Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Quattro articoli

26 Maggio 2012

Joschka Fischer, ex ministro degli Esteri tedesco: «La Germania non affondi l’Europa. Sarebbe la terza volta in cent’anni »
di Paolo Valentino
(Dal “Corriere della Sera”, 26 maggio 2012)

BERLINO – «Per due volte, nel XX secolo, la Germania con mezzi militari ha distrutto se stessa e l’ordine europeo. Poi ha convinto l’Occidente di averne tratto le giuste lezioni: solo abbracciando pienamente l’integrazione d’Europa, abbiamo conquistato il consenso alla nostra riunificazione. Sarebbe una tragica ironia se la Germania unita, con mezzi pacifici e le migliori intenzioni, causasse la distruzione dell’ordine europeo una terza volta. Eppure il rischio è proprio questo ». Joschka Fischer sceglie parole pesanti come pietre per lanciare un allarme fatto di passione e ragione, cuore e testa d’europeo. L’ex ministro degli Esteri tedesco è «preoccupato » da una situazione che definisce «seria, molto seria » per l’Europa. Ed è anche scettico, perché non vede in giro «forze e leader, disposti a fare i passi necessari », senza i quali «rischia di essere spazzato via il miracolo di due generazioni di europei: l’investimento massiccio in una costruzione istituzionale, che ha garantito il più lungo periodo di pace e prosperità nella storia del Continente ». Lo incontro nella sede della «Joschka Fischer and Company », la società di consulenza strategica che ha fondato da pochi anni. Le finestre del suo ufficio danno sulla Gendarmenmarkt, la piazza dove i re prussiani facevano sfilare i loro reggimenti e il regime comunista della Ddr organizzava i suoi raduni. Ora è il cuore pulsante della nuova Berlino, magnifica capitale di una Germania cui l’Europa in crisi torna a guardare con diffidenza e malumore.
«Mi preoccupa – spiega Fischer – che l’attuale strategia chiaramente non funziona. Va contro la democrazia, come dimostrano i risultati delle elezioni in Grecia, in Francia e anche in Italia. E va contro la realtà: lo sappiamo sin dalla crisi del 1929, dalle politiche deflattive di Herbert Hoover in America e del cancelliere Heinrich Brüning nella Germania di Weimar, che l’austerità in una fase di crisi finanziaria porta solo a una depressione. Sfortunatamente, sembra che i primi a dimenticarlo siamo proprio noi tedeschi. Certo l’economia della Germania è in crescita, ma ciò può cambiare rapidamente, anzi sta già cambiando ».
L’ex vice-cancelliere del governo rosso-verde invita a non farsi alcuna illusione: l’Europa è oggi sull’orlo di un abisso. «O l’euro cade, torna la re-nazionalizzazione e l’Unione Europea si disintegra, il che porterebbe a una drammatica crisi economica globale, qualcosa che la nostra generazione non ha mai vissuto. Oppure gli europei vanno avanti verso l’Unione fiscale e l’Unione politica nell’Eurogruppo. I governi e i popoli degli Stati membri non possono più sopportare il peso dell’austerità senza crescita. E non abbiamo più molto tempo, parlo di settimane, forse di pochi mesi ».
Ma perché non sarebbe possibile limitare le conseguenze di un’uscita controllata della Grecia dall’Eurozona?
«L’Euro è un progetto politico. Non è che avessimo bisogno della moneta unica agli inizi degli Anni Novanta. Doveva essere il vettore dell’integrazione politica: questa era l’idea di fondo. Nessuno oggi può garantire che se la Grecia abbandona l’euro, non si verifichino un crollo della fiducia, una corsa alle banche in Spagna, in Italia, probabilmente anche in Francia, cioè una valanga finanziaria che seppellirebbe l’Europa. Secondo, cosa pensa che farebbero i greci una volta fuori? Cercherebbero altri partner, come la Russia per esempio, che è già pronta e nessuno ne parla. Diremmo addio all’ampliamento verso Sud-Est, l’integrazione europea dei Balcani sarebbe finita. È una follia: si possono avere opinioni diverse sulla vocazione europea della Turchia, ma non c’è dubbio che i Balcani, regione intrinsecamente instabile, siano parte dell’Europa. Senza contare che la Grecia fuori dall’euro precipiterebbe nel caos ».

La discussione attuale si concentra sugli eurobond. Ma per concretizzarli occorrerebbero mesi, se non anni. Non è un falso dibattito, rispetto ai tempi brevi di cui lei parla?
«No, è un dibattito importante. In fondo dietro gli eurobond c’è uno dei prossimi passi da compiere. Gli elementi della soluzione sono quattro: Unione politica e Unione fiscale dell’Eurogruppo, crescita e riforme strutturali. Sono per esempio ammirato dal fatto che in questa fase, l’Italia abbia mobilitato i suoi istinti di sopravvivenza dando vita al governo Monti, che sta lavorando bene. Ma rimango perplesso che Hollande, il nuovo presidente francese del quale apprezzo l’impegno per la crescita, voglia riportare a 60 anni l’età pensionabile. Nessuno di questi elementi va trascurato o annacquato, devono viaggiare insieme se l’Europa vuole davvero superare la sua crisi esistenziale ».

Perché la cancelliera Merkel non si muove dalla linea dell’austerità?
«Angela Merkel pensa solo alla sua rielezione. Ma è un calcolo miope e fa un grosso errore. Perché sul piano interno è già molto indebolita. Merkel è forte finché l’economia tedesca è forte. In Germania non c’è crisi economica, ma stiamo attenti perché ci coglierà in modo brutale. Se non ci assumiamo la responsabilità di guidare l’Europa insieme fuori dalla crisi, saranno guai grossi, perché noi saremmo i grandi perdenti, sia sul piano economico che su quello politico ».

Quale governo tedesco può fare ciò che lei propone?
«Solo un governo di grande coalizione. Altrimenti, ogni partito all’opposizione sarebbe tentato di sfruttare questa situazione. Ma un governo di unità nazionale ce la farebbe. Non è un passo semplice. “Perché dovremmo farlo?”, è la domanda prevalente in Germania” ».

Già, perché dovreste farlo?
«Semplice, perché altrimenti vanno a rotoli sessant’anni di unità europea. Fine. Rien ne va plus . Purtroppo non abbiamo più un Helmut Kohl a dircelo ».

E come dovrebbero svolgersi gli avvenimenti, qual è il primo passo immediato?
«L’europeizzazione del debito. Il problema, qui la Germania ha ragione, è di evitare che poi le riforme strutturali per migliorare la competitività si fermino o vengano ammorbidite. Non si tratta di europeizzare l’intero debito, ci sono proposte interessanti sul tavolo. Ma il punto di fondo è che la Germania deve garantire con il suo potere economico e le sue risorse la sopravvivenza dell’Eurozona. Bisognerà dire: siamo un’Unione fiscale, restiamo insieme. Sarà difficile, i mercati diranno la loro, le agenzie di rating toglieranno probabilmente la tripla A alla Germania, ma bisognerà resistere e per farlo abbiamo bisogno dell’Unione politica. E qui è la Francia che deve dire sì a un governo comune, con controllo parlamentare comune della zona euro. In gioco è il ruolo globale dell’Europa nel XXI secolo. Vogliamo averne uno? Solo insieme potremo dire qualcosa sul nostro futuro ed essere ascoltati ».

Non è troppo tardi per tutto questo?
«No, abbiamo una chance, che probabilmente si aprirà concretamente poco prima del crollo. Bisogna avere nervi saldi, il lusso delle illusioni non ci è concesso. Finora abbiamo solo reagito. Le decisioni dell’Ue hanno sempre inseguito gli avvenimenti. Non abbiamo mai agito in modo strategico. Non basta più ».

Cosa vuol dire governo e controllo parlamentare comuni?
«Dimentichiamo per un attimo i 27. Al momento decisivi sono i Paesi dell’Eurozona. I capi di governo agiscono già di fatto da esecutivo europeo, i Parlamenti nazionali hanno la sovranità sul bilancio. Dobbiamo fare passi concreti verso una federazione: nel 1781 c’era una situazione simile in America. Cosa fece Alexander Hamilton? Federalizzò il debito degli Stati, in bancarotta per le spese della Rivoluzione contro gli inglesi. Se non lo avesse fatto, la giovane Confederazione non sarebbe sopravvissuta. Ecco cosa dobbiamo fare anche noi, qui e subito. Purtroppo non siamo governati da leader politici, ma da contabili ».

E d’accordo a eleggere un presidente dell’Ue a suffragio universale, come suggerisce Wolfgang Schäuble?
«Non porterebbe nulla. Avrebbe molto più senso se le maggioranze e le opposizioni parlamentari di ogni Stato dell’Eurozona fossero rappresentate in una Eurocamera, dove discutere direttamente, con tutta la legittimità necessaria, l’attenzione mediatica e il coinvolgimento delle popolazioni. Non sarebbe più una creazione esterna come l’Europarlamento, che potrebbe diventare Camera bassa. Mentre i leader sarebbero membri del governo europeo ».
L’intervista è finita. Ma Fischer, sempre affascinato dalla Storia, vuole ancora raccontare un aneddoto: «Sono stato spesso a Venezia, ma solo alcuni mesi fa, per la prima volta ho dormito in laguna. Un’esperienza indimenticabile: alle 7 della sera, la città era vuota, nulla sembrava vivo. E allora ho pensato alla Serenissima, alla grande potenza che ha dominato il Mediterraneo e parte del Medio Oriente, esercitando per secoli una forte egemonia economica, politica e culturale, ridotta a un bellissimo museo deserto. Vogliamo che anche l’Europa diventi questo? Non credo, ma potremmo esservi molto vicini ».


Bersani scappa. Ma mezzo Pd non lo segue
di Laura Cesaretti
(dal “Giornale”, 26 maggio 2012)

Roma – «Andare a vedere il bluff di Berlusconi », anche perché altrimenti «rischiamo di restare col cerino acceso in mano », e sulle spalle la colpa di non aver fatto le riforme.
Ingrandisci immagineSe le dichiarazioni ufficiali, tambureggiate ieri da tutto lo stato maggiore del Pd, sono sulla linea: «Non c’è più tempo per fare il semi presidenzialismo, è solo un imbroglio di Berlusconi e Alfano », dietro le quinte c’è grande agitazione, e più di un dirigente di spicco manda a dire a Pier Luigi Bersani che arroccarsi dietro il «non si può fare » è pericoloso. Lo stesso capogruppo del Pd alla Camera, Dario Franceschini (da anni sostenitore del sistema francese), è convinto, per una volta in sintonia con Arturo Parisi, che si debba «andare a vedere il gioco » del Cavaliere, e sfidare il Pdl a farla davvero e subito, la riforma che favoleggia: il tempo per «mettere subito in cantiere il doppio turno elettorale » c’è, e se in questa legislatura non si riesce a completare l’architettura costituzionale ispirata al semi presidenzialismo d’Oltralpe, «si rinvierà alla prossima ».
In realtà, sostengono gli addetti ai lavori del Pd, che da mesi si scervellano attorno alle riforme, il tempo per fare sia la riforma elettorale che quella istituzionale c’è tutto, basta volerlo. È quello che sostiene anche il presidente del Senato Renato Schifani. Il tempo tecnico c’è. A questo punto la variabile è la volontà politica. Se Pd e Pdl si mettono d’accordo, hanno i numeri necessari (la maggioranza dei due terzi del Parlamento) per varare qualsiasi riforma della Costituzione, di qui al prossimo anno. E la proposta messa (strumentalmente, sono convinti al Nazareno) sul tavolo da Berlusconi e Alfano è esattamente quella caldeggiata dal Pd: il maggioritario a doppio turno è, ufficialmente e per voto dell’assemblea nazionale, il sistema elettorale preferito dai democrat. Dopo il trionfo di Hollande in Francia, poi, il semi presidenzialismo è diventato di gran moda anche tra i big del Pd. Veltroni lo sostiene da anni, D’Alema l’altro giorno nell’intervista a l’Espresso lo ha detto chiaro e tondo: «Se c’è un sussulto di buon senso, la via maestra su cui tornare è quella del doppio turno. E se venisse proposto il modello francese, il semi presidenzialismo, l’elezione diretta del presidente della Repubblica, non avrei nulla in contrario ». In fondo, ha ricordato, era la ricetta della «sua » Bicamerale. Con queste premesse, sarebbe logico aspettarsi che il Pd sposi lesto e con entusiasmo la proposta. Invece ha subito aperto un fuoco di sbarramento: «Non vediamo le condizioni politiche né i tempi per affrontare credibilmente la questione da qui alla fine della legislatura », ha tagliato corto Bersani. Avanzando un sospetto: «Viene da pensare che attraverso questa via non si voglia fare nulla ». Però anche il segretario lascia aperto un minimo spiraglio: «Non riteniamo un tabù discutere di presidenzialismo, purché non sia un pretesto per non fare niente ».
Segno che al Nazareno si stanno ancora vagliando tutte le ipotesi, prima di attestarsi definitivamente nella trincea del «no »: il timore, rivelato dalla capogruppo al Senato Anna Finocchiaro, è che con questa uscita il Pdl di Berlusconi sia riuscito a «buttare la palla in tribuna », ossia nel campo Pd, e si stia preparando a «fare la campagna elettorale » con l’ accusa agli avversari di bloccare una riforma che gode di indubbia popolarità nell’opinione pubblica.
Per questo Paolo Gentiloni è convinto che «di qui a martedì », giorno in cui si riunirà la direzione del Pd, la linea potrebbe cambiare. «È assai probabile che Berlusconi stia solo cercando un modo per tenersi il Porcellum dando la colpa a noi, o per ri-polarizzare quel che resta del centrodestra attorno alla sua leadership – dice Gentiloni – ma siamo tenuti ad andare a vedere il bluff, se di bluff si tratta ».
E Luciano Violante incalza: «Sarebbe un errore chiudere la porta in faccia al Pdl ».


Il presidenzialismo? Ottimo. Infatti non si farà
di Maurizio Belpietro
(da “Libero”, 26 maggio 2012)

C’è una cosa che invidio ai francesi, ed è la loro Presidenza della Repubblica. Attenzione, ho scritto presidenza, non presidente. Franí§ois Hollande lo lascio volentieri a Giulio Tremonti, il quale pare essersene invaghito: a differenza sua, a me le idee del leader socialista in fatto di tasse non ispirano per niente. Al contrario, il sistema con cui si elegge il capo dello Stato transalpino e i poteri che esso può esercitare mi attraggono come pochi altri. Quando poi ho visto il neoeletto insediarsi all’Eliseo e un secondo dopo nominare il nuovo governo, oltre che decretare la riforma delle pensioni ancor prima che ci fosse il nuovo Parlamento, ho capito che se vogliamo diventare un Paese normale dobbiamo copiare dagli odiati cugini. Saranno antipatici come Sarkozy e snob come Carla Bruni, ma se c’è da far funzionare lo Stato bisogna riconoscere che lo sanno fare con la stessa semplicità con cui sfornano baguette.

Mentre loro fanno tutto facile, noi passiamo a fare le consultazioni con i barbagianni della politica. Prima di decidere chi nominare, si passano in rassegna i nonni della Repubblica: una cerimonia che tutti sanno non servire a nulla, ma a cui tutti si adeguano con sussiego. Ma il peggio del peggio arriva quando il governo è fatto: allora, se deve legiferare, comincia uno dei riti più complicati che vi siano. La legge, una volta uscita dalle mani del ministro che l’ha firmata, finisce in uno dei due rami del Parlamento e lì i partiti fanno a gara per modificarla. Dopo di che, passati mesi, se non anni, il testo viene girato all’altra camera, la quale ovviamente ci mette del suo per peggiorare la norma. Risultato: dopo mesi, se non anni, la la norma ritorna al punto di partenza, cioè nella sede parlamentare da cui era partita. Se questa Camera l’approva, il provvedimento è definitivo, altrimenti si ricomincia tutto da capo, come in una specie di gioco dell’oca. Alla fine, le misure ci mettono anni a diventare definitive e quando lo sono appaiono stravolte. Ovviamente quasi sempre in peggio.

La colpa di questo farraginoso meccanismo ce l’hanno i partiti, i quali le cose facili non riescono a farle. Ma buona parte dell’inconcludenza politica è dovuta anche al nostro sistema o, per meglio dire, alla nostra costituzione. Nonostante le cariatidi della politica la difendano a spada tratta come se fosse la Madonna, in realtà alla Carta su cui si fonda la Repubblica si deve la maggioranza dei nostri guai.

Quando fu scritta i padri costituenti, più che al futuro, avevano gli occhi rivolti al passato: dopo vent’anni di dittatura, la loro preoccupazione era di evitarne un’altra. Per cui si diedero da fare per impedire a chiunque venisse eletto di avere troppo potere. I comunisti temevano i democristiani e i democristiani avevano il terrore dei comunisti. Dunque si trovò un compromesso in cui sostanzialmente nessuno governava, ma tutto il potere era devoluto al Parlamento. Così da noi c’è un presidente della Repubblica che non ha nessun ruolo, se non quello di fare prediche inutili e firmare leggi (ma come atto dovuto), e un premier che non può neppure nominare o licenziare un ministro. Che il nostro sistema produca solo governi che non governano è dimostrato dai tecnici: nonostante una maggioranza mai vista prima, un consenso superiore alla media e un capo dello Stato che li sostiene a spada tratta, sono nel pantano. Quindi cambiare la costituzione e adottare le regole francesi, con il presidenzialismo e il doppio turno, è la cosa più urgente da fare. Ma proprio per questo in Italia non si farà. Prova ne sia che appena Silvio Berlusconi ieri ha aperto bocca e suggerito di modificare il sacro testo copiando i cugini, da Bersani e compagni ha ricevuto solo pernacchie. Una reazione prevedibile. Un po’ perché arriva fuori tempo massimo, alla fine della legislatura e con un Pdl ridotto ai minimi termini, senza cioè grande potere contrattuale. E un po’ perché al Pd le cose vanno bene così come sono.

Dopo i risultati delle ultime elezioni, i progressisti assaporano la vittoria delle prossime politiche e dunque non vogliono cambiare nulla, né la legge elettorale né il sistema istituzionale. Con le percentuali ottenute alle amministrative, si sentono sicuri di governare e dunque preferiscono tenersi il porcellum e pure una presidenza della Repubblica decrepita. Anche perché temono che, una volta fatta la riforma, Berlusconi risorga e ne approfitti per candidarsi al Quirinale, cosa non da escludere dato che l’uomo ha sette vite e finora ne ha esaurite solo tre o quattro.

Fossimo nel Cavaliere però, invece di pensare al Colle, penseremmo al Pdl. Sarà una riforma meno appassionante di quella presidenziale, ma se non si salva il partito non si salva neanche il resto. Coraggio Silvio, comincia a rifondare il partito. Poi, forse, anche il resto arriverà.


Finocchiaro, lezione dalla Merkel
di Roberto Giardina
(da “ItaliaOggi”, 26 maggio 2012)

da Berlino

La senatrice Anna Finoc ­chiaro si è fatta sorpren ­dere mentre fa shopping all’Ikea servendosi di tre guardie del corpo come facchini. Ancora un capriccio della casta. La signora sostiene che la scor ­ta le è stata affibbiata contro il suo volere e, per ragioni di sicu ­rezza, non spiega il motivo. Le crediamo, ma non pensa che se veramente corresse un pericolo il trio di bodyguards, dal fisico possente e dallo sguardo man ­sueto, dovrebbe avere le mani libere per proteggerla?

All’inizio di maggio, Frau Angela, la donna più potente al mondo, è stata fotografata da un lettore della  Bild Zeitung  (ancora una volta) mentre fa la spesa rispettando la coda nel reparto di delikatessen delle Galeries Lafayette, non lontano da casa sua, la residenza priva ­ta, perché rifiuta di vivere alla Cancelleria. I tedeschi sono tanto abituati che non è più una notizia. Angela Merkel preferisce paté e altre specia ­lità francesi ai nostri prodotti, e sono affari suoi. Senza dubbio è protetta da gorilla (di solito un paio), ma non si scorgono. Ela Cancelliera si porta come sempre le buste della spesa da sola. Non le viene neanche in mente di pretendere aiuto e, caso mai, non Io chiederebbe a un militare.

Credo che l’Ikea sia un incubo per mariti e compagni. A me piace accompagnare mia moglie, o mia figlia, a fare shopping, ma la cat ­tedrale dei mobili svedesi mi rattrista, non so perché. Comunque, quando serve, sono io a accompagnare Fernanda a caccia di tavoli ­ni pieghevoli, o armadi che richiedono il genio di Ein ­stein per essere montati. Sono diventato un esperto in pensili da cucina scandi ­navi, non ho mai usato una pistola, ma faccio ginnasti ­ca tre volte alla settimana con una trainerin teutonica, Frau Finocchiaro può tele ­fonarmi e l’accompagno se non trova un amico, o un parente.

Non è lei la «colpevole », ma le tre bodyguards, pre ­sumo carabinieri. Erano loro per dovere professio ­nale (non distrarsi) e per dignità a dover dire di no. Agli uomini di scorta la ca ­valleria non è concessa. Se Angela avesse obbligato i suoi a portarle la borsa della spesa con il «camembert » e le baguette, le avrebbero risposto  «nein, Frau Bundeskanzlerin ».

Ogni militare tedesco ha il diritto di non eseguire un ordine ritenuto ingiusto. Fu il generale Wolf von Baudissin, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita, a istituire il principio della  «Innere Fuhrung »,  letteralmente la guida interna, cioè ognuno deve prima obbedire alla propria coscienza e dopo ai capricci del superiore. Fu una riforma dovuta agli orrori del III Reich: dopo, molti si difesero soste ­nendo di avere obbedito:  «Ein Befehl ist ein Befehl »,  un ordine è un ordine, una massima che ha portato a Auschwitz. Grazie a von Baudissin, che era anche conte, l’esercito tedesco è l’uni ­co al mondo a godere di questo privilegio.

Una riforma che non rimane sulla carta. Il 2 novembre del 2001, Michael Steiner, con ­sigliere per la politica estera del Cancelliere Schröder, fu costretto a una lunga sosta in aereo allo scalo di Mosca. Chie ­se bruscamente del caviale a un soldato, questi finse di non sentire. Lui insisté, il militare non obbedì. Steiner protestò con un sottoufficiale: «Chi  è quell’arsehloch? »,  stronzo in una traduzione molto libera.

Steiner non ebbe il suo cavia ­le, l’incidente fu riferito all’at ­taché militare a Mosca, e finì sulla  Bild Zeitung,  con il titolo: «Cancelliere licenzi Steiner ». E Schröder obbedì. Il soldato ave ­va seguito la sua coscienza. Un aneddoto da commedia e non da tragedia bellica, ma conta appunto il principio. Devo ag ­giungere che Steiner è un’otti ­ma persona, a tutti può capita ­re di cedere ai nervi e alla gola, divenne ambasciatore a Roma, dove ne hanno un buon ricordo. E, per finire, qui chi disobbedi ­sce, sia un militare o un gior ­nalista, non rischia il plotone d’esecuzione o la carriera.


Letto 1814 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart