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FUMETTI: Jane

29 Maggio 2010

[da:”Enciclopedia dei fumetti” a cura di Gaetano Strazzulla, Sansoni, 1970]

L’AUTORE

NORMAN PETT – Lanciando Jane, rovesciò vo ­lontariamente una tradizione che reggeva da alcuni lustri. Da quando, cioè, i comics inglesi erano apparsi timidamente sulle colonne del Daily Mail nel 1915. Il loro tono non si era stac ­cato da quello del racconto infantile: le strisce (o, meglio, le tavole) erano popolate d’indaffa ­rati cordiali animaletti: il cane Dog, il pinguino Squeak, il coniglio Wilfred (i tre eroi della po ­polare vicenda di A. B. Payne) o l’orsacchiotto Rupert.

I personaggi « umani », il grasso Pop o la « cop ­pia » femminile di Dot e Carrie, vennero più tardi) attorno al 1920, quando l’udienza dei let ­tori di fumetti cominciò a spostarsi dalla fa ­scia giovanile verso quella adulta. A ogni buon conto, l’andamento delle storie teneva pur sem ­pre i binari della favola realistica, ravvivata sì da un’ironia tipica e antica, ma ancora bloccata in un impianto quanto mai « casalingo ». La donnina di Pett, al contrario, entrò di slancio nella pruderie anglosassone, sconvolgendola con la girandola delle sue ingarbugliate avventure, ma, soprattutto, con lo stimolo delle sue inattese apparizioni nature. Per anni, sempre seguita dal fido Fritz von Pumpernikel, la ragazza ha con ­trastato le abitudinarie letture della borghesia britannica, favorendo i « sogni proibiti » dei suoi più giovani lettori.

Quando, terminato il conflitto, Pett ritenne di dover abbandonare Jane â— ancora nel massimo della popolarità â— l’incarico di portare avanti le sue esibizioni solleticanti passò a Mike Hub-bard. Fedele allo stile del creatore, egli non si è discostato da un tratto abbastanza démodée, quello degli anni che avevano portato la stri ­scia in vetta alle preferenze, e ha accompa ­gnato l’eroina fino alla soglia dell’altare. Nel 1961, il Daily Mirror, affidò al disegnatore Maz l’incarico di dare un seguito alla storia, con Jane Daughter of Jane, ma i tempi si erano ormai lasciati parecchio indietro il romanzetto giallo-rosa, sicché la ancor più pepata erede di Jane ebbe scarsa attenzione e breve vita.

IL PERSONAGGIO

JANE – Uno degli eventi più significativi nella storia del comic britannico (o, probabilmente, come avvertono gli storici locali, il più signifi ­cativo) si verificò il 15 dicembre 1932. Quella mattina infatti i lettori del Daily Mirror ebbero la sorpresa di trovare incluse nelle pagine del loro quotidiano le prime righe di un singolare memoriale fumettato, scritto da una maschietta perfettamente sintonizzata con il clima dei na ­scenti anni trenta.

La ragazza, poco più che adolescente, bionda, vagamente ricalcata sulla fisionomia dell’allora affermata Claudette Colbert, era stata pensata dal suo autore â— Norman Pett â— quale stru ­mento per sommuovere il costume degli « iso ­lani » e, soprattutto, per avviare la narrativa gra ­fica inglese in una direzione fino allora osti ­natamente rifiutata.

Le prime immagini del diario (non a caso la striscia, battezzata Jane’s Journal, si definiva più precisamente nel sottotitolo come The Diary of a Bright Young Thing, ossia come il « diario di una splendente cosa bionda ») la presenta ­vano appena alzata, con indosso un’attillata ve ­staglia-pigiama stampata a grossi fiori, mentre riceveva un telegramma. Qualcuno la informava che il conte Fritz von Pumpernikel stava per raggiungerla dalla Germania, e l’avvertiva che il misterioso ospite non « poteva » parlare nep ­pure una parola d’inglese. Eccitata e curiosa, Jane mette immediatamente in azione il meccanismo d’urto della sua civet ­teria. Inaugurando un’interminabile serie di spo ­gliarelli, effettuati un po’ dovunque per i più vari motivi, la ragazza, coperta da un’esigua poco prudente sottoveste, indossa l’ultimo mo ­dello giuntole da Parigi. È convinta che la mise (come lei stessa monologa con il lettore) « par ­lerà più chiaramente di qualsiasi parola » e che, con l’aiuto di un sollecito make-up (« un piccolo aiuto alla natura » commenta ironicamente), po ­trà accogliere in maniera conveniente l’aristo ­cratico visitatore. Inguantata in un abito che la sveste più del dovuto, Jane è dunque pronta al ­l’incontro. L’ultima vignetta scopre il «mistero »: Fritz è soltanto un simpatico bassotto, con tanto di pedigree appeso alla coda cordiale, e, in seguito, sarebbe stato il compagno fedele e in ­separabile di tante e tante avventure della bionda Jane.

In una rapida sequenza (anche se di una vera e propria striscia non si tratta, giacché Pett in ­troduce la sua eroina con una successione con ­tinua d’immagini che esclude l’abituale inter ­vento delle caselle a scandire i tempi dell’azio ­ne), disegnata con il gusto proprio alle prime riviste di moda, l’autore definisce immediata ­mente il mood della storia che sta per iniziare. I particolari d’ambiente, sottolineati da un tratto sottile ed elegante, servono a bloccare il setting entro le quinte precise di un mondo agitato e sfaccendato, ove le toilettes, i cosmetici, i pro ­fumi, i puff, gli specchi sono femminili esche di prestigio.

La puntuale definizione dell’eroina contribuisce a collocarla senza ambiguità tra le happy few: ragazze privilegiate che conducono una vita indipendente, che si muovono disinvolte tra i luoghi deputati della mitologia divistica, avendo assunto per valide le sollecitazioni di una certa narrativa â— stampata e fissata sulla celluloide â— assurdamente attorcigliata ai miraggi del-l’evasione e dell’irrealtà.

Pett ben conosce â— e lo dimostrerà nel tempo con furba accentuazione â— gli intrighi e i mec ­canismi della letteratura giallo-rosa: ogni azione della sua pimpante ragazza non scarterà di un solo millimetro da quel rituale codificato che Hollywood si è imposta di pedinare per offrire alla platea gli spazi artificiosamente melodiosi della sophisticated comedy. Ma l’autore, che vaglia con attenzione ogni capi ­tolo del trattenimento statunitense, aggiunge alla storia un intingolo che (‘allora rigoroso codice di moralità (il memorabile Hays Code] non con ­cede alle immagini che sfilano sullo schermo. Toccato dalla serica biancheria intima di Jean Harlow (la sola attrice che in virtù di un perso-nalissimo sguaiato gancio popolaresco può per ­mettersi esibizioni di una qualche provocatorietà, pur nell’ambito della produzione di se ­rie), Pett intuisce che la sua « ragazza di carta » potrà sopravvanzare la popolarità delle dive di Culver City, se varcherà i limiti di un erotismo solitamente congelato dal perbenismo puritano. Senza dar troppo nell’occhio, cioè sempre te ­nendo a disposizione il garbo di soluzioni non compromettenti e le riserve di un humour sottile che gli consenta improvvisi rovesciamenti iro ­nici (favorendo così l’autoeliminazione di quelle che potrebbero apparire come punte troppo ac ­cese di un esibito sex-appeal), Pett s’industria a svestire e ricoprire la bionda. Ma, di certo, più a svestirla, che l’incalzare delle stagioni sta aprendo brecce nella muraglia del pudore e il decalogo di Hays â— sotto l’urto di una produzione che chiede di mantenere a ogni costo inalterato il livello di gradimento â— sta per ­dendo d’autorità.

Jane si appropria con golosità femminile di que ­ste aperture e si compiace di apparire sempre meno rispettosa delle regole vittoriane. Spre ­giudicata e insofferente, mentre non si nega alla curiosità voyeuristica del lettore, salva la pro ­pria rispettabilità tenendo a conveniente di ­stanza gli avvolgenti attacchi del mite Georgie, un fidanzato dabbene che accetta i rifiuti della sua partner come regola immutabile, confor ­tato dall’immagine di quel traguardo che sa essergli destinato da sempre. A breve o a lunga scadenza. Di questa schermaglia a termine di continuo rimandata, Pett si fa patrocinatore così accanito da non essere lui a chiudere con un definitivo « sì » la contrasta vicenda. Il còmpito, nel 1959, spetterà al suo successore (Mike Hubbard), il quale farà pronunciare a Jane il tanto atteso « I love you, Georgie, always! » sullo sfondo di un infuocato tramonto. Ma una ragione precisa per prolungare l’indu ­gio si era frattanto disposta a discarico di Pett: la seconda guerra mondiale aveva mutato Jane nella più adorata pin-up dei reparti sotto le armi e la sua immagine era finita un po’ dapper ­tutto, su carri armati, nelle camerate e infer-merie. Naturalmente si trattava di una silhouette per soli uomini, quella che Pett aveva incen ­tivato negli anni quaranta sulla falsariga delle Gilde fiorite un po’ dovunque, al di qua e al di là delle opposte trincee. Jane, the one and only (« la sola e unica », come la chiamavano’ i ragazzi in uniforme), non si faceva pregare per farsi incontrare dai tommies nelle situazioni più imbarazzanti: den ­tro una vasca da bagno, sotto una doccia, di ­nanzi a un lungo specchio per compiere una meticolosa toeletta o in un angolo escluso a occhi importuni. Rivestita, trovava lo spunto im ­mediato per ripiombare come Èva in un para ­diso senza vesti né paraventi. Il gioco, monotono se si vuole, ma indubbia ­mente propiziatorio, andò avanti per mesi è mesi, unico piacevole diversivo alla dolorosa realtà delle città inglesi che finivano sotto le bombe e all’immobilità del fronte che ancora non azzardava la promessa invasione dell’Eu ­ropa.

Le numerose leggende fiorite attorno alla pro ­vocazione di Jane (è stato scritto che neppure una settimana dopo che essa era apparsa â— per la prima volta â— interamente nuda, una di ­visione inglese riuscì finalmente a far arretrare i nazisti di parecchie miglia, o che un altro re ­parto lanciò in quella stessa occasione il suo attacco più violento e coraggioso), al di là di un’impossibile verificabilità, servono comunque a testimoniare la massima popolarità acquisita dal personaggio: un’immagine mitica, divulgata e fissata nella memoria di tutti i britannici come la simbolica «V » delle dita di Churchill.


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Bart