La casta evade la stangata
di Franco Bechis
(da “Libero”, 11 dicembre 2011)

Con vero e proprio colpo di mano i depu ­tati hanno fatto saltare all’unisono l’unico comma della manovra economica che ri ­schiava di toccare le loro tasche: il settimo comma dell’articolo 23. Lì il premier Mario Monti aveva stabilito che se entro il 31 di ­cembre una apposita commissione guida ­ta dal presidente dell’Istat, Enrico Giovan ­nini, non fosse riuscita a stabilire come prevede la legge, quale fosse lo stipendio giusto dei parlamentari e dei consiglieri re ­gionali italiani per stare nella media dei pri ­mi sei paesi dell’Unione europea, avrebbe provveduto il governo per decreto legge.

Sono insorti Pd, Pdl, Udc, Fli, Lega e qua ­si tutto il Parlamento (con la sola eccezione dell’Italia dei valori), e la piccola norma Monti è subito saltata. Con tanto di coper ­tura istituzionale del presidente della Ca ­mera, Gianfranco Fini, che senza nemme ­no avere letto il decreto Monti, ha dato ra ­gione ai suoi deputati di cui per una volta ha fatto il sindacalista. Fini ha sostenuto che quella nonna era un «en ore » e che non è «possibile intervenire per decreto nell’ambito delle questioni che sono di competenza esclusiva delle Camere ». Co ­perti dal presidente, tutti i peones così so ­no insorti a dare lezioni di diritto costitu ­zionale al povero Monti, che invece in questa vicenda aveva ragioni da vendere

sia nella sostanza che nella forma. I deputati hanno alzato un gran polverone per conservare intatti i loro stipendi e sottrarli al – la stangata che riguarda tutti gli altri cittadi ­ni, e nel polverone hanno sparato in un diluvio di dichiarazioni indignate, una quantità infinita di panzane. Grazie al pacco rifilato alla verità e alla intelligenza altrui, ora si prepara un emendamento correttivo che toglie ogni possibilità di intervento al governo e che sposta dal31 dicembre prossimo proba ­bilmente al 31 marzo del 2012 il termine dato alla commissione Giovannini per stabilire quale sarebbe lo stipendio giusto dei politici italiani secondo la media Ue.

La verità è che Monti non ha combinato proprio alcun pasticcio, e nel decreto non sfiorava di striscio l’autonomia delle Came ­re. Prima di tutto perché la decisione a cui fa ­ceva riferimento il decreto sugli stipendi dei parlamentari l’hanno votata i parlamentari stessi, facendola diventare legge il 6 luglio scorso. Che cosa era accaduto? Nella prima manovra estiva, Giulio Tremonti aveva inserito una parte sui costi della politica. I deputati italiani dicevano che il loro stipendio era basso? L’opinione pubblica sosteneva che era alto? Bene, si confrontasse con quello dei colleghi degli altri paesi Ue. La norma non è piaciuta a deputati e senatori, e l’hanno cambiata un po’. I loro stipendi non andava ­no paragonati a quelli degli altri Paesi Ue in genere, ma solo a quelli dei 6 paesi più importanti: e bisognava tenere conto del Pii di ciascun paese, perché se è più alto anche lo stipendio dell’onorevole deve essere più al ­to. Quella stessa legge votata a luglio stabili ­va che una commissione indipendente do ­veva fare quel raffronto ed entro il 31 dicembre 2011 consegnare il responso sullo sti ­pendio giusto sia dei parlamentari che dei consiglieri regionali. Quindi la data ultima ­tiva non l’ha stabilita Monti, ma la maggio ­ranza del Parlamento che ha votato quella legge a luglio. A fine di quel mese Silvio Ber ­lusconi ha pure firmato il decreto istitutivo della commissione che doveva trovare lo sti ­pendio giusto dei politici italiani. La presie ­deva Giovannini e insieme a lui c’erano un rappresentante Eurostat e tre professori: Al ­berto Zito, Giovanni Valotti e Ugo Trivella ­to.

Una volta fatte le comparazioni con i sei principali paesi Ue, sarebbero stati interes ­sati dal livellamento dello stipendio 945 par – lamentali (esclusi i soli senatori a vita) e 124.893 presidenti di Regioni e province, sindaci, consiglieri regionali, provinciali e comunali. Insieme a loro anche Csm, Corte dei Conti, Corte Costituzionale, consigli di giustizia tributaria e militare, Cnel, Civit, DigitPa, Aran, Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione, autorità am ­ministrative indipendenti, Consob e agen ­zie governative con al sola esclusione della Banca d’I talia.

La commissione si è riunita più volte, mai lavori stavano andando arilento. Visto che al termine perentorio di legge mancano pochi giorni, Monti aveva stabilito che se il termi ­ne entro cui il «prezzo giusto » dei politici doveva essere stabilito non fosse stato rispetta ­to, a comunicare con provvedimento di ur ­genza a tutti gli italiani quella cifra avrebbe pensato lui. Attenzione, a dire quale era il prezzo giusto, non a tagliare gli stipendi co ­me urlano e strepitano orai diretti interessa ­ti. Certo che li avrebbe messi in difficoltà tut ­ti. Perché dire che in Europa si prende 10 e in Italia 14, qualche problema di immagine pubblica si pone. Poi ognuno avrebbe scelto nella sua autonomia se salvare la faccia o salvare le tasche. Invece ieri hanno provato ad usare mille bugie per salvare entrambe. Non ce la faranno, ne siamo certi. Almeno la faccia è irrimediabilmente compromessa.


 Salvano solo i loro soldi
 di Nicola Porro
(dal “Giornale”, 11 dicembre 2011)

Gli stessi parlamentari che si ap ­prestano a votare una manovra triennale che porterà le nostre tasse al 45 per cento del reddito non hanno intenzione di votare una sforbi ­ciata ai propri stipendi. C’ è una buona ragione per la quale i deputati sono contrari al ta ­glio delle proprie indennità: non possono es ­sere i governi a decidere delle prerogative dei parlamenti. In ricordo degli scudi creati a tutela delle ingerenze dei sovrani, oggi i parlamenti sono immuni dalle norme retri ­butive che possono prevedere i governi. L’impressione è che però questi signori stia ­no giocando con il fuoco. Si alimenta così un pericoloso scollamento dalla realtà del Pae ­se, che gli stessi parlamentari contribuisco ­no a dipingere come nera, nerissima.

Cerchiamo di essere chiari. Oggi si chiede a 10 milioni di pensionati di rinunciare all’in ­dicizzazione del proprio assegno, il che equi ­vale a una perdita secca. Si obbligano 2,2 milioni di vecchietti ad aprire un conto corren ­te, a pagarci sopra un bollo, perché lo Stato ha deciso di non dare più loro pensioni in forma contante. Si allungano di botto i tempi per andare in pensione anche a lavoratori che ne avrebbero avuto diritto nel giro di po ­chi mesi. Ci si inventa una tassa retroattiva sugli scudi fiscali, che dovevano essere il conto finale e unico delle pendenze con le Fi ­nanze. Si aumenta il costo della benzina in un Paese in cui 59 italiani su 100 hanno un auto e l’89 per cento del trasporto commer ­ciale è ancora fatto su gomma. Il che vorrà di ­re meno reddito disponibile praticamente per ogni italiano e un aumento dei costi dei prodotti finiti. Si decide di reintrodurre la tassa patrimoniale sulla prima casa, cancel ­lata solo pochi anni fa. E lo si fa rendendola ancora più gravosa della vecchia lei. Si deci ­de di non dare più un’aliquota agevolata a chi affitta la casa e per questa via si ridurrà ancora di più il numero delle locazioni che og ­gi sonoparisoloal9percentodel complesso degli immobili dell’intera Italia. Si decide di aumentare le tasse sui redditi. Lo si fa in mo ­do un po’ vigliacco. Non cambiando le ali ­quote nazionali, ma quelle regionali. E dun ­que per questa via a pagare saranno i soliti onesti. Si introducono i bolli sui depositi Bot che possono arrivare a 1.200 euro l’anno. Si spiano i movimen ­ti bancari di tutti gli italiani.

Insomma, è chiara l’antifona. Pagheremo tutti e pagheremo ca ­ro. Con scarsa, scarsissima atten ­zione alle libertà personali, al dirit ­to di proprietà, alle questioni for ­mali, che i deputati invece consi ­derano così importanti quando si tratta degli affari loro. Gli italiani avranno tasse retroattive, tagli re ­troattivi, accise sulla benzina in vi ­gore da ieri, doppia imposizione sul risparmio (bolli e cedolari) che è già stato più che tassato quando era reddito e gabelle sulla casa dall’incostituzionale sapore espropriativo. E i parlamentari che ci raccontano? Che c’è l’auto ­nomia delle Camere, che la politica ha un costo, che l’antipolitica è pericolosa.

È tutto vero. E non si ha voglia di fare i pierini. Però manco essere presi per fessi. Quando un Parla ­mento chiede lacrime e sangue ai cittadini (è così presidente Monti, nonostante le sue improvvide smentite) deve quanto meno adot ­tare la stessa misura a se stesso. Non è una questione di sobrietà (termine oggi molto in voga), ma di esempio e di sopravvivenza. Se è vero che l’Italia rischia il default e dunque i cittadini debbono di ­ventare più poveri (è ciò che avver ­rà con la gragnuola di tasse che do ­vremo pagare) non è tollerabile il balletto ipocrita dei propri rappre ­sentanti.

Il rischio che si corre è che l’anti ­politica non si fermi. Oggi questa eventualità è molto più pericolo ­sa per il nostro sistema politico di quanto lo sia la presunta violazio ­ne delle proprie prerogative istitu ­zionali. Così facendo i nostri parla ­mentari alimentano il mostro dell’antipolitica, delle proteste di piazza, del qualunquismo più sciatto. Devono fare i sacrifici per salvarsi e salvarci. Quando un go ­verno dall’oggi al domani cambia le carte in tavola per l’età di pensionamento (e bene ha fatto) non può pensare di aspettare i risultati di una commissione per decidere la propria riduzione dello stipen ­dio: lo faccia e basta. Se non ama il decreto del governo (e ripetiamo che dal punto di vista formale ha ragione da vendere) decida lei quanto autoridursi l’appannag ­gio. Ma non tergiversi, così come non ha perso tempo quando si è trattato di tassare gli italiani.

Il rischio che i nostri politici cor ­rono è che continuando così non possano più mettere la faccia fuori di casa o dal Parlamento e che il go ­verno dei tecnici diventi agli occhi dell’opinione pubblica l’unica salvezza di questo Paese. Dio ce ne scampi. Faremmo qualche miglia ­io di anni di passi indietro. Roma val bene la riduzione di una paga.

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