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Il “Corriere” rimpiange Stalin: “Una grande figura di statista”

6 Novembre 2013

di Luigi Mascheroni
(da “il Giornale”, 6 novembre 2013)

La storia si scrive sempre usando il tempo presente è un bel titolo. Ma l’ideologia spesso fatica a staccarsi dal passato. Un eterno passato da filologo classico, un passato recente da candidato nei Comunisti italiani e un presente infinito da polemista e firma nobile del Corriere della sera, Luciano Canfora, antichista nostalgico che sogna un futuro da socialismo reale, ha impartito ieri una magistrale lezione di storiografia politica sulle pagine culturali del suo giornale. Suo e, come vuole la vulgata, della borghesia italiana, quella borghesia liberale, moderata, produttiva, operosa ma non operaia e men che meno operaista che, immaginiamo, tutto vorrebbe ascoltare tranne un’accademica e circostanziata esaltazione dello stalinismo.

In una doppia pagina dedicata a quella che avrebbe dovuto essere una recensione del nuovo saggio di Paolo Mieli I conti con la Storia (Rizzoli), Luciano Canfora dimenticandosi completamente di parlare del libro, finisce in realtà per regolare i conti con il proprio passato. Concentrandosi unicamente, a dispetto di un saggio che spazia da Pericle a Roosevelt, sul «grande problema storico » di Stalin. E, supportato dalla citazione di Machiavelli secondo la quale è lecito al Principe violare le regole della morale comune se fa «gran cose », il professor Canfora spiega ex cathedra come da Croce a De Gasperi, da Nenni a Bobbio, il giudizio storico su Stalin non sia mai stato meno che ottimo; che la «drastica demolizione » di Stalin è stata attuata dalla parte vincente dei suoi successori nel XX e XXI Congresso del Pcus; e che solo la crisi dell’Urss e la sua dissoluzione comportò (e qui Canfora forse avrebbe voluto infilarci anche un «purtroppo ») «la revisione, il ridimensionamento e la rozza equiparazione di Stalin con gli altri dittatori ». Rozza equiparazione. Possiamo immaginare, a questo punto, la reazione del lettore-medio del Corriere della sera, borghese, liberale, moderato… Editorialisti emeriti con Ostellino o Battista, e lo stesso Mieli, saranno – immaginiamo – collassati. Servirà, per controbattere la tesi di Canfora, un piano quinquennale di articolesse di riparazione storiografica.

E siamo soltanto a metà dell’articolo. Perché immediatamente dopo, Canfora nota (con malcelata soddisfazione) che il giudizio su Stalin è ancora una volta cambiato: «Gli ultimi vent’anni hanno imposto una ulteriore revisione: una revisione che non può non interessare qualunque storico rifletta su quella vicenda, cioè sull’azione dello statista (sic) Stalin nei 25 anni di potere assoluto che avevano fatto della Russia una grande potenza rimasta tale anche dopo la fine dell’Urss… E del ritorno di Stalin come grande figura della sua storia nazionale c’è poco da stupirsi ».

E non ci stupiamo, a questo punto, che il professor Canfora abbia trascurato quegli insignificanti dettagli storici quali: terrorismo di Stato, deportazioni, purghe politiche, carestie, repressioni e Gulag, il cui tributo in termini di sangue è quantificabile – pur orientandosi verso le cifre più basse fornite dagli storici – in non meno di 15 milioni di morti. Sacrificati sull’altare delle «gran cose » fatte da Stalin.

Che sarebbe come l’assolvere il Duce per le leggi razziali e l’aver trascinato l’Italia in una guerra disastrosa, perché «il fascismo ha fatto anche cose buone ». Il revisionismo ad personam di Luciano Canfora. La cui lezione impartita sulle pagine del Corriere dimostra soprattutto questo. Che visionario non è chi, ancora oggi, agita il fantasma del comunismo. Ma chi ne rimpiange l’Impero.


Berlusconi: “I miei figli si sentono come le famiglie ebree sotto Hitler”
di Redazione
(da “La Stampa”, 6 novembre 2013)

«I miei figli dicono di sentirsi come le famiglie ebree in Germania durante il regime di Hitler. Abbiamo davvero tutti addosso ». Così Berlusconi risponde a Bruno Vespa per il suo prossimo libro alla domanda se sia vero che i figli gli hanno chiesto di vendere e di andare via. Un’ipotesi, quella di emigrare, che l’ex premier non ha considerato perché, spiega nel colloquio con Vespa: «sono italiano al 100 per cento. In Italia ho le mie radici. In Italia sono diventato quello che sono. Ho fatto qui l’imprenditore, l’uomo di sport, il leader politico. Questo è il mio paese, il paese che amo, il paese in cui ho tutto: la mia famiglia, i miei amici, le aziende, la mia casa, e dove ho avuto successo come studente, come imprenditore, come uomo di sport e come uomo di Stato. Non prendo neppure in considerazione la possibilità di lasciare l’Italia ».

In un altro passaggio del libro di Vespa, l’ex premier commenta anche la condanna della Cassazione per il caso Mediaset. «Il primo sentimento è stato di non volerci credere, che fosse impossibile che capitasse a me tutto questo, e da lì il rifiuto di prendere in considerazione qualsiasi ipotesi, perché tutte sarebbero comunque ingiuste. Sono stato assalito da una profonda indignazione, che da allora non mi ha lasciato mai. Ho molto pensato a quanto soffrirebbero mio padre e mia madre se fossero qui. E mi sono chiesto come avrebbero voluto che mi comportassi. Credo con la stessa dignità che mi hanno sempre insegnato ».

Le reazioni alle parole di Berlusconi non sono mancate. «Berlusconi ha perso completamente il senso della misura – ha dichiarato il responsabile Giustizia del Pd, Danilo Leva. Da 20 anni ci racconta la favola della persecuzione e oggi, anziché chiedere scusa agli italiani per la condanna per frode fiscale, si avventura in un paragone agghiacciante con una tragedia quale l’olocausto. Essere eguali di fronte alla legge, rispettare lo stato di diritto sono paragonabili alla persecuzione degli ebrei? Cosa ne pensa Alfano? ». E ancora: «Il Pdl accetti il confronto sulla legge di stabilità e sulla riforma della giustizia scendendo nel merito dei problemi senza derive ideologiche. Decidano se stare al governo o in campagna elettorale ».

Una condanna è arrivata anche dalla comunità ebraica di Roma: «Non credo che Berlusconi debba scuse agli ebrei ma semmai a sé stesso » ha spiegato il presidente Riccardo Pacifici «Rimango basito – spiega Pacifici – è un paragone che pur considerando il clima, su cui non entro nel merito, dal punto di vista storico è alquanto fuori luogo. Il clima in cui si viveva sotto il periodo nazista è un clima di persecuzione di stampo razzista, in cui l’unica soluzione era quella di uscire come cenere dai camini di Auschwitz. Le famiglie ebraiche dopo essere state discriminate, intimidite, venivano catturate e uccise, tutti, bambini compresi. Non c’erano processi né tribunali, non c’era appello ». A questo punto, conclude Pacifici, «forse sarebbe più interessante sentire direttamente i figli, come si sentono dopo questo paragone ».


La Cancellieri: “Fango su di me”. Il discorso cambiato all’ultimo
di Redazione
(da “Libero”, 6 novembre 2013)

Ha vinto il ministro, per ora. Ma sul caso Ligresti l’orgogliosa Annamaria Cancellieri una concessione l’ha dovuta fare, strappando alla fine del proprio intervento alle Camere un applauso (più o meno convinto) da Pd e Pdl. In attesa di incassare la fiducia tra qualche settimana, il Guardasigilli respira e racconta la sua versione dei fatti sulla telefonata che ha alzato il polverone. Il colloquio con Lella Fragni, moglie di Salvatore Ligresti e madre di Giulia, ha gettato un’ombra sull’operato “super partes” del ministro. Giulia Ligresti è amica di famiglia, e la carcerazione a Vercelli, in condizioni di salute precarie, avrebbe spinto la Cancellieri ad intervenire. “Ma niente pressioni né interferenze”, sulla scarcerazione di Giulia Ligresti “la Procura ha agito e deciso in piena autonomia”, ha giurato il ministro in Aula. “I sentimenti hanno prevalso sul doveroso distacco”, ha poi aggiunto ammettendo che sì, leggendo quelle intercettazioni, l’impressione è che l’espressione “mettersi a disposizione” per una amica di famiglia potente e finita in disgrazia poteva apparire una forzatura di parte. “Alcune espressioni da me usate in quella telefonata – spiega il ministro fuori dai denti – possono avere ingenerato dubbi. Mi rammarico per aver fatto prevalere i sentimenti sul distacco che il ruolo del ministro avrebbe dovuto impormi”. Il passaggio non è da poco né meramente retorico.

Quella frase cambiata all’ultimo – Fino a un’ora prima del suo intervento in Senato, scrive Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, quella frase non c’era. Il discorso è stato limato, corretto, riveduto. Perché la Cancellieri sapeva che su quelle parole il Parlamento l’avrebbe giudicata, e lei aveva anticipato che se l’accoglienza degli onorevoli fosse stata tiepida non avrebbe esitato a rassegnare le proprie dimissioni. E forse proprio l’ammissione, sia pur tiepida, della leggerezza commessa potrebbe aver fatto definitivamente pendere la bilancia a proprio favore, tanto che il Pd, dal segretario Epifani al capogruppo Speranza, già ha assicurato che voterà la fiducia al ministro. La Cancellieri oggi sarà ricoverata in ospedale per un’operazione alla spalla, i prossimi giorni saranno di convalescenza sicuramente non così tranquilla come avrebbe sperato. “E’ andata bene, ma su di me hanno gettato tanto fango”, si è confidata pochi minuti dopo aver riferito in Parlamento. Segno che l’orgoglio non stato poi così tanto accantonato.


Ministro, e adesso coerenza
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 6 novembre 2013)

La ministra Cancellieri ha parlato, spiegato quelle telefonate per vedere se era possibile sospendere la tortura di Stato che era in corso contro Giulia Ligresti, una donna malata, non socialmente pericolosa, agli arresti preventivi per il crac delle aziende di famiglia.
Sia al Senato che alla Camera la signora ha ottenuto un applauso quasi affettuoso da parte della maggioranza Pd-Pdl e i fischi di grillini e leghisti. Opportunità politica, si dirà. E in parte è vero. Sfilare in questo momento un ministro importante come quello della Giustizia sarebbe stata la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso della tenuta di un governo già fragile e debole. Ma per una volta «l’opportunità politica » coincide con valori nobili (la libertà e la sacralità delle persone) e con il buonsenso. Per una volta moralismi e opportunismi sono stati messi da parte. Per coerenza e lealtà ora però la ministra si deve fare carico di quegli applausi e non entrare lei nel gorgo dell’ipocrisia e del tatticismo politico. La sua telefonata a funzionari dell’amministrazione giudiziaria è esattamente uguale a quella fatta da Berlusconi ai funzionari della questura di Milano per il cosiddetto caso Ruby. Perché, cara ministra, il soggetto della telefonata (una signora della Milano bene nel suo caso, una squinternata marocchina in quello di Berlusconi) non conta sul piano giuridico. Se due signori lasciano la macchina in divieto di sosta non importa che una sia una Ferrari e l’altra una Fiat 500 taroccata, per il codice stradale pari sono. Se uno uccide per amore e un altro per convenienza, sempre omicidio è. Lei lo sa: da accertare c’è solo la presunta forzatura da parte di un membro di governo della libera volontà di altri poteri dello Stato. Il che non è accaduto nel suo caso come in quello di Berlusconi, come testimoniano il procuratore Caselli e il dirigente della questura milanese. Tutto è avvenuto a norma di legge e di buon senso.
E allora, signor ministro della Giustizia, le chiediamo di ripristinare quei diritti e quelle libertà che lei giustamente invoca per sé anche per chi, commettendo i suoi stessi «non reati », vedi Silvio Berlusconi, è stato condannato a 7 anni di carcere. E sempre per coerenza, le chiediamo di fare tesoro dei consigli che ieri in aula le hanno dato Brunetta e Schifani: mettere mano subito, con un decreto legge, allo scempio della carcerazione preventiva usata come arma di ricatto e tortura. Perché altrimenti rimarrà quella zona grigia in cui lei ha rischiato di perdere l’onore. E sarà costretta a fare altre telefonate sul filo dell’ambiguità.


De-generazione al potere!
di Oliviero Beha per Il Fatto Quotidiano
(da “Dagospia”, 6 novembre 2013)

Riepiloghiamo. Rozzamente. Secondo la Cancellieri il suo è un caso di “strumentalizzazione politica “, come quasi tutto in Italia del resto. Secondo alcuni, Travaglio compreso, c’è un’analogia tra le telefonate di Berlusconi in questura per Ruby e quella del Ministro della Giustizia ai funzionari del Dap per Giulia Ligresti.

Secondo Massimo Fini, invece, nessuna analogia “travagliata”, il fellone è notoriamente Berlusconi, l’improvvida ma quanto umana è Anna Maria (di qui una difesa dell’errore come categoria dello spirito contro la colpa e la rigidità della giustizia. Interessante, ma come vedremo a mio parere calzante come i cavoli a merenda).

Dibattito in corso. Ma su che cosa, in nome di Dio giacchè il Comitato Centrale di una volta è andato in mille pezzi e mille tessere sotto gli occhi di tutti, su che cosa? Un Ministro della Giustizia senza aggettivi il 17 luglio scorso, poche ore dopo l’arresto di Giulia Ligresti, componente di un clan politico-finanziario molto potente e da sempre chiacchierato, telefona alla compagna di Antonino Ligresti, fratello del capataz Salvatore, arrestato a sua volta come l’altra figlia Lionella.

Una telefonata intercettata e -attenzione-in partenza dal Ministro, una telefonata amichevole, affettuosa, preoccupata, per dirla alla maniera del Fini cancellierato “umanissima”. Una telefonata in cui la Cancellieri, in carica, dice “non è giusto”, riferendosi all’arresto. Con chi ce l’ha? Con i magistrati, con le forze dell’ordine, con l’idea stessa di una giustizia che fa di queste cose?

Lei, il Ministro della medesima? Si obietta: ma ha parlato da persona, da amica, in quei momenti non si può star lì a sindacare l’emotività. Il che vuol dire che essere Ministro della Giustizia o barelliere dell’ospedale è in certe occasioni perfettamente uguale. Che se la telefonata all’amica l’avesse fatta il Ministro dell’Economia avrebbe magari detto “non è economico”, quello dell’Ambiente “non è ecologico”, quello degli Spettacoli “non è spettacolare” e via andando. Insomma che fare il Ministro della Giustizia in questo Paese non conta, non è una cosa seria, viene dopo un’attestazione d’amicizia di questo tipo.

Mi pare assolutamente folle, o assolutamente in linea con il degrado del Paese, o assolutamente propedeutico a dimissioni di corsa. Neppure sto a far confronti con altri Paesi, e non ho bisogno di richiamare le telefonate di Berlusconi né l’umanità (prevalente sulla legge) secondo Fini né qualunque analogia o differenza o ipotesi di “macchina del fango” e similia. I fatti sono di un nitore accecante.

E sono semplicemente ma apoditticamente lo sfiatatoio della palude italiana: un clan che si difende, con tutti i suoi tentacoli a partire da quello al momento maggiore in grado, come temo avrebbe fatto qualunque clan a protezione di se stesso in una laida guerra per bande, dove si mescolano in un’osmosi pasticciatissima i versanti della politica, della finanza, del credito, dell’imprenditoria e perché no di alcuni corpi dello Stato fino anche qui alle cime tempestose delle istituzioni. La Cancellieri si comporta umanamente, ma di quale umanità stiamo parlando?

Dell’umanità sempre sui generis di un Paese ridotto in agonia dalla sparizione di qualunque scrupolo etico o valore che dir si voglia. Ciò che è atroce è che stiamo quasi per far passare come normale una violazione di una norma non scritta ma facilmente riconoscibile. La telefonata o le telefonate della Cancellieri, insomma, vengono da lontano negli anni e nei rapporti paludosi, e fungono da spia rossa che appunto non si vorrebbe mai vedere accesa per non avere fastidi.

Penosa riflessione finale: il Ministro della Giustizia ha 70 anni, quindi non fa parte anagraficamente dello stuolo di “giovani” della generazione successiva di cui spesso pensiamo, parliamo e scriviamo malissimo. Ma da dove discendono in questa de-generazione al potere? Rottamate, rottamate (ma sul serio, senza trucchi), qualcosa rinascerà…


Così Cancellieri supera le forche parlamentari. Fra ringhi e battimani
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 6 novembre 2013)

Annamaria Cancellieri tentenna la testa, fra caparbia e turbata, “a differenza di quanto sostenuto da alcuni organi di informazione”, dice il ministro della Giustizia con toni e cadenze improvvisamente calanti o crescenti, da oboe, “non ho mai sollecitato la magistratura a rilasciare la signora Giulia Ligresti né indotto altri a simile comportamento”. In un pomeriggio qualsiasi di una giornata qualsiasi, l’Aula del Senato, e poi anche quella della Camera, ascoltano senza pathos la relazione del ministro, che si scagiona ed è scagionata da un Parlamento, torpido e introverso, in cui ciascuno recita il ruolo che il destino ha voluto assegnargli. E dunque la stranissima maggioranza difende il ministro, scortato dal premier Enrico Letta e dal vicepremier Angelino Alfano, mentre l’opposizione della Lega e del Movimento 5 stelle, con un conformismo senza crepe, ne chiede le dimissioni; tutto come da copione.

“Cancellieri ha la nostra piena fiducia”, dice Alfano, e dunque il partito del Cavaliere non può che stare lì dov’è, alla destra del ministro ammaccato, perché la vicenda in cui Cancellieri è rimasta impigliata troppo ricorda quella di Silvio Berlusconi nel caso Ruby, la sua telefonata notturna alla questura di Milano con tutte le ben note conseguenze penali. E pure il Pd, che come al solito si divide e si contorce dalla sofferenza, incapace com’è di dissimulare e trarre vantaggi da eventi che sempre sembrano sovrastarlo, non può che stare alla sinistra del ministro contestato, mugugnando sommessamente, lì dov’è seduto il suo Enrico Letta e dove Giorgio Napolitano vuole che stia tutto il centrosinistra. E insomma ciascuno obbedisce forse a un presentimento piuttosto che a convinzioni o aspirazioni, persino il giamburrasca Matteo Renzi per qualche ora si consegna al silenzio, e così il voto di sfiducia contro la signora Cancellieri già non preoccupa più nessuno, circoscritto com’è alle sole eruzioni del grillismo senza briglia e del leghismo crepuscolare, potenza disordinata e plebea della collera popolare. Dunque i due capigruppo del Senato, Luigi Zanda e Renato Schifani, come i loro colleghi della Camera, Roberto Speranza e Renato Brunetta, gli uomini del Pdl e quelli del Pd, finiscono ciascuno con l’assumere il medesimo tono di voce, la stessa espressione facciale, persino le parole coincidono, riempite di creanza: “Cancellieri continui a lavorare per l’emergenza delle carceri”. E per una volta il daccordismo trova luogo ideale e si fa Spirito Assoluto dentro il Parlamento dove monsignor Letta, assieme a Napolitano, dice messa.

Il Cav. tra decadenza e grazia
Ma il futuro della grande coalizione resta incerto, il governo è tra parentesi, il daccordismo un episodio, l’avvenire incognito. Il Senato ha fissato per il 27 novembre il voto sulla defenestrazione parlamentare del Cavaliere e il governo, tra gli inciampi di Cancellieri e quelli del gran tecnico e ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, si avvicina debole e tremulo a questa fatidica data. Cancellieri esce viva, eppure indebolita dall’Aula parlamentare e così pure Saccomanni, il ministro dell’Economia le cui magherie di bilancio, le cui previsioni di crescita, già smentite dall’Istat, sono state negate, ieri, anche dall’Unione europea. Dalla crisi e dalla debolezza di questi due ministri così importanti, l’uno a tirare i fili della giustizia ingiusta, l’altro le leve dell’economia stagnante, pare scaturire la pena del presidente del Consiglio, la sua inerzia; il Parlamento, per lui, l’Aula che tra ventuno giorni dovrà votare la decadenza di Berlusconi, si contrae in una fantasmagoria nemica.

In che condizioni arriverà Letta ad affrontare il passaggio più delicato dell’intera legislatura? E i tormenti che lo angustiano adesso scendono in forma di fiamme fredde, le fredde fiamme dei numeri e delle previsioni di crescita che nessuno sa interpretare, lì dove Letta (e Napolitano) sanno bene si possono incuneare formidabili argomenti per divellere la logica delle larghe intese, specie dopo che Berlusconi sarà espulso come un calcolo renale dal Senato. Quello dei numeri è un mondo incorporeo, contano le interpretazioni e i calcoli, e Letta e Saccomanni (“interdetto”, parole sue, per la polemica sulla differenza tra le stime del suo ministero e quelle dell’Unione europea) vi si aggirano con energia e determinazione simulate, vi brancolano – sembra – come nelle nebbie dell’Ade. “All’estero hanno fiducia nella capacità del governo”, dice Saccomanni, “ma sono preoccupati per la stabilità politica”. E insomma bisogna durare, malgrado i giorni si somigliano neri. Non è prudente disperarsi anzitempo, si ripete Letta, galleggiatore cauto. Berlusconi ha quasi chiesto la grazia al Quirinale. Dunque chissà.


Cancellieri si “scorda” l’esercito suicida
di Luciano Randazzo
(da “L’Opinione”, 6 novembre 2013)

È proprio vero che col tempo ogni arcano viene disvelato. Quando il “salvatore della Patria”, Mario Monti, si circondava del trio rosa Cancellieri, Severino, Fornero in tanti pensarono, ingenuamente, che il presidente tecnico (senatore a vita) avesse scelto il meglio al femminile tra prefetti e professori di diritto. E chiunque malignava circa fumosi conflitti d’interesse veniva tacciato di dietrologia, disfattismo, egoistica voglia di non fare sacrifici per l’Europa.

La nebbiolina iniziava a dipanarsi nel 2011, quando qualche giornaletto degno di Gian Burrasca ci informava circa le capacità reddituali delle “quote rosa” di Monti, in parte ereditate da Enrico Letta. Naturalmente, oggi torniamo a ripeterci come l’Italia sia rimasta il classico Paese dei due pesi e due misure. Per il ministro Cancellieri si stanno issando barricate istituzionali mentre, in passato (anche recente), per altri politici è bastato solo il dubbio, anzi il pettegolezzo calunnioso, per spalancare l’autostrada di una perentoria richiesta di dimissioni. Così, se un presidente del Consiglio dei Ministri italiano chiede informazioni su una ragazza accompagnata presso la Questura di Milano, il reato prende a tal punto consistenza da comportare una condanna certa e pesante.

Ma se le intercettazioni avessero beccato Silvio Berlusconi al telefono col catanese Ligresti padre cosa sarebbe successo? Chi mai avrebbe difeso una “trattativa” Berlusconi-Ligresti? Il Cavaliere sarebbe stato indifendibile e qualcuno avrebbe anche sostenuto “tutto torna, Ligresti siciliano come lo stalliere Mangano”. Le calunnie si sarebbero sprecate, straripando in quel fiume carsico che è l’informazione italiana, spesso faziosa e drogata, certamente sempre lesta nella sua antitalianità. Oggi invece s’apprende che un ministro della Repubblica ha chiamato il responsabile del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, istituito dall’art. 30 della Legge 395/1990, nell’ambito del Ministero della Giustizia) per raccomandare un’amica di famiglia detenuta: ecco che in questo caso non si tratta più di reato ma di un comportamento.

