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E si riapre la diplomazia tra Colle e Arcore

25 Settembre 2013

di Francesco Verderami
(dal “Corriere della Sera”, 25 settembre 2013)

ROMA – È vero, c’è da trovare oltre un miliardo e mezzo per tener fede al patto di stabilità sottoscritto con l’Europa. È vero, c’è da varare la legge di Stabilità per rinnovare il patto delle larghe intese. È vero c’è da garantire la stabilità di governo per rassicurare i mercati internazionali. Ma c’è un motivo se ieri Napolitano ha invitato Alfano al Quirinale, se il Cavaliere ha cambiato l’agenda degli appuntamenti a Milano e si è precipitato nella Capitale insieme alla figlia Marina, se Enrico Letta dagli Stati Uniti si è esposto sul «caso Berlusconi » anticipando che «alla fine si troverà una soluzione nel rispetto della legge ».

Il fatto è che nel fine settimana le urla del Cavaliere avevano di nuovo profanato l’austero silenzio dei palazzi romani: «Viviamo in una democrazia dimezzata, il potere appartiene ormai a un manipolo di magistrati, e qui si discute di un punto di Iva? ». L’approssimarsi della sua decadenza e il rischio che da Napoli o da Milano le procure possano chiederne l’immediata custodia cautelare, avevano portato il leader del Pdl a risalire sulle barricate contro «l’attacco delle toghe politicizzate ». L’eco era giunta anche al segretario del Pd Epifani, che aveva chiesto notizie sul «nervosismo » dell’«alleato »: «Si sta preparando per caso ad aprire la crisi? ».

Lo stesso interrogativo se l’era posto il capo dello Stato, che si è incaricato di ripristinare le comunicazioni ormai interrotte con il centrodestra, dopo un silenzio che si protraeva ormai da tempo e che era il segno evidente dello strappo consumatosi tra il Cavaliere e il Colle, ritenuto da Berlusconi la vera centrale dell’offensiva contro di lui. Se Napolitano ha mosso il passo, e se a sua volta Berlusconi ha evitato di farne altri, significa che qualcosa si sta muovendo. Ed è chiaro che il presidente della Repubblica vorrebbe stendere un cordone sanitario a difesa del governo e della legislatura.

Ma per quanto le diplomazie si adoperino, il tempo passa e tutto è ancora fermo al punto di partenza: Berlusconi non vuol saperne di chiedere la grazia, vissuta come un atto di sottomissione, e al tempo stesso dice di non voler fare cadere il governo, che però è minacciato – a suo avviso – dall’atteggiamento del Pd: prima con il voto sulla sua decadenza, e ora con altre scaramucce di confine, come lo scontro sulla legge per l’abolizione del finanziamento ai partiti e quello sulle presidenze delle commissioni bicamerali. «Se le prendano tutte quelle commissioni, e si votino da soli i presidenti », commentava ieri il capogruppo del Pdl Schifani, che alla delegazione democratica ha detto: «Non cadremo nelle provocazioni, facendo cadere il governo ».

Ma l’«irrigidimento delle posizioni », per dirla con Epifani, non aiuta ad assecondare l’operato di Napolitano, al quale Alfano ha messo in evidenza le accelerazioni di un Pd che si avvicina al congresso. «E siccome nessuno di loro vuole andare a congresso alleato con me – è la tesi di Berlusconi – è chiaro che di qui all’otto dicembre cercheranno di rompere ». Nella maggioranza, anche tra i centristi, si tenta di capire quale strada prenderanno i democratici, che si troverebbero – secondo le informazioni in possesso degli «alleati » – a un bivio: proporre a Renzi un accordo per farlo eleggere segretario, a patto che garantisca il governo Letta fino al 2015, con l’obiettivo così di logorarlo per riprendersi la «ditta » nel giro di due anni; oppure puntare subito alle urne, candidando Renzi a premier ma non da segretario, perché il congresso verrebbe nel frattempo rinviato.

Si comprende allora l’irritazione crescente del Colle, e si capisce meglio la mossa di Letta, la proposta del patto di semi-legislatura, che è un modo non solo per costringere il Pdl al chiarimento ma anche per depotenziare le manovre nel Pd, circoscrivendo gli effetti delle assise democratiche sul governo, fino quasi a parlamentarizzarle sulla legge di Stabilità, dove il premier si gioca il tutto per tutto. Insomma, i casi di un eventuale crac delle larghe intese potrebbero essere tanti, ma si riducono ad uno: il voto dell’Aula del Senato che estrometterà il Cavaliere dal Parlamento. Quel giorno quale sarà la reazione del Pdl?

