Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Il profilo necessario

19 Aprile 2013

di Sergio Romano
(dal “Corriere della Sera”, 19 aprile 2013)

Ogni giudizio sulla persona di Franco Marini diventa a questo punto irrilevante. Se una candidatura nasce dall’intesa fra i leader dei due maggiori partiti nazionali e se il candidato esce malconcio dalla prima elezione, la sconfitta investe anzitutto la formazione politica a cui appartiene e che lo ha proposto agli altri gruppi. Non sarebbe accaduto, forse, se gli inconvenienti dell’ingorgo istituzionale (la coincidenza fra l’inizio della legislatura e la fine del settennato) non fossero stati aggravati dall’insistenza con cui Bersani ha preteso un incarico inutile. Non sarebbe accaduto se fosse stato possibile separare le due scadenze trattenendo Napolitano al Quirinale per un certo periodo. Ma questo è «latte versato » su cui è inutile sprecare lacrime e rimpianti. Decideremo più in là, a mente fredda, se l’accordo fra Bersani e Berlusconi fosse ragionevole o sbagliato. Oggi occorre ripartire dalla realistica constatazione che i registi dell’intesa hanno fallito e che in ogni battaglia perduta vi è sempre, inevitabilmente, un vincitore.

Benché altri, in questo caso, abbiano contribuito all’insuccesso di Marini, la persona che può maggiormente compiacersi del risultato e rivendicare la vittoria è Beppe Grillo. Il leader del Movimento 5 Stelle si vanterà di avere evitato l’«inciucio » e farà del suo meglio, nelle prossime ore, per apparire agli occhi del Paese il grande elettore del capo dello Stato. Non basta. Grazie ai pegni pagati da Bersani ancora prima dell’incarico – la presidenza delle Camere – Grillo potrà sostenere che il suo arrivo nella politica italiana ha già rinnovato il vertice dello Stato.

Non credo che questo ribaltamento della politica nazionale rifletta gli equilibri politici e le esigenze della società. Non credo che la maggioranza del Paese desideri avere un Lord Protettore nella persona di un uomo per cui l ‘agorà è un teatro e i cittadini un pubblico da intrattenere e sedurre. È comprensibile quindi che Bersani, dopo avere preso atto del fallimento del suo disegno, cerchi di restituire a se stesso e al suo partito il controllo della situazione. Vuole proporre un nome ai grandi elettori e vuole che il nuovo candidato abbia il crisma di un’assemblea del Pd convocata prima della prossima votazione. È un rammendo cucito in tutta fretta su una tela troppo rapidamente strappata. Può essere utile, ma occorrerà che nelle ore successive, quando si ricomincerà a votare, la scelta del Presidente prescinda dai calcoli della cattiva politica e risponda alle esigenze del Paese in uno dei momenti più complicati della sua storia repubblicana. Prima di scrivere un nome sulla loro scheda, i grandi elettori dovranno chiedersi se il loro candidato abbia le qualità necessarie in questo momento. Proviamo a ricordarle.

Deve conoscere anzitutto la macchina statale, le sue potenzialità inutilizzate, le sue virtù, i suoi angoli bui, i trabocchetti e i vizi della sua burocrazia. Le buone idee e le buone intenzioni non bastano. Se deve apporre la sua firma, deve anche sapere che cosa accadrà quando una proposta diventa legge e comincia la corsa a ostacoli che la separa dalla sua piena esecuzione.

Occorre che abbia familiarità con i problemi dell’economia e della finanza. Non è possibile giudicare la concretezza di un programma senza tenere conto della reazione dei mercati e di tutte le forze della produzione che dovranno assicurare la loro collaborazione. Non è possibile favorire soluzioni di cui non siano stati valutati scrupolosamente gli effetti. Deve avere esperienza di mondo ed essere pronto ad affrontare con argomenti e atteggiamenti convincenti i pregiudizi e i sospetti che pesano oggi sull’Italia, soprattutto in Europa. Giorgio Napolitano lo ha fatto in modo ammirevole e il Paese deve essergliene grato. Il suo successore dovrà fare altrettanto.

Occorre infine che il nuovo Presidente sia in grado d’ispirare fiducia e rispetto. Nessuno può piacere a tutti e ogni personalità politica ha una storia personale fatta di scelte che hanno suscitato critiche e risentimenti. Ma ciò che maggiormente conta, in ultima analisi, è quella combinazione di cultura, equilibrio e serietà che sono la materia prima di un uomo di Stato. Il Presidente sarà tanto più forte quanto più avrà saputo suscitare, nel corso della sua vita politica, il rispetto dei suoi avversari. Sarà tanto più autorevole quanto meno apparirà a una parte del Paese come un irreducibile nemico. La scelta di un presidente della Repubblica, soprattutto in questo momento, non deve cadere soltanto sulla persona che ha la maggioranza; deve cadere anche su quella che non è respinta a priori da una minoranza consistente.


Un disastro che viene da lontano
di Mario Calabresi
(da “La Stampa”, 19 aprile 2013)

Il disastro a cui abbiamo assistito ieri, quello del partito di maggioranza in Parlamento che propone un suo candidato alla presidenza della Repubblica trova il voto degli avversari ma non riesce a portare i suoi, è la logica conseguenza di ciò che è avvenuto negli ultimi cinque mesi.

È figlio della mancanza di coraggio e di idee forti, chiare e comunicate in modo convincente. Per questo il Pd non ha vinto le elezioni, per questo non si è ancora riusciti a formare un governo, per questo ha una base divisa, arrabbiata, incredula o sgomenta. Perché bisogna saper dare un colore e un sapore alle cose se si vuole che gli italiani le capiscano e le facciano proprie.

Può darsi che questa sera avremo un nuovo capo dello Stato, figlio di una qualche alleanza o forse di un sano ripensamento dell’ultima ora, ma purtroppo non nato da un progetto organico e credibile su cui poggiarsi e da cui partire.

L’unica scommessa fatta da Bersani nei 53 giorni che ci separano ormai dal voto è stata quella di prendere tempo, di rinviare, nella speranza che il passare delle settimane potesse miracolosamente sciogliere i nodi irrisolti.

Già in campagna elettorale non era stato capace di dare un messaggio riconoscibile, un’indicazione di rotta per il Paese e gli italiani, una ricetta di speranza e di cambiamento comprensibile a tutti. Eppure l’uomo era dotato di buon senso, di una visione pragmatica ed efficiente e di una buona dose di ironia. Ma una sorta di paralisi e l’errata convinzione che bastasse restare fermi – distinguendosi dagli altri per sobrietà e per la serietà di non fare promesse impossibili – per arrivare naturalmente a Palazzo Chigi avevano prodotto un risultato monco e deludente.

Non averne preso atto subito, aver ripetuto come un mantra che al Pd «spetta » l’azione, o la proposta o la guida, ma senza avere poi la forza di guidare i processi (a dire il vero nemmeno di metterli in moto) ha distrutto una leadership e la tenuta di un partito e del suo mondo di riferimento.

Se non hai i numeri devi decidere con chi ti vuoi accompagnare per averli, ma il compagno di viaggio deve essere d’accordo e il percorso deve essere chiaro. Si è corteggiato Grillo e si sono inventati due presidenti delle Camere non ortodossi e non di partito per compiacere lui e tutta quella parte di opinione pubblica che in modo ossessivo riconosce valore soltanto a ciò che è nuovo e diverso. Ma ciò non è servito a costruire nessun progetto perché il Movimento 5 Stelle non ne voleva sapere di assumersi la sua parte di responsabilità. Prendere atto di questo portava a un bivio obbligato: dialogare con Berlusconi o rivendicare il diritto ad eleggersi un Presidente a maggioranza semplice per poi tornare a votare con un volto e un programma nuovi, variando insomma l’offerta politica.

Nessuna delle due strade è stata scelta, si è rimasti nel limbo continuando a vagheggiare di una terza via che permettesse il crearsi di convergenze magiche sia per eleggere il successore di Napolitano sia per dare il via a un governo di minoranza.

Tutto questo fino a un paio di giorni fa, quando – proprio nel momento in cui arrivavano aperture da Grillo – all’improvviso è emerso un accordo con Berlusconi, un accordo che doveva essere talmente forte e stringente da giustificare anche la rottura dell’alleanza con Vendola e la frattura interna al partito. Un accordo che però non è mai stato spiegato, nelle sue linee, nel suo progetto e nemmeno nelle sue conseguenze. Un accordo che portava a eleggere Franco Marini senza far comprendere all’opinione pubblica ma nemmeno ai propri parlamentari il significato e il senso della scelta.

Viviamo un tempo in cui i cittadini pretendono di capire, si sono abituati alle narrative e a dare un volto ai progetti: le chimiche partitiche, i candidati che servono solo a sbloccare altre geometrie sono incomprensibili e inaccettabili. Eppure la storia di Marini aveva elementi degnissimi che avrebbero contrastato l’ondata che si è riversata su di lui: un alpino che ha passato la vita a preoccuparsi del lavoro, un uomo dai gusti semplici che probabilmente avrebbe fatto partire il suo settennato nel Sulcis o tra le vittime dell’Ilva a Taranto. Nulla di ciò è stato offerto al Paese, se non un nome scelto da Berlusconi in una rosa che cercava un minimo comun denominatore. Così si è scatenata la rivolta, parlamentare e popolare.

Le persone, e non solo quelle che in queste ore si scatenano su twitter e facebook – con tassi di faziosità e accuse deliranti che fanno francamente spavento –, vogliono al Quirinale qualcuno di cui capiscono il senso, di cui possono apprezzare il percorso e di cui si possono fidare.

Le forze politiche hanno il diritto, anzi il dovere di scegliere, indicare e governare, è questo il senso della democrazia rappresentativa e dovremmo tenercela cara di fronte a tentazioni totalitarie di minoranze rumorose, ma per farlo devono mostrare coraggio e idee chiare. Se non si è capaci di guidare allora sarebbe giusto farsi da parte o perlomeno cercare di ricostruire la propria parte del campo partendo dal basso, restituendo la parola alla base.

In questo caso la base sono i grandi elettori della coalizione di centrosinistra, che questa mattina verranno interpellati per evitare nuove figuracce laceranti. È giusto e molto più in sintonia con i tempi e con gli umori del Paese andare a vedere qual è il nome su cui si possa coagulare il maggior numero di consensi, ma poi si chieda a tutti di rispettare lealmente l’indicazione, ripartendo da quell’altro principio basilare che si chiama maggioranza.


Marini deciso a non mollare «Me la gioco fino in fondo »
di Massimiliano Scafi
(da “il Giornale”, 19 aprile 2013)

Roma – E adesso sono cavoli di Bersani. «Per quanto mi riguarda, io resto in pista. Deve essere Pier Luigi, se proprio vuole, a chiedermi di farmi da parte.
Ma me lo dica in faccia ». Ecco, stavolta il lupo si è arrabbiato davvero. Deluso dal segretario, che non l’ha avvertito che il clima era cambiato. Irritato per essere stato spedito al massacro. Offeso perché dal centrosinistra, dopo il bagno, solo Pino Pisicchio l’ha chiamato. «Gli hanno fatto la supercazzola », spiega a Montecitorio un ex dc. E il voto per il conte Mascetti ironicamente lo dimostra.
Ma lui niente, ritirarsi non è nel suo dna. Del resto, che Franco Marini fosse testardo come tutti gli abruzzesi, lo si sapeva. «Sono in corsa e me la gioco fino in fondo », racconta subito dopo aver parlato con il Cavaliere, che lo ha rassicurato: il Pdl non appoggerà altri candidati, almeno per ora. L’ex presidente del Senato punta al quarto scrutinio, quando per salire al Quirinale basterà la maggioranza semplice, a quota 504. Lo scenario però è in continua evoluzione e i suoi 521 voti non sembrano un margine sufficiente.
Infatti al tramonto, Bersani sostiene che «si apre una fase nuova », che «bisogna prenderne atto », che serve «una proposta ». Ma avrà problemi a dirlo al diretto interessato, che proprio non vuole essere rimesso in naftalina.
Vecchio chi? Io non sono bollito, ripete infatti Marini a quelli che lo avvicinano. «Vuole sapere come mi sento fisicamente? Mi guardi ». Completo grigio, golf blu, aria asciutta, manca solo che si metta a fare le flessioni per dimostrare che avere ottant’anni non è un reato. «Stamattina mi ha chiamato De Mita e mi ha fatto molto piacere. Il vecchio Ciriaco ha sempre la testa molto lucida ». Come dire: chi meglio di noi, ex democristiani, solidi e immarcescibili come le querce secolari di San Pio delle Camere?

E dire che la giornata del candidato era cominciata nel migliore dei modi. Dopo una notte serena, il cappuccino sotto casa ai Parioli, con uno scambio di battute con il barista. «Allora, presidente, veniamo a trovarla al Quirinale? ». «Non scherziamo ragazzi, aspettiamo ». Prima di salire in macchina ha trovato un plotone di giornalisti. «Senatore, sembra un inglese. Ha portato pure le sue pipe? ». «Eh, le pipe, che vuole che le dica. Adesso preferisco i sigari Toscani. Accendo la pipa quando voglio fumare di meno ». «Ma la pipa di Gianni Letta, il suo compaesano?. «È vero, Letta molti anni fa mi regalò una bellissima Dunhill. Purtroppo però l’ho persa ». «Il Pd sembra diviso sul suo nome… ». «Mi auguro che il partito possa ritrovare in fretta la sua unità ». «Nessun rischio di scissioni, allora ». «Ma no, ma quale scissione, che dite? ».
Alle dieci, quando a Montecitorio Laura Boldrini ha dato il via alla corsa, Marini era già nei suoi uffici di ex presidente del Senato, a Palazzo Giustiniani. Umore alto e poca voglia di fare commenti. «Sto lavorando, sto lavorando. Ho molto da fare, non si può parlare ora ». Ogni tanto, un po’ di tensione. «È una battaglia dura ». Frasi di circostanza, normale scaramanzia. Perché in realtà l’ex segretario della Cisl, l’uomo delle mille trattative, l’alpino scalatore di vette, stavolta era sicuro di spuntarla. «Spero di far convergere su di me pure i voti di Sel ».

Gli unici contatti con gli amici abruzzesi. A San Pio stavano già preparando i festeggiamenti. Giorgio D’Innocenza, titolare dell’unico bar del paese e anche lui alpino, ha seguito lo spoglio su internet. «Conosco bene Marini, partecipa attivamente alle attività della sezione locale dell’Ana. Speriamo bene, sarebbe un ottimo presidente della Repubblica ».
Si è visto poi come è andata a finire: franchi tiratori. quorum lontano, azioni in picchiata, persino uno sberleffo nell’urna, con quella scheda per Valeria Marini. Fallito il primo round, il lupo della Marsica sarebbe pronto al secondo, o meglio al quarto. Ma i 224 voti in meno rispetto alle previsioni sono un macigno. Eppure, «sono sereno », fa sapere lui.


Le due sinistre del nuovo 18 aprile
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 19 aprile 2013)

Il 18 aprile è una data fatidica nella storia dell’Italia del secondo dopoguerra. Fino a ieri era il giorno della storica vittoria del 1948 del fronte moderato guidato dalla Democrazia Cristiana sul fronte popolare diretto dal Partito Comunista Italiano, il giorno della vittoria di Alcide De Gasperi su Palmiro Togliatti, della Chiesa di Pio XII sul “pericolo rosso “di staliniana osservanza. Da adesso in poi, invece diventa il giorno non solo dela mancata elezione di Franco Marini al Quirinale, ma soprattutto il giorno della clamorosa implosione del partito Democratico. Può essere che nel prossimo futuro Pier Luigi Bersani riesca a rincollare la maggior parte dei cocci in cui si è frantumato il suo partito.

Ma è fin troppo evidente che la rincollatura non riuscirà mai a riportare la compattezza e l’integrità del partito originario. Le spaccature saranno pure state meno numerose e profonde di quelle che si sarebbero potute provocare con la candidatura di nomi diversi da quello di Franco Marini. Ma sono state comunque talmente marcate da mettere comunque in evidenza che il soggetto politico che si era delineato durante gli anni ’70 all’insegna della fermezza delle forze dell’arco costituzionale contro il terrorismo e che si era materialmente formato all’atto della fusione tra Ds e Margherita, tra post-comunisti e post-democristiani di sinistra, ha esaurito la sua corsa ed è giunto di fatto al capolinea. A frantumarlo, paradossalmente, non è stata la verifica che le differenze tra cattolici ed ex marxisti non sono state affatto superate ma tornato ad emergere nei momenti di tensione e di difficoltà. È stato l’effetto devastante della diversità antropologica tra il mondo della sinistra tradizionale e quello della cosiddetta nuova sinistra, tra chi ha alle spalle tradizioni politiche che si rifanno all’esperienza di governo della Dc ed alla via italiana al socialismo di Berlinguer e chi, invece, non vuole avere le radici di quel tipo e tende a rifarsi al modello di successo del momento rappresentato dal cosiddetto “fenomeno Grillo”, cioè al fenomeno che incanala i pregiudizi ancestrali del popolo della sinistra e le tensioni provocate dalle difficoltà della crisi economica nell’intolleranza moralistica contro gli avversari di turno.

Questa differenza antropologica inconciliabile è apparsa con tutta evidenza nell’attacco alla candidatura di Franco Marini lanciata dagli schermi televisivi da Matteo Renzi. Fino a quel momento il sindaco di Firenze veniva considerato un antagonista naturale di Beppe Grillo e del grillismo, l’unico in grado di rinnovare il Pd e metterlo di condizione di fronteggiare senza sudditanze di sorta il comico genovese. Invece , nell’attaccare non sul terreno politico ma su quello strettamente personale Marini, Renzi si è calato totalmente nei panni di Grillo, lo ha imitato in tutto e per tutto ed ha dimostrato in maniera inaspettata e clamorosa che il problema del Pd non è lo scontro personale tra il sindaco di Firenze e Pier Luigi Bersani ma tra le due sinistre inconciliabili ed alternative presenti nel panorama politico nazionale. Non è un caso che sulla scia di Renzi si siano posti anche Niki Vendola ed i cosiddetti “giovani turchi”, tanto diversi apparentemente dallo sfidante interno di Bersani ma in tutto simili a lui nell’imitare il modello dell’indignazione intollerante e moralistica rappresentato da Beppe Grillo. L’esistenza delle due sinistre è venuta allo scoperto ed ha provocato un nuovo e più moderno 18 aprile. Con gli stessi vinti e vincitori di allora.


Berlusconi vede Prodi e pensa al voto
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 19 aprile 2013)

“Siamo quattro punti sopra, siamo tornati a essere il primo partito”. Silvio Berlusconi coltiva una riserva mentale che gli rende persino accettabile l’idea di Romano Prodi al Quirinale: le elezioni anticipate. E dunque si muove in maniera ambigua, un po’ coltiva l’idea delle trattative e osserva interessato i movimenti di Massimo D’Alema dentro il Pd, ma non sembra temere nemmeno troppo le conseguenze dell’elezione di Prodi, cioè il voto. Lui pensa di vincere, come insistono nel dire gli interpreti del suo animo più bellicoso: “L’idea di una campagna elettorale lo entusiasma”, spiega la pasionaria Daniela Santanchè. Ma il Cavaliere, si sa, tende a suonare più di uno spartito contemporaneamente, e dunque ieri era interessante osservare, e ascoltare, il lungo colloquio tra l’avvocato Niccolò Ghedini e il super dalemiano Ugo Sposetti, l’ex tesoriere dei Ds che ha anche incontrato Denis Verdini e poi almeno una decina di deputati di rilievo del Pdl nel corso dell’intera giornata. E di cosa parlavano mai? Ma del quarto scrutinio, ovviamente, e della candidatura di D’Alema, un nome che Berlusconi non può e non vuole votare (“i miei elettori non capirebbero”), ma che comunque il Cavaliere è disposto a “non ostacolare”. Chissà. Come sussurra Renato Schifani, mentre lascia una riunione del partito: “C’è Prodi, è vero. Ma da qualche parte c’è pure D’Alema…”.

Berlusconi intuisce il rischio, vede stagliarsi all’orizzonte l’oscuro profilo del suo nemico Prodi eppure quasi se ne disinteressa. Alla Camera, il vecchio Fabrizio Cicchitto digrigna i denti mentre Franco Marini viene impallinato in Aula al primo scrutinio: “E’ finita”, dice. “Bersani non regge l’accordo con noi, qua eleggono Prodi, altro che. E’ ovvio. Bisogna essere imbecilli per non vederlo”. Eppure, dopo aver intorcinato tutto il negoziato col Pd sulla candidatura fallita di Marini, il Cavaliere ieri ha lasciato le trattative esauste nelle mani del gran visir Gianni Letta ed è partito in aereo per tenere un comizio elettorale a Udine. Come se non fossero affari suoi. Prima di lasciare Roma, il grande capo ha pure dettato ai suoi uomini una linea dai tratti abbastanza inverosimili, specie dopo le due inutili votazioni di ieri alla Camera. “Dobbiamo continuare a votare scheda bianca assieme al Pd. Poi, al quarto scrutinio, torneremo su Marini per eleggerlo assieme a Bersani”, ha detto. Il Cavaliere lascia intendere che il patto con il segretario del Pd sia ancora in piedi. E in effetti sembra essere così, lo conferma anche Verdini, l’ambasciatore infaticabile: “Il Pd ha preso uno zero virgola più di noi, dunque adesso tocca a loro proporci un altro nome per il Quirinale”. Dunque il Pdl resta fermo, ma si continua a trattare. Eppure Renato Brunetta, il capogruppo alla Camera, sembra lavorare per un risultato opposto, e spinge il periclitante Pd nelle braccia di Beppe Grillo (e di Prodi): “Il Pd è un partito a pezzi. Dovrebbe sciogliersi”, dice lui. Parole, per tono e contenuto, quasi identiche a quelle pronunciate ieri da Maurizio Gasparri (“stanno travolgendo l’Italia con le loro beghe interne”) e dalla stessa Santanchè. A prima vista è una follia, ma forse c’è del metodo: ognuno recita la parte che il Cavaliere ha scritto per lui. Dunque ci sono gli ambasciatori discreti e informati, Letta e Verdini, e poi ci sono gli uomini della campagna elettorale. Tutto si tiene nell’ordinata confusione del Castello berlusconiano.

Il nome di Marini resta nel freezer, congelato, ma in attesa della quarta votazione, a maggioranza assoluta degli aventi diritto, la diplomazia è tornata in attività. Il gran visir Gianni Letta riavvolge il meccanismo della trattativa da dove era partito e nei suoi colloqui con l’altro Letta, Enrico, ripertica alcuni nomi dei giorni scorsi: Tesauro, Contri… Ma ce n’è uno che nel Pdl nessuno può fare: D’Alema. “Quel nome, se esiste davvero, tocca alla sinistra avanzarlo”. Così Sposetti continua a bussare e a promuovere i baffi di D’Alema, mentre anche Matteo Renzi viene cautamente sondato. Lo si maneggia con cautela il nome di D’Alema, l’antidoto a Prodi. Qualcosa si muove, negli angoli bui. Il quarto scrutinio forse scivolerà a sabato, e nel Pd ci saranno le quirinarie: i grandi elettori sceglieranno il candidato alla presidenza della Repubblica. Dice il dalemiano Nicola Latorre: “C’è più di un nome in ballo”.


Mancino-Napolitano, un anno di romanzo quirinale: “Distruggere le intercettazioni”
Proprio nelle stesse ore in cui le camere riunite cercano di eleggere il nuovo capo dello Stato la Cassazione ha messo la parola fine alla lunga e tormentata diatriba delle telefonate tra il Colle e l’ex presidente del Senato, imputato di falsa testimonianza nel processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra
di Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano”, 19 aprile 2013)

Nelle ultime ore al Quirinale Giorgio Napolitano ha incassato una fondamentale sicurezza: il contenuto delle quattro telefonate in cui colloquia con Nicola Mancino rimarranno segrete. Proprio nelle stesse ore in cui le camere riunite cercano di eleggere il successore di Napolitano, la corte di Cassazione ha messo la parola fine alla lunga e tormentata diatriba delle telefonate tra il quasi ex capo dello Stato e l’ex presidente del Senato, imputato di falsa testimonianza nel processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra.

Gli ermellini hanno quindi respinto il ricorso degli avvocati Roberto D’Agostino e Francesca Russo, legali di Massimo Ciancimino, che avevano chiesto di bloccare la distruzione delle intercettazioni, come invece aveva decretato la Consulta. Un Romanzo Quirinale in piena regola che comincia una calda giornata del giugno scorso. È il settimanale Panorama il primo a “soffiare” che agli atti dell’inchiesta sul patto scellerato tra pezzi delle istituzioni e la mafia c’erano anche alcune chiamate in cui era rimasta impigliata la voce del presidente Napolitano. Ad essere intercettato era l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, indagato dai magistrati della procura di Palermo per falsa testimonianza dopo la sua deposizione al processo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso nel 1995. Dall’inverno del 2011 Mancino bersagliava a ritmo costante il centralino del Quirinale. Ma il suo interlocutore preferito era il consigliere giuridico del Colle Loris D’Ambrosio. Telefonate che per gli inquirenti sono rilevanti, dato che Mancino chiede aiuti istituzionali per essere “coperto” da un’eventuale indagine. Mancino però parla anche con Napolitano. E quelle chiamate tra il capo dello Stato e l’indagato sulla Trattativa Stato-mafia rimangono incise sulle bobine della Dia. La notizia dell’esistenza di quelle intercettazioni finisce sui giornali. E la reazione del Colle non si fa attendere.

È il 16 luglio scorso quando le agenzie battono una notizia che non ha precedenti: il Quirinale decide di trascinare la Procura di Palermo davanti la Corte Costituzionale: nonostante quelle chiamate non siano state mai trascritte, nonostante il pm Nino Di Matteo abbia smentito la notizia che spacciava quelle telefonate penalmente rilevanti (beccandosi in seguito un provvedimento disciplinare), Napolitano avverte un conflitto d’attribuzione di poteri tra lui e le toghe palermitane. Come dire che il Capo dello Stato non può essere intercettato neanche in maniera indiretta, ovvero, quando ad essere ascoltato dagli inquirenti è l’interlocutore del Presidente. La Corte Costituzionale procede all’esame del caso a tappe forzate, anzi forzatissime. E a dicembre decreta che quelle intercettazioni devono immediatamente essere mandate al macero.

Dietro l’angolo c’è però lo sgambetto di Massimo Ciancimino, che in quanto imputato nella Trattativa, chiede lecitamente di ascoltare quelle conversazioni. Una richiesta, che dopo due rinvii, la corte di Cassazione ha rigettato. “All’esito dell’ascolto delle quattro conversazioni si è evidenziata l’assenza nel loro contenuto di qualsiasi riferimento ad interessi relativi a principi costituzionali supremi che in qualche modo possano essere irrimediabilmente pregiudicati dalla distruzione delle registrazione” ha detto il giudice. Come dire che Ciancimino Junior non avrebbe potuto trovare elementi per difendersi in tribunale dall’ascolto delle quattro telefonate tra il suo coimputato Mancino e Napolitano. Il quasi ex Capo dello Stato dunque può stare tranquillo: quei compact disc con incisa la sua voce saranno distrutti al più presto. E mentre gli ermellini hanno decretato il falò per le ingombrantissime intercettazioni, l’inchiesta sulla trattativa però non si ferma: i pm della dda palermitana infatti hanno ascoltato Licio Gelli come persona informata sui fatti negli uffici della procura di Arezzo.

Sul patto scellerato tra pezzi dello Stato e la piovra c’è ancora aperto il fascicolo madre, dal quale a giugno sono state stralciate le posizioni dei dodici poi rinviati a giudizio. Nel fascicolo originario sulla trattativa c’è un importante pezzo dell’indagine Sistemi Criminali dove tra gli altri era indagato proprio il gran maestro della P2. Tra il 1991 e il 1992 infatti si verificano delle strane convergenze tra cosa nostra, la ‘ndrangheta, la Camorra, pezzi della massoneria deviata, elementi dei servizi e militanti della destra eversiva. E proprio in quei giorni, come ha raccontato Massimo Ciancimino, Gelli incontrava a Cortina Vito Ciancimino. Sul tavolo c’è la creazione di nuovi partiti politici che servono la causa delle organizzazioni criminali: è solo il 1992 ma massoneria e mafia sanno già che la prima Repubblica è finita.


Ruby: “Mai conosciuto l’agente di Noemi Letizia”
di Redazione
(da “Libero”, 19 aprile 2013)

L’ossessivo Michele Santoro continua a dedicarsi al problema principale che mina il futuro dell’Italia: Ruby Rubacuori. Ospite della puntata di Servizio Pubblico di giovedì 18 aprile è proprio Karima, la “regina” del bunga bunga, intervistata dal fido Sandro Ruotolo. Il cuore del suo intervento sta nella risposta offerta quando le viene chiesto se conosce Francesco Chiesa Soprani, l’agente di Noemi Letizia che, sempre da Santoro, affermò che la ragazza napoletana fece sesso col Cav da minorenne. Soprano disse anche di aver raccolto delle confidenze da Ruby. La diretta interessata però smentisce: “Non l’ho mai conosciuto – dichiara Ruby -. Ormai da quando è scoppiato il caso Ruby sono in tanti a volerci marciare sopra e hanno approfittato di quello che poteva essere la visibilità del momento o di inventare delle situazionni che hanno letto nei giornali. E’ facile dire: Ho conosciuto Ruby e mi ha raccontato delle serata ad Arcore dopo che hai letto tutto sui giornali. Sono sicura anche della mia memoria, e a me questa persona mi sembra di non averla mai incontrata”.

Protesta al Tribunale – Karima parla anche della sua protesta al Tribunale di Milano: “Ho detto semplicemente quello che ho sentito di aver vissuto, è per quello che sono andata lì, per essere sentita dai magistrati dato che comunque l’inconsapevolezza dei 17 anni a volte ti può portare, mi dispiace, a raccontare delle frottole”. Quindi Ruotolo le fa notare che una volta arrivato il giorno dell’interrogatorio era scomparsa in Messico. Ruby risponde: “Questo caso era iniziato da un anno e mezzo, ero abbastanza stanca e nervosa anche per quello che la gente dice in giro e avevamo deciso di partire all’ultimo minuto per andarci a rilassare. E sono rientrata in Italia per essere sentita, e non per caso sono rientrata in aula non appena c’è stata la possibilità di essere riascoltata”.


Letto 1601 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart