Se Fini ha goduto del soprannome di “er cachetta”, quale soprannome vogliamo dare a Italo Bocchino? Se non fosse troppo nobile, gli darei quello di Don Chisciotte. Ma non voglio far torto a Cervantes, che verrebbe ai piedi del letto a maciullarmi le ginocchia. Potrebbe chiamarsi, invece, il signor Farfuglia, tante ne dice di strampalate, senza costrutto.
Tuttavia sono costoro gli uomini pericolosi, quelli, come del resto Fini, che hanno il veleno sulla coda.
A me, questa storia che le mogli dei nostri politici, o loro familiari stretti, sono titolari di imprese che lavorano per Enti dello Stato o del Parastato, mi dà l’orticaria.
Non tutti i politici si trovano in questa situazione, ovviamente.
Bocchino se l’è cavata tirando in ballo Berlusconi, e dicendo che anche le sue società lavorano con la Rai. Ma la differenza sta nel fatto che Berlusconi ha inventato in Italia la televisione privata moderna prima ancora di scendere in politica. Le sue società si sono affermate acquistando e vendendo nel mondo produzioni di successo. È stato, questo, il lavoro che lo ha fatto conoscere e lo ha distinto tra gli imprenditori italiani.
Se le società che ha costituito continuano a esistere e a fare affari con vecchi e nuovi clienti e fornitori, mica è uno scandalo. Da questo punto di vista, Berlusconi è stato fortunato; ha avuto due figli, Marina e Pier Silvio, che si sono mostrati all’altezza della situazione. Non sempre succede tra genitori e figli. Lo vogliamo incolpare anche di questo?
Le società nascono, danno lavoro e sopravvivono oltre il loro fondatore, se sono capaci di reggere la concorrenza e di fare guadagni. È ciò che succede alle società rette da Marina e Pier Silvio Berlusconi.
Non credo che possiamo equiparare un tale gigante alle piccole imprese che per reggersi devono appoggiarsi alle raccomandazioni e al clientelismo. È di queste cicale che bisogna aver paura e diffidare. Difficile non immaginare un qualche inquinamento.
La politica, lo sappiamo, è corrotta, ahimè. Chi fa politica, nella maggior parte dei casi, lo fa per racimolare potere, prestigio e denaro. Sono rari i parlamentari che muoiono in miseria. Quei pochi che non approfittano della loro carica hanno sicuramente fatto della politica un servizio per i cittadini. A loro, a qualunque schieramento appartengano, andranno sempre la mia stima e la mia riconoscenza.
Non riesco a giustificare un cittadino che entra in politica povero o comunque di modesta condizione, e ne esce ricco. Qualcosa non funziona e non ha funzionato.
L’altra sera, a Ballarò, Edward Luttwak faceva sapere che il presidente della provincia di Bolzano guadagna più del presidente degli Stati Uniti!
Ma vi pare possibile? Se poi si aggiungono i lauti contratti che le mogli e i familiari più stretti riescono, grazie al parente o al marito parlamentare, a strappare allo Stato, si capisce perché al politico (salvo eccezioni) interessa poco del nostro Paese, mentre interessa, eccome, il proprio portafoglio.
In Italia, entrare in politica è entrare nel business. Una schifezza!
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Commenti
4 risposte a “I vaneggiamenti di Bocchino”
Dal Legno e da Libero
Grazie, Ambra. Mi manca però il link di Libero.
Eccolo qui