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Tre articoli

28 Maggio 2012

Le sciocchezze e le riforme
di Giovanni Sartori
(dal “Corriere della Sera”, 28 maggio 2012)

In questo momento gli italiani si interessano poco o anche punto del sistema elettorale. Si interessano di sopravvivere. Eppure il sistema elettorale resta importante. Costruisce il sistema politico «vivente », i partiti (quanti e quali) e la governabilità. Finora abbiamo avuto, specie nel corso della Seconda Repubblica, cattivi sistemi elettorali, e anche per questo cattivi governi e cattivo governare. E ci teniamo ancora il peggiore di tutti, il Porcellum, impudicamente inventato per consentire all’alleanza Berlusconi-Bossi di stravincere con una maggioranza assoluta in Parlamento. Ma ora quest’alleanza che pareva inossidabile non c’è più, e le stesse sorti della Lega bossiana sono in forse. Il Porcellum resta così come una mina vagante che tutti a parole sconfessano. E allora?

Improvvisamente Berlusconi (che di fiuto ne ha da vendere e che non si rassegna certo a stare in panchina) tira fuori dal cappello il modello francese: un sistema elettorale a doppio turno coronato da un semipresidenzialismo (bisogna sempre specificare così, perché il presidenzialismo americano è tutt’altra cosa). Questa volta Berlusconi fa sul serio? Nessuno lo sa, forse nemmeno lui. Certo è che del modello in questione sa poco, visto che ci ha infilato dentro anche le primarie, che non c’entrano per niente ma che oggi suonano bene all’orecchio del colto e dell’inclita.

Il doppio turno è già, a suo modo, una primaria. È anche uno dei pochissimi sistemi nei quali l’elettore è davvero messo in grado di scegliere con cognizione di causa. Al primo turno gli elettori esprimono liberamente la loro prima preferenza. Ma al secondo turno i candidati potrebbero essere soltanto quattro (è la proposta che feci anni fa per evitare il tira e molla sulla soglia di esclusione che è oggi, in Francia, del 12,5 per cento; una soglia che scatenerebbe in Italia una furibonda reazione dei partitini). Ma è prematuro entrare in questo dibattito. Il punto è che con due settimane di tempo e pochissimi candidati, l’elettore serio ha tempo e modo di studiarli. E se non lo fa, peggio per lui: è un cattivo elettore.

Primarie e consimili sciocchezze a parte, quali sono gli inconvenienti del semipresidenzialismo? Il più citato è che se il presidente non vince anche la maggioranza in Parlamento, allora il «maggior potere » passa a un primo ministro che, appunto, ha la maggioranza in Parlamento. Questa eventualità viene detta «coabitazione »; e viene demonizzata da chi non vuole il sistema francese. Ma questa coabitazione è avvenuta, in Francia, due volte; e non è successo niente di tragico. D’altro canto anche i presidenti Usa si trovano sempre più spesso in minoranza nel Congresso (è il cosiddetto devided government ) e anche lì il sistema funziona lo stesso. D’altronde se la coabitazione del semipresidenzialismo spaventa, per renderla altamente improbabile basta far coincidere l’elezione del corpo legislativo con quella del presidente.

Ma aspettiamo a vedere se Berlusconi è serio e se Bersani non vorrà fare troppo il furbo (il premio di maggioranza del Porcellum sembra tentarlo). Forse è vero che non c’è più tempo per riforme costituzionali. Ma c’è abbondantemente tempo per una riforma elettorale che adotti il doppio turno.


Dalla Banca centrale al varo degli Eurobond. L’Ue appesa a 5 mosse
di Renato Brunetta
(dal “Giornale”, 28 maggio 2012)

