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Berlusconi rifiuta il salvagente del rinvio e insiste: meglio le urne

23 Agosto 2013

di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 23 agosto 2013)

Le squadre di soccorso che tentano di salvare Berlusconi hanno un problema: Silvio non desidera affatto essere tirato a riva. Anzi, respinge quasi con rabbia il salvagente lanciato dalle «colombe » (e da certi ambienti vicini al premier) che stanno cercando di rinviare la sua decadenza da senatore, purché lui rinunci a far saltare il governo.

L’obiettivo del Cavaliere è invece proprio quello di provocare la crisi e di tornare alle urne il più presto possibile, senza perdere altro tempo. Questa frenesia ha una spiegazione. Prima incomincerà la campagna elettorale, e più a lungo Berlusconi vi potrà partecipare a piede libero; dopo il 15 ottobre, invece, penderà sul suo capo la condanna a un anno di carcere (nove mesi effettivi da scontare), per cui un ritardo delle urne lo costringerebbe a guardarsi gli ultimi comizi dalla televisione. Poi c’è un altro calcolo che spinge l’uomo a stringere i tempi della crisi: da novembre gli scatteranno come una tagliola le pene accessorie, tra cui l’interdizione dai pubblici uffici. Se vorrà ricandidarsi al Parlamento, dovrà averlo fatto prima. Ma non c’è già la legge Severino che lo rende incandidabile? Già, rispondono dalle parti di Arcore, ma contro quella si può sempre fare ricorso al Tar e tenere viva quantomeno la speranza…

Insomma, chi ha sentito ieri Berlusconi l’ha trovato incrollabile. Per scatenare la crisi, prenderà pretesto dalla decisione della Giunta, che il 9 settembre voterà la sua cacciata (sebbene Verdini gli abbia promesso di far cambiare idea a 3-4 commissari Pd). Qualche esponente Pd vicino a Letta, come Sanna, sostiene che Berlusconi dovrebbe decadere da senatore, ma che la Giunta potrebbe ascoltare le sue ragioni a patto che lui si presenti a illustrarle con serietà. Peccato che il Cavaliere, di recarsi in Giunta, non ci pensi nemmeno. La grazia sembra non interessargli, a meno che si tratti di «un risarcimento per quello che i magistrati mi hanno fatto passare »: ipotesi del tutto fantascientifica.

Alfano è andato a fargli visita e a riferirgli che il 30 agosto l’Imu verrà cancellata: «A quel punto come giustificheremmo la crisi? ». Sottinteso: ci prenderebbero per matti. Ma Berlusconi non si scompone. È assai soddisfatto dell’apologo, sfoderato in un’intervista a «Tempi », con cui conta di spiegare al volgo la rottura col Pd: «Se due amici sono in barca e uno dei due butta l’altro a mare, di chi è la colpa se poi la barca sbanda? ». Tra l’altro Letta (il nipote, non zio Gianni) lo convince sempre meno. Ai suoi occhi è in forte disgrazia. Capezzone, Verdini e la Santanchè gli hanno insinuato il sospetto che Enrico voglia guadagnarsi la «nomination » del Pd soffiandola a Renzi, quindi potrebbe ritrovarselo come avversario, dunque basta sostenerlo.

Il dado sembra tratto. E quanti tra i suoi strateghi l’hanno esortato a fare bene i conti con Napolitano, il quale mai scioglierebbe le Camere senza una riforma preventiva del Porcellum, si sono sentiti rispondere così: «Se il Quirinale resisterà, i parlamentari Pdl si dimetteranno in massa, e a quel punto il Capo dello Stato non potrà non prenderne atto… ». Gasparri l’aveva teorizzato già mesi addietro. E certi senatori, come Minzolini, quella lettera di dimissioni ce l’hanno già pronta in tasca. Grande soddisfazione hanno suscitato, specie tra i «falchi », le esternazioni di Grillo, lanciatissimo verso le urne. Si sussurra nel Pdl di contatti riservati coi Cinque Stelle per spianare il terreno delle elezioni, si vocifera di un Casaleggio ansioso di godersi lo scontro apocalittico di cui saranno protagonisti Berlusconi e Grillo, il mago delle tivù contro il genio della rete.


Il Cav. all’ultima battaglia
di Lanfranco Pace
(da “il Foglio”, 23 agosto 2013)

Se dopo tanti anni, a milioni stanno ancora con lui, ci sarà pure una ragione. Non basta il talento del comunicatore o l’appeal degli slogan contro la pressione fiscale. Se il Cav. seduce ancora è anche perché è l’unico che abbia osato sfidare la magistratura a petto in fuori. I tanti che alzano il ditino a difesa del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, dell’insopprimibile uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, i tanti che straparlano di sentenze che non vanno nemmeno commentate ma solo rispettate ed eseguite, i tanti che credono nella bontà di un sistema in cui magistrati di ogni ordine e grado sono indipendenti e liberi di sottrarsi a ogni controllo perché questo detta la Costituzione più bella del mondo, gli editorialisti di giornali di proprietà della conglomerata delle procure, gli intellettuali con un bersaglio fisso in mente, un Partito democratico come per miracolo unito, il venerabile Scalfari che ha solo un attimo di imbarazzo ma poi a domanda risponde che è giusto che i magistrati abbiano in mano la libertà degli altri perché hanno vinto un concorso statale: bene tutta questa importante materia grigia è solo minoranza, agguerrita, determinata ma pur sempre minoranza. La maggioranza degli italiani invece sa benissimo che l’obbligatorietà dell’azione penale è una favola oscena. Che ogni procuratore ha facoltà di cambiare l’ordine dei suoi dossier, dedicarsi al più succoso di cui prevede che prima o poi lo porterà a fare notizia al Tg delle 20. Quanto alla legge uguale per tutti, si sa che i rapinatori, quando decidono di fare un colpo, si informano anche dei giudici e della giurisprudenza imperante nelle varie città. E’ una questione di pelle: per una maggioranza di italiani, non si stratta più di stigmatizzare le cosiddette toghe rosse, la parte politicizzata della magistratura.

Il Cav. è un moderato, fa tenerezza il suo – e dei suoi – distinguere il grano dall’erbaccia: la toga in quanto tale, la corporazione tutta che ha perso da tempo autorevolezza e la competenza necessaria per essere il baluardo dello stato di diritto. Vale per la giustizia penale, civile e pure sportiva. E’ vista, lei sì, come una casta, dedita a riti barocchi, ben riparata dal corpus legislativo più ridondante e complicato d’Europa, che parla una lingua di altri tempi. Non si tratta più dell’incedere da puttane con un manto di ermellino, che tanto colpì l’allora direttore del Manifesto Luigi Pintor che assisteva all’inaugurazione dell’anno giudiziario, altri tempi e altra sinistra. Oggi è la loro idea di giustizia che è insieme fumosa e furente, obesa di faldoni, commi e sottocommi. La lunga partita contro il Cav. si è giocata con la cultura giuridica nata negli anni di piombo e rafforzatasi nelle emergenze successive: la cultura del “non poteva non sapere”, del “relata refero”, la negazione del principio che la responsabilità penale è individuale.
Se Marco Pannella ha ragione, ce l’ha per difetto. Voler separare le carriere dei magistrati e riconoscere la responsabilità civile è buona cosa ma ci siamo già cascati un paio di volte. L’amnistia è ancora meglio ma non è da oggi che ci si prova. La battaglia da fare è dunque più grande, più radicale, in tutti i sensi. Rimettere al centro l’individuo e le sue libertà significa rimettere mano sostanziale ai codici, mettere davvero difesa e accusa sullo stesso piano, non di fronte a un gip spesso in debito con le procure ma di fronte a un giudice terzo.

Una battaglia così solo il Cav. può guidarla. Un Cav. che dovrebbe ammettere di aver sbagliato nel 2001 e nel 2008 a non farne la questione centrale e generale, l’ubi consistam del suo essere in politica: anche altri leader o tecnocrati possono fare una decente politica estera, ridistribuire ricchezza o far scendere la pressione fiscale. Ma rovesciare il mondo della giustizia e fare finalmente dell’Italia un paese civile, questo solo lui può farlo: lui, non i suoi figli, non i dirigenti del suo partito. Non si rendono conto quelli che lo vogliono fuori dal Parlamento. Fuori dal Parlamento il Cav. è nato e cresciuto, nel contatto diretto con il popolo sovrano: niente trattative in vista del voto al Senato, niente richiesta di grazia, umiliante e politicamente irrilevante. Per cultura e per il coraggio dimostrato il Cav. è un extraparlamentare. Resti tale e dica addio ad Aule. L’agibilità politica, quella non gliela può togliere nessuno se non gli elettori. Se se la sente, faccia un po’ d’ammuina: lui che varca la porta del carcere simbolicamente sarebbe un trionfo. E un incubo che si rinnoverebbe ogni giorno per i suoi avversari. Vada all’attacco, legga Jacques Vergès più di quanto sta a sentire gli avvocati. Al punto in cui si è non c’è più nulla da difendere, c’è solo da vincere l’ultima battaglia.


Non c’è grazia che tenga, B. è incandidabile
di Bruno Tinti
(da “il Fatto Quotidiano”, 23 agosato 2013)

Berlusconi è sostenuto da tre categorie di persone: credenti, clienti, stipendiati. I primi non si chiedono che specie di uomo sia (intelligente, colto, onesto; o il contrario di tutto questo); lo amano come si crede in Dio, per fede. I secondi sanno che si tratta di uomo spregiudicato, aggressivo e ricco; ma hanno messo la loro vita nelle sue mani precludendosi ogni altra strada; la loro appartenenza a B. è un fatto di sopravvivenza. Gli ultimi sono professionisti al servizio di un cliente; percepiscono un compenso commisurato alla loro abilità nel sostenerne la causa; non ha senso aspettarsi che ne riconoscano l’inconsistenza. Sicché discutere ogni giorno sull’ultimo coniglio cavato dal cappello degli scout lanciati alla ricerca di una via di fuga non ha nessun senso: puoi dimostrare senza ombra di dubbio che è solo un coniglio e non una ragionevole interpretazione legislativa, mai se ne convinceranno o, se convinti, lo ammetteranno.

Allora per quali persone argomentare? È ovvio, per quelle che dicono di non appartenere a queste categorie. Così avranno qualche strumento in più per smascherare i conigli. Facendo finta, naturalmente, di credere che davvero sono intellettualmente e politicamente onesti.

La legge sull’incandidabilità dice che non possono essere candidati e non possono comunque ricoprire la carica di deputato e di senatore coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione per delitti non colposi, per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni. La parola chiave è “condanna”: quella che il giudice pronuncia alla fine del processo, quando non “assolve”. Condanna a cosa? A una pena. Nel caso che interessa B., una pena detentiva superiore a 2 anni di reclusione. E noi sappiamo che la “condanna” inflitta a B. dalla Corte d’appello di Milano e confermata dalla Cassazione è stata: 4 anni di reclusione. Tutto ciò che può influire sulla pena da scontare in concreto avviene dopo la “condanna”. Che sia applicabile o no, un indulto (che diminuisce la misura della pena) che il Presidente della Repubblica commuti la pena detentiva in quella pecuniaria (il che azzera la pena detentiva), che il condannato sia ammesso all’affidamento in prova, tutto questo non ha nulla a che fare con la misura o la natura della pena oggetto della “condanna”. Essa resta quella originariamente stabilita dal giudice e a questa la legge sull’incandidabilità ha fatto riferimento.

Vi sono almeno due buoni motivi a sostegno di questa tesi.

1) il tenore letterale della legge. L’articolo 12 del codice civile (norme sulla legge in generale): si deve interpretare la legge secondo il significato proprio delle parole. E qui si parla di condanna a pena superiore a …; e non di pena da espiare in concreto.

2) i precedenti della Corte costituzionale (sentenza 118/1994): la condanna penale è un semplice presupposto oggettivo di “indegnità morale”, “requisito negativo” ai fini della capacità di assumere e di mantenere determinate cariche elettive. Dunque è la “condanna” del giudice ad avere rilievo quanto all’incandidabilità e non gli interventi successivi della politica (indulto, grazia, commutazione pena).

Quest’ultimo argomento fa giustizia di un’altra trovata di B&C: la presunta inapplicabilità della legge sull’incandidabilità a condanne per reati commessi prima della sua entrata in vigore. È proprio un coniglietto da niente, quasi non ha orecchie per acchiapparlo.

1 – la legge si riferisce alle sentenze, non ai reati. Non dice che è incandidabile chi ha commesso reati ma chi ha riportato “condanne”. Dunque non è il reato a dover essere consumato dopo l’entrata in vigore della legge; è la sentenza che deve essere pronunciata dopo la vigenza della legge.

2 – sottigliezze giuridiche, capisco. Troppo per B&C. Proviamo così. La legge vuole che sia incandidabile chi è stato condannato, non chi ha commesso reati. Attribuisce valore al marchio esteriore, la condanna; non alla circostanza concreta, il reato, che magari non è stato ancora definitivamente accertato o che è rimasto ignoto. Insomma, non sta bene che uno che è stato riconosciuto irrevocabilmente delinquente sieda tra i padri coscritti della Patria. Non è un problema di sostanza ma di forma. Il che ci porta al nocciolo della questione. In realtà al motivo per cui bisogna smetterla di smascherare coniglio dopo coniglio, replicando agli infiniti paralogismi di questa gente. Non ci fossero leggi, Tribunali e Corte costituzionale; né mai fosse stato previsto il caso di un presidente del Consiglio dei ministri che ruba al suo paese centinaia di milioni. Non ci fosse insomma un problema di legalità formale. Quale popolo potrebbe accettare di essere governato da chi viola le stesse leggi che impone ai cittadini che governa?


Impedire la decadenza? Si può
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 23 agosto 2013)

La scadenza si avvicina e la tensione si fa alta. Ma attenzione, l’arresto e la decadenza di Berlusconi da senatore (con tutte le conseguenze personali e politiche che ciò comporta) non sono fatti ineluttabili.

Solo la setta dell’Associazione nazionale dei magistrati pensa di avere chiuso per sempre la sua ventennale e personale guerra a Berlusconi (ieri si è pure lamentata che i giornali pubblicano notizie che li riguardano, ci aspettiamo ordini di arresto per chi trasgredisce).

La prova è che, giorno dopo giorno, si fa largo uno schieramento trasversale e autorevole che ha molti dubbi sulle conseguenze dirette e automatiche della sentenza. Le vie d’uscita per rimediare alla porcata giudiziaria ci sono eccome, e non solo perché lo sostiene con forza Berlusconi. Vi risparmio i tecnicismi ma è chiaro che sia Napolitano sia il Senato hanno ampi margini di manovra per evitare che la situazione politica, e forse sociale, precipiti nel caos.

Servono onestà e coraggio, merce rara ma pur sempre reperibile sul mercato della politica. Pensare di cancellare gratis vent’anni di storia e dieci milioni di voti è inaccettabile e offensivo. Se la sinistra intende sfruttare l’occasione in modo ideologico e utilitaristico e farà saltare il banco, il centrodestra non ha paura. Il Pdl più disponibile di così non può essere.

È vero, tra falchi e colombe berlusconiane c’è tensione, volano anche stoccate. Ma non bisogna farsi distrarre dai personalismi. Le colombe stanno cercando, e dicendo, ciò che Berlusconi sarebbe disposto ad accettare come riparazione dell’affronto subito. I falchi ciò che Berlusconi è pronto a fare nel caso i primi fallissero nella missione. Non c’è contraddizione o conflitto tra le due posizioni, la strategia è chiara e le conseguenze pure.

Se dal Quirinale e dal Senato arrivassero segnali di buonsenso, concreti e fattibili in tempi compatibili, non sarà certo il Pdl a fare precipitare la situazione. Se viceversa dovesse permanere la linea dell’intransigenza a prescindere, allora non sarà neppure necessario staccare la spina al governo. Letta e i suoi si ritroverebbero morti per causa naturale, perché è naturale non armare la mano del tuo assassino. Lo ha capito anche Grillo, il più svelto di tutti, che ieri si è detto disposto ad andare a votare subito con questa legge elettorale. A buon intenditore poche parole.


L’ultimo scherzetto della Merkel a Berlusconi
di Dagoreport
(da “Dagosipia”, 23 agosto 2013)

Per la nuova Forza Italia, quella che dovrebbe salvare Berlusconi Silvio da tutti i suoi problemi con un nuovo lavacro elettorale, le notizie in arrivo dall’Europa non sono affatto buone: non e’ automatico, anzi e’ davvero problematico, il riconoscimento di partito membro del Partito Popolare Europeo. Infatti, come e’ noto, lo stesso leader maximo e’ da tempo sotto osservazione da parte dei maggiori leader europei del Ppe che ormai non ne possono più di una presenza ingombrante, per molto imbarazzante, e per altri ormai insopportabile.

Tanto che non avevano avuto dubbi i vertici del Ppe a puntare in Italia sulla riaggregazione dei moderati intorno a Monti Mario. Tutto ciò prima della cocente delusione causata loro dalla gran quantità di errori politici che l’uomo della Bocconi era riuscito a mettere in fila nei mesi scorsi con il contributo determinante del solito Pierfurby, in arte Casini.

Il Ppe, vale la pena di ricordarlo, raggruppa 73 partiti membri provenienti da 39 diversi paesi. Dall’Italia aderiscono, nella qualità di membri, il Popolo della Libertà, l’Udeur popolari per il Sud, l’Unione di Centro e il Partito popolare sudtirolese. Non Forza Italia che, essendo stata a suo tempo posta in liquidazione e dunque cancellata dal libro soci, dovrà ora presentare la domanda di ammissione.

E qui le sorprese possono essere clamorose, per via della netta contrarietà al rientro di Forza Italia da parte di tutti i leader europei post democratico cristiani, conservatori e moderati, con in testa Merkel Angela, che c’e da giurarlo, fara’ il diavolo a quattro pur di non concedere l’iscrizione al partito rifatto di chi ebbe a definirla “culona inchiavabile”, con una delle più memorabili gaffes della storia della diplomazia mondiale. Tanto più ostili se la nuova Forza Italia dovesse essere il movimento politico egemonizzato da Verdini Denis, Santanchè Daniela, Capezzone Daniele (e chi più ne ha più ne metta) con una evidente deriva verso un posizionamento sulla scia di Marie Le Pen in Francia, senza alcuna garanzia di democraticità ne’di moderazione.

Il no del Ppe, sul quale un berlusconiano storico e vicepresidente della Commissione Europea come Tajani Antonio, ha gia’ riservatamente messo in allarme l’uomo di Arcore, diventerebbe ufficiale entro il mese di ottobre e avrebbe forti ripercussioni soprattutto in Italia, in particolare perché Berlusconi, i suoi falchi, le sue irriducibili amazzoni, sarebbero cosi relegati a destra con tanto di certificazione e di sigillo europeo, mentre il campo dei moderati rimarrebbe sgombro di leadership e di presenze imbarazzanti, liberando energie vecchie e nuove dentro un progetto di ricostituzione della sezione italiana del Partito Popolare europeo in modo più credibile e affidabile, in Italia come in Europa.

Sarebbe facile a quel punto prevedere per le elezioni europee della prossima primavera la formazione di un grande rassemblement moderato e democratico nei contenuti, nella forma, nei toni e nei comportamenti, che diventerebbe la nuova casa dei Popolari italiani. A questo progetto lavorano in gran silenzio molti ambienti che contano nel Paese. O che vorrebbero tornare a contare e che, per questo, hanno anche sacrificato porzioni di vacanze.


Il Molleggiato moralista non fa la fila all’ospedale
di Cristiano Gatti
(da “il Giornale”, 23 agosto 2013)

Anche i divi si rompono il mignolo, uno dei dolori più atroci nel panorama umano, ma quando se lo rompono i divi è tutta un’altra vita. Il Molleggiato è finito in prima pagina sul Secolo XIX per questo infortunio, ma soprattutto per come l’ha risolto: corsa in taxi dalla casa di Bordighera all’ospedale di Sanremo, niente coda al Pronto soccorso, niente giochino dei quattro colori per definire urgenza e tempi d’attesa, niente di niente.

Subito in sala raggi, rapido (clamoroso: anche negli ospedali italiani esiste questo aggettivo) rapido verdetto rassicurante, quindi di nuovo a casa con il taxi che aspettava nel piazzale, in totale mezz’ora (personalmente, ho pensato molto a quanto mi sarebbe costato quel taxi se l’avessi lasciato fuori ad aspettare che tornassi io, da un pronto soccorso italiano).

Come diceva Lui, un infortunio rock. E la sanità pubblica, rock pure quella. È lenta, molto lenta, quella delle persone comuni, che bivaccano e gemono per ore nelle astanterie con il loro dolore e il loro colore, sentendosi ripetere da un personale esasperato sempre la solita frase, signore, non siamo qui a giocare, prima le urgenze e poi veniamo da lei, invece di lamentarsi pensi piuttosto alla sua fortuna, di là abbiamo un infartuato e una signora con l’ictus. Attesa e senso di colpa.

Spiegano all’ospedale che lasciare nella normalità un divo comporta seri problemi, se non di ordine pubblico, comunque di ordinata gestione del lavoro. Tutta quella gente che passa inquadrando con i telefonini, è lui o non è lui, certo che è lui, e la richiesta di un autografo, e Adriano che è successo, e Adriano lo sai che canto sempre Azzurro sotto la doccia?

Tutto questo è vero: non è facile tenere in coda per ore una celebrità, tra gente comune che tra l’altro non sa come passare il tempo, in attesa della nonna fratturata. Però, allora, dobbiamo piantarla con i nostri piagnistei da società civile, con l’etica sanculotta del siamo tutti uguali di fronte agli enti pubblici. Ammettiamolo serenamente, dall’Italietta di Alberto Sordi non è cambiato proprio nulla. La star in coda è utopia proibita, in Posta non ne parliamo, figuriamoci se ha pure un accidente: finirebbe per alterare le sofisticate efficienze del nostro servizio sanitario nazionale.

Noi possiamo anche rassegnarci, però Celentano deve dirlo apertamente: questa rassegnazione non è rock. È lenta, molto lenta. Ma forse così l’intera questione è malposta, perché attribuisce a noi utenti e all’ospedale il peso delle scelte. Effettivamente, per come l’abbiamo tutti conosciuto, per come si è presentato nell’ultimo mezzo secolo, santone e Torquemada, integralista e Savonarola, Celentano è il tipo d’uomo – di star – che per primo alza la mano e mette tutti a tacere con poche parole delle sue: non sono diverso dagli altri, aspetto il mio turno. Il Celentano che conosciamo noi non permette a nessuno di farlo passare davanti, di sbrigarsela in mezz’ora per un mignolo. Adriano è un uomo tutto d’un pezzo, che in memorabili serate ha diviso le cose e le persone, come un dio nel giorno del giudizio, in rock e in lente, cioè in buone e cattive. Un’icona del genere non combacia minimamente con il vip che salta la coda. Fatalmente, quello visto in ospedale fa concludere alla platea che in Italia, e magari ovunque, c’è sempre qualcuno più uguale degli altri. Adriano, la battuta non è per niente rock, anzi è banalotta e pure vecchia, diciamo molto lenta, ma chissà perché suona sempre più vera.


Letto 1829 volte.


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Bart