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Due articoli

3 Luglio 2012

L’europa vista da Berlino
di Francesco Giavazzi
( dal “Corriere della Sera”, 3 luglio 2012)

I risultati del vertice europeo della scorsa settimana potrebbero segnare un punto di svolta nella lunga crisi dell’eurozona. E tuttavia essi rendono ancor più urgente accelerare le riforme. Perché fra gli annunci di Bruxelles e le azioni concrete che ora dovranno seguire trascorrerà molto tempo, e i mercati si interrogano se alla fine tutto andrà come il comunicato di venerdì scorso ha lasciato intendere. In questa incertezza è solo la determinazione di ciascun Paese a fare i propri «compiti a casa » che può tranquillizzare gli investitori.

La novità più interessante emersa nel vertice è la strategia della Germania. Solo poche settimane fa Angela Merkel non aveva consentito l’uso diretto di fondi europei per ricapitalizzare le banche spagnole. Venerdì invece ha detto sì, ma a condizione che il potere di vigilare sulle banche di ciascun Paese sia trasferito alla Banca centrale europea. Sarebbe una decisione storica: neppure la Federal reserve americana ha poteri tanto ampi. Ma non sarà facile.

Innanzitutto non è chiaro se lo si può fare senza modificare i trattati europei (l’articolo 107 consente il trasferimento alla Bce solo di «alcuni compiti » di vigilanza). In secondo luogo perché proprio in Germania le Casse di risparmio – feudo dei politici che comandano nei Länder – hanno già detto che non intendono farsi vigilare da un’istituzione europea, e che se ciò fosse loro imposto ricorrerebbero alla Corte costituzionale. Insomma, ci vorrà del tempo prima che la condizione tedesca sia soddisfatta, e nel frattempo la ricapitalizzazione delle banche può solo avvenire a carico dei già debolissimi conti pubblici spagnoli.

Sulla possibilità di usare fondi europei per acquistare titoli pubblici e quindi ridurre gli spread (la richiesta dell’Italia durante il vertice a Bruxelles), Angela Merkel ha per ora di fatto detto no. La Germania ritiene che per arrivarci sia necessario un altro passo avanti nell’integrazione, cioè un’ulteriore cessione di sovranità. Ad esempio accettare che, se un Paese non rispetta gli impegni che ha preso sui propri conti pubblici, la nuova legge finanziaria che si renderà necessaria non sia scritta dal suo governo e approvata dal suo Parlamento, ma scritta dalla Commissione di Bruxelles e approvata dal Parlamento europeo.

Un simile passo, che sarebbe infinitamente più rivoluzionario dell’inutile battaglia sugli eurobond, potrebbe essere meno lontano di quanto si pensi. L’idea di un meccanismo antispread ha avuto il merito di affermare che divari troppo ampi nel costo del denaro sono incompatibili con la moneta unica. Ma allo stato attuale interventi sui titoli appaiono improbabili. Chi li potrebbe fare, infatti, non ha le risorse necessarie per essere credibile: lo European financial stability fund ha solo poche decine di miliardi di liquidità, e il nuovo European stability mechanism (Esm) ha solo il suo capitale (80 miliardi, che riceverà poco alla volta). Come abbiamo imparato nel settembre del 1992, durante la crisi dei cambi fissi rispetto al marco tedesco, solo disponendo di risorse teoricamente illimitate si possono stabilizzare i prezzi.

Allora solo la Bundesbank era in grado di difendere i cambi fissi: nel momento in cui non fu più disposta a farlo il sistema crollò. Oggi solo la Bce potrebbe impegnarsi a limitare gli spread: acquistando essa stessa i titoli o finanziando l’Esm. La Germania (fortunatamente) si oppone a un simile uso improprio (e inutile) della politica monetaria: infatti non ha consentito che all’Esm fosse data una licenza bancaria. Gli interventi quindi non sarebbero credibili, e perciò sarebbero controproducenti.

Con buona pace di coloro che da settimane accusano Angela Merkel di essere un’irresponsabile, il vertice ha chiarito che la cancelliera non ha alcuna intenzione di lasciare fallire l’unione monetaria. È l’unico leader europeo ad avere una strategia chiara e che potrebbe funzionare. Non salti nel buio, proposte inutili e irrealizzabili, come gli eurobond, ma una progressiva cessione di sovranità all’Europa, cioè una transizione graduale ma concreta verso un’unione politica.

Nel frattempo però gli argini rimangono fragili e le nostre debolezze le stesse di una settimana fa, perché non vi era nulla che il vertice potesse fare per risolverle.

L’unica strada è continuare a fare ciascuno i propri compiti. Nel nostro caso una riduzione drastica della spesa pubblica (e quindi il prima possibile delle imposte), vere privatizzazioni (non trasferimenti di azioni da un braccio dello Stato ad un altro), il completamento degli interventi (finora troppo timidi) volti ad aprire i mercati.

Il tempo sta per scadere. La campana potrebbe suonare già il 7 agosto, quando si conosceranno i dati sulla crescita del secondo trimestre dell’anno, purtroppo, temo, non buoni.

P.S. Riprendo a scrivere dopo aver consegnato al governo, il 23 giugno scorso, il rapporto sui Contributi pubblici alle imprese , ed aver così esaurito l’incarico che mi era stato affidato. Mi auguro che quel lavoro sia di qualche utilità nell’ambito della spending review.


Garibaldi l’eroe imbalsamato
di Maurizio Maggiani
(da “La Stampa”, 3 luglio 2012)

No, noi non ci ricordiamo un fico secco del Generale Garibaldi, non ci è rimasta che la più pallida e insignificante idea di chi fu quell’uomo agli occhi del mondo, e le risposte che abbiamo dato sul suo conto al professore di storia per tirar via un sette, erano confacenti alla banalità delle domande. Il Generale è stato per alcune generazioni di americani del Sud e del Nord, e di europei, e di asiatici, semplicemente, il più grande degli eroi della modernità. La quintessenza dell’Eroe; sempre vittorioso e sempre sconfitto, sempre presente là dove un torto va riparato, una giusta causa sostenuta, un popolo reso libero. E sempre, per l’eterno, di limpida purezza di azione e pensiero.

Quando arrivò a Londra, nel ’64, per chiedere fondi per la «Rivoluzione Italiana », di fatto bandito dal suo Paese e pedinato dalla polizia politica, reduce dalla regia galera, la galera di quel re a cui aveva messo nelle mani i due terzi del suo regno, ci furono, secondo i cauti calcoli della polizia metropolitana, mezzo milione di londinesi a fargli festa. Lo salutarono tutti i bastimenti del porto con il gran pavese e le sirene spiegate, e ci mise sei ore a fare le tre miglia dalla banchina al prato dove lo aspettavano tra i molti altri le delegazioni dei minatori gallesi, degli operai del distretto industriale di Bristol, delle filandere scozzesi. E assieme a quelli un bel mazzo di Pari d’Inghilterra con mogli, fidanzate e sorelle in trepidante attesa di poter estorcere all’Eroe un pelo della sua barba, un filo dei suoi capelli; e la crème degli intellettuali del Regno Unito guidati da Carlyle, e l’universo dei rifugiati politici d’Europa, e il sindaco della città, naturalmente. Quando la regina Vittoria, indispettita e preoccupata, chiese al ministro Disraeli cosa avesse mai quell’uomo da suscitare tanta isteria fra tante persone così diverse, dall’uomo che si rifiutò di stringergli la mano, le fu freddamente risposto: quell’uomo, Maestà, è oggi l’individuo più potente del mondo perché si riconosce in lui l’assoluta purezza. Egli è ciò che dice e dice ciò che fa senza contraddizioni e debolezze.

Del ’64 a Londra si ricordano ancora, e si comprano ancora i biscotti e il tè Garibaldi, e se volete una delle tavole illustrate dell’Illustrated London News che fece il “videoreportage” dell’evento, non la pagate meno di 500 sterline. Se poi un signor socio del Reform Club volesse poggiare oggi il suo deretano al tavolo dove già lo pose l’Eroe in una cena in cui ai soci di allora chiese ed ottenne soldi per comprare fucili, deve chiedere un permesso speciale e assicurare sul suo onore di non danneggiare in alcun modo i sacri cimeli e la targa commemorativa.

In quel ’64, mentre Garibaldi inviperiva la regina Vittoria, il re delle Hawaii prendeva il mare per andare a Caprera a stringere la mano del suo eroe, e a Caprera veniva recapitata una lettera del pensatore anarchico principe Bakunin spedita due mesi prima dal suo confino siberiano in cui raccontava al Generale, in cattivissimo odore di cedimenti monarchici, come in Siberia e in tutte le Russie non si facesse che discutere ed ammirare le sue gesta. E Bakunin gli andrà incontro e lo abbraccerà quando l’Eroe farà il suo ingresso alla Comune di Parigi, l’ultima sua battaglia per la libertà dei popoli, anche quella persa, anche quella vinta.

Di lui ancora oggi si ricordano a New York, dove si celebra un Garibaldi Day in onore della Garibaldi Gard, il mitico 171 ° reggimento NY composto da esuli politici italiani, che si fece onore nella guerra di secessione combattendo, ovviamente, contro gli schiavisti. L’anno scorso il discorso lo fece il presidente Obama e prima di lui tutti i presidenti democratici e qualche repubblicano. Di lui si ricordano con feste nazionali in Argentina, nello stato di San Paolo, e a Puerto Rico, in Uruguay, dove Garibaldi è eroe nazionale sopra ogni altro, avendo generato lui, combattendo vittoriosamente contro l’impero argentino, la repubblica. Di lui si ricordano ovunque, essendo, nonostante i molti e qualificati pretendenti al soglio, l’italiano più famoso nel mondo.

La mitologia al suo riguardo è ovunque sconfinata. Qui no; qui, il Generale è stato sterilizzato e imbalsamato e mummificato prima dai Savoia e poi dal fascismo, che hanno lavorato alacremente per renderlo agli occhi dei bravi scolari e dei focosi giovanotti un pupazzetto inoffensivo. La sua carica sovversiva, il suo insurrezionalismo irriducibile, il suo pensiero così fanciullescamente eversivo, erano, e restano, indesiderabili e intollerabili. Ci vuole una nazione con le spalle più robuste per caricarsi di un eroe così tosto, ci vuole un popolo con una notevole fiducia in sé per ricordare con onesta memoria l’eroe nazionale che fondò un partito che aveva fissato al primo e al secondo articolo del suo statuto i seguenti obiettivi politici: 1, l’acquisizione con ogni mezzo di cinque milioni di fucili per terminare la Rivoluzione Italiana. 2, la deportazione di tutti i preti abili al lavoro nelle Paludi Pontine per il proficuo impiego nelle opere di bonifica.

Ci vuole un’Italia un po’ diversa da quella che vedo per onorare con sincerità quel Garibaldi che, avendo messo piede nel Parlamento appena eletto, ed essendosi presentato con il suo poncho e il suo cappello piumato da brigante lucano, ebbe a dire ai parlamentari in cilindro e marsina: «Non è questa l’Italia ch’io sognava ».

E chi ricorda questo, il sottoscritto, è un mazziniano. Ed essendo mazziniano ha parecchio da ridire sul Generale, visto che l’Azione e il Pensiero mazziniani – e chi se lo ricorda mai? sono assai più estremi e irriducibili dei garibaldini.


Letto 1920 volte.


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Bart