E se, quasi magicamente, l’Unione europea risolvesse il vero problema che l’attanaglia fin dalla sua costituzione? Tradendo l’idea dei padri fondatori, sin dagli anni ’60 si è voluto proseguire sul sentiero dell’integrazione tra Stati sovrani adottando la tecnica del funzionalismo economico. Si è pensato – evidentemente sbagliando – che l’unione economica avrebbe alimentato in maniera naturale il processo di avvicinamento a una sostanziale unione politica. A distanza di oltre cinquant’anni il cinico approccio utilizzato ha, purtroppo, manifestato tutta la sua debolezza.
È giunto il momento di rompere l’ultimo tabù: la realizzazione dell’unione politica europea. Jacques Delors descrisse la moneta unica come «un ponte gettato verso la federazione europea in attesa che qualcuno vi ponga sotto i pilastri ». I pilastri non sono altro che una sostanziale unione politica, gli Stati Uniti d’Europa, senza i quali il ponte è, come facilmente riscontrabile in questi giorni, a rischio di crollo.
Serve una vera unione politica ed economica. Non possiamo continuare con 27 Paesi che hanno 27 politiche economiche diverse, 27 bilanci nazionali non convergenti verso gli stessi obiettivi. Paesi membri e Unione Europea devono, come un’orchestra, suonare assieme la stessa musica, dirette da un unico maestro. Legittimato in questo caso dal voto popolare. L’elezione diretta del presidente della Commissione europea va proprio in questa direzione.
In fondo anche Angela Merkel dovrebbe essere onesta con s ´ stessa e con il Paese che guida. Dovrebbe forse ricordare che, come disse Helmut Kohl, l’unità tedesca e l’unità europea sono due facce della stessa medaglia. La riunificazione della Germania non sarebbe, altrimenti, mai avvenuta.
La storia istituzionale e l’economia ci dicono già qual è la strada. Nel 1789 Alexander Hamilton, segretario al tesoro americano, trasformò la repubblica appena costituita in una grande potenza economica. Sotto la sua guida, il governo federale si fece carico dei debiti di guerra delle ex colonie ed emise obbligazioni nazionali sostenute da tasse dirette e da una moneta comune.
Oggi, Barack Obama non si stanca di consigliare all’Unione Europea di prendere spunto dalla politica economica degli Stati Uniti per superare la recessione. E Ben Bernanke ha saputo porre rimedio alle crisi profonde degli ultimi anni utilizzando gli strumenti a disposizione della banca centrale americana che sono: 1) la politica monetaria, attraverso cui la Federal Reserve garantisce la stabilità economica nel Paese; 2) la funzione di prestatore di ultima istanza, attraverso cui la banca centrale americana fornisce liquidità alle banche per prevenire, o contenere, episodi di panico sui mercati.
In Europa Mario Draghi chiede di mantenere viva nell’Ue la spesa per investimenti, ricorrendo anche a un aumento di capitale della Banca Europea ad essi deputata, la Bei. Non solo, il governatore della Bce chiede ai Paesi europei di decidere insieme un percorso comune e capire come l’Europa si vede tra dieci anni: se è pronta per un’unione politica, per un’unione fiscale, per gli Eurobond e per la Banca Centrale Europea come prestatore di ultima istanza. Infine Paul Krugman sostiene che i governi della zona euro devono adottare politiche di bilancio espansive e riforme strutturali e la Banca centrale europea deve mettere in campo una politica monetaria espansiva, anche a costo di un lieve aumento dell’inflazione. Sulla stessa linea, Joseph Stiglitz ricorda come storicamente l’austerità non abbia mai funzionato e che nessuna economia sia mai uscita da periodi crisi con misure di solo rigore.
Ciò premesso, ho fatto un sogno. Ho sognato di leggere le conclusioni del Consiglio europeo di Bruxelles del 28-29 giugno. Pochi punti, chiari, onesti, che guardano al futuro. Ma capaci di imprimere, da subito, un’inversione di tendenza. Il Consiglio europeo ha discusso l’attuazione della politica economica dell’Ue. La soluzione al problema Grecia non risiede in provvedimenti specifici ma va affrontato all’interno dell’intera governance europea. Il Consiglio europeo ha approvato cinque priorità per il 2012, a partire da luglio.
1. Un nuovo modello di solidarietà. L’Unione europea dispone già delle regole e degli strumenti normativi adatti, che devono essere interpretati in modo estensivo: il Trattato di Lisbona prevede una clausola di solidarietà, che impegna l’Ue gli Stati membri ad agire congiuntamente per prevenire e reprimere attacchi terroristici e calamità naturali, nonch ´ una clausola di mutua difesa, che prevede l’intervento militare in difesa di uno Stato membro che subisca un’aggressione armata nel proprio territorio. Il Consiglio europeo conviene dunque di equiparare gli attacchi di tipo finanziario-speculativo a quelli di natura terroristica, militare o ambientale.
2. Una nuova missione per la Banca centrale europea. Nell’ambito della modifica dei Trattati dell’Ue, il Consiglio europeo riconosce la necessità di rivedere il ruolo della Banca centrale europea.

