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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Giallo: Gigolò/A detective story: Gigolo (Trad. Helen Askham) #4/22

14 Agosto 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Gigolò #4

 Nel bar Ada ritorna dopo qualche ora. Questa volta c’è soltanto Pino.
«Hai finito stasera? Non ci sono più clienti? Bada che il magna mica ti lascia ancora libera. »
«Io non ho papponi, caro il mio Pinaccio. »
«Allora prendi me, che sono disoccupato. »
«Saresti geloso. »
«Cosa dici? »
«Tu mi vuoi un po’ di bene, Pino, e fingi di non accorgertene. »
«Senti senti, questa poi… Per caso, ti sei montata la testa? »
«So quel che dico, e lo sai anche tu. »
«Te, confondi l’amore con il sesso. Sei brava nel tuo lavoro, ed io, le poche volte che ho qualche soldo, lo spendo volentieri con te, ma cosa vuol dire? Che ti voglio bene? Accidenti! Tu sogni, Ada. »
«Davvero ti piaccio? »
«Sei imbattibile. Almeno con me. Con gli altri, che ne so? »
«Non lo hai mai chiesto ai tuoi amici? »
«Che cosa? Come fai all’amore con loro? No, ma dicono tutti che sei generosa. »
«Con te, però, in un modo speciale. »
«Ossia? »
«Col sentimento. Quando faccio l’amore con te, lo faccio con sentimento. »
«Non credevo che tu ne avessi ancora da sprecare. »
«Sprecare? È la sola piccola luce che mi resta. »
«Non sei contenta? »
«Pino, Pino, come potrei essere contenta? »
«E se ti sposassi… »
«Non mi umiliare, Pino. Una donna come me ha dentro di sé tanta amarezza, ma so conservare i miei sogni. »
«Ma come puoi darti a tanti uomini, Ada? »
«Allora lo vedi che sei geloso? »
«Ma non ti amo. »
«E vorresti sposarmi? Ci vuole un amore grande per sposare una come me. Un piccolo amore non basta. Non sapresti vincere il disprezzo… »
«Disprezzo? »
«Il disprezzo per quello che sono. »
«Ma io mica ti disprezzo. Solo non ti amo. Mi piace come fai all’amore con me, ma non è questo l’amore. »
«E allora, perché hai detto che vorresti sposarmi… »
«Scherzavo. »
«Potrei amarti, Pino, se tu mi amassi. »
«Non hai più quel sentimento che può generare l’amore, Ada. Il tuo amore sarebbe un inganno. »
«Vuoi ferirmi? »
«No. »
«Non puoi immaginare in quale abisso tu mi precipiti. Io sono ancora l’adolescente piena di sogni, che ha dentro di sé, ancora intatta, la forza che può generare la felicità. Basta poco, un gesto, un piccolo pensiero perché anche tu possa accorgertene. »
«Non dire idiozie. Guarda chi entra, piuttosto. È il tuo magnaccio che viene a prenderti. »
«Che ti sei messa in testa, Ada? Forza, che c’è un cliente là fuori. Vuole te. »
Ada si alza.
«Se vuoi ribellarti » le sussurra Pino «è questo il momento. Digli di no. »
Ada torna a sedersi.
«Domani, digli che torni domani. Digli che stasera Ada ha chiuso. »
«È questo cretino qui, che ti mette in testa certe idee? »
«Cretino sarai te, pappone. » Pino è già in piedi, ma il pappone gli sferra un pugno e lo manda a gambe all’aria. Fa per rialzarsi, ma un calcio nello stomaco lo rimanda a terra. Si tiene con le mani il ventre, si lamenta. Il pappone afferra Ada e la trascina fuori.
«Non andare » dice Pino con un filo di voce.

Nella bellissima piazza San Michele sta sfilando un corteo di lavoratori. Protestano contro la crisi di governo, provocata dalle divisioni nella maggioranza. Il Partito della rifondazione comunista, nel lodevole tentativo di salvaguardare le condizioni di vita della classe operaia, ha ritirato il suo appoggio al governo. Da ciò, la crisi. Ma il partito dei Democratici di sinistra lo accusa di interrompere l’azione di un governo che sta risanando il Paese nell’interesse proprio della classe operaia. Il mondo del lavoro dà torto ad entrambi e sta manifestando nelle piazze di tutta Italia per vedere rappacificate le due forze che, solo se restano unite, possono dar loro un po’ di speranza.
«Per cosa manifestate? » domanda uno degli spettatori, che sta appoggiato ad una delle colonnette che circondano la bella piazza. E continua:
«Vi comportate né più né meno come al tempo del Partito nazionale fascista. È un’adunata dello stesso genere, a comando. Siete anche voi espressione di un regime. Questa è la verità! »
Dal corteo esce un energumeno che ha al braccio una fascia del Comitato organizzatore e gli sferra un pugno sul naso.
«Fascista sei tu, e tutti quelli che la pensano come te! »
Il corteo sale gli scalini della piazza, nel mezzo della quale è allestito il palco per il comizio. Salgono sul palco i segretari provinciali delle tre Confederazioni e il segretario regionale dei DS. Giovani dell’Autonomia, da sotto la loggia di palazzo Pretorio inveiscono contro gli oratori. Libertà, libertà, gridano. Dalla massa dei manifestanti escono alcuni lavoratori e si dirigono verso gli autonomi. Scoppiano dei tafferugli. C’è la polizia e interviene con manganellate dirette soprattutto contro gli autonomi.
Dal palco, il sindacato grida che questo governo deve restare in piedi, perché è il miglior governo dalla nascita della repubblica e fa gli interessi dei lavoratori.
«Bugie » gridano dal gruppo degli autonomi. «Questo governo è una dittatura! »
Quando tocca al segretario dei DS, questi non risparmia frecciate all’indirizzo del variopinto gruppo dei dissidenti.
«Noi rappresentiamo » alza il tono della voce «la parte sana del Paese. Contro le resistenze fasciste il mondo del lavoro è sceso in piazza a manifestare il suo sostegno al nostro governo, che sta facendo cose straordinarie per riavviare nel Paese un ordinato processo di sviluppo che assicuri presto il lavoro a tutti. »
«Voi aiutate i padroni! » Dal gruppo degli autonomi non ci si arrende. «Aiutate la FIAT e la famiglia Agnelli, ed è il popolo che paga. »
«Quando avremo attuato finalmente le riforme costituzionali, » continua l’oratore «noi daremo al Paese una democrazia compiuta, e i governi saranno stabili. Ciò di cui c’è assoluto bisogno per assicurare ai lavoratori un benessere duraturo. »
«In questo modo farete fuori le minoranze » grida un altro che non appartiene al gruppo degli autonomi.
«Non è vero! Falso. Falsissimo! » L’oratore risponde direttamente. «Noi prendiamo a modello le democrazie più mature, come gli Stati Uniti, l’Inghilterra, la Francia, la Germania. Puoi sostenere, compagno, che in questi Paesi non vi è democrazia? »
«Non sono un compagno » risponde l’interlocutore, che si trova proprio in mezzo alla sterminata massa dei manifestanti, che si voltano tutti verso di lui. È un mingherlino, appena si vede.
L’ira dell’oratore si scatena.
«C’è ancora chi non vuole capire, o che fa finta di non capire per ostacolare il cambiamento. La classe operaia finalmente dopo cinquant’anni è salita al potere, e questo non va giù alle sacche di parassitismo che ancora si annidano nel Paese. Ma la classe operaia saprà convincere anche i più ostinati, coloro cioè che non credono che un governo delle sinistre possa far crescere e progredire un Paese moderno e un popolo. Noi non siamo le sinistre dell’Europa dell’Est. Siamo le sinistre nuove dell’Occidente. Il francese Lionel Jospin, l’inglese Tony Blair, il tedesco Gerhard Schroeder sono i nostri punti di riferimento. Con loro dialoghiamo, ci scambiamo i punti di vista, cerchiamo le strategie comuni. Costruiremo un’Europa del lavoro e del progresso. » Arriva uno scrosciante applauso.
«Sì, un’Europa dei lavoratori » precisa.
«Faremo la fine della Russia » dice un altro, che si attira l’attenzione, come era accaduto al predecessore, dei manifestanti.
«Non ripeteremo l’errore dei compagni russi, né dei polacchi, né dei cinesi, né di nessun altro. Siamo diversi, siamo legati all’Occidente perché siamo nati qui e qui operiamo per il bene comune. »
«Volete fare dell’Italia un’altra Cuba. Perché non dici la verità? » Questa volta è uno grosso che parla, e il vuoto intorno a sé lo aveva fatto con le sue braccia poderose.
«Se sei un lavoratore, devi credere in noi. Come puoi pensare che un governo diverso, un governo di centrodestra, possa fare meglio di noi per la classe operaia? »
«Io sono un impiegato » grida un altro da sotto il loggiato. «Il tuo partito difende gli operai, ma a spese di noi impiegati. Il risanamento del Paese passa dalle nostre tasche. Siamo soprattutto noi a pagare. »
«Falso. Falsissimo anche questo. Noi combattiamo unicamente i privilegi, le sacche di sfruttamento là dove sono annidate. Se non sei un parassita, se non hai privilegi, non devi temere nulla da questo governo. » Un altro applauso più fragoroso del precedente accompagna queste parole. È desiderio dell’oratore rispondere punto su punto all’attacco dei nemici del popolo. Gli autonomi se ne stanno andando. Qualcuno è dovuto ricorrere alla medicazione di un’ambulanza, che sosta di fianco alla piazza.
«Cari compagni, noi faremo di tutto perché il Partito della rifondazione comunista si avveda del suo sbaglio e torni nella maggioranza per consentire al governo di portare avanti il suo programma. Siamo convinti che prevarranno la ragione e il buon senso. È il primo governo delle sinistre, non può cadere per un vile attacco fratricida! » Giù un altro scroscio di applausi. I tre sindacalisti si guardano negli occhi soddisfatti. Quando l’oratore termina, sono i primi a stringergli la mano e ad abbracciarlo.
Il corteo non si scioglie, però. Prosegue fino in piazza Grande, davanti al palazzo del Prefetto, intonando l’inno di Mameli.
 

Gigolo #4

 Ada came back to the bar after a few hours. This time there was only Pino.
“Is that you finished for the evening? No more customers? Your pimp isn’t letting you have time off, surely?”
“I don’t have a pimp.”
“I’ll do it then. I don’t have a job.”
“You’d be jealous.”
“What do you mean?”
“You’re a little bit in love with me, Pino, but you pretend not to be.”
“Hang on, hang on, what’s all this? Are you getting bigheaded or something?”
“I know what I’m saying and so do you.”
“You’re confusing love with sex, that’s what. You’re good at your job. I don’t have money very often and when I do, I’m happy to spend it on you, but what does that mean? That I love you? Dream on, Ada.”
“Do you really like me?”
“You’re the best. For me at least. I don’t know what you’re like with the others.”
“Have you never asked your friends?”
“What? How you make love with them? No I haven’t asked, but they all say you’re generous.”
“But in a special way with you.”
“What’s that?”
“With feeling. When I make love with you, I do it with feeling.”
“I didn’t think you had any left to waste.”
“Waste? It’s the only little light I’ve got left.”
“Aren’t you happy?”
“Pino, Pino, how could I be happy?”
“If I married you…?”
“Don’t make fun of me, Pino. A woman like me has a lot of bitterness inside, but I know how to keep my dreams.”
“But how can you give yourself to so many men, Ada?”
“Aha, is that you being jealous?”
“But I don’t love you.”
“But you’d like to marry me? It would take a lot of love to marry someone like me. Just a little love isn’t enough. You wouldn’t know how to deal with the contempt.”
“Contempt?”
“For what I am.”
“I don’t feel any contempt for you. It’s just that I don’t love you. I like the way we make love but that’s not love.”
“Then why did you say you wanted to marry me…?
“I was joking.”
“I could love you, Pino, if you loved me.”
“You don’t have what inspires love any more, Ada. Your love would be a lie.”
“Are you trying to hurt me?”
“No.”
“You can’t imagine the black pit you’re throwing me into. I’m still like a teenager full of dreams. Inside, I still have the power to inspire happiness. It wouldn’t take much, just a gesture, a little thought, to make you see that too.”
“Don’t talk nonsense. In fact, look who’s here. It’s your minder come to get you.”
The newcomer said, “What’s got into you, Ada? Quick, there’s a punter outside. He’s asking for you.”
Ada stood up.
“If you want to rebel,” hissed Pino, “now’s the time. Tell him no.”
Ada sat down again. “Tomorrow, tell him to come back tomorrow. Tell him Ada is shut for the evening.”
“This moron here,” said the minder, “is this who’s putting these ideas into your head?”
“You’re the one that’s a moron, pimp.” Pino was on his feet but the minder swung a punch and sent him to the floor. Pino tried to get up but a kick in the stomach knocked him down again. He clutched his stomach, groaning. The minder took hold of Ada and dragged her out.
“Don’t go,” Pino whispered.

A workers’ demonstration was winding its way into Piazza San Michele. They were protesting against the political crisis caused by splits in the majority. The hard-line Communist Party, in a commendable attempt to protect the working classes’ living conditions, had withdrawn its support from the government. Hence the crisis. The Democrats of the Left, however, maintained that the Communists were destroying the efforts of a government that was reviving the country in the interests of the working classes. The workers themselves said both parties were in the wrong and were demonstrating in piazzas all over Italy, demanding to see a renewed rapprochement between the two forces which had to work together if the people were to have hope.
“What are you marching for?” shouted one bystander who was leaning against one of the little bollards that edge this lovely piazza. “You’re behaving just like it was at the time of the Fascists. It’s the same kind of rally. You’re under orders. You’re the mouthpiece of a dictatorship. That’s all you are!”
A furious man clutching an organising committee banner left the procession and punched the bystander on the nose.
“Fascist yourself and everyone who thinks like you do!”
The demonstration climbed the couple of steps on to the piazza proper where a platform has been erected. On to this climbed the local secretaries of the three trade unions and the regional secretary of the Democrats of the Left. Young members of the Autonomy Workers Movement were gathered by the loggia of Palazzo Pretorio shouting their slogans at the speakers and chanting, “Li-ber-ty! Li-ber-ty!” A number of workers left the demonstration and went towards them. There was some scuffling and the police moved in with their batons drawn, wielding them mainly in the direction of the Autonomists.
From the platform, one of the trade unionists shouted that the present government must hold its ground because it was the best government since the beginning of the Republic and represented the interests of the workers.
“Lies!” shouted the Autonomy group. “This government is a dictatorship!”
Next it was the turn of the secretary for the Democrats of the Left and he turned his attack on the colourful group of dissidents.
“We,” he said, his voice rising, “represent the sane part of the country. The workers have taken to the streets against fascist resistance, to demonstrate their support of our government which is doing great things to put our country back on track of the development that will soon guarantee work for all.”
“It’s the bosses you help!” There was no flagging in the Autonomy group. “You help Fiat and the Agnelli family and it’s the people who pay.”
“Once we’ve finally got the constitutional reforms up and running,” continued the speaker on the platform, “we will give this country complete democracy and governments will be stable. What we most need is to be able to assure workers of lasting wellbeing.”
“That way you’ll drive out the minorities,” shouted someone who wasn’t part of the Autonomy group.
“That’s not true! It’s false, entirely false!” The speaker spoke directly to the heckler. “We take the oldest democracies as our models. The United States, Britain, France and Germany. Comrade, can you argue that there’s no democracy in these countries?”
“I’m not a comrade,” said the heckler, who was standing right in the middle of the crowd of demonstrators and they all turned look at him. He was a small, insignificant man.
The speaker was suddenly angry. “There are people who still won’t understand or who pretend not to, in order to stop changes taking place. At last, after fifty years, the working class has achieved power, and this doesn’t suit the pockets of parasites who still skulk in corners of this country. But the working class must win over even the most resistant, that is to say, those who don’t believe that a government of the Left can develop a modern country and a modern people and ensure progress. We aren’t the Left of Eastern Europe. We’re the New Left of the West. We look to Lionel Jospin in France, Tony Blair in Britain and Gerhard Schroeder in Germany. These are the people we talk to. We exchange views with them. We seek common strategies. We will build a Europe of work and progress.”
There was thunderous applause.
“Yes,” added the speaker, “a Europe of workers.”
“We’ll destroy Russia,” came another voice from the crowd, drawing the attention of all the demonstrators, as the heckler had done.
“We won’t make the mistake our Russian comrades, or the Polish or the Chinese, made.” responded the speaker. “We’re different. We’re part of the West because we were born here and here we will work for the common good.”
“You want to make Italy into another Cuba. Why don’t you tell the truth?” This came from a big man who’d created a space round him by spreading his huge arms. “If you’re a worker, you have to believe in us. How can you think that a new government, a centre-right government can do better for us in the working class?”
“I work in an office,” shouted a man in the loggia. “Your party looks after the workers but the office workers lose out. The cost of improving the economy comes out of our pockets. We’re the ones who pay for it.”
“Wrong. That’s completely wrong. The only thing we oppose is privilege, the pockets of exploitation wherever they’re hidden. If you’re not a parasite, if you don’t have privileges, you’ve nothing to fear from this government.”
More applause, even louder than before, greeted these words. The speaker wanted to respond to the attack by the enemies of the people point by point. The self-employed were beginning to leave. One of them had to go to the ambulance parked at the side of the piazza for treatment.
“Friends and comrades, we will do all we can to ensure that the Communist Party sees the mistakes it is making and returns to the majority so that the government can carry out its programme. We’re certain reason and good sense will prevail. This is the first government of the Left. It must not fall because of a cowardly fratricidal attack!”
More applause. The three trade unionists exchanged satisfied looks. When the speaker finished, they were the first to shake his hand and embrace him.
The demonstrators didn’t disperse, however, but continued to the Prefecture building in Piazza Grande, singing the national anthem as they went.

 


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4 Comments

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  2. Pingback by From Moscow with triple love (in Tokyo) · — 16 Agosto 2008 @ 00:57

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  4. Pingback by HDTV monitor - ViewSonic VPW5500 55″ Widescreen High-Definition ... · — 21 Agosto 2008 @ 09:53

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart