Emozioni e pensieri

di Arrigo Benedetti
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 5 giugno 1969]

Politica come vizio

« Perché la politica ci osses ­siona? ». Ce lo chiedevamo spesso, ma io ricordo un gior ­no malinconico quando la do ­manda restò sospesa fra noi. Evitammo di rispondere, quasi temessimo che ci saremmo finalmente decisi ad ammettere la vanità della nostra passio ­ne. E la nostra sconfitta.

« E’ vero » ammise l’amico d’infanzia, in un’altra occa ­sione. Alludeva alla frase d’un mio scritto, per la quale noi venuti al mondo nel 1910 â— e pure gli altri nati in quegli anni â— abbiamo sofferto fatti politici e militari abituandoci a essi come a una droga, a cui si chiede sollievo dalla noia o dall’angoscia, non so. Bam ­bini ai tempi della guerra li ­bica, fummo in grado di sen ­tire lo sgomento, dopo le in ­fatuazioni, d’un giorno di maggio del 1915. Capimmo l’assurdità della guerra di trin ­cea. Ci parve â— l’essere se ­polti nel fango per poi emer ­gerne e correre con la baionet ­ta innestata contro il nemico â— una prova inevitabile, co ­me la confessione dei peccati e l’amore fisico. La trincea per noi era un letto in cui ran ­nicchiarsi. Se i grandi descri ­vevano le fucilazioni, erava ­mo colui che bendato aspet ­tava sulla sedia o al palo. Dopo la guerra, vedemmo dal ­la finestra aggressioni di gio ­vani spavaldi contro anziani. Questi ci apparvero miseri, qualunque fosse la loro condi ­zione economica. Un giorno del 1920, seppi che avevano bastonato il padre dell’amico d’infanzia, e mi chiesi: « Picchieranno anche il mio? ». L’i ­dea d’un nuovo conflitto mon ­diale ci accompagnò nella gio ­vinezza, negli anni della pri ­ma maturità. Anche quando lo deprecavamo, non sapevamo sottrarci alla suggestione del fantasma malefico della guer ­ra. Ci chiedevamo se fosse necessario abbandonarvisi per il generale cambiamento in cui speravamo. Un grande maestro a cui mi confidai tac ­que dubbioso. Soffriva, lo vidi.

Guerre, violenze squadristiche, ipotesi di rivoluzioni, di nuovi conflitti ci avvezzarono alla passione politica, non a partecipare alla vita pubbli ­ca. Talvolta c’illudevamo d’essere idonei a militare in un partito, poi ce ne ritraeva ­mo, per assistere meglio allo spettacolo degli eventi. Ne venne un vizio mentale, giustificato dal bisogno illuministico d’un mondo migliore, benché, intellettualmente scaltri, sapessimo che non avremmo potuto essere mai soddi ­sfatti delle novità. Saremo li ­beri, non ci basterà, diceva ­mo, ma non dobbiamo unirci al probabile coro di chi dirà: « Niente cambia! ».

Nei colloqui, articolati con allusioni, stavo sempre per chiedere: « Non mi sarei da ­to con maggiore abbandono alla letteratura e alla fanta ­sia, se, fin da bambino, non fossi stato distratto dalla sto ­ria che si fa? Oh, avessi resi ­stito all’incanto della politica, mentre nell’infanzia soffrivo appena qualcuno diceva ch’è una cosa sporca! »

Rivoluzione culturale

Sarà per il cambiamento del clima, al quale sono tanto sen ­sibile, o per altri elementi che poco avvertiti feriscono o le ­vano il gusto di vivere. Op ­pure, mi dico, sfogliando una rivista, m’irritano le fotogra ­fie di Mao, solenne divinità adorata, quasi, si suppone, per la grassezza, e di Lin Piao che ostenta il libriccino del nuovo conformismo, imitato nella fo ­to â— direi malvolentieri – da Ciu En-lai, come se il ge ­sto umiliasse un uomo dagli occhi tanto tristi.

A ogni rivoluzione cultura ­le, pure a quella rancorosa, confusa e salottiera all’italia ­na, seguono istanti di stan ­chezza. Allora, qualcuno ne profitta ed emerge: in Cina forse coloro che la rivoluzio ­ne avevano suscitato, e che poi hanno spento. Da noi che avverrà? L’immagine d’un ca ­techismo da alzare, affinché sia visibile la prova dell’ob ­bedienza, mi perseguita. Nel ­l’attuale disordine italiano vi sono temi di protesta auten ­tica che sono stati miei e lo restano: l’inadeguatezza della scuola, la speculazione immo ­biliare, la sofisticazione dei cibi, il sistema carcerario, la miseria persistente dietro il velo del benessere, la pigrizia morale. Spaventa però che temi molto italiani siano usati come libriccini, e che non vengano posti per essere risolti. Anzi, chi se ne serve dichiara in anticipo di non voler collaborare alla loro soluzione, temendo d’essere scambiato per un riformista.

A un amico

Smettila di esprimere i tuoi sentimenti che suppongo autentici parlando sempre di classe e di padroni. Descrivi, piuttosto, la realtà italiana, fedelmente.

Il tu dei giovani

L’abitudine prevale e può diventare liberatrice. Il pas ­saggio dalla terza alla secon ­da persona avviene talvolta con felice spontaneità: mo ­mento conclusivo in cui si bruciano la diffidenza e la spocchia che ci separava dal prossimo.

C’è, nel prevalere del tu, la conclusione d’una crisi mo ­rale lenta e quasi inavverti ­bile all’inizio, e poi affretta ­tasi e diventata chiassosa. Per capirlo è utile leggere, senza pregiudizi in pro o contro, l’epistolario di Luigi Albertini: d’uno appartenente a un ceto professionale â— quello di noi giornalisti â— nel cui ambito ormai non c’è praticante che non dia il tu al collega non dico più bravo ma più vecchio.

Ai tempi della guerra di Libia, il direttore del Corriere dava il tu solo ai fratelli Al ­berto e Antonio e agli amici personali, ai parenti. Il lei e voi paiono garantirgli â— considerazione, questa, ancora valida â— il distacco necessa ­rio nelle relazioni di lavoro. Non a caso, con cosciente do ­satura, direi da quando il grande giornalista diventò se ­natore del regno, il tu comin ­ciò a essere scambiato con persone magari conosciute da poco, a Palazzo Madama, a Roma. Influenza della capi ­tale politica? E’ comunque un’evoluzione che gli anziani hanno constatato in famiglia. Ricordo che mio padre agli amici di giovinezza dava del lei, e li chiamava per cogno ­me. Invece, con facilità, dopo la prima guerra mondiale, cominciò a servirsi del tu con amici più giovani; presto anzi s’abituò a chiamarli col nome di battesimo.

Oggi si corre verso il tu generalizzato, quasi ovvio, che, non privo d’una certa naturalezza, aiuta a non appartarsi, vantaggio sicuro appena sia salva la lealtà. L’anziano de ­ve togliere al tu ogni sfuma ­tura d’accondiscendenza; il giovane non può dargli il sen ­so lugubre d’una svalutazione fisiologica. Come dire: Leva ­ti, riconosciti inutile, non cre ­dere di poter competere solo perché intanto servi intatta la validità della mente. Gli uni e gli altri, infine, non deb ­bono dare al tu l’accezione che gli si conferisce in carceri o in altri luoghi di concentramento: insomma, dell’uguaglianza nella pena e nell’umiliazione.

Storia sacra

« Uh, il vecchio egoista sul ­l’asino, e la donna con bam ­bino a piedi… ».
« Uh, la giovane col bambi ­no sull’asino, e il povero vec ­chio che la segue… ».

La scena della fuga in Egit ­to per sottrarsi agli infanticidi ordinati da Erode, m’è rima ­sta in mente da quando alle elementari si leggeva la « Sto ­ria sacra ». Per me, riassume visivamente la demagogia pro ­testataria.

Mi tornò in mente, la sce ­na di Maria e di Giuseppe con Gesù infante, nel giu ­gno del 1967. Se, invece di sottrarsi all’assedio terroristi ­co di paesi poveri sostenuti, a patto che si svenino, dalla seconda potenza mondiale, gli israeliani si fossero lasciati sopraffare: « Era inevitabile â— avremmo sentito â— restano imbelli come lo erano nei ghet ­ti ». Siccome resistettero e fu ­rono costretti a vincere, il ri ­cordo della condizione vile in cui gli ebrei vissero per se ­coli, svanisce; e pare quasi che essi abbiano conquistato la Palestina come Cortez s’im ­padronì nel Messico di Montezuma.

Non si dimentica solo che le relazioni religiose non era ­no mai state sciolte, ma si trascura un particolare. Negli anni corsi fra l’inizio dell’im ­migrazione sionista e la na ­scita dello Stato d’Israele, gli arabi convissero con gli ebrei venuti da lontano, gli vendet ­tero pezzi di deserto che, non per miracolo ma per forza di ingegno, o, se è lecito dirlo, di cultura, diventarono rasso ­miglianti e fertili come la To ­scana tra Firenze e Siena.

Ne era venuto un contrasto sociale, componibile solo qua ­lora, non le due razze, ma le due comunità religiose e lin ­guistiche avessero collaborato per creare un benessere comu ­ne. Invece, cominciarono gli innocenti rimpianti: « Pensare che quel pascolo verde era nostro » dicevano gli arabi di ­menticando la brughiera ven ­duta ai coloni giunti dall’Eu ­ropa. « Sì, era tuo » sussurra ­vano gli Iago pronti a semi ­nare biblicamente zizzania. La propaganda, e le manovre sottili in cui essa s’articola, costrinsero uomini pacifici, anzi imbelli â— può dirsi senza offesa â— a diventare militari e coraggiosi. Comuni ­tà gelose della propria indi ­pendenza si trovarono a col ­laborare e a diventare l’ossa ­tura d’uno Stato che i gruppi religiosi contestano â— è il termine opportuno â— e spes ­so condannano, sebbene essi con la loro ortodossia colla ­borino a rafforzarlo.

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