Occorre attribuire alla Bce un ruolo di prestatore di ultima istanza.
3. Il Consiglio Europeo promuove l’emissione di titoli decennali comunitari con un rendimento pari al rendimento storico del Bund tedesco degli ultimi cinque anni (2007-2011) che risulta pari al 3,34%. Il Consiglio ha così convenuto al fine di sanare le discrasie e gli squilibri tra i Paesi dell’area euro e di riportare ai livelli fisiologici del periodo precedente la crisi dei debiti sovrani i rendimenti dei titoli di Stato.
Il Consiglio europeo riconosce agli Stati Membri una garanzia comune e solidale su titoli del debito pubblico emessi fino a un ammontare pari al 60% del Pil, in modo tale da mettere i Paesi dell’Ue nelle condizioni di poter rispettare i limiti in termini di rapporto deficit/Pil previsti dal Fiscal Compact. Un protocollo allegato al Fiscal compact creerà la base giuridica per l’emissione degli Eurobond.
4. Il Consiglio Europeo istituisce un fondo speciale, denominato «Redemption Fund », nel quale i Paesi dell’area euro trasferiscono la propria parte di debito superiore al limite del 60% fissato dal Fiscal compact. Tale fondo emette obbligazioni, garantite da tutti gli Stati membri, a tassi d’interesse ridotti e i governi nazionali si impegnano a rimborsare i titoli emessi dal fondo entro scadenze prefissate.
5. Un nuovo rapporto tra il sistema creditizio e i cittadini e l’economia reale. Gli stringenti requisiti di Basilea III costringono i 29 istituti di credito più importanti del mondo a raccogliere sul mercato 566 miliardi di dollari nei prossimi 5 anni. Il Consiglio europeo invita la Commissione a rivedere la normativa attualmente vigente in un’ottica di contemperamento delle esigenze di messa in sicurezza del sistema creditizio.
Il Consiglio europeo conviene di modificare i Trattati ai fini della creazione di un sistema bancario unico ove le funzioni di vigilanza, garanzia e regolamentazione sono svolte a livello europeo mentre gli Stati nazionali mantengono la propria competenza in tema di istituti finanziari falliti. Infine il Consiglio europeo promuove l’istituzione di un’Agenzia europea di rating del credito, denominata Aerc.
E il sogno finiva con la riapertura dei mercati il 2 luglio. Con gli spread in caduta libera, sulla base del cambio totale delle aspettative, la fine della speculazione sull’area euro, la fine della masochistica austerità e con un grande effetto rimbalzo in termini di crescita, con la Grecia salva dentro un’Europa forte e solidale. L’incubo era durato esattamente un anno.


Grillo e il giudizio universale
di Furio Colombo
(da “il Fatto Quotidiano”, 28 maggio 2012)

