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LETTERATURA: Impronte a ritroso

11 Dicembre 2007

racconto di Gian Gabriele Benedetti

[di Gian Gabriele Benedetti: “Paese”, Lalli Editore, 1986]

Il nonno arrivò in anticipo, quell’anno. Lo vidi all’uscio di casa, forte e nodoso come un castagno vecchio, col suo cappello marrone scuro in testa. Mancavano alcuni giorni a Natale. Aveva lasciato la selva per tempo, quel giorno, perché, da buon contadino, aveva avvertito il cambiamento atmosferico. Sicuramente si preparava a scendere la neve.

Già il cielo s’era lastricato di nubi piatte e lattiginose, che smorzavano ancor più la luce fioca del giorno breve. I monti intorno avevano le cime incappucciate. Si percepivano a pelle quel silenzio e quell’immobilità dell’aria, come se il tempo si fosse fermato, quasi in attesa. Voli sparsi, inquieti di passeri, voli brevi, affrettati in cerca di una briciola o di un chicco di grano smarrito, dipingevano strane geometrie negli orti desolati e nelle vigne nere.
Accolsi il nonno con sorpresa e con maggior gioia e lo abbracciai d’impeto, che a stento mi resse. In collo aveva il ginepro più bello del bosco, quello adocchiato nel primo autunno e curato, da allora, amorevolmente. Era destinato a me, quale albero di Natale. Posò l’alberello, fitto di ramoscelli pressoché perfetti, dinanzi alla porta e, con un sorriso non tanto mascherato dai grossi baffi pepe e sale, entrò in casa. Pienamente soddisfatto.
Io non stavo nella pelle, nell’ammirare quel dono da poco arrivato e nel pensare al lavoro di addobbo ed alle imminenti Festività.
Ci sedemmo dinanzi al caminetto acceso, dove un bel ciocco avvampava deciso nel suo respiro arancio-azzurro. La fiamma viva illuminava noi ed in parte anche la stanza. Io guardavo il viso del nonno ed era come se su quel viso vi giocasse il fuoco. I suoi grandi occhi scuri brillavano e sconfiggevano i segni dell’età avanzata.
Il nonno raccontava della selva, delle foglie raccolte, che erano già tante, e dell’alberello, che aveva portato prima del previsto, perché sentiva vicina la neve. Il babbo prese il fiasco del vino e la mamma riempì due bicchieri, luccicanti al fuoco.

Ascoltavo il nonno ed ogni tanto puntavo l’occhio fuori della finestra. Vedevo il cielo riempirsi sempre più di tristezza e osservavo la campagna, che si spalancava, quasi precipitando, brulla e solitaria, alquanto sbigottita. Qualche raro passante, fasciato ben stretto nei suoi panni, si muoveva svelto, fiato fumante e sguardo ansioso a cercare al più presto l’uscio di casa. I passeri non si vedevano più. S’erano persi, serrati nel loro sconforto.
Il nonno vuotò il suo bicchiere, mi prese in braccio, mi strinse forte a sé, mi baciò, pungendomi con i baffi, e se ne andò, felice come un bimbetto intento ai suoi giochi.
Non persi tempo e tornai ad ammirare il mio ginepro: pareva, per davvero, un pennello a punta, che manco a disegnarlo apposta sarebbe venuto così perfetto. E sognavo il momento di addobbarlo e di vederlo pronto, là nel solito angolo della stanza. Già avevo messo da parte mandarini, qualche caramella, pochissimi preziosi cioccolatini, noci e nocciole, che avrei accuratamente fasciato con stagnola dorata o argentata o a vari colori, residuo di rari dolci di allora. La neve sull’albero non sarebbe, di sicuro, mancata: la lana biancastra, a bioccoli, che la mamma e la nonna, quasi quotidianamente e con santa pazienza, filavano con la rí³cca ed il fuso, sarebbe ben servita allo scopo. Ai piedi dell’albero avrei posto, come sempre, la capannuccia, nata dalle mani preziose di mio padre, che avrebbe accolto le statuine in gesso, un   po’ scolorite e qua e là sbertucciate, di Gesù, di Giuseppe e di Maria, nonché quelle raffiguranti il bue e l’asinello. Sopra la capanna e sulla punta dell’albero la stella cometa, in entrambi i casi rigorosamente di cartone, create da noi e tinte di giallo. Tutto intorno, sul pavimento, il muschio fresco dal profumo umbratile.

Sì sognavo e specchiavo i miei sogni in quel semplice paradiso in cui stavo vivendo, nella mia casa, nel calore della famiglia; in quel mondo piccolo e umile, ma buono, dolce, fiducioso, generoso, largo d’affetti; in quel mondo lento, come il fumo grigiastro, in fuga contenuta dai comignoli sui tetti; in quel mondo dove tutto pareva più bello, più tenero, più vivibile, più attutito; in quel mondo di incontri, d’abbracci, di strette di mano, che ora mi appare simile ad un incanto lontano lontano (ancora non s’avvertiva, allora, l’ombra nera, pesante, devastante della guerra a sconvolgere ogni ragione).
Quella sera di un mucchio d’anni fa, mi coricai per tempo. Come previsto dal nonno, al primo buio, prese a fioccare la neve. La vedevo scendere alle sporadiche pallide luci di qualche casa: veniva giù leggera leggera, ma a falde larghe e asciutte, che non si scioglievano a terra e prendevano a compattarsi. Domani tutto sarebbe stato bianco e scintillante. Sarei uscito a calpestare quel manto omogeneo, per lasciarvi le mie minuscole impronte e girarmi indietro a guardarle, come faccio ora, quasi vecchio, a ricercare ed a rivisitare certe impronte che mi riportano al passato. Ma la mia neve di adesso, piena di fatica e assai più grigia, distesa negli angoli più bui dei miei tanti e tanti giorni, stento a riconoscere.


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