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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Quattro articoli

27 Maggio 2012

Una dannosa concorrenza
di Ernesto Galli della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 27 maggio 2012)

«Strage semplice » o «strage a scopo terroristico »? Procura della Repubblica di Brindisi o Direzione distrettuale antimafia (e antiterrorismo) di Lecce? E dunque a dirigere le indagini quale dei due magistrati responsabili dei due organismi, Marco Dinapoli o Cataldo Motta? Per 48 ore le cronache sull’attentato di cui è rimasta vittima la povera Melissa Bassi hanno ruotato intorno a questa disputa tra le suddette sedi giudiziarie pugliesi, risoltasi alla fine solo per l’intervento deciso del ministro Severino. Una disputa che ha reso evidente a tutto il Paese alcuni dei mali gravi di cui soffre l’apparato giudiziario italiano.

Innanzi tutto un’estrema, talora parossistica, tendenza alla personalizzazione, che prende la forma della corsa dei singoli magistrati ad accaparrarsi l’inchiesta che «conta ». La quale, poi, è sempre e soltanto una: e cioè quella che più colpisce l’opinione pubblica, vale a dire che riguarda clamorosi fatti di sangue o personaggi importanti, e/o ha addentellati con la politica; e di cui perciò si occupano con il massimo risalto giornali e tv. La grande maggioranza dei magistrati italiani, ma come è ovvio in modo specialissimo quelli delle procure, non sembrano quasi mai capaci di resistere alla tentazione della «visibilità », ne sono avidi, la cercano in ogni modo. Più di una volta, ahimè, subordinando ad essa i propri atti istruttori, a cominciare dai provvedimenti di custodia cautelare, vale a dire l’ordine di arresto e di detenzione in carcere a carico dei cittadini.

La visibilità significa principalmente visibilità per la propria inchiesta: da alimentare per esempio anche con l’accorta somministrazione alla stampa di verbali di intercettazioni telefoniche. Somministrazione che sarebbe vietata dalla legge, naturalmente, in quanto quei verbali, come si sa, sono coperti dal segreto istruttorio, ma della quale mai, in anni e anni, a mia conoscenza alcuna procura della Repubblica si è preoccupata di individuare e tanto meno di punire i responsabili.

La visibilità peraltro non serve solo a soddisfare una più o meno ingenua vanità personale. Per chi viene a goderne, essa, infatti, ha conseguenze ben più importanti e concrete. Serve molto, infatti, al proprio futuro professionale e no. È utile, ad esempio, per costruirsi una posizione di forza in occasione delle assegnazioni di sedi e di incarichi da parte del Consiglio superiore della magistratura. Per essere appoggiato in tali richieste dai propri colleghi di «corrente »; per mettere il Csm stesso nella condizione di «non poter dire di no » alla richiesta del «celebre » procuratore, del noto castigamatti del potere, del famoso inquirente che ha dimostrato di non guardare in faccia a nessuno. Ma non solo. La visibilità è utilissima per fare il salto, da molti ambito, fuori dalla carriera: per essere corteggiati dai giornali e dagli editori, per essere invitati ai talk show , a festival e convegni d’ogni tipo. E va da sé per entrare in politica.

La quale politica può essere quella vera e propria che si fa in Parlamento o alla testa di un Comune, ovvero quella diversa ma egualmente importante che si fa negli innumerevoli gabinetti ministeriali, in enti e organismi dalle denominazioni più impensate, ricoprendo incarichi per solito assai ben remunerati (tutti posti assegnati per l’appunto dalla politica): in cambio di nulla? Infine essendo eletti dai propri colleghi nel Csm di cui sopra.