Questa è l’Italia, anzi la cara “Italietta”. Per quella telefonata in Questura il senatore Berlusconi ha ottenuto una condanna ad anni sette di reclusione. Il nostro ministro Cancellieri invece dovrà semplicemente riferire in Parlamento. Solo due pesi e due misure o anche altro e oltre? Basti considerare che il Procuratore Capo di Torino, dottor Caselli, si è affrettato a difendere l’operato del ministro. Nessun problema. Anzi, la signora Ligresti doveva essere posta agli arresti domiciliari. La circostanza strana, e degna di nota, è rappresentata dal fatto che la Ligresti viene posta agli arresti domiciliari solo successivamente alla famosa telefonata. Qualsiasi addetto ai lavori, magistrato o avvocato che sia, ben comprende che qualcuno ora dovrebbe indagare sulle richieste dei difensori della Ligresti circa la modifica della “custodia cautelare in carcere”.

Corre d’obbligo una domanda? Signor ministro Cancellieri, ma lei era a conoscenza dello stato d’animo e di salute psichica di tutti i detenuti che si sono suicidati? E se ne era a conoscenza, cosa ha fatto per scongiurarne il gesto estremo? Ha per caso fatto interventi al Dap perché potessero lenire sofferenze e stati di depressione legati alla custodia? Gli amici dei miei amici sono sempre amici: è la solita solfa italiana, vecchia quanto il cucco, trita e ritrita già ai tempi di Cicerone e Catilina. Ma per rimanere alla storia recente e moderna, vale la pena rimarcare come le carceri italiane siano sempre le stesse fin dall’Unità d’Italia, per infrastrutture, problematiche e presidi medico-sanitari: solo che oggi hanno i computer e ieri le risme di carta.

A proposito, il ministro Cancellieri è lo stesso che disse, a margine di un incontro con l’Avvocatura Italiana, “questi avvocati me li devo togliere dai piedi”. Grazie ancora signor ministro per quella frase incoraggiante. Grazie ancora per l’intervento in favore della sua amica Ligresti, ma non si dimentichi che nemmeno una parola è stata versata per i poveri detenuti che periodicamente si suicidano nelle anguste celle delle carceri italiane: per inciso, solo le carceri turche ci superano per fatiscenza.


Caso Cancellieri/Ligresti, un altro Guardasigilli è possibile
di Marcello Adruiano Mazzola
(da “il Fatto Quotidiano”, 6 novembre 2013)

“A disposizione dottò!” Mi ricorda tanto i film di Totò. Dove in dialetto napoletano compariva ossequiosamente almeno un personaggio. La farsa di questo Paese, ben tratteggiata dalla cinematografia a partire dagli anni ’50 ad oggi, continua. Purtroppo non si è mai interrotta e in questi giorni ne abbiamo avuto fulgidi esempi.

In Italia qualunque rappresentante delle più alte istituzioni può dire e fare ciò che vuole senza che dal basso si levi un generale e diffuso sdegno. Può raccontare qualsiasi favola, plasmare la realtà come creta. Dal basso e nelle istituzioni quasi tutti saranno pronti a dare pacche sulle spalle, in stile Zanda “continui la sua battaglia!”. Talmente ridicolo, assurdo, grottesco da risultare arduo raccontare.

Noi ci accontenteremmo invece di un Guardasigilli, di un ministro della Giustizia, che governi al meglio la giustizia in Italia. Ci accontenteremmo della normalità. E’ chiedere troppo?
A memoria non ricordo un ministro della Giustizia che sia stato capace di migliorare la giustizia, di incidere coraggiosamente, con lungimiranza, nell’interesse della collettività, coraggiosamente.

Eppure non è complicato, c’è solo l’imbarazzo della scelta.

La nostra giustizia quanto a efficienza è agli ultimi posti al mondo, in Europa siamo condannati sistematicamente a pagare centinaia di milioni di euro per indennizzi per l’ingiusto processo (durata eccessiva). Il sistema della tutela dei diritti è friabile, incerto, a volte impossibile da raggiungere, in balia com’è di repentini ed opachi interventi legislativi, con anche una giurisprudenza cangiante come un caleidoscopio. La corruzione endemica. Le carceri affollate, fioccano le condanne comunitarie per trattamenti disumani.

Dinanzi ad uno scenario così imbarazzante e inquietante vorremmo solamente un Guardasigilli serio, indipendente, riformatore, la cui unica guida sia cambiare una situazione disastrosa. Non certo un Guardasigilli “a disposizione” ma anzi all’opposto un Guardasigilli ferocemente “non a disposizione” di alcuno. Un Guardasigilli che si preoccupi di fare funzionare al meglio la macchina amministrativa chiedendosi perché ci siano tribunali eccellenti (Torino e pochi altri) e tribunali pietosi dove pare di ritrovarsi in un indecoroso guazzabuglio, perché il processo telematico sia ancora oggi un eterno incompiuto (quanti soldi son stati dilapidati? Perché è ancora così complicato e realizzato in parte e comunque a macchia di leopardo?).

Un Guardasigilli che incontri i magistrati e dica loro “perché molti di voi entrano in tribunale alle 9,30 e se ne vanno alle 12,30? Perché molti di voi trattengono le cause in decisione per mesi e mesi? Perché molti di voi si presentano in udienza senza neppure aver aperto un fascicolo? Perché il Csm è vittima del correntismo? Perché Anm è un centro di potere? Perché il Csm interviene ancora disciplinarmente solo nei casi più gravi? Perché tanti magistrati ancora oggi dedicano molto tempo alla docenza e agli arbitrati? Perché non si promuovono solo i più meritevoli?”.

Un Guardasigilli che poi incontri gli avvocati e dica loro “perché per anni avete consentito l’ingresso a tanti mediante esami farlocchi al Sud? Perché non risolviamo definitivamente il problema dell’elevato numero intervenendo sull’accesso all’università o attraverso una selettiva scuola di formazione? Perché non consentiamo solo ai più capaci di indossare la toga nell’interesse della collettività? Perché non avete svolto con rigore i procedimenti disciplinari? Perché non eliminiamo i parametri e sottraiamo la potestà della liquidazione delle parcelle ai magistrati così realizzando veramente la vostra professione come liberale?”.
Un Guardasigilli che poi riunisca tutti intorno ad un tavolo illustrando loro una riforma seria, semplice ed immediata, ascoltandone i suggerimenti ma con fermezza accompagnata ad onestà intellettuale: “due soli riti processuali per la giustizia civile; un processo esecutivo semplice e celere; eliminazione dell’udienza di precisazione delle conclusioni sostituendola con il deposito telematico del foglio di p.c. (un quarto in meno di udienze per i magistrati); soppressione assoluta del cartaceo; termini perentori per tutti, magistrati inclusi; costi della giustizia accessibili; introduzione di un reato forte della corruzione; lo spostamento di molti carceri nelle strutture già esistenti e l’affidamento a lavori socialmente utili”.

Una giustizia efficiente e compiuta è ciò che chiede da anni l’avvocatura ma anche parte della magistratura. Forse non glielo chiede questa classe politica di impuniti, perché diversamente molti di loro ne sarebbero vittime.
Ci ascolti, si metta “a disposizione” dei cittadini, tutti indistintamente.


Futuro segretario senza partito
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 6 novembre 2013)

I risultati dei congressi provinciali del Partito Democratico indicano con estrema chiarezza che Matteo Renzi potrà anche vincere le primarie dell’8 dicembre, ma che il grosso dell’apparato del partito non vuole salire sul carro del vincitore e non si piegherà facilmente alla sua leadership. La condizione del sindaco di Firenze è sicuramente migliorata rispetto alla sfida con Pierluigi Bersani. Allora Renzi era visto dall’apparato e da una larga parte della base del Pd come una sorta di alieno totalmente estraneo alla storia e alla tradizione non solo del filone post-comunista del Pd ma anche del filone cattolico-democratico.

Nel frattempo, pero, l’appoggio massiccio dei grandi media, sostenitori per esigenze commerciali di qualsiasi fattore di novità del quadro politico nazionale, ha compiuto un mezzo miracolo. L’alieno antibersaniano è diventato il sicuro vincitore delle primarie e l’arcisicuro vincitore delle future elezioni politiche. E quest’alone di novità legato alle previsioni ed agli auspici di facili e scontate vittorie ha fatto breccia in gran parte della base del Pd e in alcuni settori dello stesso apparato pronti a mettersi al vento di nuove fortune. Ma l’onda miracolistica in favore di Renzi ha migliorato la difficile condizione di partenza del sindaco di Firenze ma non l’ha ribaltata del tutto.

Per cui è facile prevedere che a metà dicembre il Pd si ritroverà con un nuovo segretario privo del consenso della maggioranza dell’apparato del proprio partito. Se Renzi fosse Cuperlo, cioè un personaggio venuto fuori dal corpaccione del Pd, si impegnerebbe in trattative continue con gli esponenti a lui contrari per blandirli, convertirli, rassicurarli e coinvolgerli nella sua gestione. Qualunque funzionario di partito si comporterebbe in questo modo. Ma Renzi non è Cuperlo. Nel senso che il sindaco di Firenze non ha la cultura, la tradizione e l’abitudine del funzionario di partito. La sua caratteristica principale è proprio quella di essere, caratterialmente, culturalmente e anche fisicamente, un uomo nuovo totalmente diverso dai dirigenti tradizionali.

Il ché esclude tassativamente che l’investitura a segretario possa spingerlo ad aprire una lunga fase di estenuanti trattative interne per evitare di farsi logorare e liquidare dall’ostilità della parte maggioritaria dell’apparato. E lascia immaginare una fase più consona al carattere e alle ambizioni del personaggio. Quella in cui per evitare il logoramento interno si punta alla rottura all’esterno per costringere l’intero partito a sfidare il destino in maniera unitaria.

Per consolidare la leadership, in sostanza, Renzi non ha altra strada che provocare la caduta del governo Letta subito dopo l’approvazione della legge di stabilità e puntare ad elezioni anticipate in primavera. Solo impegnando il partito nella battaglia esterna può scongiurare il pericolo del Vietnam interno. E solo conquistando il ruolo di Premier dopo quello di segretario può sperare di rivoluzionare un partito che è rimasto tenacemente e ferocemente fermo agli anni ‘70 del secolo scorso.


Il caso cancellieri
di Oliviero Beha per Il Fatto Quotidiano
(da “Dagospia”, 6 novembre 2013)

Riepiloghiamo. Rozzamente. Secondo la Cancellieri il suo è un caso di “strumentalizzazione politica “, come quasi tutto in Italia del resto. Secondo alcuni, Travaglio compreso, c’è un’analogia tra le telefonate di Berlusconi in questura per Ruby e quella del Ministro della Giustizia ai funzionari del Dap per Giulia Ligresti.

Secondo Massimo Fini, invece, nessuna analogia “travagliata”, il fellone è notoriamente Berlusconi, l’improvvida ma quanto umana è Anna Maria (di qui una difesa dell’errore come categoria dello spirito contro la colpa e la rigidità della giustizia. Interessante, ma come vedremo a mio parere calzante come i cavoli a merenda).

Dibattito in corso. Ma su che cosa, in nome di Dio giacchè il Comitato Centrale di una volta è andato in mille pezzi e mille tessere sotto gli occhi di tutti, su che cosa? Un Ministro della Giustizia senza aggettivi il 17 luglio scorso, poche ore dopo l’arresto di Giulia Ligresti, componente di un clan politico-finanziario molto potente e da sempre chiacchierato, telefona alla compagna di Antonino Ligresti, fratello del capataz Salvatore, arrestato a sua volta come l’altra figlia Lionella.

Una telefonata intercettata e -attenzione-in partenza dal Ministro, una telefonata amichevole, affettuosa, preoccupata, per dirla alla maniera del Fini cancellierato “umanissima”. Una telefonata in cui la Cancellieri, in carica, dice “non è giusto”, riferendosi all’arresto. Con chi ce l’ha? Con i magistrati, con le forze dell’ordine, con l’idea stessa di una giustizia che fa di queste cose?

Lei, il Ministro della medesima? Si obietta: ma ha parlato da persona, da amica, in quei momenti non si può star lì a sindacare l’emotività. Il che vuol dire che essere Ministro della Giustizia o barelliere dell’ospedale è in certe occasioni perfettamente uguale. Che se la telefonata all’amica l’avesse fatta il Ministro dell’Economia avrebbe magari detto “non è economico”, quello dell’Ambiente “non è ecologico”, quello degli Spettacoli “non è spettacolare” e via andando. Insomma che fare il Ministro della Giustizia in questo Paese non conta, non è una cosa seria, viene dopo un’attestazione d’amicizia di questo tipo.

Mi pare assolutamente folle, o assolutamente in linea con il degrado del Paese, o assolutamente propedeutico a dimissioni di corsa. Neppure sto a far confronti con altri Paesi, e non ho bisogno di richiamare le telefonate di Berlusconi né l’umanità (prevalente sulla legge) secondo Fini né qualunque analogia o differenza o ipotesi di “macchina del fango” e similia. I fatti sono di un nitore accecante.

E sono semplicemente ma apoditticamente lo sfiatatoio della palude italiana: un clan che si difende, con tutti i suoi tentacoli a partire da quello al momento maggiore in grado, come temo avrebbe fatto qualunque clan a protezione di se stesso in una laida guerra per bande, dove si mescolano in un’osmosi pasticciatissima i versanti della politica, della finanza,del credito, dell’imprenditoria e perché no di alcuni corpi dello Stato fino anche qui alle cime tempestose delle istituzioni. La Cancellieri si comporta umanamente, ma di quale umanità stiamo parlando?

Dell’umanità sempre sui generis di un Paese ridotto in agonia dalla sparizione di qualunque scrupolo etico o valore che dir si voglia. Ciò che è atroce è che stiamo quasi per far passare come normale una violazione di una norma non scritta ma facilmente riconoscibile. La telefonata o le telefonate della Cancellieri, insomma, vengono da lontano negli anni e nei rapporti paludosi, e fungono da spia rossa che appunto non si vorrebbe mai vedere accesa per non avere fastidi.

Penosa riflessione finale: il Ministro della Giustizia ha 70 anni, quindi non fa parte anagraficamente dello stuolo di “giovani” della generazione successiva di cui spesso pensiamo, parliamo e scriviamo malissimo. Ma da dove discendono in questa de-generazione al potere? Rottamate, rottamate (ma sul serio, senza trucchi), qualcosa rinascerà…


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