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Tre articoli

28 Febbraio 2012

Ora i republicones non hanno paura del Cav. in sé, ma del Cav. in Monti
di Giuliano Ferrara
(dal “Foglio”, 28 febbraio 2012)

L’inversione dei ruoli adesso è completa. Il campione dell’eversione costituzionale (Silvio Berlusconi) si trasforma nel sostenitore quasi acritico della tecnocrazia quirinalmente corretta; mentre i resistenzialisti e pensosi intellettuali, i difensori della purezza costituzionale a ogni costo, si mettono alla fronda del governo “strano” e della sua maggioranza “anomala”. Il Cavaliere gaglioffo parla da statista responsabile, sobrio e montiano (lo si riconosce appena); il presidente emerito della Corte costituzionale e solidificatore del pensiero di Carlo De Benedetti (CDB da ora in poi), Gustavo Zagrebelsky, allude invece ai rischi per la democrazia e si traveste da rivoluzionario. Certo a Monti rimane il Fondatore, e dalle parti di Repubblica vale ancora qualcosa. Ma è un’eccezione. E’ vero che Eugenio Scalfari, nelle sei colonne del piombo domenicale, insisteva (fitto e solitario) sul punto: cioè la perpetuazione del montismo come “pratica” costituzionale. Ma per il resto, a Largo Fochetti, dal direttore Ezio Mauro sino al vicedirettore Massimo Giannini (che ha scritto venerdì scorso), la musica è un’altra. Come non leggere il contrasto: Giannini scrive di “deficit culturali tipici della tecnocrazia d’élite”, mentre il Fondatore nega l’esistenza stessa (in natura) di un governo tecnico, elitario e dunque anomalo (“il meccanismo adottato da Napolitano è quello che meglio corrisponde al dettato costituzionale e deve dunque sopravvivere al governo Monti diventando norma stabile”).

Intervistato ieri dal Corriere del Ticino il cavalier Berlusconi sembrava De Gasperi, quando spiegava compenetrato e compunto che “fin dall’inizio abbiamo sostenuto Monti convinti con il nostro voto”. Non bastasse, poi ha pure rafforzato il concetto: “Lo sosteniamo e continueremo a sostenerlo con lealtà e senso di responsabilità. Per l’interesse superiore dell’Italia”. Addirittura. Appeso al chiodo (per il momento) il gonfio piumone di Putin, Berlusconi ha indossato (metafora) il più elegante loden di Monti, mentre il club dei milionari che contornano CDB, con il suo presidente onorario, il prof. Zagrebelsky, ogni giorno di più recupera (contro Monti) lo stesso arsenale retorico della lunga stagione antiberlusconiana. “Il Parlamento è delegittimato”, ha spiegato Zagrebelsky intervistato da Repubblica sabato scorso. E poi: “Gli atteggiamenti acritici non sono consoni alla democrazia”. E ancora: “Rinunciare alla politica è un pericolo”. C’è anche un manifesto, contro la tecnocrazia. L’hanno firmato Benigni, Saviano, Magris…

Ma che succede? Sia il Cavaliere sia il salotto di Libertà e Giustizia (associazione glamour-filosofico-politica di CDB) si sono accorti che nel governo tecnico c’è qualcosa di berlusconiano. Il Cavaliere ne è comprensibilmente rassicurato, qua e là si rivede riflesso nello specchio (e lui ovviamente si piace): mercato del lavoro, articolo 18, liberalizzazioni e persino qualche spacconeria del tipo “diventeremo un modello per l’Europa”. Tutta diversa è invece la reazione del mondo di Zagrebelsky. C’è meno buonumore da quelle parti (ma questa, per così dire, non è una notizia). Si ritrovano un po’ smarriti. “Ma come? Non ce ne eravamo liberati di questa roba?”, si chiedono. Non è cosa da poco. Monti, in Parlamento e non solo, si alimenta del consenso e persino (a quanto pare) della semantica berlusconiana, laddove invece il club dei milionari il berlusconismo avrebbe voluto epurarlo in ogni forma e latitudine. Ed ecco la tragica aporia: l’uomo che li ha liberati dall’egoarca è maculato di berlusconismo. E dice pure cose tipo: “Sono grato a Berlusconi”. Se poi ci si mette il tribunale di Milano che prende atto dell’avvenuta prescrizione nel processo Mills, si ha l’immagine perfetta dello smarrimento. Meno male che (almeno) Ruby c’è.


