[da:”Enciclopedia dei fumetti” a cura di Gaetano Strazzulla, Sansoni, 1970]
L’AUTORE
JEAN-CLAUDE FOREST – Nato a Le Perreux, un sobborgo di Parigi, nel 1930. Due esclusive passioni agitano la sua adolescenza: la fanta scienza e i comics. Tra questi due poli s’inseri sce il cinema, che dell’una e degli altri può rappresentare il suggestivo punto di confluenza. Immagini surreali, di carta è di celluloide, s’in trecciano nelle fantasie di questo studente poco incline al rigore scolastico, ma irresistibilmente portato a inventare senza respiro storie scombi nate. Non .possedendo alcuna formazione tec nica, le schizza di getto, sostenuto soltanto dal l’esperienza figurativa che si è fatta divorando tavole e strisce di maestri americani. Tra il mondo onirico che Forest coltiva e quello minutamente realistico di Alex Raymond e Phil Davis (suoi autori preferiti), se pure nei loro scenari il fantastico occupi un’area non secon daria, non s’intravede solamente lo stacco tra due diverse –quasi opposte — inclinazioni. Emerge, netta, la distanza tra due epoche e tra due culture (non solo figurative). Due modi di essere e di guardare alla vita, che il tornado della guerra e le trasformazioni psicologiche susseguenti hanno scollegato ben oltre il natu rale evolversi dei tempi e del costume. Gli anni trenta, i favolosi « anni d’oro » del fumetto ame ricano, evocavano, mitizzandole, condizioni che gli ultimi giri di boa degli anni cinquanta già considerano passato remoto. I, valori, le abitu dini, i sogni, i traguardi, non per caso sono stati squassati da un susseguirsi di accadimenti che la storia dell’umanità mai ha condensato in una parentesi così stretta. Le aperture avveniristiche di un Gordon o le suggestioni esotiche di un Uomo Mascherato sono stimoli che la realtà ha scaricato d’ogni possibile fascino: i primi perché le imprese spa ziali dei terrestri sono ormai un dato quoti diano (e se ne possono prefigurare con pro-bante progressione le tappe future), i secondi perché il Terzo Mondo non è più il continente misterioso dove i giustizieri bianchi vengono guardati come bwana beneficanti. Con Barbarella, Forest realizza le sue convinte premesse: non giungendovi per improvvisa illuminazione, ma attraverso un attivo processo di maturazione. Frequentato un corso per « anima tori » presso l’Ecole des Métiers d’Art, aveva esordito come disegnatore professionista sulle pagine del periodico Vaillant, curando una sto ria fantascientifica derivata da un romanzo ab bastanza popolare. L’esito, per il troppo conge stionato scenario e per gli eccessivi toni del l’assurdo, non gli era stato favorevole e lo ave va costretto a interrompere il lavoro prima della conclusione. Passato per qualche tempo a un incarico abbastanza anonimo (una serie di stri sce incentrate sul personaggio di Charlot), Fo rest era poi riuscito a riprendere quota inven tando un insolito character, quello di Copyright. Segnato da una gustosa e sorprendente vena surreale, eversivo e imprevedibile, il suo « es sere » praticava convintamente la magia cavan dosi dalla pancia (maltrattenuta da uno « zip ») gli ingredienti più inattesi: dalle forbici, seghe e armi fino ai treni e agli aerei. Un inesauri bile arsenale bondiano, disponibile in ogni con trattempo e prodigo oltre misura a trarre il per sonaggio d’impaccio dalle più disparate e dispe-rate situazioni.
Compiuto questo primo passo verso l’extra-reale, in piena forma, ricco di idee, di fantasia e di allusiva « fanciullezza », Forest si era poi rivolto a una nuova attività: quella di illustratore delle copertine di due apprezzate collane letterarie riservate alla fantascienza: Fiction e La Rayon Fantastique. Per alcuni anni (grosso modo tra il 1958 e il 1962), la sua matita aveva spaziato, con risultati eccellenti, nei territori dell’insolito e del misterioso: i classici motivi del genere non trovarono nella sua fantasia solamente un abile interprete, ma un appassionato e raffinato suggeritore, un « creatore » di straordinaria fer tilità.
Nello stesso tempo, sulle colonne del parigino France Soir, apparivano quotidianamente i suoi romanzi disegnati. Non delle rigorose versioni fumettate dei testi popolari della narrativa fran cese, ma degli adattamenti « illustrati » con gar bo e un tanto di ironia. Questo lavoro accom pagnò la fase preparatoria di Barbarella, debut tante nel 1962 nella rivista V Magazine. I primi quattro episodi, raccolti in volume dall’editore Eric Losfeld due anni più tardi, stabilirono il momento magico della massima popolarità (non solo in patria) della spreoccupata adolescente. Censurate e poi lasciate circolare a patto di un compromesso ipocrita, le sue avventure in-tergalattiche ebbero traduzioni in molte lingue e costituirono lo start effettivo di una nuova mitologia.
Divenuto redattore capo della rivista Chou-Chou, Forest ha bissato quindi l’eroina con Bebé Cya-nure (« una sorella minore di Barbarella, che tuttavia mi piace di più, anche se ne ho potuto disegnare un solo episodio ») e, più tardi, ha ideato – per una trasmissione televisiva assai sofisticata – un terzo personaggio femminile, Marie Mathématique, protagonista di un curioso musical animato.
IL PERSONAGGIO
BARBARELLA – Chi è Barbarella? «Barbarella est la femme enfin libre, libre de ses actes comme de son corp. Elle est l’erotisme fait femme. Elle a définitivement pris le pas sur l’homme, elle choisit ses partenaires ». Quindi, un personaggio opposto a tutte le « eroine di carta » che l’hanno preceduta. La donna, nei fumetti, ha sostenuto da sempre il ruolo secon dario della compagna fedele, della « promes sa » che sa attendere il suo eroe anche all’in finito. Rarissimamente destinata al risalto di pro tagonista, essa è in genere servita a « compli care » le vicende avventurose con un tanto di zenzero sentimentale, di opportune gelosie e anche di puntuali coraggiose iniziative. Neppure l’eccezione di Wonder Woman, che si batte (in abiti succinti) per la giustizia negli spazi inter-planetari, ha modificato – nella sostanza – questa esclusiva e oppressiva utilizzazione. Barbarella è il contraltare delle tante Dale Arden apparse nelle strisce. I loro abbigliamenti pro vocanti, spesso « corretti » dai preoccupati cen-sori europei, stavano a indicare il livello mas simo della loro autonomia, ma sempre all’in terno di una regolamentazione che le mante neva nell’ombra dei loro atletici maschi. L’eroina di Forest si oppone a queste briglie, si rivolta contro la dittatura virile e si sostituisce – senza ipocrisie – agli intemerati mattatori. Non una « fidanzata », ma una protagonista che si sce glie il compagno occasionale, che conduce le sue imprese spazio-temporali trascurando l’in dispensabilità dell’uomo forte al proprio fianco. Con Forest, dunque, la space-opera viene stra volta nelle sue linee classiche: la frustrazione dei maschi (che mai concludevano le loro vi cende extra-fidanzamento) è rimpiazzata dal soddisfacimento della donna che si concede ogni qual volta lo desidera; il perbenismo dei maschi-eroi è sostituito dalla assoluta libertà (e non unicamente sessuale) che regola le azioni della donna-eroe; le avventure galattiche mutano il loro fascino barocco – pur sempre di desinenza accademica – in una cornice fi gurativa che non sconosce le eleganti impa ginazioni di Fortune o la visualità più aggior nata; infine, l’erotismo asettico delle tavole di Raymond (o di altri maestri che, come lui, hanno popolato i loro viaggi avveniristici di ap petibili regine malvagie o di ancor più deside rabili schiave non velate) esplode in una dovi zia di nudità che tengono il passo delle con temporanee planches di Playboy o di Lui. Le azioni di Barbarella (sviluppatesi in ragione di otto tavole al trimestre per due anni), se condo Forest, non si differenziano tra loro: «si tratta sempre della stessa avventura: la ragazza arriva in un certo paese, vi scopre una situa zione maligna e interviene in favore dei “buo ni”. Le sue storie rispettano pertanto le regole del genere. Ma un elemento anomalo, tuttavia, le distingue: le sue imprese comportano di re gola una catastrofe: tutta Sogo crolla, ogni dato è rimesso in questione, per cui è problematico intendere dove stia il male e dove il bene ». Barbarella, in altre parole, non accettando né sistemi né programmi, deve soppesare perso nalmente i fatti e agire di conseguenza, secondo una libera scelta che esclude riti manichei. Deve essere in accordo con se stessa, non con il principio corrente o la morale comune. Questa regola, ovviamente, risulta oggi ben meno eversiva di quanto lo apparve otto anni fa: i personaggi femminili, del cinema e della letteratura (la Galia dell’omonimo film di Lautner o la Emmanuelle del romanzo della Arsan), hanno ormai largamente proclamato – e affer mato – il diritto della donna alla scelta. Quello stesso diritto cui la splendida sbrigativa ra gazza di Forest ha guardato fin dalla sua prima apparizione, provocando volontariamente il per benismo nei suoi caposaldi codini e buttandosi alle spalle, senza mezze misure, l’autocrazia maschile.
Dopo la città dei fiori giganti, la scoperta della verniana città-medusa (con l’annoiata regina e l’irsuto Strichno che crea mostri sempre più orrendi per il solo piacere di ucciderli), di Antan (con le sue ricostruzioni ottocentesche), Bar-barella affronta il peggio a Sogo – il capola voro di Forest – sorta di Sodoma e Gomorra con mura viventi, pescicani alati e robot « ine sistenti ». L’ultimo girone dell’inferno galattico lo lascerà fra le braccia dell’angelo cieco Pygar, che salverà anche la regina dissoluta, perché « un ange est sans memoire ».