Grillo. Mi chiedono di dire come lo vedo. Non è facile rispondere. Perché è un gomitolo complicato da srotolare. E perché non sono sicuro da che parte tirare il filo. E poi hai sempre un po’ paura che ti scoppi in mano. Accade in un modo sempre diverso, come un “Terminator” della rete. Se esisti già e ingombri il suo orizzonte, non sei al sicuro, e non importa quanto sei o non sei colpevole di qualcosa. Nella valle di Josaphat-Grillo, l’umanità è divisa in due dall’informatica, prima e dopo, epoche, razze e nature diverse, senza piazzole di sosta e senza alcuna tolleranza. È un mondo savonaroliano di condanne, quello di Grillo. Infatti nel suo paesaggio c’è un’altra invalicabile linea di confine.
Coloro che compaiono davanti a lui o sono i suoi (detti “i grillini”) e hanno a che fare solo con il futuro, e dunque non resta che attendere. Prima o poi, come a Parma, arrivano. O sono “gli altri”, e allora giacciono in un passato senza redenzione, colpevoli non per quel che hanno fatto (ce ne sarebbe una bella lista, ampiamente condivisibile) ma comunque scartati e gettati nello scatolone degli esclusi per essere venuti prima e senza computer. Perché ho detto “davanti a lui”?
Perché questa è immediatamente l’immagine che cogli: Grillo sta giudicando. Lo fa a tempo pieno. Ora noi sappiamo che ci sono momenti della Storia in cui un simile atteggiamento è inevitabile. Lo è nel “dopo” di qualche grande trauma o transizione o cambiamento o passaggio da uno a un altro periodo della storia.
Questa è la prima mossa strategica di Grillo: lui è nel dopo. L’impegno principale che ti deve assegnare nel dopo è il bilancio del prima. Questa mossa consente di considerare finito ciò che giudica e di chiamare tutti a un rendiconto in quanto protagonisti del prima. In questo rendiconto è difficile distinguere il meglio dal peggio.
E infatti la seconda mossa della strategia di Grillo è di non esentare nessuno che appartenga al mondo del prima. Il prima, infatti, è in sè una colpa, o comunque una zona grigia, pre-onesta e pre-informatica, che va comunque risolutamente accantonata, senza badare alla distinzione tra guardie e ladri. Cosicché non c’è nulla di arbitrario nel puntare il dito contro tutti. Può apparire ingiusto verso coloro che hanno resistito e pagato. Però accoglie il distacco profondo, divenuto rancore, di una vasta e desolata opinione pubblica.
È la intelligente intuizione di Grillo, la sua terza e più importante mossa strategica: tracci una linea e stabilisci che, di qua da questa linea, sono colpevoli tutti percheé “usati”, “vecchi” e non Informatici, dunque complici. Di là dalla linea invece c’è il futuro del quale non specifichi nulla, non devi, non c’è bisogno di perdere tempo. In sè è buono perché nuovo, è nuovo perché informatico, ed è intatto e non inquinabile perchè ciò che è informatico é popolo, informazione corretta, democrazia diretta, e dunque potere pulito e senza scorie.
Qui si potrebbe proporre la domanda che finora non c’è stata: una simile visione non è giustizia sommaria? Ma proprio la domanda ci dice che Grillo ha colto nel segno. Ha visto che, nel dopo, la giustizia è sempre sommaria per due ragioni difficili da negare: consente la partecipazione collettiva al giudizio senza tanti distinguo; e stabilisce un legame forte “del movimento che non è un partito” perché tutti coloro che vengono chiamati dal leader al processo sommario, ricevono la certificazione di essere nuovi, estranei e puliti. Se questo fosse un gioco da tavolo, si potrebbe collocare in questa casella il pacchetto delle obiezioni: se sia giusto, se non cancelli una parte della storia, se non sia un gioco troppo solitario (una sola voce le guida tutte e, se si levano altre voci, la voce-guida prontamente si sovrappone). Però bisogna tener conto di ciò che sta accadendo là fuori, in tempo reale. Tutto intorno al mondo stravagante e provocatorio di Beppe Grillo, si vede, a perdita d’occhio, un mondo di partiti, leadership e vita politica che deplorano “il grillismo” e credono (alcuni davvero e in buona fede) di essere nel territorio della buona, regolare attività politica, così come le brave persone l’hanno sempre pensata e vissuta. Le immagini, le notizie, le iniziative, persino le figure umane e le frasi dette, non sostengono questa convinzione, e infatti – in molti casi – sembrano organizzati come illustrazioni efficaci delle invettive di Grillo.

Pensate al sindaco Pd con la pistola che viene avanti celebrando, al sindaco-deputato Pd che ha giurato sulla testa della figlia immediate dimissioni, in caso di elezione,e poi, eletto, non si dimette. Pensate alle lunghe ore durante le quali i migliori partiti della Repubblica, alla Camera, hanno lavorato alacremente contro se stessi approvando la “nuova legge sul finanziamento pubblico dei partiti”, di fronte a cittadini disorientati e increduli.

In quelle lunghe e tristi sedute parlamentari, ogni articolo e ogni comma della nuova legge avrebbe potuto essere letto con la voce cattiva e allegra del comico Beppe Grillo. Infatti tutto, in questa “nuova” legge, appare (in ogni dettaglio) estraneo al Paese, al momento tragico che stiamo vivendo in Italia e in tutta Europa, alla paura e alla esasperazione diffusa, alla disperata solitudine dei cittadini. Eppure, nonostante le grida dei Radicali, di Di Pietro, di pochi altri nel tentativo di svegliare dall’ipnosi la assemblea, la votazione dell’assurdo testo per i soldi ai partiti è andato avanti fino alla fine. Che vuol dire pensare a piccoli rimedi carichi di astuzie, in momenti di pericolo estremo in cui tutti i vecchi percorsi dovrebbero essere abbandonati.

Ecco dove funziona e guadagna terreno il tribunale del popolo improvvisato da Grillo, che in altri tempi sarebbe stato criticabile perché al banco siede un solo giudice e si ascolta una sola voce. Quella voce almeno racconta gli incredibili eventi.


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Bart