A dispetto dei sondaggi Monti convince perché sta attuando il programma del Cav.
di Francesco Forte
(dall'”Occidentale”, 28 febbraio 2012)

Sono oramai decorsi i primi cento giorni del governo Monti ed è quindi giunto il tempo per fare un suo bilancio e una valutazione sul suo futuro. Le statistiche danno un messaggio sbagliato. Il consenso al governo Monti, dai sondaggi che fa il professor Mannheimer e che il Corriere della Sera pubblica, non è aumentato, fra gli interpellati, ma diminuito. Esso aveva il 61% dei consensi degli interpellati e il 27% di giudizi negativi, quando fu costituito, mentre ora ha solo il 52% di giudizi positivi, mentre quelli negativi sono il 45% e gli astenuti e incerti solo il 7% mentre erano, tre mesi fa, il 12%. Questa valutazione fa a pugni con la realtà. Un po’ come accade alla statistica dell’Eurostat secondo cui i salari italiani sarebbero i più bassi dell’eurozona, poi si scopre, sulla base delle precisazioni dell’Istat, che Eurostat aveva confrontato i salari italiani del 2006 con quelli degli altri stati dell’eurozona del 2009, ma che se si fa il confronto omogeneo, per il 2009, fra tutti gli Stati l’Italia ha retribuzioni sbagliate nella media europea, superiori a quelle di Spagna e Grecia. Ogni tanto, gli esperti “danno i numeri”, generando illazioni errate.

La verità è che gli indicatori riguardanti il mercato dei titoli pubblici italiani danno una valutazione diversa, da quella dei sondaggi di Mannheimer per Rcs, secondo cui gli italiani attualmente sarebbero meno soddisfatti del governo Monti di prima. Ciò non sembra esatto, considerando che il clima di fiducia nel nostro debito pubblico, da parte dei risparmiatori, non solo internazionali, ma anche italiani, che sono più della metà del mercato del nostro debito, è molto migliorato. Gli spread sui nostri titoli al livello di 360 punti per quelli decennali con tassi al 5,5% . I tassi si sono abbassati al 1-2,7 % per i titoli del debito pubblico a breve termine, semestrali, annuali, biennali. Il mercato è tornato a investire nel debito italiano.

Da questi risultati, relativi alla situazione dopo i primi cento giorni, emerge che il governo Monti sta ricevendo una valutazione maggiormente positiva . Essa si spiega con il fatto che l’esecutivo sta attuando il programma di economia di risanamento liberale del Pdl che il governo Berlusconi non era riuscito ad attuare soprattutto per la mancanza di supporto da parte della Lega Nord e di determinazione da parte del ministro dell’economia Tremonti di perseguirlo. Inoltre, a causa di ciò emerge che il governo Monti si sta guadagnando sul campo i galloni di governo capace di attuare non un mero programma tecnico di emergenza, ma un programma straordinario di più ampio significato e disegno strutturale che lo porterà a finire la legislatura e lascerà tracce anche dopo.

Mentre io ed altri osservatori stiamo correggendo il nostro giudizio, che era dubitativo in un giudizio positivo, l’opinione degli italiani, stando ai sondaggi in questione, starebbe andando in un senso opposto. Gli indicatori economici e finanziari per altro, come ho appena notato, non danno ragione ai dati di questi sondaggi, resi opinabili dal fatto che il 70 per cento degli elettori non saprebbe per chi votare (o meglio non lo dice agli intervistatori), mentre avvalorano il mutamento di giudizio mio e di altri osservatori, che hanno migliorato la valutazione. I dati di fatto, con la loro dura realtà, hanno generato una situazione di politica, economica e sociale e un comportamento delle forze politiche e sociali diversi da quelli previsti. Infatti, si è potuto osservare che questo governo ha potuto attuare al riforma delle pensioni, essenzialmente grazie all’appoggio del Pdl che la aveva nel suo programma ed ora si nota che sulla riforma del mercato del lavoro il governo Monti può avere successo solo grazie all’appoggio del Pdl, del cui programma faceva e fa parte.

