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I traditori dell’Italia che tifano Monti e si inchinano a Berlino

12 Dicembre 2012

di Redazione
(da “Libero”, 12 dicembre 2012)

Ai confini dell’impero c’è una teutonica colonia: l’Italia. C’è un particolare, però, che rende differente questa colonia da tutte le altre. I dominati non si ribellano. Anzi, tifano per il colonizzatore. Chiedono a gran voce, creando un mirabolante schieramento trasversale, che il teutonico invasore ci imbrigli, domini e comandi. Come se non bastassero le politiche di austerità imposte nell’ultimo anno dall’Unione Europea fedele all’ortodossia dell’austerity di Angela Merkel (e “somministrate” dal dottor Monti), ora il colonizzatore tedesco vuole imporci anche un governo, fregandosene di qualsivoglia principio democratico e della possibilità di autodeterminazione propria degli elettori. Imporci un governo – quello di Monti – dopo aver fatto crollare a colpi di spread un esecutivo legittimamente eletto, quello di Silvio Berlusconi.

Gli attacchi – Da Berlino il coro è unanime. La Merkel si schiera con Monti. Il ministro Westerwelle intima a Berlusconi di non parlare di Germania in campagna elettorale. La stampa si scatena, spingendosi anche a mettere la faccia del Cavaliere in un cesso. Ovvia l’alzata di scudi, in un Paese che vede l’Italia e Berlusconi come la peste. Meno ovvia, invece, la subordinazione al dominatore tedesco che mostrano i leader politici del nostro Paese. Non solo subordinazione, ma anche voglia di cedere definitivamente la nostra sovranità. Come detto, lo schieramento dei traditori dell’Italia è vasto. Passiamolo in rassegna.

Re Giorgio – In prima fila c’è quella che viene definita la prima carica dello Stato, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che calpestando l’etichetta di uomo “super partes” (ma quando mai…) dopo l’annuncio delle prossime dimissioni di Monti dichiarò: “Vedremo cosa faranno”. Si riferiva ai mercati. Il primo pensiero è per la finanza, non per gli italiani. Poi, sul fatto che Re Giorgio abbia orchestrato per l’ascesa di Monti e stia orchestrando per la sua riconferma – magari al Quirinale – si è già speso un fiume di inchiostro. In prima fila, dunque, c’è il presidente della Repubblica italo-tedesca, che mette a disposizione tutti i suoi poteri per realizzare i progetti di Berlino.

Il “leader” Bersani – La rassegna continua poi con i leader di partito. C’è Pier Luigi Bersani, il primo sfidante di Berlusconi, uno che, in teoria, vorrebbe discostarsi – ma non troppo – dall’agenda Monti (“Il mio programma? L’agenda Monti con qualcosa in più”, ha dichiarato). Dopo che il Cavaliere, intervistato da Maurizio Belpietro, ha contestato la tirannia dello spread, Bersani ha risposto: “Berlusconi dice stupidaggini. Lo spread è preoccupante. E’ necessario discuterne con la Germania da amici, da pari ma a modo amichevole”. Anche l’uomo che viene da Bettola s’inchina a Berlino, proprio nel momento in cui la Germania cerca di interferire col futuro politico del nostro Paese.

I centristi – L’elenco dei traditori dell’Italia, limitato solo agli esponenti politici più in vista, si chiude con i tedescofili della prima ora: Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini. Per loro, da tempo, l’unica possibile soluzione sarebbe il ritorno di Monti e un suo bis di governo. Sono pronti a sostenerlo nel caso in cui – sempre più probabile – il Professore decidesse di provare l’avventura politica. Altri soldatini al soldo della Germania. Per Casini “Berlusconi ha fatto un grave errore a far cadere Monti” (sembra di sentire la Merkel). E ancora: “Contro Berlusconi ci sarà una proposta in grado di rivolgersi agli italiani nel nome della responsabilità” (leggasi: Monti). Infine Gianfranco Fini, il neo-teutonico futurista: “Vedrei utile per l’interesse nazionale – disse nel giorno in cui insultò Berlusconi definendolo dinosauro – che alla guida di questo governo ci fosse ancora Mario Monti, per la credibilità internazionale di cui gode”. Già, non perché può migliorare l’Italia, ma perché gode di “credibilità internazionale”. I traditori dell’Italia, in coro, dicono “ya” alla signora Merkel.


Basta tedeschi über alles. Facciano dietrofront e non s’impiccino più
di Ida Magli
(da “il Giornale”, 12 dicembre 2012)

Noi, gli italiani, rimaniamo sempre male; anzi, ci arrabbiamo moltissimo quando la Germania mette lo zampino negli affari nostri.
Quello che ci fa arrabbiare di più, però, è l’eccessiva sopportazione dei nostri governanti, la loro remissività, la mancanza delle dovute rimostranze nei confronti di qualsiasi Stato che s’ingerisca nella nostra politica e nei nostri comportamenti.

Da quando è cominciata la crisi dell’euro queste ingerenze, soprattutto da parte tedesca, sono diventate sempre più frequenti e hanno raggiunto il culmine con le dimissioni del governo Monti. L’unanime coro di rimpianto e di sconforto che si è alzato alla caduta del governo Monti nella stampa internazionale, tra gli esponenti del potere europeo e da parte del capo del governo e dei ministri tedeschi, è stato simile e forse maggiore di quello che ha accompagnato la morte di Karol Wojtyla. Davvero imbarazzanti le parole d’incenso sparse sulla persona di Mario Monti, e tali da darci la controprova che non era caduto il governo italiano, ma quello europeo. Monti rappresentava (e rappresenta) l’Europa in Italia e tutte le decisioni che ha preso sono state sempre funzionali agli interessi dell’Europa. Questo, però, è il punto: non si può continuare a fingere che la costruzione dell’Europa unita non comporti la distruzione degli Stati nazionali e che, di conseguenza, chi persegue gli interessi dell’Europa, debba necessariamente calpestare quelli degli Stati nazionali.

Il problema nasce dal fatto che, nel timore che questa verità non entusiasmasse i popoli, tutto questo è stato detto fino a oggi soltanto a mezza bocca, ed è diventato esplicito soltanto quando è esplosa la crisi dell’euro. Il motivo è chiaro: è stato allora che l’Europa ha corso il maggior rischio, con la probabile uscita di qualcuno degli Stati dall’euro, di veder crollare tutta la costruzione. Non si pensi che ci si sia preoccupati dei poveri greci quando è stato deciso di obbligarli a prendere montagne di soldi in prestito. Lo sguardo fisso alla meta – i parametri europei – non vedono né disoccupati alla fame, né imprenditori suicidi, né case in rovina.
Monti è il loro uomo perfetto, quello di cui erano sicuri che, forte dell’appartenenza all’Europa, avrebbe riportato rigorosamente in ordine i conti dell’Italia, appunto passando sopra, senza vederle, alle montagne di disoccupati e alle decine di suicidi.

