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«Il pm non poteva spiare il Colle ». E la procura interroga Violante

14 Settembre 2012

di Anna Maria Greco
(da “il Giornale”, 14 settembre 2012)

La Consulta si prepara a dire due sì al Quirinale.
Non solo per l’ammissibilità del ricorso il 19 settembre, ma anche dando ragione a Giorgio Napolitano sul conflitto di attribuzione sollevato contro la Procura di Palermo, che ha intercettato i suoi colloqui con l’ex ministro Nicola Mancino.Dopo il via libera di mercoledì, che viene dato per scontato, i quindici giudici costituzionali entreranno nel merito della delicata vicenda ed entro la fine dell’anno dovrebbe arrivare la sentenza.

Le indiscrezioni che filtrano dal Palazzo della Consulta parlano di una stragrande maggioranza a favore della tesi sostenuta, per il presidente della Repubblica, dall’Avvocatura dello Stato: i pm non potevano spiare le conversazioni di Napolitano, anche se intercettate indirettamente sul telefono sotto controllo di Mancino, e ora non possono utilizzare i nastri anche se fossero (e già la Procura ha anticipato che non lo sarebbero) penalmente rilevanti nell’indagine sulla trattativa tra Stato e mafia. Devono subito distruggerli.La Procura di Palermo, a incominciare dal capo Francesco Messineo e dall’aggiunto Antonio Ingroia, secondo queste anticipazioni uscirebbe sconfitta dal clamoroso braccio di ferro con il Quirinale. Un braccio di ferro che scuote e divide la sinistra, con un capo dello Stato dal passato Pd e un pm militante che proviene da Magistratura democratica come Ingroia, che incarna le battaglie delle correnti di sinistra per difendere lo strapotere degli inquirenti, a incominciare dall’uso senza troppi limiti delle intercettazioni. Stavolta, a vincere sarebbero le «istituzioni di sinistra » contro il «partito dei giudici », sostenuto dalla stessa parte politica. Si attende una sentenza «politica », mentre a Palermo i pm interrogano per 2 ore Luciano Violante che, da presidente della Commissione Antimafia, nel 1993 chiese e ottenne dall’allora ministro dell’Interno Mancino una relazione della Dia in cui si parlava di pactum scelleris tra politici e mafiosi dopo le stragi.

Il presidente della Corte costituzionale Alfonso Quaranta, il cui mandato scade a gennaio, ci tiene a gestire fino in fondo e bene il conflitto d’attribuzione. Per questo il verdetto dovrà arrivare entro dicembre, mentre a Palermo rimane congelata l’udienza davanti al gip per decidere se acquisire agli atti o distruggere le conversazioni di Napolitano. Per garantire un’immagine di imparzialità e facilitare un accordo tra le diverse componenti della Consulta, Quaranta ha nominato già dalla fase dell’ammissibilità due relatori scelti dal parlamento: Gaetano Silvestri, per il centrosinistra e Giuseppe Frigo per il centrodestra. Nel collegio sarebbero ben pochi (e anche quelli restii a mettersi contro il Quirinale) a propendere per le tesi della Procura, secondo la quale nessuna norma della Costituzione impedisce l’intercettazione indiretta del capo dello Stato e l’uso giudiziario delle conversazioni.

L’unica concessione, nella sentenza, potrebbe riguardare l’obbligo di interruzione immediata delle intercettazioni, appena accertato che parla l’inquilino del Quirinale. Ma il no sarebbe categorico sull’uso delle telefonate nell’indagine e nel processo e sulla necessità della distruzione.

Sul sì della Corte Costituzionale all’ammissibilità del ricorso non ci sarebbero dubbi: «fondati » i presupposti soggettivi e oggettivi: che cioè il presidente della Repubblica sia un «potere dello Stato » e così il pm e che siano in discussione l’articolo 90 della Costituzione e le leggi sulle prerogative del Capo dello Stato, l’ampiezza della sua immunità e le procedure in caso di intercettazione «indiretta ». Diversi costituzionalisti hanno spiegato che il ricorso ha basi solide. Quanto al merito, spiega Michele Ainis, la decisione sarà di diritto, ma anche «politica », sull’opportunità e le ricadute legate al ruolo del capo dello Stato.


Il conflitto di attribuzione e le “non notizie”
di Daniela Gaudenzi
(da “il Fatto Quotidiano”, 14 settembre 2012)

Dopo giorni di titoli e copertine dedicati al cosiddetto“caso Ingroia”  per il suo intervento alla  Versiliana,dove ha ribadito le cose che dice da sempre, il focus mediatico riguardo al conflitto di attribuzioni sollevato dal Quirinale contro la procura di Palermo si è concentrato su due  non notizie.

La prima consiste nel rigetto da parte del Comitato parlamentare per i procedimenti d’accusa, presieduto da  Marco Follini,  dell’esposto-denuncia contro il Capo dello Stato da parte dell’ex deputato Pdl ed avvocato penalista  Carlo Taormina,  già noto come pasdaran anti-procure quando era di casa ad Arcore.

Con accenti alquanto veementi il denunciante accusa il capo dello Stato di aver attentato alla Costituzione  “tentando di interferire nell’attività dei magistrati di Palermo che stanno in dagando sulla  trattativa Stato-Mafia. Naturalmente Taormina sostiene che è stato mosso a questa richiesta, che non ha precedenti, solo dalla sua  “personale indignazione per il fatto che il vertice delle istituzioni abbia tramato affinché non si accertasse la verità”  e riconosce di essersi basato su ricostruzioni giornalistiche, ma  “dettagliate”. L’esito dell’esposto, al di là delle reali motivazioni e finalità,  a cui non ha dato seguito nessun rappresentante del comitato era dunque scontato: archiviazione.

In modo speculare ed analogo era  pacifica e scontata  l’ ammissibilità del conflitto di attribuzione sollevato dal capo dello Stato, anch’esso in questi termini senza precedenti, davanti alla Consulta in merito alle intercettazioni indirette con  Nicola Mancino. Come avevano chiaramente spiegato molti costituzionalisti, tra cui  Alessandro Pace, quando il parlamento italiano coprendosi di ridicolo oltre che di vergogna aveva sollevato  il conflitto di attribuzione contro la procura ed il gip di Milano   (rei di aver chiesto ed accolto il giudizio immediato per Berlusconi imputato di concussione e prostituzione minorile) l’ammissibilità anche nelle ipotesi più  “improbabili”  è scontata e non ha niente a che fare con la fondatezza del conflitto.

Naturalmente ci ricordiamo che fine abbia fatto davanti alla corte Costituzionale il conflitto di attribuzioni fondato sul presupposto che Berlusconi avesse ripetutamente telefonato in questura per affidare  Ruby  alla  Minetti  nel convincimento che si trattasse della nipote di Mubarak e dunque nell’esercizio delle sue funzioni di  presidente del Consiglio.

Senza voler naturalmente istituire alcun parallelismo sulla fondatezza di due conflitti di attribuzione ovviamente inaccostabili, anche se accomunati da una palese inopportunità, balza agli occhi come le stesse testate che al tempo del caso Ruby ospitavano pagine di interviste ad eminenti costituzionalisti per spiegare, correttamente, ai propri lettori che l’ammissibilità è scontata e non anticipa in alcun modo il giudizio nel merito, abbiano ribaltato la prospettiva. Oggi per avvalorare la fondatezza dell’iniziativa di Napolitano, molti giorni prima della pronuncia della Consulta, titolano con grandissima evidenza,  Repubblica  in primis,  che secondo fondate indiscrezioni la Corte Costituzionale lo considererà ammissibile come se fosse qualcosa di imprevedibile o un grande scoop.

D’altronde sempre più spesso i contenuti o le notizie reali fondate sui fatti sono sovrastate dall’enfasi o dal pathos artificioso di cui le si vuole rivestire per deformarle.

Un esempio che ho constato direttamente è stato, per rimanere strettamente in argomento, il vespaio che ha incredibilmente suscitato l’intervento di  Antonio Ingroia alla festa del Fatto, dove ha ribadito concetti ed argomenti per lui irrinunciabili sui quali si era soffermato puntualmente, quasi con le stesse parole solo tre giorni prima, senza suscitare particolari reazioni.

Nella conversazione-intervista  A vent’anni dalle stragi  all’interno del Premio giornalistico  Ilaria Alpi,  Antonio Ingroia che ha sostituito quasi all’ultimo  Nino Di Matteo  ha rivendicato, a proposito delle sua presunta “discesa” in politica,  il diritto costituzionale di ogni cittadino all’elettorato passivo; ha sottolineato come solo il  rinnovamento interno alla magistratura  e  “l’interesse e la partecipazione di una società che ci crede”  abbiano consentito di portare avanti il lavoro iniziato da Falcone e Borsellino; ha ricordato come nel ’97 la procura di Milano s’imbatté in intercettazioni indirette su Scalfaro, le trascrisse e le depositò e come l’allora ministro della Giustizia  Flick  sollecitò un intervento legislativo in materia, mai realizzato, mentre il presidente della Repubblica si guardò bene dal sollevare qualsiasi conflitto.

E per completezza di informazione non ha manifestato nessuna dissociazione o palese dissenso, pur evitando accuratamente di rispondere a domande dirette sull’inchiesta, davanti alla ricostruzione impietosa e puntuale di  Saverio Lodato  che riferendosi senza giri di parole a Mancino  “uomo solo che non vuole rimanere con il cerino in mano”,  ha invitato  tutti  i politici coinvolti a collaborare, finalmente.

A Riccione c’erano “solo” alcune centinaia di persone che hanno seguito con interesse e partecipazione ed hanno manifestato la loro solidarietà ad Ingroia durante e dopo l’intervista.   Non poteva dunque definirsi “una manifestazione di piazza” da mettere all’indice come ha fatto abbastanza incredibilmente a proposito della Versiliana la vicepresidente dell’Anm  Anna Canepa  e non era l’occasione opportuna per attaccare ancora una volta, come ha fatto molta stampa “responsabile”, un concorrente scomodo e di successo.


CASO NAPOLITANO.Su Violante leggete questa perla rintracciata di Marco Travaglio. Al tempo di Cossiga Violante diceva tutto il contrario di quanto succede oggi. Ricordiamocene quando si andrà a votare. Qui.


CASO NAPOLITANO. Ancora Marco Travaglio: “La corte cortigiana”. Qui.


CASO NAPOLITANO. Il verdetto della consulta non è affatto scontato. Qui.


CASO NAPOLITANO. Vietato ai magistrati avvicinarsi alla verità. Qui.


CASO NAPOLITANO. Ingroia: perché in Guatemala? Qui.</em>


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Bart