L’incontro tra Napolitano e Alfano non ha sciolto il vero nodo politico. Perché in fondo un’intesa per evitare l’aumento dell’Iva fino a dicembre sembra a un passo, e così potrebbe essere anche per la legge di Stabilità, se la stabilità non fosse compromessa, e se – come chiede Epifani – «sui numeri, cioè sui conti dello Stato, ci fosse quella chiarezza che non c’è ». Non è casuale la sottolineatura del segretario democrat, che pungola Saccomanni a «farsi carico di un problema finora sottovalutato: qual è il dato tendenziale per il 2014? Il 2,5 o il 2,8? Non è questione di poco conto per decidere come muoversi ».

Sarebbe questo il vero problema, se non ci fosse l’altro, che tiene appeso tutto e tutti. E mentre l’Italia perde con Telecom un altro pezzo di argenteria, mentre nel Pd va in scena il gioco dello scaricabarile sul modo in cui ai tempi del centrosinistra venne privatizzato il colosso telefonico, Berlusconi aspetta di sapere quale sarà il suo destino. E intanto lavora a una grande convention per presentare i «volti nuovi » che sul territorio incarneranno la «nuova Forza Italia », e per rilanciarsi mediaticamente prepara un road show in giro per il Paese. Come se il 15 ottobre non dovesse accadergli nulla…


Mancanza di alternative
di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 25 settembre 2013)

Annunciata da giorni, la verifica di governo, ieri, in assenza del premier, impegnato a New York, ha avuto come protagonista Napolitano.
Un uomo solo al comando, diversamente e più di altre volte: così è apparso il Capo dello Stato, nella cornice drammatica di una giornata in cui, alla conferma del passaggio di Telecom agli spagnoli di Telefonica, s’è aggiunta la previsione, praticamente la certezza, della prossima cessione di Alitalia ai francesi di Air France.

Due notizie importanti, e in qualche modo sintomatiche dello stato di salute assai malfermo dell’Italia, alle quali la politica reagiva nel suo solito modo isterico. Ma mentre appunto centrodestra e centrosinistra continuavano a scambiarsi accuse e insulti come e peggio degli altri giorni, il Presidente della Repubblica, che aveva incontrato Letta prima della sua partenza per gli Usa, ha convocato al Quirinale in rapida successione il segretario del Pdl (nonché vicepresidente del Consiglio) Alfano, quello del Pd Epifani e il ministro dei Rapporti con il Parlamento Franceschini. Per consultarli, malgrado tutto, sulla prossima verifica programmatica, resa necessaria dal peggioramento dei rapporti interni della maggioranza, e sull’urgenza di far presentare in Parlamento al più presto il governo, sorretto da un nuovo accordo, per illustrare i suoi prossimi impegni, ottenere la fiducia e riprendere il cammino con la prospettiva di lavorare almeno per tutto il 2014.

Si dirà che con il clima che aleggia da un po’ di tempo – dalla conferenza dei capigruppo all’iter della legge sull’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, ieri tutto è saltato per aria – l’iniziativa di Napolitano testimonia della sua testardaggine di non volersi arrendere all’incapacità della classe politica nel suo complesso di far fronte al proprio ruolo; oppure, come diceva in serata sottovoce qualche parlamentare a Montecitorio, di un’inesatta percezione del deterioramento dei rapporti politici tra centrodestra e centrosinistra, giunti con tutta evidenza a un livello irrecuperabile e a una sorta di guerriglia quotidiana.

Ma non è così. Il Presidente della Repubblica ha perfettamente chiaro lo stato delle cose, sia perché ne viene informato quasi tutti i giorni dal premier Letta, la cui tenuta nervosa e il cui approccio razionale a una situazione del genere sono comunque motivo di conforto per Napolitano; sia perché ha molte più antenne di quanto si possa pensare, che gli consentono di valutare l’andamento della febbre, e l’altalena di sintomi in continuo peggioramento, dall’alto della sua lunga esperienza di politico e di parlamentare, che ha visto momenti anche peggiori di questo.

Dunque, non è che Napolitano non veda che la stagione delle larghe intese è giunta al capolinea, dopo la condanna definitiva di Berlusconi in Cassazione che ha paralizzato il Pdl, e in concomitanza con la vigilia congressuale che ha fatto implodere il Pd. Piuttosto, il Presidente cerca di fare valutazioni meno contingenti di quelle che echeggiano nei due maggiori partiti, con l’occhio al ruolo internazionale del Paese e all’eventualità, al momento remota eppure esistente, che l’Italia possa intercettare la tendenza alla ripresa dell’economia europea, a prezzo di scelte politiche rigorose e non rinviabili. Soprattutto, Napolitano non crede che un ennesimo passaggio elettorale, impossibile tra l’altro perché la legge elettorale sta per essere dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale, possa essere risolutivo, segnando la vittoria di uno schieramento sull’altro e creando le premesse per un governo più stabile.

Il dramma è questo: non c’è purtroppo alcuna novità rispetto a quanto la legislatura aveva già rivelato dal suo inizio, dopo un risultato elettorale senza né vincitori né vinti. Le larghe intese nostrane saranno anche le nozze con i fichi secchi di un sistema politico esausto, neppure l’ombra di quel che fra qualche settimana ci farà vedere il ritorno della grande coalizione in Germania. Ma un’alternativa non c’è. L’idea di una maggioranza di riserva tra Pd e M5s non esiste, visto lo stato delle relazioni tra i due partiti, se possibile peggiorate rispetto ai giorni terribili delle votazioni per il Quirinale. Di un Letta-bis affidato a transfughi e traditori di ogni parte, disponibili a tutto per non perdere il posto, neanche a parlarne: il primo a non starci sarebbe lo stesso presidente del Consiglio. Non resta quindi che rimettere in carreggiata la malconcia coalizione all’italiana degli avversari-alleati, e convincere i soci riottosi che ne fanno parte che potranno separarsi, se davvero lo vorranno, solo dopo aver rispettato gli impegni che li aspettano e conoscono benissimo.

Al ritorno dal Quirinale, questo è ciò che Alfano, Epifani e Franceschini hanno riferito a propri interlocutori. Le loro parole, è inutile nasconderlo, valgono meno, purtroppo assai meno, di quanto valevano qualche mese fa. Sull’agenda del segretario del Pdl, il 15 ottobre, previsto giorno d’inizio della detenzione di Berlusconi, è cerchiato con un grosso punto interrogativo, legato al mutevole stato d’animo del condannato e alla sua dichiarata indisponibilità a credere ancora in un’alleanza con quelli che considera i suoi carnefici. Sul calendario del leader democratico, la data-chiave è l’8 dicembre, con le primarie che dovrebbero incoronare Renzi e sancire la rivoluzione nel Pd. Così, non è che Alfano e Epifani non vogliano impegnarsi: diciamo che sono coscienti dei loro limiti. Lo è, ovviamente, anche Napolitano. Ma per fortuna non s’arrende.


«Minzolini non tornerà alla guida del Tg1 »
di Lavinia Di Gianvito
(dal “Corriere della Sera”, 25 settembre 2013)

ROMA – Il tribunale del lavoro di Rom ha respinto la richiesta di Augusto Minzolini di tornare a dirigere il Tg1, ma la Rai dovrà restituirgli i 65.547 euro (più interessi legali) spesi con la carta di credito aziendale: soldi per i quali il giornalista era stato accusato di peculato e che aveva riconsegnato a viale Mazzini prima che, lo scorso 14 febbraio, venisse assolto con la formula «il fatto non costituisce reato ».

PAREGGIO – È insomma uno di quei casi in cui ciascuna delle parti può sostenere di aver vinto. La Rai esprime «soddisfazione per una sentenza che attesta inequivocabilmente la correttezza del proprio operato ». Ma il giornalista non ci sta: «Innanzi tutto – sottolinea – viene riconosciuta la mia innocenza rispetto all’accusa per la quale sono stato rimosso dal Tg1, un’accusa strumentale per togliermi da quel ruolo. In secondo luogo, dire che non posso essere reintegrato perchÈ nel frattempo sono stato eletto nelle liste del Pdl (è senatore, ndr), dimostra ancora una volta che in questo Paese si applicano due pesi e due misure: il tribunale decise che Santoro doveva tornare al suo posto, malgrado in quel momento fosse parlamentare europeo dell’Ulivo-Ds. Si tratta dunque di una decisione paradossale ».

RICORSO IN APPELLO – Gli avvocati del giornalista, Federico Tedeschini e Nicola Petracca, sono già pronti a ricorrere in appello: «L’appartenenza a un partito non sarebbe garanzia di neutralità – spiegano – ma questo è un aspetto contestabile dell’ordinanza ai sensi dell’articolo 11, comma 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che precisa che le uniche restrizioni riguardano esclusivamente i membri delle forze armate o delle amministrazioni dello Stato, fattispecie a nostro giudizio non applicabili alla Rai ». Tuttavia anche la Rai «si riserva ulteriori approfondimenti appena esaminata motivazione ».


Responsabilità civile, anche per l’Ue i giudici italiani sono intoccabili
di Lucio Di Marzio
(da “il Giornale”, 25 settembre 2013)

Sono passati quasi ventiquattro mesi da quando l’Unione Europea aveva condannato l’Italia, chiedendo di prendere tutte le iniziative necessarie per eliminare una violazione al diritto comunitario, ovvero alcune mancanze del nostro Paese sul tema della responsabilità civile dei magistrati.

Due anni dopo, nulla o quasi è cambiato. Da qui la decisione di aprire una procedura d’infrazione, constatato il mancato rispetto di quanto previsto dalla condanna della Corte di giustizia Ue a novembre 2011.

La proposta di una nuova procedura d’infrazione – scrive l’Ansa – sarebbe arrivata dal servizio giuridico della Commissione, che fa capo al gabinetto presidenziale guidato da Josè Manuel Barroso. Fonti comunitarie spiegano che “se entro i prossimi mesi l’Italia non si adeguerà alla prima sentenza” sarà di nuovo “deferita ai giudici”. Il rischio è che debba poi pagare “sanzioni pecuniarie”.

Ciò che l’Unione Europea contestava, e ancora contesta, è l’eccessiva protezione garantita alla magistratura italiana. Per eventuali errori commessi nell’applicare il diritto europeo, non è infatti prevista responsabilità civile, che entra in gioco per dolo o colpa grave, ma non per errori di valutazione o interpretazione. Una differenza importante, se si considera che circa l’80% delle norme italiane deriva ormai da provvedimenti comunitari.

Renato Brunetta, presidente dei deputati del Pdl, ha commentato: “La responsabilità civile dei magistrati dev’essere legge, come da precisa norma Ue”. Sandro Bondi, coordinatore del Pdl, ha aggiunto: “Era ora che l’Europa si accorgesse che qualcosa non va”. Ha anche chiesto al governo di “intervenire con urgenza” per risolvere una situazione in cui pesano troppo “pregiudizi” e “giudizi di carattere politico e ideologico”.


La Merkel e l’Italia che dovrà fare da sé
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 25 settembre 2013)

La grande vittoria elettorale di Angela Merkel provoca due conseguenze precise. La prima cancella l’illusione coltivata da quanti speravano in una affermazione della Spd per l’attenuazione della linea del rigore imposta dalla Germania ai paesi non virtuosi dell’Unione Europea. Con il voto la maggioranza dei tedeschi ha ribadito a chiare lettere che non potrà essere la Germania a farsi carico dei debiti pubblici esorbitanti dei paesi mediterranei. E chi coltiva la speranza che la vittoria spinga la Merkel a tenere conto solo in parte di questo mandato rigido in nome dell’ideale europeista non conosce la Cancelliera e non conosce i tedeschi.

Quel mandato, che poi altro non è che la scelta di porre l’interesse nazionale tedesco al centro di ogni politica europea, non verrà mai mitigato o, peggio, tradito. Perché rappresenta l’indicazione inderogabile di un popolo che avrà pure perso la sua antica volontà di potenza ma ha conservato intatta la sua vocazione ad essere il paese egemone dell’intero continente europeo. Se questa, e non altre, è la prima conseguenza del risultato elettorale tedesco, la seconda deve essere automaticamente la presa d’atto da parte del nostro paese che se vuole incamminarsi sulla strada del risanamento deve fare da sé.

Per troppo tempo l’europeismo è stato interpretato in Italia come il tentativo di scaricare sugli altri paesi, fossero gli Stati Uniti con la Nato o la Germania e la Francia con l’Unione Europea, ciò che l’Italia non voleva o non sapeva fare. Ancora adesso, ad esempio, la linea del rigore non viene presentata come un atto di responsabilità nazionale ma solo come un obbligo imposto dall’Europa. Ed ancora oggi, sulla scorta di una tradizione che risale ai secoli del “Franza o Spagna basta che se magna” e che vuole il nostro paese sempre e comunque dipendente dalle volontà altrui, si coltiva la convinzione che solo l’imposizione esterna della virtù può costringere un paese naturalmente riottoso a praticarla.

La vittoria della Merkel impone, invece, di prendere coscienza che non ci saranno aiuti esterni, sia pure sotto forma di vincoli, a salvare il paese dalla crisi e dalla recessione. Bisognerà sbrigarsela da soli. Cioè sarà necessario imitare in tedeschi che hanno posto l’interesse nazionale al centro delle loro richieste e preoccupazioni. E sarà indispensabile concepire l’interesse nazionale non come chiusura egoistica ma come atto di responsabilità attraverso il quale realizzare le riforme indispensabili per la ripresa. La virtù, in sostanza, non può essere un regalo o una imposizione esterna.

Va coltivata e praticata in noi stessi. Affrettando la realizzazione di quelle innovazioni e quei cambiamenti senza i quali la società italiana è destinata a perdere progressivamente ciò che ha faticosamente conquistato in termini di benessere e di pace nei quasi settant’anni della democrazia repubblicana.

Il mandato dei tedeschi alla Merkel impone agli italiani di non cullarsi più nelle false illusioni di una Europa intenzionata e destinata a risolvere i problemi interni che noi non sappiamo o vogliamo affrontare. Ora l’interesse nazionale ad essere responsabili coincide con quello di una Europa fondata sulle responsabilità e non sulle egemonie. Speriamo che chi deve capire lo capisca !


Csm, le toghe non “rosse” chiedono tutela contro il videomessaggio di Berlusconi
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 25 settembre 2013)

Il Csm ha chiesto di acquisire la trascrizione della telefonata tra il giudice di Cassazione Antonio Esposito e il giornalista del Mattino Antonio Manzo dopo la condanna di Silvio Berlusconi al processo diritti tv Mediaset.  La Prima Commissione di Palazzo dei Marescialli inoltrerà la richiesta al Pg della Cassazione Gianfranco Ciani, che sul caso sta svolgendo una pre-istruttoria per decidere se esercitare l’azione disciplinare nei confronti di Esposito, presidente del collegio che ha condannato definitivamente il leader del Pdl per frode fiscale.

Ma la vicenda giudiziaria del Cavaliere non smette di creare polemiche. Al Csm arriva anche la richiesta di aprire una pratica a tutela di tutta la magistratura  per i toni del videomessaggio di Berlusconi denso di attacchi ai giudici. E a presentarlo non sono le “toghe rosse” di Magistratura democratica, bersaglio preferito del Pdl nello scontro tra politica e giustizia, ma i moderati di Unicost, la corrente che vanta la maggioranza relativa in seno all’Anm.

La campagna mediatica contro le toghe “ha raggiunto l’acme con la diffusione di un recente videomessaggio”, scrivono al comitato di presidenza del Csm i togati di Unicost. C’è una “sistematica delegittimazione” della funzione giudiziaria e “dell’indipendenza e del prestigio della magistratura nel suo complesso”, lamentano. E denunciano la diffusione di “notizie offensive, denigratorie e non rispondenti alla verità”. Una campagna mediatica, sottolineano i consiglieri di Unicost, è iniziata nei primi giorni di luglio, “al momento della fissazione, da parte della Corte di Cassazione, della data di svolgimento di un importante processo penale” ed è “continuata ancora più virulenta una volta conosciuto l’esito di un altro procedimento civile”. I riferimenti sono al processo Mediaset, che ha condannato in via definitiva Berlusconi per frode fiscale e al processo sul Lodo Mondadori, che ha confermato il risarcimento a favore della Cir di De Benedetti.

I consiglieri della corrente di centro delle toghe fanno presente che la campagna mediatica “è tuttora in corso”. Questi fatti “appaiono lesivi del prestigio e dell’indipendente esercizio della giurisdizione” accusa il gruppo, e sono tali da “determinare un turbamento al regolare svolgimento e alla credibilità della funzione giudiziaria”. Forse oggi stesso di potrebbe essere la decisione del comitato di presidenza del Csm se dare o no il via libera alla pratica e in questo caso assegnarla alla prima commissione del Csm.

Quanto al caso Esposito, nelle prime riunioni i consiglieri si erano divisi sulla proposta avanzata dal relatore Mariano Sciacca (Unicost), contro la quale si erano espressi i togati di Area Paolo Carfì e Francesco Vigorito, e il laico del Pd Glauco Giostra, che avrebbero invece voluto subito chiudere la pratica con l’archiviazione. Nell’ultima, avvenuta nella scorsa settimana, hanno invece deciso di dare il via libera alla richiesta riproposta da Sciacca con il sostegno di Antonello Racanelli (Magistratura Indipendente) e Annibale Marini (Pdl). L’acquisizione della telefonata, in cui secondo le accuse il magistrato avrebbe “anticipato” le motivazioni della sentenza Mediaset all’epoca non ancora depositate, dovrebbe avvenire in tempi brevi, considerato che il Pg Ciani è già in possesso della trascrizione.


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Bart