La Germania è l’Europa. E non soltanto perché è economicamente la più forte o perché le buone maniere non si confanno al carattere tedesco.
Sarebbe bene prendere atto esplicitamente anche di questo: la parità, l’uguaglianza di tutti gli Stati, affermata spavaldamente sulla carta, è una delle tante menzogne che l’Unione ha ripetuto, facendo il contrario, per 70 anni, allo scopo di illudere e di convincere quei poveri illusi che sono, o meglio erano, i popoli.

Il dubbio che l’Italia possa decidersi ad abbandonare l’euro , visto che non si può andare avanti neanche un giorno di più nelle condizioni attuali, tiene perciò i governanti d’Europa sulle spine, e la Germania ha parlato per tutti. Ma ha sbagliato. Lo smodato incenso sparso sulla testa di Monti, il segnalarlo come unico governante gradito, non è stata soltanto un’interferenza politica vietata nei rapporti tra gli Stati anche quando sono amici, ma ha fatto capire ancor meglio agli italiani di non essere liberi, che la chiamata al governo di Monti, senza il ricorso alle elezioni, è stato un passo pericoloso che li ha messi alla mercé dell’Europa.

L’Europa, dunque, faccia un passo indietro; la Germania si ricordi di essere uno Stato uguale agli altri nell’Ue. L’Italia andrà presto alle elezioni. L’unica cosa che può garantire a tutti il superamento di un anno atroce e il passaggio a un anno migliore è il ritorno alla normale vita democratica.


L’occupazione tedesca
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 12 dicembre 2012)

Lo spread scende, la Borsa sale e gli sciacalli restano a bocca asciutta. Il tentativo di fermare il ritorno in campo del centrodestra usando le leve della finanza è svanito nel giro di venti- quattro ore. Delusi dai poteri forti, gli anti- berlusconiani ora si aggrappano alla Ger ­mania di Angela Merkel, che ieri è interve ­nuta in modo inusuale sugli affari interni italiani, auspicando, di fatto, un non-ritorno di Berlusconi. Già, se la generale Merkel perdesse il suo soldatino Monti, addio ai so ­gni egemonici a costo zero. E quindi giù ba ­stonate e ricatti all’Italia libera, come se il ri- sultato delle nostre elezioni valesse meno del suo pensiero.

È dai tempi della Repubblica sociale ita ­liana che la Germania non osava tanto nei confronti dell’Italia. Ricordate? Mussolini liberato sul Gran Sasso dai paracadutisti te ­deschi e insediato sotto tutela a Salò, con ministri e generali fantocci che dovevano obbedire agli ordini che arrivavano da Berlino.

Sappiamo come andò a finire. Mussolini travestito da tedesco fermato sulla via di fu ­ga, poi Giulino di Mezzegra e Piazzale Lore ­to. Se Dio vuole, i tempi sono cambiati. Niente paracadutisti, armi e cappi. Ma la guerra è la stessa, la si combatte con le ban ­che, lo spread, i giornali.

Passi la Repubblica, ma fa tristezza vede ­re il Corriere della Sera, presunto quotidia ­no della borghesia del Nord, svendere i suoi lettori e il Paese intero ai voleri della Germa ­nia. Ferruccio de Bortoli, il direttore, si com ­porta come il Mussolini repubblichino: si aggrappa alla Germania per tentare di nega ­re agli italiani il diritto di essere liberi, liberi di scegliere nelle urne chi dovrà governarli, senza condizionamenti esterni. Evoca lo spread così come il Duce imbrogliava, per convincere il suo popolo, fantasticando sull’arma segreta di Hitler che avrebbe cambia ­to i destini della guerra. Paradossi della sto ­ria. La sinistra costretta a ripetere gli errori del fascismo, il centrodestra a combattere una guerra di liberazione.

Noi non siamo la Germania, e ce ne vantia ­mo. Vogliamo stare in Europa ma da Paese libero e sovrano, in grado di porre condizio ­ni utili alle nostre imprese e alle nostre fami ­glie. Se ci sarà da combattere, mediatica ­mente parlando, noi siamo pronti.


Il riflesso condizionato
di Ernesto Galli della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 12 dicembre 2012)

La rimonta elettorale a cui si appresta Silvio Berlusconi è un’impresa forse disperata che egli affronterà adoperando tutti gli strumenti, si può essere sicuri. Ma forse dentro di sé l’ex premier conta soprattutto su qualcosa che non dipende da lui. Conta sull’aiuto dei suoi avversari: aiuto che ogni volta gli è puntualmente arrivato e che anche stavolta sembra sul punto di non mancare.

L’aiuto che consiste nel fare di Berlusconi stesso, della sua persona, il centro ossessivo della campagna elettorale, nel prendere ogni pretesto per metterlo sotto accusa, nel trasformare le elezioni in un giudizio di Dio sul Cavaliere. Magari con l’involontario fiancheggiamento di qualche Procura della Repubblica. Già in passato questo si è rivelato il modo migliore per galvanizzare l’uomo e quell’Italia che ne apprezza la ruvida personalità; fatta perlopiù di gente non sofisticata che di Ruby e delle «olgettine » se ne infischia pensando che l’Imu è ben più importante.

Quell’Italia digiuna di Montesquieu che per esperienza secolare è portata ad avere della giustizia un’idea alquanto diversa da quella del professor Zagrebelsky, e alla quale non sembra poi tanto assurdo e riprovevole associare alle aule dei tribunali un sentimento come minimo di diffidenza.
Si tratta di un’Italia per nulla stupida che è giusto presumere abbia capito benissimo la misura del fallimento del governo Berlusconi di fronte alla crisi economica. Ma spesso è pure quella che sta pagando il prezzo più alto alle dure difficoltà in cui ci troviamo: e perciò è tentata di dare ascolto anche alle più sballate promesse che da qui a febbraio il Cavaliere saprà escogitare. Bene: il miglior favore che gli avversari possono fare a quest’ultimo è di opporre alle sue promesse, invece di un proprio autonomo e ragionato «no », la litania dell’Europa e del suo «non si può », il cipiglio di Barroso, i «mercati », lo «spread », quello che dice Bruxelles, quello che pensa Berlino.

