Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Governicchi e governacci

27 Marzo 2013

di Giovanni Sartori
(dal “Corriere della Sera”, 27 marzo 2013)

Mentre il parto del nuovo governo si ingarbuglia sempre più, il presidente di Confindustria, Squinzi, dichiara che «siamo alla fine, non c’è più tempo né ossigeno ». Sembra anche a me. E per sostenere questa conclusione vorrei cominciare dal ricordare alcuni antefatti dei problemi che ci affliggono.

L’EUROPA E GLI IMPEGNI – Forse molti non sanno che l’Unione Europea (Ue) non comporta l’adozione di una moneta comune (l’euro). I Paesi Eu che hanno adottato l’euro sono 17, mentre i Paesi senza euro sono 10. A parte l’Inghilterra che mantiene la sterlina e che è il caso più importante, sono fuori euro Danimarca, Svezia, Polonia, Ungheria, Romania e altri piccoli Stati. L’Unione Europea nacque quando venne di moda (diciamo così) la «globalizzazione ». S’intende che la globalizzazione finanziaria venne da sé, con la tecnologia che la rendeva non solo possibile ma anche ineluttabile. La globalizzazione economica è tutt’alta cosa, avendo in mente, per l’Europa, il modello Stati Uniti.

IL MODELLO USA – Il problema è che un sistema federale richiede un linguaggio comune. Gli Stati Uniti parlano l’inglese, la Germania il tedesco, l’India ha ereditato l’inglese, il Messico lo spagnolo, il Brasile il portoghese. L’Europa parla invece circa 22 lingue, che certo non possono alimentare una aggregazione federale. Invece l’Europa può diventare una comunità economica, che oggi è la comunità dell’euro. Ma purtroppo la messa in opera di questa unione è stata frettolosa e insufficientemente pensata. Tutti gli Stati del mondo controllano la propria moneta e si possono difendere, economicamente, con dazi, dogane, e anche svalutando o rivalutando la propria moneta. Così gli Stati Uniti tengono il dollaro «basso » per facilitare le proprie esportazioni. Invece l’Unione Europea è una comunità economica indifesa. I singoli Stati che la compongono non possono stampare moneta, né difendere le proprie industrie con barriere doganali, né impedire che le popolazioni più povere dell’Unione si trasferiscano dove lo Stato sociale paga meglio. Difatti quattro Paesi (Germania, Gran Bretagna, Austria e Olanda) chiedono di poter rifiutare il welfare agli immigrati comunitari.

LE NOSTRE COLPE – In questa vicenda tutti hanno le proprie colpe. Ma ne hanno di più i Paesi mediterranei, Italia inclusa, che si sono dati alla bella vita indebitandosi oltre il lecito. L’ora della verità è scoccata, ahimè, troppo tardi per i Paesi che sono riusciti ad accumulare un debito pubblico (Buoni del Tesoro) che supera abbondantemente il Pil, il Prodotto interno lordo. Come possono risalire la china nella quale sono colpevolmente precipitati? In Italia oramai la pressione fiscale è altissima, a livelli che soffocano la crescita. E l’evasione fiscale resta largamente impunita.

IL CARO EURO – Dovremmo esportare di più. Ma qui l’ostacolo è, come ho già accennato, che la nostra moneta, l’euro, è sopravvalutata rispetto al dollaro. In passato (nel 1972) avevamo escogitato il «serpente monetario » europeo che consentiva fluttuazioni delle monete entro una fascia del 2.25 per cento. L’esperimento fu utile, ma venne sostituito nel 1979 dal sistema monetario europeo (Sme) che venne a sua volta sostituito, da ultimo, dalla Banca centrale europea di Francoforte.

CRESCITA ZERO – Varrebbe la pena di risuscitare un nuovo «serpente » sotto il controllo, beninteso, di Francoforte? Non lo so. Ma varrebbe la pena di pensarci. Perché da 14 anni la crescita dell’Italia è vicina allo zero.Aggiungo che il nostro Paese è particolarmente a rischio anche per le ragioni che passo rapidamente a elencare. Primo, risultiamo, nelle graduatorie internazionali, tra i Paesi più corrotti al mondo. Tra l’altro siamo anche gli inventori della «onorata società », volgarmente mafia, e per essa un Paese forse più tassato dal pizzo che dallo Stato. Aggiungi una altissima inefficienza burocratico-amministrativa. A tal punto che i fornitori dello Stato vengono pagati con nove-dodici mesi di ritardo. Un vero scandalo. Tutto sommato, allora, non vedo proprio come gli investitori stranieri siano, in queste condizioni, tentati di investire in Italia.


Bersani in salita, senza numeri o intese esplicite Napolitano darà l’incarico a un altro
di Marzio Breda
(dal “Corriere della Sera”, 27 marzo 2013)

ROMA – Da laico pragmatico che cerca sempre di proiettare le proprie scelte su schemi empiricamente dimostrabili, è ovvio che Giorgio Napolitano non creda nei prodigi. Sarà dunque difficilissimo, per non dire impossibile, per il segretario del Pd, dopo aver ammesso che per fare il suo governo «serve un miracolo », ottenere che il preincarico ricevuto si trasformi in un incarico pieno se non avrà verificato – e se non ne darà prova – «l’esistenza di un sostegno parlamentare certo ».

Ora, poiché fino a ieri sera Bersani non aveva registrato (tranne qualche confuso segnale di fumo tutto da decifrare) concrete chance di guadagnarsi un voto di fiducia per dare il via a un esecutivo, sembra irreale per lui la speranza di incassare dal Quirinale il via libera per una sfida al buio. Anche se la fondasse su una lista di ministri di alto profilo e su un programma forte, rivendicando il diritto di un tentativo in aula, per inchiodare i singoli senatori alle loro responsabilità. Responsabilità che il candidato premier, come ha spiegato prendendo tempo fin quasi a Pasqua per chiudere la partita, potrebbero esser misurate «per gradazioni » diverse, distinguendo tra la scelta di «appoggiare, sostenere, consentire o magari opporsi condividendo però l’esigenza delle riforme », da parte delle forze politiche.

Così, ecco che il risultato elettorale ci riporta fatalmente alle alchimie della Prima Repubblica e alle formule escogitate allora per superare momenti critici assimilabili a quello di adesso. Ci fa ad esempio pensare alla breve ma utile stagione del governo «di tregua » di Giuseppe Pella, insediato dal presidente Einaudi nell’agosto 1953, dopo che le urne avevano sconvolto i precedenti equilibri. O, soprattutto, all’esperienza del governo «della non-sfiducia », guidato da Andreotti nel 1976 e che si resse sull’astensione del Pci negoziata tra l’uomo guida della Dc, Aldo Moro, e il comunista, Enrico Berlinguer.

Questo è il punto politico: posto che l’idea di Bersani si avvicini a tale modello e che sia concepita per contrattare a tutto campo il ricorso allo strumento delle uscite mirate dall’aula per abbassare il quorum e conquistare di volta in volta un via libera, c’è da dire che quella tecnica parlamentare si fondava su un accordo politico esplicito. Documentato dalla celebre foto della stretta di mano tra i leader e formalizzato da un documento ufficiale di Botteghe Oscure.

La domanda quindi è: potrà il Bersani che si affanna per mettere in cantiere un governo di minoranza vantare come sufficiente un’intesa del genere davanti a Napolitano? Se non sarà in grado di farlo e confidasse solo in qualche promessa sottobanco grazie a uno scouting sul Movimento 5 Stelle, oltre che sull’eterogeneo fronte (Pdl escluso) da lui consultato, l’investitura salterebbe. E anche evocare lo scenario che una settimana fa ha portato alla fortunosa elezione di Pietro Grasso e Laura Boldrini sarebbe inutile. In definitiva: dovrebbe rassegnarsi al fallimento e rinunciare.

In questo caso a rassegnarsi e a rinunciare non sarebbe però il capo dello Stato. Il quale cercherà comunque di dare vita al governo istituzionale (o del presidente o di scopo, a seconda dell’imprinting che avrà) fondato sulla grande coalizione di cui ha fatto cenno come uno sbocco ricorrente in Europa, per quanto abbia riconosciuto che da noi, nella situazione attuale, sarebbe invece arduo tenere a battesimo.

Potrebbe convocare al Quirinale nel giro di poche ore una personalità che probabilmente ha già individuato – si può immaginare un uomo politico con qualche esperienza istituzionale e di elevato standing in Europa, meglio se non digiuno di questioni economiche – e inviarlo alle Camere a farsi votare la fiducia. Mettendo lui, stavolta, la politica (e il Pd) di fronte alle sue responsabilità. Una decisione da prendere con urgenza sia perché le condizioni del Paese lo impongono sia perché dal 15 aprile le Assemblee dovrebbero convocarsi per eleggere il suo successore. E, se volesse sveltire i tempi, potrebbe perfino evitare un nuovo giro di consultazioni: basterebbe che si rifacesse a quanto disse Luigi Einaudi a Vittorio Gorresio, quando incaricò Pella: «La Costituzione non parla di consultazioni e si affida al criterio del capo dello Stato, e il mio criterio mi dice che in questo momento quello che è necessario è un governo ».

Chi potrebbe criticarlo, dopo una giornata infernale come ieri, che ha gettato tutti nello sgomento, e soprattutto Napolitano? Con le dimissioni del ministro Terzi, per effetto dell’improvvida gestione dell’affaire dei marò. Con la polemica Grasso-Travaglio che ora vede in scena pure Caselli. Con il sottile Franco Battiato che a Bruxelles si sganghera a definire un «troiaio » il Parlamento. Con Le Monde che dà ormai per morto Mario Monti. Con rancori e tensioni che trapelano in casa del partito democratico. Insomma: prima si chiude, meglio è.


I guai dei tecnici che vogliono fare i politici
di Luigi La Spina
(da “La Stampa”, 27 marzo 2013)

Infierire sarebbe così facile e così meritato che verrebbe voglia di cercare argomenti per difendere il governo e i due ministri competenti (?!), giustificare, in qualche modo, quella che il capo di stato maggiore ha definito, qualche giorno fa, «una farsa » e che, ieri, in Parlamento, ha superato persino i caratteri di un genere drammatico che, pure, ha grandi tradizioni e nobili interpreti. Ricorrere a quelle parole che cominciano tutte con la «s », come sconcerto, stupore, sgomento, sdegno e finiscono tutte con una condanna senza appello.

Oppure si potrebbe solleticare la complicità del lettore con l’irrisione e il sarcasmo, sfogando così l’amarezza e la vergogna per una figuraccia internazionale quale, nella storia della Repubblica, si fa fatica a ricordarne una somigliante. Una tentazione che promette un effetto brillante, ma che sarebbe imperdonabile accogliere, perché non si può davvero sorridere sulle spalle di due militari italiani in attesa di un processo che potrebbe condannarli, se non alla morte, a una lunga pena detentiva.

Meglio, allora, avvertire il rischio e sollecitare l’allarme davanti all’imprevedibile incrocio tra una crisi di governo, già molto complicata sullo sfondo di possibili nuove elezioni e uno «tsunami » devastante sul governo Monti , con riflessi negativi persino sul Quirinale. Istituzioni che, nel frattempo, dovrebbero reggere l’immagine dell’Italia sul piano internazionale, per evitare conseguenze gravi sui conti della nostra finanza e della nostra economia. Una situazione che, oggi, dovrebbe imporre a tutti i partiti, per un minimo di responsabilità nazionale, atteggiamenti che non cerchino di sfruttare il dibattito sul caso dei marò e delle dimissioni del ministro Terzi nell’occasione per una sfacciata e contingente propaganda politica.

L’occasione, invece, potrebbe essere anche utilizzata per cercare di rispondere alla domanda che, in queste ore, un po’ tutti si fanno. Perché quel governo Monti e quei «tecnici », chiamati in soccorso di una politica fallimentare, celebrati e celebratisi come i salvatori dell’Italia, rispettati in sede internazionale e stimati dalla stampa estera, stanno per concludere la loro esperienza, proprio su quella scena mondiale teatro di tante soddisfazioni, in un modo così disastroso? In un modo tale da cancellare, magari ingiustamente, un ricordo, nella memoria degli italiani, che poteva essere diverso?

C’è solo un motivo di consolazione, forse, in una vicenda dove è davvero difficile trovarne. Quella di un chiarimento, severo ma illuminante, sulla questione dei tecnici in politica. Una ipotesi auspicata fin dai lontani tempi del ministro repubblicano Visentini e che, periodicamente, si affaccia quando la politica si manifesta inadeguata a risolvere i nostri problemi. La delusione per questo epilogo del governo Monti potrebbe indurre alla errata conclusione che la competenza sia inutile o un ostacolo alla buona politica. Invece, proprio la lezione che si può trarre dal lavoro compiuto dal governo Monti, in questo anno e mezzo di attività, dimostra che i guai cominciano quando i tecnici esulano dalle loro competenze e sono sedotti dalla prospettiva di cambiare mestiere e di trasformarsi in politici. Tentazione che, sulla scia dell’esempio più importante, quello del presidente Monti, ha contagiato, ad un certo momento, anche il suo ministro degli Esteri.

Davanti a questa mutazione genetica così allettante, si palesano, allora, i dieci «peccati capitali » dei tecnici che vogliono cambiare mestiere: 1) La sopravvalutazione della competenza. Poiché è l’unico motivo per cui vengono chiamati, essi pensano che le loro teorie siano infallibili e, se producono errori, la colpa non è di teorie sbagliate, ma di realtà che sbagliano a non adeguarsi. 2) La pelle sottile. Abituati alle riverenze accademiche, non sopportano le durezze dello scontro politico. 3) L’ingenuità. Sottovalutano le capacità di interdizione delle burocrazie ministeriali, così potenti da far fallire qualsiasi progetto d’innovazione. 4) L’isolamento professionale. Se i consigliori decidono, chi consiglia i consigliori? 5) Un linguaggio che tradisce. Non c’è niente di peggio che scambiare un’aula di università, piena di studenti intimoriti, per un’assemblea parlamentare pronta ad azzannare chiunque. 6) Un’emozione che tradisce. Controllare i sentimenti non è facile, per chi non ha imparato la cinquantennale lezione di un Andreotti. 7) I tempi troppo veloci. La politica non consente le lentezze di chi è abituato a meditare troppo prima di rispondere (anche di fronte alle telecamere). 8) A proposito di tempi: sanno di essere ministri «a tempo », ma vorrebbero estendere all’infinito quella scadenza. 9) Suscitano troppe speranze, perché possano arginare le inevitabili delusioni. 10) Ultimo e più grave peccato: la vanità, per chi non è abituato a padroneggiarla, come gli attori o i politici, si trasforma sempre in un crudele boomerang.

In un mondo in cui si pensa di poter fare a meno dei medici, cercando le ricette su Internet, degli avvocati, sfogliando il codice, degli idraulici, ricorrendo agli esperti casalinghi del «fai da te » e, magari, pure dei giornalisti, utilizzando i più comodi tramiti comunicativi della «rete », sarebbe ora che anche i cosiddetti tecnici rispettassero le loro competenze e le loro professionalità e non invadessero quelle degli altri.


Meglio lasciare una poltrona che due soldati
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 27 marzo 2013)

Il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, ha lasciato volontariamente l’incarico governativo. Il motivo è facile da indovinare: la vicenda ingarbugliata dei marò, prima trattenuti in Italia, poi rispediti in fretta in India che pretende di processarli per omicidio.
Il caso è talmente noto da non richiedere di essere riassunto. Certo fa specie che il responsabile di un dicastero si dimetta da un esecutivo già dimissionario e in attesa di smobilitare per far posto a quello nuovo.
Il gesto di Terzi è apprezzabile sotto il profilo dello stile, ma non era necessario per due motivi. Primo, le decisioni del Consiglio dei ministri sono sempre collegiali; secondo, il pasticcio dei militari sballottati tra l’India e l’Italia non è stato provocato soltanto dalla Farnesina: tutti, ma proprio tutti, hanno contribuito a ingigantirlo.
Cerchiamo di spiegare. Le indagini svolte dalle autorità del Kerala sono piene di buchi. Il più vistoso riguarda i proiettili: quelli recuperati con l’autopsia sono calibro 7 e 62, incompatibili con i fucili Beretta in dotazione ai marò. Sarebbe bastato questo dato fondamentale per scagionare Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Invece, i soloni di casa nostra non hanno aperto becco quando sarebbe stato opportuno sollevare un polverone polemico.

Inoltre, la sera dell’incidente, nella stessa zona in cui si trovava la nave italiana, c’era una petroliera greca che denunciò di aver subìto un attacco piratesco. E anche questo dettaglio non è stato enfatizzato; non si comprende perché. Ma ciò che più stupisce è il comportamento dell’autorità giudiziaria del nostro Paese. Quando lo scorso Natale, dopo un negoziato diplomatico, i militari rimpatriarono per una breve vacanza, qui sarebbero dovuti rimanere ed essere sottoposti a un’inchiesta della magistratura. La quale, essendo indipendente esattamente come quella indiana, avrebbe avuto facoltà di arrestarli, interrogarli ed eventualmente rinviarli a giudizio. Infatti, l’azione penale è obbligatoria. Per cui, avuta notizia di un reato, addirittura omicidio, la Procura della Repubblica sarebbe stata tenuta ad agire secondo la legge, magari richiedendo per rogatoria la documentazione ai colleghi del Kerala.

Qualora l’India avesse reclamato, il nostro governo avrebbe avuto una risposta pronta e incontestabile: la giustizia italiana è autonoma, un potere non dipendente dall’esecutivo, e ha il diritto di giudicare cittadini che siano sospettati di avere violato i codici. Ovvio, sarebbe scoppiata una controversia internazionale; sempre meglio di una figura di palta. L’impressione che abbiamo ricavato fin dall’inizio da questa storia è stata molto brutta: un totale disinteresse per la sorte dei marò da parte di chi, viceversa, aveva l’obbligo di farsi in quattro per riportarli a casa. Non si trattava di due mercenari assoldati da un armatore, ma di due militari comandati di difendere un piroscafo dai pirati.
Non tutelare le Forze Armate è sintomo di scarso senso dello Stato, che non è rappresentato solamente dal ministro degli Esteri, ma da tutti i poteri dello Stato stesso. Ecco perché le dimissioni di Giulio Terzi, per quanto rivelino un nobile intento, sono insufficienti a chiudere la questione, peraltro destinata ad avere un seguito e un esito poco piacevoli. Non è una novità, almeno per noi, che il gabinetto tecnico di Mario Monti sia stato tra i peggiori della Repubblica, mai tuttavia avremmo immaginato una conclusione tanto ingloriosa della sua esperienza alla guida del Paese.
Il capo della Farnesina ieri è stato travolto dalle critiche per avere sbattuto la porta senza preavvertire il premier e il Quirinale. Si è «licenziato » in aula, cogliendo i parlamentari alla sprovvista. Il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, prendendo la parola dopo di lui, ha detto che, a differenza del collega, non abbandona la nave. Forse, però, è preferibile abbandonare la nave che i militari. E Giorgio Napolitano, irritato, ha definito irrituale l’uscita in quel modo di un ministro. D’accordo. Ma non è stato forse irrituale il metodo adottato per scaricare Latorre e Girone andando contro la linea scelta da Terzi che voleva trattenerli in Italia?


Letto 1365 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart