Jean Daniélou – La libertà di ricercare Dio

di Antonio Barolini
[dal “Corriere della Sera”, martedì 20 ottobre 1970]

Con il titolo di « Contestato ­ri contestabili » è stata pubbli ­cata anche in italiano una rac ­colta di scritti, senza dubbio importanti, del cardinale Jean Daniélou. Il libro ha il grande merito di essere elementare e chiaro e di confermare una vol ­ta di più come, nella moderna Chiesa post-conciliare, si possa essere liberi e autonomi e, al tempo stesso, lealmente ri ­spettosi della disciplina neces ­saria per vivere armonicamente nella comunione cattolica romana.

La libertà della ricerca â— pre ­cisa Daniélou â— è una delle più sensibili esigenze dell’uomo d’oggi, interessa tutti i campi e perciò anche la teologia. Que ­sta deve tenere in debito con ­to le acquisizioni delle scienze profane e non ha mai il dirit ­to di contestare i risultati ap ­pellandosi a imperativi dogma ­tici, cosi, se è vero che il mo ­mento della Rivoluzione si de ­ve ritenere concluso, è altresì pacifico che la comprensione umana della Rivelazione deve sempre continuare indefinita ­mente. I rischi inevitabili so ­no meno pericolosi della sclero ­si e dell’attiva rinuncia della ricerca.

« Io dunque â— afferma an ­cora Daniélou â— sono per la piena libertà di ricerca anche in campo teologico ». Ma se questa libertà porta a conte ­stare la stessa esistenza di Dio, è evidente che la libertà polve ­rizza in tal modo l’oggetto sul quale si esercita la ricerca. In questo caso, il magistero della Chiesa ha il dovere d’intervenire perché è suo specifico compi ­to mantenere intatto il deposito delle verità rivelate.

Con questo si torna â— mi pa ­re â— a quel concetto che altra volta ho cercato di sviluppare: che cioèla Chiesamoderna in ­dica e tutela (non impone) il deposito della verità rivelata, per affermarlo e sublimarlo, an ­ziché in atti di potere (scomu ­niche, ecc…), nella carità stes ­sa della verità.

La carità tuttavia, ammoni ­sce ancora Daniélou (ed è no ­tazione essenziale), non può esi ­stere fuori dalla vita sacramen ­tale e quindi dai valori sopran ­naturali, propri dei sacramen ­ti. La carità cristiana non è e non può essere mera filantro ­pia; può esistere soltanto in quanto è atto d’amore verso Dio, nella mediazione del Cristo e degli strumenti sacramentali che egli ci ha dato per eserci ­tarla.

La gran parte degli errori d’oggi, contro i qualila Chiesapropone pazientemente le sue eterne verità, consistono soprat ­tutto in questa ostentata uma ­nizzazione e mutilazione della divina natura del Cristo; nel facile e falso profetismo uma ­nitario e sociale, con cui si cre ­de di poter fare del corrutti ­bile reame della terra, per sola virtù umana, una panacea di ben organizzato paradiso.

Per Daniélou, ancora, la li ­bertà non può reggere senza un principio di autorità; infat ­ti, il vero problema è di sapere sempre qual è l’ordine in cui la libertà possa iscriversi senza alienarsi: per non corromper ­si, la libertà non può non ri ­ferirsi a un valore trascendente.

Per questo (e ho tenuta ulti ­ma la premessa del discorso di Daniélou), la vera crisi del nostro tempo consiste nella sempre più diffusa carenza del sentimento del divino. La stes ­sa per cui i giovani si drogano alla ricerca di un’evasione, mol ­ti confondono l’erotismo con l’amore, la carità con la tolle ­ranza; quando addirittura non ricercano il satanico negli abis ­si e nella demenza dell’irra ­zionale.

L’indicazione della piaga che più ci affligge è esatta; tuttavia anche Daniélou, nel denunciar ­la, difetta â— a mio parere â— del senso del rischio, del ne ­cessario coraggio della provoca ­zione; sembra cioè voler eva ­dere dalla responsabilità di una dimostrazione concreta dell’esi ­stenza di Dio.

Accade spesso a coloro che sono più o meno investiti da compiti ufficiali, che vogliono di ­fendere plausibilmente, su meri piani astratti, i valori teologici contro l’ostentata cecità del ­l’uomo contemporaneo. Questi, tutto teso a creare macchine per le sue espansioni organiz ­zate nella apparentemente con ­creta seduzione e dimensione del sensibile, non vuol più ve ­dere Dio, né cercarlo al di là e al di fuori della trita e fal ­lace morgana meccanica dei rapporti di causa e di effetto, i soli che crede di poter spe ­rimentare; e perciò, quando non è ateo, è un adoratore di feticci.

L’uomo d’oggi, come l’uomo antico, ha bisogno di tornare a capire che Dio non vuole e non può rivelarsi a chi non lo vuole vedere, e non può dare la giu ­stizia a chi non la persegue con totale abnegazione; né può modificare le leggi della natu ­ra per chi non sa più dominar ­le con quelle dello spirito. Solo l’uomo dello spirito può ancora parlare alle piante e agli uc ­celli come San Francesco. L’uo ­mo d’oggi, inoltre, deve torna ­re a rendersi conto che la vi ­sione di Dio per la normalità dei mortali è impossibile, sareb ­be solo annientante e brucian ­te: fu spesso tale anche per i grandi santi. Dio non è mai una droga, perché è una scoperta, sempre, della coscienza attiva.

Ma proprio per questo le stra ­de dell’ascesi mistica sono sem ­pre aperte per chi vuole seguir ­le, imponendosi le dure tecni ­che di rinuncia e di abnegazio ­ne che comportano. Dio, per ­tanto, è sempre visibile agli es ­seri supremi che lo amano fino all’immolazione di sé per amo ­re di lui: ma è anche sempre al di là del roveto ardente.

L’uomo comune, anche quel ­lo d’oggi, che legge i fumetti scientifici, deve tornare a sape ­re questo, a capire che questo non è solo un principio di fede, ma anche di scienza e di razionalità che la stoltezza im ­manente ha rifiutato; e tutti ne vediamo gli effetti.

Sapendo questo, l’uomo co ­mune contemporaneo deve tor ­nare a imparare quello che mol ­ti preti non sanno dirgli più, perché non lo sanno più nem ­meno essi; e perciò le molte loro aberranti contestazioni. Dob ­biamo tornare a imparare che, per tutti, c’è l’ascesi fatta di piccole cose quotidiane, di quo ­tidiana disciplina e responsabi ­lità dei doveri banali e consue ­ti; che dunque la nostra libertà da ogni alienazione è la libertà delle nostre responsabili scelte di coscienza nell’ordine dei va ­lori permanenti, quelli che cri ­ticamente reggono alla nostra incessante, umile, tenace, one ­sta ricerca.

E’ l’ascesi più lunga, e non è detto che non sia la meno dif ­ficile; anche se è quella degli uomini che non sono eroi, al ­meno nel senso splendente del termine.

Ma è certo che Dio sta, per tutti, al vertice di questa fatica e ci sta fisicamente, metafisica ­mente e trascendentalmente; in tre dimensioni ben precise, sen ­za delle quali c’è solo il regno della morte, anziché della re ­surrezione. Questo bisogna ave ­re il coraggio di tornare a in ­segnare e a dimostrare; l’uo ­mo d’oggi, gli irrazionali capel ­loni di oggi, hanno sete di que ­sto. Avrei desiderato che Danié ­lou tornasse a dire anche que ­sto, come logica vera conclusio ­ne di tutto il suo argomentare; perché solo in questa dimostra ­zione è la salvezza della crisi che ci travaglia. Nella conoscen ­za di queste semplici elemen ­tari verità naturali e sopran ­naturali, in cui nessuno vuole più credere, perché non le ve ­de, e non le vede perché non le ricerca con mente e con cuo ­re puro; per questo è scritto: « Beati i puri di cuore perché vedranno Dio ».

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