà, oltre le idee e i giudizi diversi e sacrosanti delle parti. La realtà del risultato elettorale richiamava tutti, compreso Beppe Grillo e il suo M5S, a una collaborazione pur temporanea. Davanti al «no » di Grillo non restava che l’intesa Pd-Pdl. Enrico Letta, grazie alla disponibilità dei due partiti, ha creato un governo con molti uomini e donne eccellenti, che ha avuto plauso nel mondo.

Illudersi però che un discorso del Presidente, una lista di ministri, un premier giovane e una maggioranza di parlamentari che tornano a ragionare potessero, come d’incanto, dissolvere astio, rancore, risentimento, sfiducia che anni di corruzione, intolleranza, abusi e sfiducia hanno radicato sarebbe stato ingenuo. Chi sia Preiti, quali sentimenti e motivazioni personali o pubbliche abbiano armato la sua mano, lo sapremo dalle indagini. La reazione emotiva seguita al suo gesto e alla sua grottesca autodifesa «Volevo colpire i politici », invece, valgono quanto un’analisi dei Big Data sul web: confermano l’identikit di un’Italia divisa e amareggiata, che ha bisogno di un lavoro lungo, da parte del governo, degli intellettuali, dei media, dei partiti per ricostruire un tessuto condiviso di valori e interessi nazionali.

Ha fatto bene Beppe Grillo a dichiarare subito solidarietà ai Carabinieri, e meglio avrebbe fatto a non pubblicare, sul suo popolarissimo sito web, commenti farneticanti che rivendicano appoggio e comprensione al killer mancato Preiti «dovevi sparare ai politici! ». Di certo, oggi, dovrebbe duramente rampognare i suoi militanti, tra cui un improvvido consigliere torinese, che fanno campagna sul «colpire nel mucchio » gli avversari. Otto milioni di elettori Cinque Stelle non meritano di vedersi coinvolti nella violenza.

La classe dirigente italiana tutta, politici, imprenditori, media, cultura, sindacato ha mancato in questi anni di governare il Paese, privandolo di fari morali, innovazione, sviluppo. Napolitano, memore degli anni seguiti alla guerra, quando insieme i nostri padri ricostruirono il paese, pur tenendo vivo un vivacissimo dibattito in Parlamento e nelle piazze, non ha chiesto di cancellare idee diverse e diverse agende, e neppure ha proposto ai giornalisti di fare da agenti stampa del governo. Ha detto quel che l’ammiraglio Nelson segnalò con l’alfabeto delle bandiere, ai marinai della sua flotta alla vigilia della battaglia di Trafalgar, 1805: «L’Inghilterra si aspetta che ciascuno di voi faccia il suo dovere ». Niente di più, niente di meno, tocca ora a noi, fare il nostro dovere.

L’hanno fatto certo ieri i carabinieri feriti a Roma, con i loro colleghi, che invece di crivellare di colpi l’attentatore rimasto senza cartucce in canna, come sarebbe accaduto in moltissime altre capitali in un giorno ad alta tensione, lo hanno arrestato senza un graffio, consegnandolo incolume alla giustizia. Prova professionale ed umana da Paese civile – rara, lo ripeto, anche per tante democrazie – di cui ringraziarli ed essere fieri.

Le malefatte della «Casta » non giustificano in alcun modo la violenza. Nemmeno ci servono a comprenderla, o ne attenuano la colpa: gli anni del terrorismo insegnano che questa velenosa ipocrisia distrugge il garantismo e nasconde alla fine complicità. Neppure ci serve imputare alla «Casta » ogni impotenza del nostro presente, siamo in 60 milioni di liberi individui, non siamo servi della gleba russi, anime morte di Gogol. L’Italia ha bisogno di lavoro, sviluppo, benessere, unità. Di dare uno stipendio a ragazzi che non l’hanno mai avuto, di usare il loro talento e la loro cultura frustrate e svilite. Non sono le pistole, non sono gli slogan di odio, non è il predicare che una parte sola, la «nostra » abbia il monopolio di etica e democrazia, che ci faranno crescere dopo una generazione di stagno.

Desideravamo vivere una domenica tranquilla intorno a Enrico Letta e ai suoi ministri, speravamo in un varo tra i sorrisi, non nel sangue. La storia ha voluto diversamente: ma l’immagine del brigadiere Giangrande riverso sui sampietrini di piazza Montecitorio, davanti al Parlamento cui la Costituzione Repubblicana affida la democrazia nel nostro paese, ci richiama a un dovere rinnovato. I ministri e il premier, i parlamentari tutti ma anche noi cittadini semplici, davanti ai quei sassi bagnati dal sangue di un uomo che lavora per difendere la nostra libertà, abbiamo un dovere semplice e aspro: fare insieme, ogni giorno, come Giangrande, il nostro dovere.


Topi di fogna
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 29 aprile 2013

Ci sono i topi di fogna annidati nella Rete che, nascosti dietro l’anonimato, violano le password, entrano nelle caselle di posta elettronica di Giulia Sarti, una ragazza di 26 anni che ha l’unico torto di essere stata eletta deputata nel maggior movimento di opposizione al sistema, e pubblicano le sue foto intime, la sua corrispondenza privata e politica, infrangendo due volte la legge: quella che protegge la privacy di ogni cittadino e quella che tutela la riservatezza delle comunicazioni del parlamentare (che può essere violata solo per ordine di un giudice e previa autorizzazione delle Camere). E poi ci sono i loro complici in certi giornali, anche “autorevoli” e “indipendenti” tipo il Corriere della Sera. Che, non potendo divulgare la spazzatura che gira per il web, fa anche di peggio: si trincera dietro i tweet che la riprendono distorcendola e falsificandola, e li pubblica come fossero Vangelo. Antefatto. Il 20 o il 21 febbraio, poco prima delle elezioni, Pancho Pardi, che conosco dai tempi dei girotondi, non essendo ricandidato mi invia una mail con i curricula di alcuni giovani dell’ufficio legislativo del Senato che collaboravano con lui in materia di giustizia e conflitti d’interessi, chiedendomi se conosca qualche neoeletto del M5S a cui girarli. Mi procuro la mail della Sarti, che avevo conosciuto anni fa  a un incontro del meetup di Bologna, e le giro la mail di Pancho. Fine, morta lì.

L’altroieri, mentre sono al festival del giornalismo di Perugia, mi chiama un collega di Libero, Matteo Pandini, e mi racconta che nelle mail hackerate alla Sarti ce n’è una mia. Gli racconto quell’episodietto e dico: se vuoi, pubblica pure tutto, è vietato ma non ho nulla da nascondere. Ieri, sulla prima pagina di Libero, trovo un enorme disegno che mi ritrae vestito da postino mentre consegno a Beppe Grillo una busta con la scritta: “Raccomandati”. Titolo: “Anche Travaglio finisce nella Grilloleaks”. Naturalmente è tutto falso: non ho mai conosciuto nessuno di quei giovani, né dunque ne ho mai raccomandato nessuno, tantomeno a Grillo, né ho mai saputo che esito abbia avuto la mail di Pardi, né me ne importa nulla. L’articolo di Pandini a  pag. 15 s’intitola: “Grilloleaks: svelati i segreti di Travaglio e Pardi”. All’interno c’è la mia intervista, il cui titolo lascia pensare a chissà quali mie colpe e a chissà quanti messaggi (“L’ammissione: ‘È vero, sono i miei messaggi’”). Ma almeno chi legge capisce quel che è accaduto. Poi apro il Corriere della Sera e a  pag. 13 trovo il seguente sommario: “L’accusa su Twitter: segnalazioni a Grillo tramite Travaglio e Pardi. Ma la ‘cittadina’: rapporti cristallini”. L’articolo di tal Emanuele  Buzzi recita testualmente: “Le mail stanno facendo il giro del web. E c’è chi segnala diversi spunti. Alcuni riguardano anche ex parlamentari e giornalisti, come Pancho Pardi e Marco Travaglio. Adriano Bizzoco scrive su Twitter: ‘m5sleaks: Sarti gira i cv a Pardi che gira a Travaglio che gira a Grillo per provare ad assumere collaboratori’”. Basterebbe vedere la mail hackerata e pubblicata online dai topi di fogna per scoprire che è tutto falso.

Ma questo evidentemente al Corriere non interessa: infatti, anziché dire come stanno le cose, preferisce citare il tweet di tal Bizzoco che stravolge e ribalta completamente la realtà: la Sarti avrebbe ricevuto la mail da Pardi e l’avrebbe girata a me e io l’avrei inoltrata a Grillo per fargli assumere quei tizi (che fra l’altro non han bisogno di essere assunti, visto che già lavorano stabilmente all’ufficio legislativo del Parlamento). Cose da pazzi. Il pezzo di Buzzi è tutto un poema: la Sarti, cioè la vittima di un grave delitto, viene interrogata e invitata a discolparsi, come se il reato l’avesse commesso lei: “… Lei ammette: ‘Sì, certo che scrivo a Grillo’”, come se questo fosse un crimine. E ancora: “Non le è sembrata un’ingenuità lasciare nella posta immagini private o materiale politico?…”. Nemmeno una telefonata al sottoscritto per verificare i fatti, evidentemente poco interessanti, anzi controproducenti: e così il giornale di Belpietro si dimostra addirittura più corretto, o meno scorretto, di quello di De Bortoli.

Ma non è finita. Ieri, per la prima volta nella sua storia, il sito web de l’Unità riprende in homepage il disegno e il titolo di Libero con il falso su Travaglio che raccomanda qualcuno a Grillo. Questi poveretti che devono far digerire agli eventuali lettori il governo Pd-Pdl non si fermano di fronte a nulla. Complimenti per la coerenza. E così gli stessi giornali, dal Corriere a l’Unità, che fino all’altroieri reclamavano a gran voce la distruzione delle intercettazioni legali e legittime delle telefonate Mancino-Napolitano (regolarmente disposte da un giudice), pubblicano notizie -per giunta false- su mail private illegalmente carpite da hacker senza scrupoli, cioè diventano ricettatori di corpi di reato per sputtanare il maggiore gruppo di opposizione e un giornalista che osa criticare l’inciucio di regime nato proprio ieri. Morale della favola: le intercettazioni legali sul potere si bruciano, quelle illegali sugli oppositori si pubblicano (e i servizi segreti se li pappa Alfano, cioè B., mentre per nessuna ragione al mondo il Copasir deve andare ai 5Stelle, altrimenti magari controllano).

Intorno, tutto tace: zitti i custodi della privacy a targhe alterne, zitte le vestali della sacralità del Parlamento a seconda delle convenienze, zitti i tutori della correttezza e completezza dell’informazione quando fa comodo a lorsignori. Basta immaginare  che accadrebbe se le caselle di posta violate fossero quelle di B. o di Enrico Letta, o se le manipolazioni colpissero qualche direttore dei giornaloni allineati. Nel 1996, per lubrificare l’inciucio della Bicamerale, Berlusconi si presentò alle telecamere esibendo un cimicione, sostenendo di essere stato spiato: l’intero Parlamento insorse contro l’inammissibile lesione dei diritti dell’opposizione, stigmatizzata con toni drammatici dal presidente della Camera Violante, che convocò l’assemblea in seduta straordinaria. Poi si scopri che era una patacca. Ora invece nessuno dice nulla contro lo spionaggio ai 5Stelle. Occorrono ben altri attentati alla democrazia per scatenare le ire congiunte di Grasso e Boldrini: tipo la denuncia di Franco Battiato sulle mignotte in Parlamento, prontamente sanzionata col licenziamento dall’apposito Crocetta. È persino superfluo spiegare perché tutto ciò avviene, e perché proprio ora. Qualcun altro, non abituato a queste porcherie, si spaventerebbe. Noi, che ci abbiamo fatto il callo dai tempi del Sismi e Security Telecom, non ci spostiamo di un millimetro (se non per portare in tribunale questi topi di fogna). E vediamo chi si stufa prima.


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Bart