A parole la sinistra liberaleggiante del Pd voleva questo governo mentre il Pdl, ovviamente, si batteva per il proprio governo. Ma ora che, dovendo attuare la linea di risanamento oggettivamente necessaria, questo governo deve seguire la linea del Pdl, si capisce sempre di più che la sinistra liberaleggiante del Pd è una minoranza del medesimo e che la maggioranza di esso voleva Monti soprattutto per “mandare a casa Berlusconi” e per attuare, per il governo dell’Italia, il principio “levati tu, che mi ci metto io”.

Ma adesso per una furbizia della storia, il Pd è legato al governo dalla sua stessa scelta e si trova nella situazione di dover accettare le riforme che esso farà, per non perdere la faccia, con una abiura, rispetto all’impegno solennemente assunto, in nome degli interessi nazionali. Un’altra cosa che si scopre è che la lotta all’evasione fiscale che questo governo fa, non trova da parte del Pdl, salvo per alcuni aspetti formali, mentre esso protestava contro la pretesa di aggravare i risparmi con imposte patrimoniali. La giustizia fiscale non è un patrimonio della cultura giustizialista.

Si scopre anche che la cattiva valutazione internazionale del nostro debito pubblico, manifestata nello spread dei suoi tassi di interesse su quelli tedeschi, in larga misura non dipendeva da Berlusconi, ma dalla situazione finanziaria internazionale, dovuta alla mancanza di fiducia nell’euro che si era manifestata sui mercati finanziari a causa della mancata soluzione del problema della Grecia e della crisi di liquidità che ciò aveva generato nel sistema bancario europeo, in assenza di una politica monetaria correttiva della Bce .

La soluzione, che sia pure in ritardo e male, è stata adottata per la crisi greca e soprattutto il nuovo intervento monetario non convenzionale varato nel frattempo dalla Bce, il LTRO (Long Term Refinancing Operations) consistente nelle due aste di prestiti triennali alle banche per 500 miliardi di euro per volta, con l’impiego di un’ampia varietà di collaterali, alla fine del dicembre 2011 e del febbraio 2012 (che sarà attuata oggi) , hanno fatto scendere i tassi sui nostri titoli. Ma ciò non sarebbe stato possibile se chi investe non avesse creduto che il rischio Italia è ora oggettivamente limitato.

Si è escluso così il temuto “avvitamento” del bilancio italiano in costi insostenibili per il debito pubblico mentre le quotazioni dei titoli del debito pubblico nei portafogli delle banche sono risaliti. E si è evitato l’avvitamento dell’economia italiana in una depressione pesante dovuta alla stretta del credito, conseguente a un insanabile difetto di mezzi di provvista e di capitalizzazione del sistema bancario italiano.

Ora il governo Monti, per le riforme liberali, oltreché per il mercato del lavoro, ha un compito da svolgere con riguardo alla liberalizzazione delle reti infrastrutturali dei servizi di trasporto, telecomunicazione, energia, acqua, alla deregolamentazione degli appalti, allo snellimento dei processi della giustizia amministrativa e commerciale . Ed ha un compito importante nelle politiche pro crescita per temperare gli effetti deflattivi della manovra di pareggio del bilancio. Bene ha fatto il governo a rinunciare a costituire un “tesoretto” con il ricavato della lotta all’evasione, da dedicare a riduzioni di imposte, a futura memoria, che potrebbe invece attrarre chi desidera invece nuove “rendite fiscali”. Ma non è affatto da scartare l’idea del ministro Passera di costituire un fondo per il rilancio degli investimenti azionati dalla mano pubblica, ai fini della crescita. Che si potrebbe alimentare non solo con i proventi della lotta all’evasione, ma anche con quelli di privatizzazioni.

Frattanto si ricordi che, a parte i dati sbagliati di Eurostat, le retribuzioni italiane sono minori di quel che sarebbe possibile e desiderabile, se i contratti di lavoro fossero orientati alla produttività. Se il compenso per il lavoro fosse concepito, contrattualmente e operativamente, non come un diritto costituzionalmente protetto ma come un risultato derivante dall’impegno produttivo. Ciò, da entrambi le parti, dei lavoratori e dei datori di lavoro privato e pubblico. Ora si attende che se ne faccia carico, per quanto di sua competenza, la Confindustria, nella scelta della nuova presidenza.


Il male greco è anche tedesco
di Antonio Polito
(dal “Corriere della Sera”, 28 febbraio 2012)

Per la prima volta da quando è cominciata la crisi dell’euro, Angela Merkel ha perso la sua maggioranza politica al Bundestag. Dei 330 voti di cui dispone il centrodestra, solo 304 hanno votato sì al secondo salvataggio della Grecia, sette in meno dei 311 seggi che fanno la maggioranza assoluta. Solo grazie al voto favorevole, ma molto critico, dell’opposizione socialdemocratica, il Bundestag ha autorizzato comunque con un amplissimo margine il nuovo piano da 130 miliardi per Atene. Ma l’indebolimento politico della Merkel è evidente. Oggi il 62 per cento dei tedeschi pensa che versare ancora soldi nel «pozzo senza fondo » della Grecia sia una follia. Lo ha gridato in prima pagina a titoli cubitali anche la Bild con un perentorio «Stop ». E il ministro dell’Interno di Berlino ha rotto la disciplina di governo per dichiarare che sarebbe meglio il default, anche per i greci.
In queste condizioni è più difficile che la Merkel possa accettare nel vertice di fine settimana ciò che gli altri capi di governo dell’Europa si augurano, e cioè di portare a 750 miliardi di euro la dotazione complessiva dei fondi salva-Stati. Proprio quando sembrava che i nervi dei tedeschi si potessero rilassare insieme a quelli dei mercati (la Bce da due settimane non ha più bisogno di comprare titoli italiani e spagnoli), la doccia fredda del Bundestag ricorda a tutti che la crisi dell’euro è politica, prima ancora che finanziaria. E dunque ben lungi dall’essere risolta.
Tre lezioni si possono trarre dall’incidente di Berlino. La prima è che tutti coloro che, anche in Italia, accusano la Merkel di egoismo nazionale e di scarsa generosità nel salvare Atene, devono sapere che le cose potrebbero andare anche peggio se a prevalere fossero i sentimenti maggioritari nel popolo e nel parlamento tedesco. Del resto il primo salvataggio greco risale ormai a quasi due anni fa, e nemmeno la Merkel può escludere che ne sarà necessario un terzo. Ma il numero di volte in cui un governo può giustificare davanti ai propri contribuenti il salvataggio di un altro Paese è limitato. Forse in Germania il limite è già stato toccato.
Seconda lezione: non è proprio il caso di rilassarsi nemmeno in Italia. I progressi del nostro Paese ormai sono uno dei pochi argomenti efficaci in mano a chi sta provando a far ragionare i tedeschi. Se la minore pressione dei mercati si traducesse da noi in un annacquamento del programma di riforme, il danno non sarebbe solo interno. Non c’è nulla da temere di più che la mancanza di paura, chiosa l’ Economist .
Terza lezione: si sta creando una tensione molto forte tra ciò che va fatto e ciò che gli elettorati sono disposti ad accettare, e questa tensione «democratica » è da sempre il pericolo maggiore per l’Unione, progetto di élite e tecnocratico per eccellenza. La Merkel è nei guai che abbiamo visto, e deve conquistarsi un terzo mandato l’anno prossimo. Ma già tra poche settimane in Francia una vittoria del socialista Hollande potrebbe portare alla richiesta francese di rinegoziare il Trattato fiscale appena varato. Senza contare che i sondaggi in Grecia pronosticano un trionfo di estremisti di ogni colore, e che in Italia nessuno sa chi governerà tra un anno, e se per vincere dovrà promettere di fermare la marcia delle riforme.
Neanche ancora scampato ai mercati, l’euro è ora nelle mani degli elettorati.


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Bart