Sarebbe un errore marchiano (lo stesso in cui è caduto ripetutamente il governo Monti): il no alle promesse strampalate non deve apparire dettato dall’obbedienza a cose o persone fuori dai nostri confini. Dev’essere un no tutto pensato e ragionato in casa nostra. Guai, insomma, se si lasciasse a Berlusconi la possibilità di sfruttare il sentimento nazionale, che non solo è ancora forte nelle grandi masse (è permesso rallegrarsene?), ma è in grado come nient’altro di mettere pericolosamente insieme motivi di destra e di sinistra. Al qual proposito, perché mai la Sinistra, così ricca di ottime amicizie fuori d’Italia, non trova modo di avvertire il Financial Times , l ‘Economist , le Monde , il presidente Schultz, e quant’altri, che a questo punto ogni loro ulteriore bordata contro Berlusconi, lungi dal danneggiarlo ulteriormente, rischia invece di servire solo a farlo apparire come il coraggioso paladino in guerra contro l’arroganza straniera?

C’è un ultimo enorme favore elettorale che si può fare a Berlusconi: quello di concedergli l’esclusiva della contrapposizione alla Sinistra (che per lui vuol dire giocare la carta dell’anticomunismo). Una contrapposizione, come si sa, che ha tuttora buoni motivi, ma che in Italia ha soprattutto una grande storia alle spalle e anche perciò un grande richiamo. Non fare questo favore a Berlusconi è affare del Centro, evidentemente. E dovrebbe essere un affare ovvio, mi pare: se il Centro non è contro la Sinistra oltre che contro la Destra, infatti, che razza di Centro è mai?


Perché al Prof non conviene candidarsi
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 12 dicembre 2012)

Quelli che si illudono di essere affiancati da Mario Monti quale sponsor alle prossime elezioni politiche si mettano il cuore in pace: lui non patrocinerà alcuna lista. Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini, Luca Cordero di Montezemolo e altri potenziali aggregati dovranno correre da soli, senza contare sulla spinta del premier dimissionario ma ancora in carica. Diciamo questo non perché ispirati da informazioni dirette: semplicemente applichiamo alla questione la categoria della logica.
Primo punto. Il Professore è senatore a vita e quindi non ha bisogno di essere eletto in Parlamento, essendone già membro. Secondo. Non ha interesse alcuno a proporsi come guida di una coalizione che, bene le vada, è destinata a raccogliere pochi «spiccioli », quelli eventualmente persi per strada dal Pd e dal Pdl. Terzo. Una considerazione di ordine tattico. Il candidato della sinistra, è notorio, si chiama Pier Luigi Bersani: non solo è il segretario dei democratici, ma si è addirittura imposto alle primarie su Matteo Renzi. Ovvio, i suffragi progressisti andranno in massima parte a lui. Monti regista dei centristi avrebbe forse la forza di portargli via qualche consenso, ma in misura irrisoria, tale da disturbare la sua corsa, non da impedirgli di vincerla. Chi glielo farebbe fare di infastidire un uomo, Bersani, che, se lasciato in pace, lo ripagherebbe proponendolo al Quirinale in sostituzione di Giorgio Napolitano, in scadenza di mandato? Sarebbe un controsenso.
Il bocconiano è un uomo accorto e non ostacolerà il leader dello schieramento che i sondaggi indicano – al momento, almeno – come primo in classifica generale. Preferibile una tacita alleanza fra il presidente del Consiglio uscente e quello che aspira a subentrargli. In sostanza il patto sarebbe: Monti rimane fuori dalla mischia elettorale per favorire il successo di Bersani, e questi ricambierà il favore spianandogli la strada verso il Colle.
D’altronde, il senatore a vita sa perfettamente di avere le carte in regola per succedere a Napolitano, visto che – esclusi Giuliano Amato (coperchio adattabile a qualsiasi pentolino) e Romano Prodi – non esistono sul mercato politico personaggi in grado di insidiarlo. Non è credibile che egli, per il piacere di cimentarsi nelle vesti d’un capo partito di serie B, faccia questo dispetto al segretario democratico, col rischio di non diventare presidente della Repubblica per una ritorsione dello stesso Bersani.
Naturalmente il nostro è un discorso teorico, che però tiene conto della realtà: merita rinunciare in partenza a un evento improbabile – il ritorno a Palazzo Chigi – se il premio è l’ingresso al Quirinale. Lo capisce anche uno sciocco. E siccome Monti è tutto tranne che ingenuo, c’è da essere certi sulla sua scelta: un momentaneo ritiro dall’agone politico teso ad agevolare Bersani e il suo partito a conquistare la maggioranza, dalla quale poi farsi issare sulla poltrona più alta delle istituzioni patrie.
Un’incognita comunque non manca mai: siamo sicuri che Silvio Berlusconi venga sconfitto alle urne? Nel caso di un miracolo, ogni gioco si riaprirebbe. Calma e gesso. Chi vivrà, vedrà.


Il Memorandum segreto. Così nasce la campagna parallela di Mario Monti
di Claudio Cerasa
(da “Il Foglio”, 12 dicembre 2012)

Al termine della sua prima vera giornata di campagna elettorale – e dopo un lungo duello a distanza con Silvio Berlusconi sull’importanza dei differenziali di rendimento, sul senso della crisi del paese, sulla questione del populismo, sul peso effettivo avuto in questi mesi dagli interventi della Bce e sul bilancio complessivo del suo anno alla guida del governo – Mario Monti è arrivato intorno alle sedici e dieci minuti a Palazzo Chigi con il volto sereno di chi sa di avere in tasca la carta giusta per imprimere una direzione precisa alla prossima competizione elettorale. La carta giusta corrisponde a una mossa a sorpresa a cui Monti sta lavorando in vista dello scioglimento delle Camere e che è stata accennata ieri dal premier ad alcuni (non tutti) esponenti dell’esecutivo alla fine del Consiglio dei ministri. Come raccontano al Foglio fonti governative, Monti ha deciso di presentare in Parlamento un Memorandum in cui mettere nero su bianco i punti essenziali che dovranno essere considerati – e fatti propri – da chiunque nel 2013 arriverà a guidare il futuro governo italiano. Il Memorandum a cui sta lavorando Monti è stato pensato (non a caso) per contenere gli stessi punti che l’Italia dovrebbe sottoscrivere il giorno in cui dovesse chiedere l’intervento del Fondo salva-stati e il documento sarà articolato intorno a tre grandi direttrici: non si torna indietro rispetto alle scelte compiute in materia di pensioni e di flessibilizzazione del mercato del lavoro; le risorse che risulteranno disponibili dovranno essere destinate prioritariamente a ridurre il carico fiscale su lavoro e impresa; infine non si dovranno mettere in discussione tasse fondamentali per le casse dello stato come l’Imu.
La notizia ieri ha cominciato a circolare tra gli operatori di Borsa e in buona parte si può dire che il ritorno della fiducia a Piazza Affari (+1,51 per cento) e la riduzione dello spread tra Btp italiani e Bund tedeschi (341 punti, dieci in meno di lunedì) sia legato a una percezione precisa di cui ormai si sono convinti i leader europei e i famosi mercati e che il Memorandum del Prof. sembrebbe confermare: che Monti, insomma, ha davvero intenzione di giocare un ruolo da protagonista nella prossima campagna elettorale.

“Il Memorandum – dice al Foglio una fonte governativa – il presidente non ha ancora scelto se presentarlo sotto forma di mozione da mettere ai voti o se proporlo nella forma, per così dire, di testamento politico. A quanto mi risulta, Monti è tentato di portarlo in Aula sotto forma di ‘mozione’ ma anche se alla fine non dovesse essere chiesto il parere esplicito dei due rami del Parlamento – lo si valuterà nelle prossime ore – è indiscutibile che il documento che verrà presentato diventerà non solo la declinazione dell’agenda Monti per la campagna elettorale ma anche la piattaforma da cui, per forza di cose, dovrà ripartire chiunque nel 2013 arriverà a Palazzo Chigi. E anche se non ci sarà un voto su quel testo, vedrete che non sarà difficile capire chi dirà di ‘sì’ e chi invece dirà di ‘no’”.
Già, ma in che modo Monti “declinerà la sua agenda” durante la campagna elettorale? Nonostante alcuni segnali offerti in questi giorni agli osservatori (ieri Monti è stato ospite a “Unomattina”, su RaiUno, e anche per via della contemporaneità con l’intervista di Silvio Berlusconi su un’altra rete sembrava tutto fuorché fuori dalla contesa elettorale); e nonostante sia lo stesso Monti ad aver confidato ad alcuni collaboratori di essersi interessato personalmente ai sondaggi relativi a una lista con il suo nome (nel weekend il presidente ha avuto dei colloqui con il sondaggista Renato Mannheimer e, come rivelato ieri dall’Huffington Post, in queste ore Monti ha consultato anche il presidente del Centro italiano studi elettorali Roberto D’Alimonte), la realtà è diversa da quanto potrebbe apparire. E alla fine – come racconta al Foglio chi ha avuto modo di parlare con il presidente del Consiglio nelle ultime ore – il profilo che sceglierà Monti nelle prossime settimane non sarà quello del candidato che scende direttamente in campo; ma sarà più simile a quello di una grande diga eretta contro il populismo delle forze anti europeiste italiane (come da consiglio di Giorgio Napolitano). E in questo senso l’obiettivo di Monti nel corso della campagna sarà quello di trasformare le elezioni non in un giudizio popolare su Pier Luigi Bersani o su Silvio Berlusconi ma più semplicemente in un grande referendum sull’Europa e più in generale sull’euro.

Il messaggio in queste ore è arrivato chiaro e tondo nelle principali cancellerie del Continente ed è anche per questo che negli ultimi giorni si sono moltiplicati gli endorsement pesanti offerti al presidente del Consiglio dai massimi leader europei. Endorsement significativi come quello di Angela Merkel (che ieri ha detto esplicitamente “sostengo Monti”), come quello di Herman Van Rompuy (“Monti è un grande presidente del Consiglio”) e come quello non così scontato del presidente francese Franí§ois Hollande, che lunedì pomeriggio ha confidato che, a suo modo di vedere, “in un mese o due Mario Monti sarà in grado di unirsi a una coalizione o andrà avanti e stabilizzerà l’Italia”.
“Non so se Monti ha intenzione davvero di portare in Aula questo Memorandum – dice al Foglio il senatore del Pd Pietro Ichino – ma se davvero dovesse prendere questa strada credo che sarebbe una soluzione ideale. Tutti i politici sarebbero costretti a mettere i piedi per terra. Avranno addosso i fari puntati del mondo intero. E a quel punto Monti diventa non l’esponente di questa o quella forza politica ma diventa il garante di quella carta di intenti. Molti parlamentari del Pdl sarebbero in grave difficoltà a non rispondere positivamente alla sollecitazione di Monti. E anche per Bersani questa iniziativa sarebbe importante: sarebbe l’occasione per riconfermare con la necessaria chiarezza davanti a tutti i nostri interlocutori stranieri, europei e non, il commitment del centrosinistra sul terreno della strategia europea dell’Italia”.


Lasciateci votare in pace
di Francesco Maria Del Vigo
(da “il Giornale”, 12 dicembre 2012)

Va bene tutto. Hanno messo Berlusconi nel water (Suddeutsche Zeitung), lo hanno fasciato come una mummia (Liberation), hanno detto che il suo ritorno è l’ultima cosa di cui l’Italia ha bisogno (Times) e che sarebbe come un colpo di rivoltella in testa (Guardian). Solo per citarne alcuni. Ma sono giornalisti e fanno il loro mestiere. Anche se probabilmente non hanno neppure dato una sbirciata ai sondaggi che circolano su giornali, siti e televisioni italiane. Il problema è di chi li legge e li interpreta come testi sacri, vittima del solito (come direbbero loro) inferority complex.

Poi ci si sono messi i politici, il “kapò” Schulz, il ministro Moscovici e il presidente Hollande. E oggi ha parlato anche Berlino, per bocca del ministro degli esteri Guido Westerwelle, che ha intimato di non fare una campagna elettorale populista contro la Germania.

Insomma la Merkel vota Monti. Nessuna novità, nessuna sorpresa. Ma per fortuna la Merkel non è iscritta alle liste elettorali italiane. E forse bisognerebbe ricordarle che l’Italia non è una colonia, ma un Paese che ha la sua sovranità e che può, e sa, scegliere in autonomia. Berlino non è la bambinaia di nessuno. Il dito davanti alla bocca che impone il silenzio a tutta la cagnara internazionale è solo uno: le urne. Ci lascino votare in pace.


Lo spirito del tempo
di Barbara Spinelli
(da “la Repubblica”, 12 dicembre 2012)

L’EUROPA, cui ci siamo abituati a guardare come al Principe che ha il comando sulle nostre esistenze, sta manifestando preoccupazione, da giorni, per il ritorno di Berlusconi sulla scena italiana. È tutta stupita, come quando un’incattivita folata di vento ci sgomenta. I giornali europei titolano sul ritorno della mummia, sullo spirito maligno che di nuovo irrompe. Sono desolate anche le autorità comunitarie: “Berlusconi è il contrario della stabilità”, deplora Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo.

Tanto stupore stupisce. Primo perché non è così vero che l’Unione comandi, e il suo Principe non si sa bene chi sia. Secondo perché i lamenti hanno qualcosa di ipocrita: se il fenomeno Berlusconi ha potuto nascere, e durare, è perché l’Europa della moneta unica lo ha covato, protetto. Una moneta priva di statualità comune, di politica, di fiato democratico, finisce col dare questi risultati. La sola cosa che non vien detta è quella che vorremmo udire, assieme ai compianti: la responsabilità che i vertici dell’Unione (Commissione, Consiglio dei ministri, Parlamento europeo) hanno per quello che succede in Italia, e in Grecia, in Ungheria, in Spagna.

Se in Italia può candidarsi per la sesta volta un boss televisivo che ha rovinato non poco la democrazia; se in Ungheria domina un Premier – Viktor Orbán – che sprezza la stampa libera, i diritti delle minoranze, l’Europa; se in Grecia i neonazisti di Alba Dorata hanno toni euforici in Parlamento e alleati cruciali nell’integralismo cristiano-ortodosso e perfino nella polizia, vuol dire che c’è del marcio nelle singole democrazie, ma anche nell’acefalo regno dell’Unione. Che anche lì, dove si confezionano le ricette contro la crisi, il tempo è uscito fuori dai cardini, senza che nessuno s’adoperi a rimetterlo in sesto. Gli anni di recessione che stiamo traversando, e il rifiuto di vincerla reinventando democrazia e politica nella casa europea, spiegano come mai Berlusconi ci riprovi, e quel che lo motiva: non l’ambizione di tornare a governare, e neppure il calcolo egocentrico di chi si fa adorare da coorti di gregari che con lui pensano di ghermire posti, privilegi, soldi. Ma la decisione – fredda, tutt’altro che folle – di favorire in ogni modo, per l’interesse suo e degli accoliti, l’ingovernabilità dell’Italia. Chi parla di follia non vede il metodo, racchiuso nelle pieghe delle sue mosse. E non vede l’Europa, che consente il caos proprio quando pretende arginarlo.

Cosa serve a Berlusconi? Un mucchietto di voti decisivi, perché il partito vincente non possa durare e agire, senza di lui, poggiando su maggioranze certe alla Camera come al Senato, dove peserà il voto di un Nord (Lombardia in testa) che non da oggi ha disappreso il senso dello Stato. Così fu nell’ultimo governo Prodi, che aveva il governo ma non il potere: quello annidato nell’amministrazione e quello della comunicazione, restato nelle mani di Berlusconi. La guerra odierna non sarà diversa da quella di allora: guerra delle sue televisioni private, e di una Rai in buona parte assoggettata. Guerra contro l’autonomia dei magistrati, mal digerita anche a sinistra. Guerra di frasi fatte contro l’Europa (Che c’importa dello spread?). Guerra del Nord contro il Sud, se risuscita l’asse con la Lega. L’arte del governare gli manca ma non quella del bailamme, su cui costruire un bellicoso potere personale d’interdizione. La democrazia non funziona, senza magistrati e giornali indipendenti, e proprio questo lui vuole: che non funzioni. Se non teme una candidatura Monti, è perché non è detto che essa faciliti la governabilità.

Ma ecco, anche in questo campo l’Europa ha fallito, non meno degli Stati. La libera stampa è malmessa – in Italia, Ungheria, Grecia, dove vai in galera se pubblichi la lista degli evasori fiscali. Ma nessun dignitario dell’Unione, nessun leader democratico ha rammentato in questi anni che il monopolio esercitato da Berlusconi sull’informazione televisiva viola in maniera palese la Carta dei diritti sottoscritta nel 2007. È come se la Carta neanche esistesse, quando importano solo i conti in ordine.

Nessuno ricorda che la Carta non è un proclama: da quando vige il Trattato di Lisbona, nel 2009, i suoi articoli sono pienamente vincolanti, per le istituzioni comuni e gli Stati. Nel libro che ha scritto con l’eurodeputata Sylvie Goulard (La democrazia in Europa), Monti neppure menziona la Carta. Forse non ha orecchie per intendere quel che c’è di realistico (e per nulla comico), nell’ultimo monito di Grillo: “Attenzione alla rabbia degli italiani!”. Forse non presentiva, mentre redigeva il libro, il ritorno di Berlusconi e il suo intonso imperio televisivo. Eppure parla chiaro, l’articolo 11 della Carta: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche”. Niente è stato fatto, in Europa e negli Stati, perché tale legge vivesse, e perché la stabilità evocata da Schulz concernesse lo Stato di diritto accanto ai conti pubblici.

Il silenzio sulla libera stampa non è l’unico peccato di omissione delle autorità europee, nella crisi. Probabilmente era improrogabile, ridurre i debiti pubblici negli Stati del Sud. Ma l’azione disciplinatrice è stata fallimentare da tanti, troppi punti di vista. Non solo perché alimenta recessioni (due, in cinque anni) che aumentano i debiti anziché diminuirli. Ma perché non ha intuito, nella stratificazione dei deficit pubblici, una crisi politica della costruzione europea (una crisi sistemica). Perché l’occhio fissa lo spread, dimentico del nesso fatale tra disoccupazione, miseria, democrazia. Perché senza inquietudine accetta che si riproduca, nell’Unione, un distacco del Nord Europa dal Sud che tristemente echeggia le secessioni della Lega.

L’antieuropeismo che Lega e Grillo hanno captato, e che Berlusconi vuol monopolizzare, è una malattia mortale (una disperazione) che affligge in primis l’Europa, e in subordine le nazioni. È il frutto della sua letale indolenza, della sua mente striminzita, della cocciuta sua tendenza a rinviare la svolta che urge: l’unità politica, la comune gestione dei debiti, la consapevolezza – infine – che il rigore nazionale immiserirà le democrazie fino a sfinirle, se l’Unione non mobiliterà in proprio una crescita che sgravi i bilanci degli Stati.

L’ultimo Consiglio europeo ha toccato uno dei punti più bassi: nessun governo ha respinto la proposta di Van Rompuy, che presiede il Consiglio: la riduzione di 13 miliardi di euro delle comuni risorse (10% in meno) di qui al 2020. L’avviso non poteva essere più chiaro: l’Unione non farà nulla per la crescita, anche se un giorno mutualizzerà parte dei debiti. Di un suo potere impositivo (tassa sulle transazioni finanziarie, carbon tax: ambedue da versare all’Europa, non agli Stati) si è taciuto. Anche se alcune aperture esistono: da qualche settimana si parla di un bilancio specifico per l’euro-zona, quindi di mezzi accresciuti per una solidarietà maggiore fra Stati della moneta unica. Ma la data è incerta, né sappiamo quale Parlamento sovranazionale controllerà il bilancio parallelo.

Non sorprende che l’anti-Europa diventi spirito del tempo, nell’Unione. Che Berlusconi coltivi l’idea di accentuare il caos: condizionando chi governerà, destabilizzando, lucrando su un antieuropeismo popolare oltre che populista. Dilatando risentimenti che reclameranno poi un uomo forte. Un uomo che, come Orbán o i futuri imitatori di Berlusconi, scardinerà le costituzioni ma promettendo in cambio pane, come il Grande Inquisitore di Dostoevskij. È grave che il governo Monti non abbia varato fin dall’inizio un decreto sull’incandidabilità di condannati e corrotti. Che non abbia liberalizzato, dunque liberato, le televisioni. Che abbia trascurato, come la sinistra, la questione del conflitto d’interessi. Magari credeva, come l’Europa prima del 1914, che bastassero buone dottrine economiche, e il prestigio personale di cui godeva nell’economia-mondo, per metter fine alla rabbia dei popoli.


Quel salto dai poteri forti alla protesta
di Luigi La Spina
(da “La Stampa”, 12 dicembre 2012)

LUIGI LA SPINA
C’è un uomo, in Italia, che segue, con assoluta coerenza, la fondamentale lezione di Carlo Marx. Questo uomo è Berlusconi. Da quando è entrato in politica, da quasi vent’anni, pensa che le ideologie, le sovrastrutture, siano solo strumenti dello scontro di interessi e che, per raccogliere voti, occorra individuare, con la massima rapidità e spregiudicatezza, i cambiamenti sociali che alimentano la protesta.

Cos ì, ha scelto, con perfetto tempismo, il momento più opportuno per lanciare la sesta discesa in campo nel nome della sua antica battaglia, quella del ‘94, contro l’establishment, la struttura dirigente nazionale ed europea.

Non devono stupire, perciò, le sue tante contraddizioni: quella di aver stipulato lui, con l’Europa, appena l’anno scorso, un patto di repentino e azzardato rientro del debito; quella di aver fatto votare al suo partito tutte le misure proposte da Monti e, infine, per citare solo quella più clamorosa, la promessa di ritirarsi come «padre nobile » di un centrodestra rinnovato. Berlusconi ha capito di aver perso definitivamente la credibilità sull’immagine che aveva cercato di costruirsi nella legislatura che sta per concludersi, cioè quella dell’uomo di Stato, liberista in economia e moderato in politica, perfetto interprete italiano della linea sostenuta in Europa dal partito popolare europeo. Una linea, peraltro, nel nostro Paese, «usurpata », con ben maggiore autorevolezza internazionale, proprio da un leader tecnico e pragmatico come Mario Monti.

Sintomo di questa sottrazione di una parte importante del bacino elettorale del Cavaliere è lo sfaldarsi, proprio in contrapposizione con l’attuale premier, dell’appoggio di due pezzi tradizionali e fondamentali di quella che è stata la sua «costituente » in questi due decenni, la Chiesa e l’imprenditoria italiana. Le reazioni alla mossa di provocare la crisi di governo, insolitamente dure e senza troppe ipocrisie formali, di vescovi abituati alle più sottili prudenze episcopali come quella del loro capo, Angelo Bagnasco o di industriali ex simpatizzanti, come il presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, sono state la conferma di un distacco definitivo che Berlusconi, da abile uomo di marketing, aveva compreso da tempo come fosse ormai irrecuperabile.

Ecco perché la sua strategia politica è cambiata, apparentemente all’improvviso. Perduto il sostegno dei moderati, del ceto medio borghese, del mondo dell’imprenditoria, della finanza e, persino, dell’alto clero, Berlusconi è stato costretto a rivolgersi, nel frattempo, là dove montava più forte il disagio e la protesta. Ossia nei ceti popolari, trasversalmente divisi tra l’astensionismo, la ribellione grillina e anche la rabbia di una certa sinistra insofferente a Monti e alla sue riforme rigoriste. Così è stato riscoperto il vecchio linguaggio dell’esordio politico berlusconiano, quello anti-sistema, contro i cosiddetti «poteri forti », aggiornato all’ultima vulgata popolar-demagogica, quella contro la Germania e l’Europa egemonizzata dalla Merkel. Con la conclusione (per ora) linguisticamente più efficace, lo slogan contro «lo spread », simbolo dell’incomprensibile spauracchio che incomberebbe sulla testa e nelle tasche degli italiani.

La linea che impronta la campagna elettorale di Berlusconi è perfettamente adeguata allo scopo che si prefigge il Cavaliere: non quello di vincere la battaglia per la futura presidenza del Consiglio, ma quella di ottenere un consistente gruppo di fedelissimi in Parlamento, scudo personale delle sue aziende e dei suoi problemi processuali. E’ chiaro, infatti, che una tale posizione antieuropeista e antitedesca sarebbe improponibile se dovesse avere come obiettivo la leadership di un governo italiano, pena catastrofiche conseguenze sulle nostre finanze e sulla nostra presenza internazionale. Le parole della Merkel, del ministro Westerwelle e, soprattutto, della dirigenza del partito popolare europeo sono, a questo proposito, inequivocabili. Fanno capire, tra l’altro, come neanche l’ipocrisia diplomatica riesca a celare la convinzione, tra i nostri partner europei, che nel 2013 non si troveranno davanti, a Bruxelles, di nuovo Berlusconi a capo della delegazione governativa italiana.

Del tutto compatibile, invece, con un’opposizione senza particolari responsabilità, sarebbe la polemica contro l’Europa e, perfino, quella contro lo spread e contro l’euro, condita dal definitivo abbassamento della bandiera liberale, in favore di un protezionismo nazionalistico che resusciti, almeno nei sogni, la lira e quelle svalutazioni della moneta che erano tanto preziose per esportare i nostri prodotti.

Alla spregiudicata strategia filosofica «marxiana » si aggiunge, in Berlusconi, l’intuito tattico dell’uomo di comunicazione. Così, la sconfitta di Renzi alle primarie pd, l’alleanza in lista della coppia Bersani-Vendola, la necessità, da parte di Maroni, di un accordo col Pdl per sperare in una vittoria in Lombardia, l’opportunità di anticipare il travagliato parto del nuovo «centro » politico, e infine, ma non da ultimo, la scadenza del pagamento dell’Imu hanno dettato i tempi della sua sesta discesa in campo con cronometrica precisione. A questo punto, l’unica incognita che potrebbe alterare il piano berlusconiano potrebbe essere un secondo contropiede di Monti, dopo l’annuncio delle sue prossime dimissioni: quello di una sua disponibilità al sostegno di una lista. Per saperlo, bisognerà aspettare la vigilia di Natale. Per Berlusconi (e per Bersani) non sarebbe certo un bel regalo.


Anche Berlino nella campagna elettorale
di Gian Enrico Rusconi
(da “La Stampa”, 12 dicembre 2012)

I tedeschi si devono rassegnare ad essere «coinvolti » nella campagna elettorale italiana. Tutto dipenderà dal modo, dallo stile, dalla validità degli argomenti usati. Da parte loro e da parte nostra. Dopo tutto l’opinione pubblica tedesca, i giornali grandi e piccoli, gli uomini politici tedeschi da oltre un anno (per tacere della lunga agonia dell’ultimo governo Berlusconi) hanno espresso sempre ad alta voce quello che pensavano del paese Italia, degli italiani e del loro governo.

E non sempre in toni amichevoli. Sono stati prodighi di consigli, di raccomandazioni, di velate minacce. Si sono presentati spesso come modello da imitare, tout court, a prescindere dalle complesse differenze delle due società. In questo contesto, anche nella discussioni di merito (incisività delle riforme, riduzione del debito pubblico ecc.) si sono insinuati stereotipi negativi sugli italiani che sembravano essersi attenuati con il passare degli anni.

Più complicato è l’atteggiamento da parte italiana. Anche qui inevitabilmente sono ricomparsi gli stereotipi verso la società tedesca – l’ambivalenza tra l’ammirazione per l’efficienza, la coerenza, la capacità di realizzazione dei tedeschi e l’irritazione per il tono talvolta rigido e supponente da essi usato. In questa sede non prendo neppure in considerazione le espressioni volgari, offensive rivolte alla persona della cancelliera, apparse su giornali di destra.

Se si passa alla stampa seria, in Italia si è delineato verso la Germania un fronte di rispetto, per così dire, nei confronti delle sue posizioni. Rispetto accompagnato però dall’attesa di una maggiore elasticità e attenzione verso la difficile situazione italiana e in generale di altri Paesi in difficoltà ancora maggiori. Questa attesa è andata delusa. I tedeschi – i grandi giornali, la classe politica, la cancelliera – non hanno capito questa sottile delusione degli italiani. L’hanno fraintesa.

Gli italiani non si aspettavano «sconti » sottobanco, ma un comportamento più generoso da parte della grande Germania. In nome di quella Europa solidale, che era stato il cavallo di battaglia degli stessi tedeschi. Questa delusione è diventato un sentimento palpabile, che si involgarisce facilmente in populismo anti-tedesco. Come tale sarà usato a piene mani – ahimè – da chi sta cercando la sua rivincita politica.

Tocca ai politici seri – italiani e tedeschi – saper distinguere il dissenso ragionato attorno ad alcuni atteggiamenti del governo tedesco dall’antitedeschismo a buon mercato. Anche se non sarà facile spiegarlo in campagna elettorale. Ma i politici hanno la loro responsabilità. Il successo di Mario Monti in Germania è stato straordinario (sino al grottesco di essere considerato senz’altro «tedesco », il che evidentemente per loro è il massimo complimento), guadagnandosi la stima personale della cancelliera. Paradossalmente questo oggi può diventare un handicap.

In realtà il nostro presidente del Consiglio, nel suo stile riservato, non ha mancato di insistere anche a Berlino per una maggiore elasticità della politica tedesca, appoggiandosi per l’occasione ad altri partner europei. Ma non mi pare che abbia raggiunto il suo scopo. L’abile cancelliera Merkel sembra ottenere quello che vuole, conservando la sua immagine (elettoralmente redditizia) di donna forte d’Europa. Ora sembra preoccupata per ciò che può accadere in Italia.

Se il clima politico dovesse incattivirsi proprio attorno ad una nuova «questione tedesca », tocca a Mario Monti esporsi per chiarire con forza la posizione dell’Italia. Ha gli argomenti di competenza, non soltanto per difendere eventualmente la sua stessa azione politica dall’accusa di sudditanza ai diktat di Berlino, ma per chiarire l’intera questione davanti all’opinione pubblica più consapevole.

I prossimi mesi offriranno la prova della maturità reciproca delle opinioni pubbliche italiane e tedesca, del giornalismo più influente e soprattutto della classe politica dei due Paesi.


Brillante articolo di Mario Giordano su Monti, qui.


Trattativa Stato-mafia
15 dicembre, Salvatore Borsellino: “Tutti in piazza a fianco del pool di Palermo”

(da “MicroMega”, 12 dicembre 2012) E sul “Fatto”, qui.

Chiamiamo tutti i cittadini che hanno il coraggio, come Antonio Ingroia, di dichiararsi ‘partigiani della Costituzione‘, a scendere in piazza a fianco dei magistrati del pool di Palermo per gridare la nostra voglia di Giustizia, di Verità e di Resistenza”. Pubblichiamo l’appello di Salvatore Borsellino per la manifestazione “Noi sappiamo” di sabato 15 dicembre a Roma (Piazza Farnese, ore 15), promossa dal movimento delle Agende Rosse in collaborazione conMicroMega  e  il Fatto quotidiano.

di  Salvatore Borsellino
(il grassetto nell’articolo è mio. bdm)

Ci sono dei momenti nella vita di una nazione in cui non si può stare alla finestra a guardare quello che succede fuori sperando che qualcosa cambi, che le cose vadano nella maniera in cui noi desidereremmo che vadano. Ci sono momenti in cui è necessario mettersi in gioco e dare, ciascuno di noi, il nostro contributo nella difesa dei valori in cui crediamo e che vogliamo trasmettere ai nostri figli.

Stiamo attraversando un momento particolare della nostra storia, e non soltanto per quella crisi economica che sta lasciando a terra migliaia di famiglie, che sta inghiottendo nel gorgo della disoccupazione, dell’indigenza, della povertà centinaia di migliaia di persone, che sta ponendo davanti agli occhi dei nostri giovani lo scenario di un incerto futuro di precarietà, ma perché, per la prima volta nella storia del nostro paese, ad opera di alcuni magistrati coraggiosi che per questo rischiano quotidianamente la propria vita, lo Stato sta trovando il coraggio di processare se stesso.

C’è un peccato originale alla base di questa che chiamano “seconda repubblica”, una scellerata “trattativa” tra pezzi dello Stato e quello che dovrebbe essere l’antistato, la criminalità organizzata, e che invece, come un tumore lasciato crescere senza contrasto, sta alterando il DNA della nostra società corrompendola fino ad uno stadio che ha, ormai da tempo, superato il livello di guardia.

Sull’altare di questa trattativa è stata immolata la vita di Paolo Borsellino, è stato versato il sangue dei ragazzi che gli facevano da scorta, sono stati sacrificati, per alzarne il prezzo, i martiri di Via dei Georgofili e di via Palestro.
Per mantenere su di essa il segreto, per impedire che venisse alla luce, c’è stata una congiura del silenzio che è durata vent’anni e che ha coinvolto centinaia di personaggi della politica e delle istituzioni, da ministri a più o meno oscuri funzionari, che, o vi hanno partecipato, o sapevano ed hanno taciuto diventandone quindi complici.

C’è stato un depistaggio, scenario ricorrente nei processi di tante stragi che, a buon diritto, possono essere chiamate “stragi di Stato”, che ha falsato, in successivi gradi di giudizio fino a quello definitivo, il processo sulla strage di via D’Amelio.
Quando finalmente l’opera instancabile di alcuni magistrati, le rivelazioni di nuovi collaboratori di giustizia, hanno cominciato a squarciare il velo di questo mai posto e per questo più ferreo “segreto di Stato”, sono cominciati i muri di gomma, gli attacchi concentrici, la vera e propria guerra scatenata contro i componenti di quel pool di magistrati che hanno dedicato anni della loro vita al raggiungimento della Verità e della Giustizia.

Dalle più alte istituzioni della nostra Repubblica io mi sarei aspettato che a questi magistrati arrivassero incoraggiamenti, auspici a che questa strada continuasse a essere percorsa e nella maniera più rigorosa e diretta possibile che venissero spianati gli ostacoli che si frapponevano sulla difficile strada della Verità.

Al contrario ho dovuto leggere con raccapriccio sulla stampa di intercettazioni in cui ad un indagato in questo processo, un indagato che si lamentava al telefono per essere stato lasciato solo, l’ex ministro Mancino, veniva, non so se a torto o a ragione, promessa la benevolenza e l’attenzione della più alta Istituzione del nostro Stato.
Fino all’ultimo atto, quello in cui, per impedire la paventata divulgazione delle intercettazioni che, in maniera casuale riguardavano lo stesso Presidente della Repubblica, a cui lo stesso Mancino si era in più di un’occasione rivolto, viene sollevato un conflitto di attribuzione contro la Procura di Palermo, che per le sue possibili conseguenze, rischia di essere il più grave ostacolo sull’iter di un processo dal quale ci aspettavamo quella Verità finora attesa invano per venti anni.

Perché questa ansia, quasi questo panico sul contenuto di queste intercettazioni e sulla possibilità che l’opinione pubblica ne venga a conoscenza? Forse contengono dei giudizi di merito su dei magistrati, su dei parenti di vittime che a voce troppo alta continuano a gridare la loro rabbia per una verità occultata? Giudizi che sono accettabili da parte di un comune cittadino ma che sarebbero censurabili se provenienti dal Presidente di tutti gli italiani?
Io non credo, non voglio credere e non posso credere che sia così, ma è proprio per poterne dissipare anche soltanto il sospetto che potrebbe restare nell’animo di un solo cittadino italiano che la stessa Presidenza della Repubblica dovrebbe chiedere la divulgazione del testo di queste intercettazioni.

Anche perché per quanto riguarda direttamente me, fratello di Paolo Borsellino, mi è già sufficiente essere stato escluso, insieme con mia sorella Rita, dal novero dei parenti di Paolo nel messaggio inviato dalla Presidenza della Repubblica all’ANM il giorno 19 luglio di quest’anno, nel ventennale della strage. Ma questa stessa sorte forse toccherà ora, per le sue manifestazioni di sdegno nei confronti dell’imputato Nicola Mancino, anche ad Agnese, la moglie di Paolo, alla quale, insieme con il figlio, quel messaggio era stato rivolto.

E adesso è arrivata anche la decisione della Consulta su questo conflitto di attribuzioni, sentenza della quale non si conoscono ancora le motivazioni, ma che sembra non colmare il vuoto legislativo o indicare una corretta interpretazione della Costituzione riguardo alle casuali intercettazioni riguardanti il Presidente della Repubblica.

Sempre che di un vuoto si tratti e non di un esplicito silenzio per confermare l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
E mentre fa riferimento ad un inapplicabile, in tale caso, articolo 271 del codice di procedura penale, a meno che in quelle telefonate Mancino non pensasse di rivolgersi al suo avvocato o al suo confessore, la sentenza non manca di censurare pesantemente l’operato della Procura di Palermo che invece ha agito applicando rigorosamente le leggi esistenti come dimostra il fatto, unico nel nostro paese per quanto riguarda le intercettazioni, che di queste non è venuta fuori neppure una riga.

A fronte di questa deriva, a fronte di queste continue invasioni di campo del potere legislativo ed esecutivo su quello giudiziario, per dimostrare a questa classe dirigente che non siamo tutti assopiti, neutralizzati, assuefatti, che abbiamo ancora la forza di reagire, noi non resteremo a guardare.
E lo facciamo come passo successivo e conseguente a quella plebiscitaria sottoscrizione che ha portato decine di migliaia di cittadini a scrivere il proprio nome sotto un appello a sostegno di questi magistrati.

Noi crediamo che un firma non sia sufficiente, noi chiamiamo tutti i cittadini che hanno il coraggio, come Antonio Ingroia, di dichiararsi “partigiani della Costituzione”, a scendere in piazza con noi e a gridare, sfidando anche la probabile inclemenza del tempo, la nostra voglia di Giustizia, di Verità e di Resistenza.
Insieme a me, ai giovani e ai sempre giovani delle Agende Rosse e a tutte quelle persone che, sin da ora hanno deciso di non tacere, di prendere una posizione e venire a portarci la loro voce e il loro cuore.

Insieme a Marco Travaglio, a Luigi De Magistris, a Ferdinando Imposimato, a Sonia Alfano, a Sabina Guzzanti, ad Aldo Busi, ad Antonio Padellaro, a Marco Lillo, a Vauro Senesi, a Moni Ovadia, a Silvia Resta, a Sandra Amurri, a Fabio Repici, a Daniele Silvestri, a Manuel Agnelli e a tanti altri, che sabato 15, a Roma, in Piazza Farnese hanno accettato con entusiasmo di essere insieme a noi.

Dimostriamo a questa classe dirigente, al paese, a noi stessi, che siamo ancora capaci di alzare la testa.
A fianco dei magistrati del pool di Palermo.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart