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LETTERATURA: I MAESTRI: Emozioni e pensieri

23 Novembre 2013

di Arrigo Benedetti
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 5 giugno 1969]

Politica come vizio

¬ę Perch√© la politica ci osses ¬≠siona? ¬Ľ. Ce lo chiedevamo spesso, ma io ricordo un gior ¬≠no malinconico quando la do ¬≠manda rest√≤ sospesa fra noi. Evitammo di rispondere, quasi temessimo che ci saremmo finalmente decisi ad ammettere la vanit√† della nostra passio ¬≠ne. E la nostra sconfitta.

¬ę E’ vero ¬Ľ ammise l’amico d’infanzia, in un’altra occa ¬≠sione. Alludeva alla frase d’un mio scritto, per la quale noi venuti al mondo nel 1910 √Ę‚ÄĒ e pure gli altri nati in quegli anni √Ę‚ÄĒ abbiamo sofferto fatti politici e militari abituandoci a essi come a una droga, a cui si chiede sollievo dalla noia o dall’angoscia, non so. Bam ¬≠bini ai tempi della guerra li ¬≠bica, fummo in grado di sen ¬≠tire lo sgomento, dopo le in ¬≠fatuazioni, d’un giorno di maggio del 1915. Capimmo l’assurdit√† della guerra di trin ¬≠cea. Ci parve √Ę‚ÄĒ l’essere se ¬≠polti nel fango per poi emer ¬≠gerne e correre con la baionet ¬≠ta innestata contro il nemico √Ę‚ÄĒ una prova inevitabile, co ¬≠me la confessione dei peccati e l’amore fisico. La trincea per noi era un letto in cui ran ¬≠nicchiarsi. Se i grandi descri ¬≠vevano le fucilazioni, erava ¬≠mo colui che bendato aspet ¬≠tava sulla sedia o al palo. Dopo la guerra, vedemmo dal ¬≠la finestra aggressioni di gio ¬≠vani spavaldi contro anziani. Questi ci apparvero miseri, qualunque fosse la loro condi ¬≠zione economica. Un giorno del 1920, seppi che avevano bastonato il padre dell’amico d’infanzia, e mi chiesi: ¬ę Picchieranno anche il mio? ¬Ľ. L’i ¬≠dea d’un nuovo conflitto mon ¬≠diale ci accompagn√≤ nella gio ¬≠vinezza, negli anni della pri ¬≠ma maturit√†. Anche quando lo deprecavamo, non sapevamo sottrarci alla suggestione del fantasma malefico della guer ¬≠ra. Ci chiedevamo se fosse necessario abbandonarvisi per il generale cambiamento in cui speravamo. Un grande maestro a cui mi confidai tac ¬≠que dubbioso. Soffriva, lo vidi.

Guerre, violenze squadristiche, ipotesi di rivoluzioni, di nuovi conflitti ci avvezzarono alla passione politica, non a partecipare alla vita pubbli ¬≠ca. Talvolta c’illudevamo d’essere idonei a militare in un partito, poi ce ne ritraeva ¬≠mo, per assistere meglio allo spettacolo degli eventi. Ne venne un vizio mentale, giustificato dal bisogno illuministico d’un mondo migliore, bench√©, intellettualmente scaltri, sapessimo che non avremmo potuto essere mai soddi ¬≠sfatti delle novit√†. Saremo li ¬≠beri, non ci baster√†, diceva ¬≠mo, ma non dobbiamo unirci al probabile coro di chi dir√†: ¬ę Niente cambia! ¬Ľ.

Nei colloqui, articolati con allusioni, stavo sempre per chiedere: ¬ę Non mi sarei da ¬≠to con maggiore abbandono alla letteratura e alla fanta ¬≠sia, se, fin da bambino, non fossi stato distratto dalla sto ¬≠ria che si fa? Oh, avessi resi ¬≠stito all’incanto della politica, mentre nell’infanzia soffrivo appena qualcuno diceva ch’√® una cosa sporca! ¬Ľ

Rivoluzione culturale

Sar√† per il cambiamento del clima, al quale sono tanto sen ¬≠sibile, o per altri elementi che poco avvertiti feriscono o le ¬≠vano il gusto di vivere. Op ¬≠pure, mi dico, sfogliando una rivista, m’irritano le fotogra ¬≠fie di Mao, solenne divinit√† adorata, quasi, si suppone, per la grassezza, e di Lin Piao che ostenta il libriccino del nuovo conformismo, imitato nella fo ¬≠to √Ę‚ÄĒ direi malvolentieri – da Ciu En-lai, come se il ge ¬≠sto umiliasse un uomo dagli occhi tanto tristi.

A ogni rivoluzione cultura ¬≠le, pure a quella rancorosa, confusa e salottiera all’italia ¬≠na, seguono istanti di stan ¬≠chezza. Allora, qualcuno ne profitta ed emerge: in Cina forse coloro che la rivoluzio ¬≠ne avevano suscitato, e che poi hanno spento. Da noi che avverr√†? L’immagine d’un ca ¬≠techismo da alzare, affinch√© sia visibile la prova dell’ob ¬≠bedienza, mi perseguita. Nel ¬≠l’attuale disordine italiano vi sono temi di protesta auten ¬≠tica che sono stati miei e lo restano: l’inadeguatezza della scuola, la speculazione immo ¬≠biliare, la sofisticazione dei cibi, il sistema carcerario, la miseria persistente dietro il velo del benessere, la pigrizia morale. Spaventa per√≤ che temi molto italiani siano usati come libriccini, e che non vengano posti per essere risolti. Anzi, chi se ne serve dichiara in anticipo di non voler collaborare alla loro soluzione, temendo d’essere scambiato per un riformista.

A un amico

Smettila di esprimere i tuoi sentimenti che suppongo autentici parlando sempre di classe e di padroni. Descrivi, piuttosto, la realtà italiana, fedelmente.

Il tu dei giovani

L’abitudine prevale e pu√≤ diventare liberatrice. Il pas ¬≠saggio dalla terza alla secon ¬≠da persona avviene talvolta con felice spontaneit√†: mo ¬≠mento conclusivo in cui si bruciano la diffidenza e la spocchia che ci separava dal prossimo.

C’√®, nel prevalere del tu, la conclusione d’una crisi mo ¬≠rale lenta e quasi inavverti ¬≠bile all’inizio, e poi affretta ¬≠tasi e diventata chiassosa. Per capirlo √® utile leggere, senza pregiudizi in pro o contro, l’epistolario di Luigi Albertini: d’uno appartenente a un ceto professionale √Ę‚ÄĒ quello di noi giornalisti √Ę‚ÄĒ nel cui ambito ormai non c’√® praticante che non dia il tu al collega non dico pi√Ļ bravo ma pi√Ļ vecchio.

Ai tempi della guerra di Libia, il direttore del Corriere dava il tu solo ai fratelli Al ¬≠berto e Antonio e agli amici personali, ai parenti. Il lei e voi paiono garantirgli √Ę‚ÄĒ considerazione, questa, ancora valida √Ę‚ÄĒ il distacco necessa ¬≠rio nelle relazioni di lavoro. Non a caso, con cosciente do ¬≠satura, direi da quando il grande giornalista divent√≤ se ¬≠natore del regno, il tu comin ¬≠ci√≤ a essere scambiato con persone magari conosciute da poco, a Palazzo Madama, a Roma. Influenza della capi ¬≠tale politica? E’ comunque un’evoluzione che gli anziani hanno constatato in famiglia. Ricordo che mio padre agli amici di giovinezza dava del lei, e li chiamava per cogno ¬≠me. Invece, con facilit√†, dopo la prima guerra mondiale, cominci√≤ a servirsi del tu con amici pi√Ļ giovani; presto anzi s’abitu√≤ a chiamarli col nome di battesimo.

Oggi si corre verso il tu generalizzato, quasi ovvio, che, non privo d’una certa naturalezza, aiuta a non appartarsi, vantaggio sicuro appena sia salva la lealt√†. L’anziano de ¬≠ve togliere al tu ogni sfuma ¬≠tura d’accondiscendenza; il giovane non pu√≤ dargli il sen ¬≠so lugubre d’una svalutazione fisiologica. Come dire: Leva ¬≠ti, riconosciti inutile, non cre ¬≠dere di poter competere solo perch√© intanto servi intatta la validit√† della mente. Gli uni e gli altri, infine, non deb ¬≠bono dare al tu l’accezione che gli si conferisce in carceri o in altri luoghi di concentramento: insomma, dell’uguaglianza nella pena e nell’umiliazione.

Storia sacra

¬ę Uh, il vecchio egoista sul ¬≠l’asino, e la donna con bam ¬≠bino a piedi… ¬Ľ.
¬ę Uh, la giovane col bambi ¬≠no sull’asino, e il povero vec ¬≠chio che la segue… ¬Ľ.

La scena della fuga in Egit ¬≠to per sottrarsi agli infanticidi ordinati da Erode, m’√® rima ¬≠sta in mente da quando alle elementari si leggeva la ¬ę Sto ¬≠ria sacra ¬Ľ. Per me, riassume visivamente la demagogia pro ¬≠testataria.

Mi torn√≤ in mente, la sce ¬≠na di Maria e di Giuseppe con Ges√Ļ infante, nel giu ¬≠gno del 1967. Se, invece di sottrarsi all’assedio terroristi ¬≠co di paesi poveri sostenuti, a patto che si svenino, dalla seconda potenza mondiale, gli israeliani si fossero lasciati sopraffare: ¬ę Era inevitabile √Ę‚ÄĒ avremmo sentito √Ę‚ÄĒ restano imbelli come lo erano nei ghet ¬≠ti ¬Ľ. Siccome resistettero e fu ¬≠rono costretti a vincere, il ri ¬≠cordo della condizione vile in cui gli ebrei vissero per se ¬≠coli, svanisce; e pare quasi che essi abbiano conquistato la Palestina come Cortez s’im ¬≠padron√¨ nel Messico di Montezuma.

Non si dimentica solo che le relazioni religiose non era ¬≠no mai state sciolte, ma si trascura un particolare. Negli anni corsi fra l’inizio dell’im ¬≠migrazione sionista e la na ¬≠scita dello Stato d’Israele, gli arabi convissero con gli ebrei venuti da lontano, gli vendet ¬≠tero pezzi di deserto che, non per miracolo ma per forza di ingegno, o, se √® lecito dirlo, di cultura, diventarono rasso ¬≠miglianti e fertili come la To ¬≠scana tra Firenze e Siena.

Ne era venuto un contrasto sociale, componibile solo qua ¬≠lora, non le due razze, ma le due comunit√† religiose e lin ¬≠guistiche avessero collaborato per creare un benessere comu ¬≠ne. Invece, cominciarono gli innocenti rimpianti: ¬ę Pensare che quel pascolo verde era nostro ¬Ľ dicevano gli arabi di ¬≠menticando la brughiera ven ¬≠duta ai coloni giunti dall’Eu ¬≠ropa. ¬ę S√¨, era tuo ¬Ľ sussurra ¬≠vano gli Iago pronti a semi ¬≠nare biblicamente zizzania. La propaganda, e le manovre sottili in cui essa s’articola, costrinsero uomini pacifici, anzi imbelli √Ę‚ÄĒ pu√≤ dirsi senza offesa √Ę‚ÄĒ a diventare militari e coraggiosi. Comuni ¬≠t√† gelose della propria indi ¬≠pendenza si trovarono a col ¬≠laborare e a diventare l’ossa ¬≠tura d’uno Stato che i gruppi religiosi contestano √Ę‚ÄĒ √® il termine opportuno √Ę‚ÄĒ e spes ¬≠so condannano, sebbene essi con la loro ortodossia colla ¬≠borino a rafforzarlo.


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Bart