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Ho scritto al comitato parlamentare per i procedimenti d’accusa contro il capo dello Stato Giorgio Napolitano

14 Settembre 2012

Al comitato parlamentare per i procedimenti d’accusa contro il capo dello Stato Giorgio Napolitano
nelle persone:
– del presidente Marco Follini
– dei vicepresidenti Luigi Li Gotti e Alberto Balboni

Mi permetto da libero cittadino di scrivere a voi che rappresentate il comitato parlamentare per i procedimenti d’accusa contro il capo dello Stato per dichiarare la mia completa insoddisfazione circa le conclusioni a cui il comitato è pervenuto nell’esaminare la denuncia presentata dall’avv. Carlo Taormina.

In particolare, non credo che il comitato dovesse limitarsi a rispondere punto per punto alle osservazioni espresse nella denuncia, ma dovesse trarre da essa motivo di analisi più ampia ed approfondita circa i comportamenti del capo dello Stato, oggetto da mesi di forti sospetti che lo vogliono in qualche modo coinvolto in soccorso di Nicola Mancino nel processo in svolgimento a Palermo sulle già accertate (oltre che dalla magistratura anche dalla commissione Pisanu) trattative tra lo Stato italiano e la mafia.

Tali sospetti avrebbero dovuto sollecitare il comitato a fare assai di più di quel che ha fatto, e a non accogliere, ad esempio, l’invito del senatore Sarro. Queste le sue parole: “Considera le motivazioni elencate nell’ordinanza più che sufficienti a sostenere la necessità di giungere alla immediata archiviazione della denuncia per manifesta infondatezza senza procedere ad indagini od ulteriori approfondimenti. Non riguardano, d’altra parte, la competenza del Comitato altri aspetti o piani della vicenda di cui si è avuta larga eco sulla stampa di questi mesi.” Le ultime righe peraltro lasciano supporre che il dichiarante abbia o abbia avuto qualche riserva sulla materia discussa. Lo stesso vale per la dichiarazione del deputato Paolini: “D’altra parte, occorre evitare ogni possibile rischio che il Capo dello Stato possa essere messo in stato d’accusa sulla base di illazioni o notizie di stampa da verificare. Ciò determinerebbe infatti effetti istituzionali devastanti. A suo avviso, approfondimenti che riguardano la vicenda nel suo complesso possono essere eventualmente svolti in altre sedi specificamente competenti.”

Dello stesso avviso favorevole all’archiviazione il senatore Sanna, nonché, e soprattutto, la relazione introduttiva svolta dal presidente Follini.

La lettura del resoconto sommario, insomma, induce il cittadino a dubitare che il caso delle telefonate tra il senatore Mancino e il capo dello Stato non sia stato valutato nella sua giusta gravità.

E’ mio convincimento, infatti, che siano del tutto errate le affermazioni del comitato, secondo le quali la denuncia dell’avv. Taormina si basa, come dice, ad esempio,   lo stesso Paolini (ed anche altri) su “illazioni o notizie di stampa da verificare”.

Il comitato sembra non dare importanza al contenuto delle telefonate intercorse tra il senatore Mancino e il consigliere giuridico, nel frattempo defunto, Loris D’Ambrosio. Tale contenuto non è affatto frutto di illazioni o di notizie stampa, ma è depositato agli atti del processo e reso pubblico. Che non si tratti di interpolazione o di falso, lo dimostra il fatto che lo stesso D’Ambrosio si preoccupò di offrire a Napolitano le sue dimissioni, che vennero innaturalmente respinte, e mai confutò quelle telefonate.

Il motivo del rifiuto da parte di Napolitano delle dimissioni offerte da Loris D’Ambrosio, il quale lo aveva esposto in modo grave ai sospetti dell’opinione pubblica, avrebbero dovuto indurre il comitato a non archiviare così frettolosamente, e a porsi la domanda: Perché Napolitano non cacciò Loris D’Ambrosio? Domanda che non può non avere un suo peso, ove si voglia davvero tenere di conto ogni prova o indizio che possa arrivare ad accertare la verità.

Altra considerazione che il comitato ha mancato di fare, invece che frettolosamente archiviare, è questa: Visto che D’Ambrosio assicurava a Mancino l’interessamento del capo dello Stato, non sarebbe stato opportuno (secondo me: necessario) acquisire i nastri che contengono le telefonate tra Mancino e il capo dello Stato? La ragione che avrebbe consentito l’acquisizione presso la magistratura di Palermo è più che giustificata e di forte motivazione, inducendo le telefonate di D’Ambrosio a sospettare che il capo dello Stato abbia interferito nel processo. Non solo, ma che il contenuto delle sue conversazioni telefoniche con Mancino potesse avere una qualche colleganza con il contenuto delle telefonate intercorse tra il suo consigliere e Mancino.

Inoltre, aldilà della lettera del 4 aprile 2012 inviata dal Quirinale al procuratore generale della Cassazione, che accoglie sorprendentemente la richiesta insistente di Mancino e avanza una richiesta del tutto inutile poiché il domandato coordinamento già esisteva per decisione del Csm e funzionava correttamente (come dichiarato dal procuratore nazionale dell’antimafia Pietro Grasso) e quindi il Quirinale non poteva non esserne a conoscenza (il capo dello Stato è, come noto, presidente del Csm), il comitato avrebbe dovuto valutare adeguatamente il perché, dopo quella lettera, il 16 aprile, il procuratore generale della Cassazione chieda (lo dice nella sua risposta scritta Pietro Grasso) allo stesso Grasso di avocare a sé le indagini.

Non ha pensato, il comitato, che, in forza di questa circostanza, la inutile richiesta di coordinamento fatta dal Quirinale potesse contenere invece uno stimolo intrinseco utile a produrre un qualche altro effetto, mobilitando in specie il procuratore generale della Cassazione verso una richiesta a Grasso di avocazione delle indagini? Come si capisce, le telefonate tra Mancino e il capo dello Stato sono ineludibili e centrali, onde valutare se possano sussistere le condizioni per avviare un procedimento di accusa contro il capo dello Stato. Tali ragionamenti, invece, non appaiono aver sfiorato la mente di nessuno dei membri del comitato.

Il mio dissenso e la mia insoddisfazione, dunque, sono massimi. Se proprio il comitato non riteneva di sua competenza procedere agli approfondimenti (e perché mai?) avrebbe dovuto almeno non archiviare, e trasmettere gli atti all’organo che avesse ritenuto competente.

Per concludere, volendo in qualche modo richiamare anche le vostre responsabilità sulla materia, onde fermare l’eventuale atto vandalico, è mio convincimento che la distruzione dei nastri – senza che il loro “scottante” contenuto (l’aggettivo è del senatore Luigi Li Gotti, che nel dibattito se ne deve essere dimenticato, ed invece contavo molto sul suo intervento, deludente) sia portato a conoscenza dei cittadini, onde sciogliere ogni ombra che inevitabilmente continuerebbe a gravare non tanto sulla persona ma sulla istituzione più alta della repubblica – rappresenterebbe una barbarie di Stato, sottraendo agli storici materiale utile (almeno politicamente) per analizzare e capire che cosa sia avvenuto realmente tra lo Stato e la mafia, e quanto le istituzioni si siano mosse per allontanare o nascondere la verità. Napolitano potrebbe appartenere ad una di quest’ultime (spero di no, ma toccherebbe anche a lui diradare i sospetti sempre più incalzanti), e sarebbe grave che chi poteva esigere la trasparenza necessaria in vicende oscure come queste, avesse preferito lavarsene le mani, offendendo in questo modo pilatesco i cittadini, e dunque la democrazia e la repubblica.

Lo ripeto: spero che il nostro presidente sia innocente. Il caso contrario, e le resistenze alla verità che mi paiono voler perseguire chi pretende trasparenza e imparzialità, mi indurrebbero a rimpiangere di essermi trovato a vivere (ho settant’anni) del tutto disarmato un così turpe periodo del Paese in cui sono nato e che amo.

Chiedo quindi che di questa mia lettera si prenda atto affinché di nuovo sia cercata la verità da parte di chiunque sia chiamato a difendere i valori della democrazia e della nostra repubblica.

Come ho scritto al procuratore capo di Palermo (qui), anche a voi chiedo venia per le mie inesattezze e insufficienze.

(segue indirizzo e numero di telefono)


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