Curiosamente, infatti, nessuna corporazione come quella dei magistrati a parole rifiuta con tenacia ogni rapporto con la politica, proclama a ogni piè sospinto la necessaria lontananza, che dico estraneità, da essa, ma al tempo stesso quasi nessun’altra come quella annovera tanti membri ansiosi, ansiosissimi, di avervi a che fare in un modo o nell’altro. Le polemiche tra i magistrati pugliesi di questi giorni – comprese le conseguenze negative che esse potrebbero avere avuto sulle indagini (vedi la divulgazione delle immagini televisive del supposto colpevole) sono solo l’ultimo capitolo di questa patologia personalistica del sistema giudiziario italiano. Nei cui confronti la classe politica e di governo nasconde la testa sotto la sabbia e non fa niente, nell’evidente paura di dispiacere alle toghe: in parte nella speranza che i propri avversari incappino prima o poi in qualche inchiesta della magistratura; in altra terrorizzata dall’idea che i suoi molti scheletri nell’armadio vengano prima o poi tirati fuori da qualche procura. Mentre ai comuni cittadini – che non hanno né avversari né scheletri nascosti – si continua ancora a chiedere, come se nulla fosse, di votare comunque per coloro che da decenni, anche in questo campo, lasciano andare le cose come vanno.


E’ saltato tutto, dai partiti al Vaticano
di Mario Sechi
(da “Il Tempo”, 27 maggio 2012)

Cosa voteranno gli elettori nel 2013? A una domanda semplice nel caso dell’Italia segue una risposta più difficile. Mai lo scenario del Paese è apparso più magmatico, a destra e a sinistra. Cosa è accaduto ai poli che si sono contesi il potere negli ultimi vent’anni? Si sono squagliati. Si ricostituiranno? Non come li abbiamo visti e forse neppure come li immaginiamo. Non sappiamo con quale legge elettorale si voterà, ma proviamo a tracciare uno scenario. Centrodestra. Il Pdl secondo i sondaggi è destinato a dimagrire di parecchi punti. Prese il 38% dei voti nel 2008, oggi il suo peso è intorno al 23%. Berlusconi ha fatto il passo indietro, ma Alfano non ha tutto il potere nel partito per fare il segretario che pianta, pota e taglia. Pesa l’ombra del fondatore. La coalizione con la Lega non c’è più, il partito non è guidato dal Bossi in canotta ma dal Maroni con gli occhiali rossi, il Carroccio è in caduta libera. Sintesi: l’asse del nord s’è spezzato. Un’alleanza per il voto ancora non c’è, con i leghisti i rapporti sono tesi, con l’Udc per ora non se ne parla. A meno che non entri in campo Montezemolo come «aggregatore » di pezzi sparsi ovunque. Luca calamita i non allineati a sinistra? Possibile, ma non certo. Perché con un proporzionale «alla greca », le alleanze saltano e allora il problema è tutto nel Pdl: o si riforma e fa qualcosa di centrodestra, o perde tutto in un colpo solo. Se resta questa legge, invece serve la coalizione e allora rientrano in campo Casini e Montezemolo. Torna indietro. Fai un altro giro. Salta. Restituisci i soldi. È il Monopoly della politica. Centrosinistra. Sono fermi alla foto di Vasto, all’alleanza tra Bersani, Di Pietro e Vendola. Tutti quelli che dicono «c’è di meglio » o «serve un’alternativa » sono politologi della domenica. L’unica coalizione possibile è quella. Vince largo, ma poi non riesce a governare. Quelli contro Monti oggi (Bersani lo sostiene) saranno contro l’alleato-Pd domani. Il segretario democratico lo sa e per questo tentenna, al punto da mandare in tilt il flipper di Nichi e Tonino che ieri ha lanciato da «In Onda » un ultimatum: Bersani si decida. Ma anche qui non si scappa dalla legge elettorale e dalle voglie di chiudere la partita in anticipo per evitare la crescita del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo (possibile terzo partito italiano). Voto anticipato? Al Pd converrebbe, ma poi come si governa un Paese tra il Vendolismo visionario e il Dipietrismo mietitrebbiatore? Essere o Avere? In politica, Avere. La partita a scacchi è in pieno svolgimento. Si chiuderà alla vigilia della campagna elettorale. Nel frattempo sul campo(santo) si conteranno caduti e feriti di un conflitto surreale. Sono saltati tutti i punti di riferimento: partiti, Parlamento e governo. Sembrano tutti morti e perfino il Vaticano non si sente tanto bene.


Il caso della senatrice Finocchiaro all’Ikea con scorta
di Aldo Grasso
(dal “Corriere della Sera”, 27 maggio 2012)

Una vita di scorta, questo ci vorrebbe quando in quella «vera » inciampiamo in qualcosa di fastidioso. Hanno fatto molto discutere le fotografie che ritraggono Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato, mentre fa la spesa all’Ikea accompagnata da tre uomini di scorta. Gentilmente, uno dei tre spingeva il carrello.
Su Internet si sono scatenati: non solo è stato creato all’istante l’hashtag #finocchiarovergogna, ma sono fioriti i commenti più feroci: «gli agenti usati come domestici », «ritirate la scorta alla Finocchiaro », «vergogna, usare le braccia della scorta per andare a fare la spesa » e altre cosucce del genere. La senatrice si è subito difesa: «Avere la scorta per me non è un piacere. Mi è stata imposta e nonostante ciò provo a fare una vita normale ». In effetti, bisognerebbe conoscere i motivi per cui è stata dotata di una scorta e magari apprezzare la cortesia del poliziotto.
Ma Anna Finocchiaro dovrebbe aver imparato che le fotografie hanno una loro vita autonoma e che comunque, da decenni, l’immagine è un atto mirato a rivelare particolari, a raccontare qualcosa di più su noi stessi e sul mondo. Si chiedeva Leonardo Sciascia: «Che cosa è la fotografia se non verità momentanea, verità di un momento che contraddice altre verità di altri momenti? ».
La «verità » di quella fotografia è spietata: i tre uomini della scorta sembrano interessati solo al contenuto low cost del carrello, nessuno ha l’atteggiamento del bodyguard, lo sguardo attento a possibili pericoli. È vero, ogni fotografia ha una storia alle spalle che noi non conosciamo, ma è altrettanto vero che la forza di una fotografia sta nel conservare, passibili di indagine, momenti che sfuggono alle nostre consuetudini: esistono, sono lì davanti ai nostri occhi, ma non li vediamo.
«Finocchiaro all’Ikea » ribalta la «vita normale », è l’immagine perfetta della separatezza che ormai esiste fra i politici di maggior peso e la gente comune: gli uni votati sempre più all’ostentazione, gli altri alla sobrietà, che qui appare come la virtù dei fessi.
Quel carrello di scorta offre il fianco al ridicolo. Che, a volte, danneggia più di una colpa tutta da dimostrare.


Occhio, Bersani bluffa
di Vittorio Feltri
(dal “Giornale”, 27 maggio 2012)

Venerdì, quando Silvio Berlusconi, affiancato da Angelino Alfano, ha proposto di trasformare il nostro sistema da parlamentare in presidenziale, o semipresidenziale (si tratta di approfondire), per rilanciare la politica italiana in disarmo, ho pensato che la sua fosse un’idea vecchia, recuperata dagli archiviin cui sono depositati mille tentativi vani di rendere efficiente la nostra impalcatura istituzionale, evidentemente obsoleta.

Non mi sono entusiasmato. Ho pensato che il Cavaliere avrebbe potuto svegliarsi prima. Anche se è meglio tardi che mai. Ieri però, dopo aver letto i giornali e le dichiarazioni dei leader politici, e i commenti di vari editorialisti, sono rimasto basito. Tranne Michele Ainis, che è entrato nel merito del progetto senza tradire pregiudizi, tutti hanno espresso perplessità e critiche. Le sintetizzo: il fondatore di Forza Italia e del Pdl, uscito dalla porta di Palazzo Chigi, spera di rientrare al Quirinale dalla finestra. In una parola: non molla. E pur di non abbandonare la scena, è pronto a tutto, anche a giocare la carta del rinnovamento costituzionale. Può darsi che sia vero. Ma non mi azzardo a fare il processo alle intenzioni. Piuttosto mi chiedo perché i fustigatori dell’ex premier si siano impegnati a scoprire i motivi ( mica tanto reconditi)che lo abbiano indotto a rispolverare il presidenzialismo e non valutare se questo possa essere o no idoneo alla governabilità dell’Italia. Nessuno- né Pierluigi Bersani né Antonio Di Pietro né Stefano Rodotà – si è domandato se l’adozione del modello francese, in sostituzione del nostro attuale (fallito), sia o no una buona cosa.

Da notare che i progressisti avevano sempre prediletto il doppio turno elettorale, fin dai tempi della Bicamerale di Massimo D’Alema, considerandolo addirittura una panacea. Ora che finalmente il maggior partito del centrodestra si è convertito allo schema transalpino,ed è disponibile ad appoggiarne l’introduzione, coloro i quali lo avevano caldeggiato si tirano indietro. Lo respingono. Non perché lo giudichino male, ma perché sospettano che faccia comodo a Berlusconi. Ritengono che lui, nel caso in cui il popolo fosse chiamato a votare direttamente il capo dello Stato, sarebbe avvantaggiato. Il che è semplicemente assurdo.

Non esiste al mondo una legge elettorale che faccia vincere chi prenda un voto in meno dei concorrenti. La questione quindi è un’altra.Molti anni fa, parecchi autorevoli studiosi della materia, e parecchi uomini politici, erano convinti che il presidenzialismo fosse auspicabile, ma si scontrarono con chi, invece, aveva la sensazione che conferire il potere a un uomo eletto dalla gente fosse pericoloso, nel senso che agevolasse il ritorno di una dittatura riveduta e corretta. Il ricordo e il retaggio del fascismo erano ancora incombenti. Adesso, una minaccia del genere è superata. Cosicché un capo dello Stato scelto dal basso non sarebbe un potenziale despota, ma avrebbe la facoltà di guidare la Repubblica secondo criteri di maggiore efficacia rispetto a quelli del parlamentarismo.

Perché allora i partiti avversari del Pdl non accettano di discutere la proposta berlusconiana? Semplice. Il presidenzialismo c’è già. È stato imposto con una forzatura dai partiti, senza consultare i cittadini. Giorgio Napolitano, e anche Oscar Luigi Scalfaro, sono saliti al Quirinale con il voto della maggioranza (politica) dei due rami del Parlamento (e dei governatori delle Regioni) in base a logiche che prescindevano dalla volontà del corpo elettorale e legate agli interessi della Casta.

Il capo dello Stato pertanto non risponde ai cittadini, non rappresenta affatto l’unità nazionale,ma la partitocrazia dalla quale egli ha ricevuto i suffragi e a cui rende conto. Napolitano non può essere tecnicamente sopra le parti perché risponde alla parte che, con una decisione assunta all’interno del Palazzo, gli ha consentito di assurgere alla presidenza. E poiché nello specifico questa parte è la sinistra, è fatale che Bersani e i suoi alleati non gradiscano un presidente diverso da quello voluto da loro stessi, garante degli affari di bottega.

I progressisti hanno una visione miope: non guardano a ciò che conviene al Paese, ma a quanto conviene loro. Se ne fregano che questo sistema non funzioni più, come chiunque ha verificato nel corso degli anni; puntano a vincere le elezioni (2013) con il porcellum , che fingono di disprezzare, ripromettendosi di sostituire Napolitano (in scadenza) con un suo epigono ovvero un’altra emanazione della sinistra, un tutore della succitata bottega, un personaggio fedele alla casa madre e che nomini giudici costituzionali politicamente affidabili, che bocci o firmi decreti coerenti con le direttive del partito. Un presidente spinto al Quirinale dal popolo e da questo abilitato a governare? Nossignori. Agli ex comunisti e soci non può andar bene, perché non ubbidirebbe ai loro ordini. Meglio un compagno allineato e coperto.


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Bart