di G. Barbiellini-Amidei
[da “Il Corriere della Sera”, giovedì 10 ottobre 1968]
Non fosse stato uomo schivo rustico quel tanto che gli derivava dalla solitudine austera della sua Tuscia, Bonaventura Tecchi avrebbe potuto divenire un caso letterario, nella nostra cultura senza fantasia di discussioni. A pensarlo in Francia, per fare un paragone di banale facilità, avrebbe avuto altro nome. Il suo cristianesi mo narrato per larghe volute avrebbe trovato parentele di autori e affinità di letture; il gusto evidente della moralità, entro il saggio e dentro il ro manzo, lo avrebbe fatto ritrovare in folta compagnia nelle pagine di illustri ebdomadari. Ora è morto, con gli onori della carriera accademica di ger manista e i riconoscimenti, più distratti, alla lunga fatica di narratore; dai necrologi sono passati già mesi, e il discorso non svolto potrebbe essere ri preso. Tanto più che ne offre avvio un volume postumo (Il senso degli altri, ed. Bompiani, pagine 242, lire 2500), dove sono raccolti saggi, riflessioni, brevi appunti giornalistici, scritti fra il 1945 e il 1966, taluni già pubblicati, altri inediti.
Per la verità le ragioni di quella constatazione iniziale, nel discorso, non riguardano tanto Tecchi, quanto i suoi lettori, che pure non furono po chi; e più in generale un’opinione pubblica stranamente incapace, per inflazione forse, di cogliere un filone cristiano nella sparpagliata produzione letteraria italiana. Guardiamo il fenomeno nella sua genericità, fuori dal riferimento con questo autore: una critica sovente infastidita, convinta di essere chiamata a giudicare di argo menti estranei alla materia del suo contendere; un’informazione sciatta sui temi e sugli scrittori; una massa di lettori episodici. Ogni tanto qualche libro, qualche nome, ma chi parla della sopravvivenza di una letteratura di ispirazione cristiana, come si dice dell’esistenza di una letteratura marxista, di una realista, di una sperimentale? Lo strano è che questa situazione gli addetti ai lavori, tutti assorti nei loro
problemi dialogici (ci sono bi blioteche non lette sul dialogo) e nelle loro fantasticherie pseudoteologiche (ci sono decine di epitaffi a Dio morto), hanno raramente reagito con opera di censimento e di documenta zione.
(La religiosità, si suole dire, corre oggi per altre strade let terarie: e anche a voler lasciar da parte, per sovrabbondanza di religiosa pubblicità, il Teo rema di Pasolini, ecco subito pronti altri cento esempi, sulle dita di critici aggiornati. Se non si rischiasse di rimanere coinvolti in un discorso frivolo quanto un gioco di società, si potrebbe ricordare, su ben al tro versante, un libro di prepotente bellezza pubblicato da Adelphi, Alce Nero parla, dove religiosa è la causa stessa del narrare: eppure la confes sione-romanzo ha un’autono mia artistica cristallina, senza ombre di sentimentalismo).
Non so: certo nonostante la mancanza di ricerca, di docu mentazione, di critica, una ten denza cristiana nella lettera tura contemporanea è ancora individuabile. Gli esempi pos sono essere discontinui e arbitrari; ed è meglio tenersene fuori. Ma Tecchi può riassu mere, con l’efficacia del buon scrittore di lunga tenuta, so stanza e limiti del filone. La cultura tornita, l’esperienza de gli autori tedeschi, i legami saldi e ripetuti con la provin cia e la campagna delle origini e del riposo creativo lo hanno costantemente salvato da quei pericoli di fragilità sentimen tale, di dissipazione edificato ria che sono propri del suo ge nere.
Le grandi presenze che popo lano i suoi romanzi â— il male, l’egoismo, l’orgoglio, la sensua lità, e al di là dello sparti acque l’amore, lo spirito fra terno, il sacrificio, la modera zione â— non si riducono a manichini della scena romantica. Così come i grandi autori della sua meditazione critica (Schiller, Goethe, Rilke) non vengo no piegati a frettolosi adegua menti. A tale proposito l’ulti mo libro è esemplare: Tecchi, pur pressato dall’accorata esigenza morale che cuce il suo discorso, pur legato alla ricer ca ansiosa di un’utilità supe riore per il proprio lavoro («Io vorrei soltanto, con miei libri, con la mia fatica, tener compagnia nella tremen da solitudine morale di questa vita moderna che ci assorda e ci isola con la sua meccanicità; far amicizia, crear amicizia ») segna con mano lieve la linea discontinua dei suoi autori, condivide o si dissocia, ma sempre rispetta, testimonia con senso colto, laico della crea zione altrui.
E’ quel senso degli altri, del la sofferenza, della realtà degli altri che incalza Tecchi in tut te queste pagine. La compren sione delle ragioni altrui scavalca lo steccato ambiguo della tolleranza per divenire sim patia che, «secondo l’etimo, è sentire, è soffrire insieme ». Da questo senso degli altri, taluni discendono a un socialismo cristiano di Tecchi: lo scrittore ha chiaro però quell’itine rario cristiano ma non socia lista del giungere alla società attraverso l’amore del prossi mo, e non al prossimo attra verso l’impegno nella società. In lui il problema della molti tudine si pone con un linguag gio recitato all’interno del suo mondo poetico e religioso. Ve diamo, ripreso nel libro, il discorso veneziano al convegno della Fondazione Cini: «II poeta sembra il più lontano e invece è, in qualche modo, il più vicino alla moltitudine. Il poeta è un uomo che fa. È anche un uomo, in un certo senso, pratico. Qui ho sentito parole di consolazione… il ri sultato di questa consolazione è che noi dobbiamo approfon dire, allargare quel senso di religione, di cui molti, moltis simi hanno bisogno, sia gli uomini di pensiero, sia gli uomini di poesia o di arte, sia anche la gente semplice: ren dere più largo, più profondo il senso di Dio… Il problema è: questa consolazione arriva agli altri? Arriva a quella gente in mezzo alla quale spesso anch’io vivo, e che sono i contadini, la gente di paese? ».
Ecco qui chiaro il segno del parlar cristiano di Tecchi ; que sta premura per gli altri che corre ai problemi dello spirito. Per lui religio, nella sua semantica evidenza, vuol dir sem pre: legame.
Ma dove Tecchi in questo li bro rompe i limiti suoi e della letteratura cristiana contempo ranea cui appartiene, è nella forza del dolore: come un predicatore di fronte al vento, egli vede gli orizzonti che si restringono, l’onestà che è stanca; e la sua voce si fa di colpo roca. Cade l’elegante moralità e resta un oratorio scarno. Sono poche pagine e le migliori, di una letteratura che sa pregare: «Sicché la conclusione non può che sbocciare in un alto Deo gratias, in un ren dimento di grazie a Dio per il ‘come’, ‘dove’ e ‘quando’ ha voluto che nascessi, per avermi dato, quasi un segno di pri vilegio, molti dei dolori, delle gioie che sono della vita ».
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2 risposte a “L’ultima voce di Tecchi”