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«Io e Berlusconi, due visioni diverse »

14 Dicembre 2012

di Marco Galluzzo
(dal “Corriere della Sera”, 14 dicembre 2012)

BRUXELLES – «La mia visione dell’Italia è diversa ». Diversa da quella di Berlusconi, da quella del Pdl, da coloro che oggi rappresentano il Ppe in Italia. Forse basta questa frase, pronunciata davanti alla signora Merkel, e a tutti gli altri capi di Stato e di governo popolari, per descrivere le ragioni della presenza di Monti, ieri pomeriggio, al vertice del Ppe nella capitale belga.
Nel suo staff tendono a minimizzare: Mario Monti, dicono, ha partecipato a sorpresa al vertice dei Popolari europei «non per un’affiliazione », ma solo per dare alcune rassicurazioni. Sull’Italia e su un agenda che non verrà cambiata. Una visita che ha riscosso almeno un obiettivo: incassare un endorsement , un riconoscimento sull’azione del governo e sulla decisione del premier di dimettersi. Si è marcata una distanza da chi oggi rappresenta la famiglia moderata in Italia e questa distanza è stata riconosciuta, dicono a Palazzo Chigi.
Resta però un non detto: per quale motivo Monti ha deciso di partecipare ad un riunione politica, che ha il sapore di una scelta di campo ben precisa? Poteva Monti dire le stesse cose, in pubblico, senza prendere parte ad un dibattito di partito, al quale lui in teoria non aveva diritto a partecipare? Certamente sì.

Di certo la visita del Professore al vertice dei Popolari è stata gestita in gran segreto e con la sua complicità. Mario Mauro, l’esponente del Pdl che oggi viene giudicato come un traditore in alcuni ambienti del partito del Cavaliere, ha promosso e gestito l’iniziativa, confermano nell’entourage del presidente del Ppe, Wilfred Martens. Il Professore ha detto di sì prima ancora di ricevere l’invito, ha partecipato alla costruzione dell’evento.
Eppure desumere altro, rispetto ad un cronaca che si presta a molte interpretazioni, dicono a Palazzo Chigi, nello staff di Monti, sarebbe fuori luogo. Il capo del governo parlerà, sul suo futuro, solo dopo aver rassegnato le dimissioni. Altro non si vuole confermare o ipotizzare: nulla, in sostanza, che possa costituire un appiglio per disegnare scenari che al momento rimangono fluidi.
Eppure qualcosa ieri pomeriggio è certamente successo. Quando Monti lascia il vertice dei Popolari si dice «molto contento, soddisfatto », della partecipazione alla riunione. Si è certificato che in Italia esiste un vuoto di rappresentanza, che i moderati non hanno un riferimento: per qualcuno è stato anche un processo al Cavaliere; per altri una sorta di «incoronazione » a Monti.

Resta dunque il mistero sulle prossime mosse del Professore. Oggi più che mai appaiono avvolte in una coltre di incertezza: sarà un federatore dei moderati italiani? Accetterà una candidatura per conto terzi? La giornata di ieri direbbe di sì, che una candidatura ufficiale è più vicina, ma a Palazzo Chigi si escludono alcune cose, apparse come semplificazioni sui media: per esempio che non ha mai parlato con il professor D’Alimonte di scenari elettorali, cosa che il professore conferma («ci siamo visti per caso, ha altri consiglieri per queste cose »); o che non esiste alcun memorandum politico, sulle riforme, da lasciare in eredità al prossimo governo; o ancora che è destituita di fondamento l’idea di un decreto sulle firme necessarie per le candidature.
Trapela semmai un’indiscrezione che sarebbe una notizia, se confermata ufficialmente: l’ultima volta che Monti ha visto Bersani ha rifiutato un’offerta. Non ha voglia, almeno per il momento, di accettare il ruolo di figura di garanzia, anche se fosse legata all’elezione al Quirinale. Sembra di capire che preferirebbe di gran lunga restare a Palazzo Chigi. E l’entrata a sorpresa, ieri, alla riunione del Ppe sarebbe un tassello di questa strategia.


«Il premier contro chi lo sostiene? Sarebbe moralmente discutibile »
di Roberto Zuccolini
(dal “Corriere della Sera”, 14 dicembre 2012)

«L’ho detto a Monti personalmente, ora glielo dico pubblicamente: sta logorando la sua immagine. Preservi se stesso, sia utile al Paese, non si faccia coinvolgere negli spasmi di una crisi politica sempre più convulsa e sconcertante per i cittadini ». Massimo D’Alema è categorico: «Monti non si deve candidare ». E anzi, secondo il presidente del Copasir (il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti), il premier deve sgombrare subito il campo da ogni equivoco sul suo nome e sul suo futuro.

Dopo Casini e Montezemolo, ora è Silvio Berlusconi ad offrire il sostegno del centrodestra se dovesse scendere in campo.
«Quello di Berlusconi è un atteggiamento confuso. Dopo aver ripreso i temi classici della sua propaganda, come la riduzione delle tasse e la deregulation, e avere accusato Monti di essere subalterno all’Europa, ora sostiene di volerlo appoggiare. È una mossa disperata per ribadire il suo potere sul centrodestra. Però mette in rilievo il rischio che sta correndo in questo momento la figura del presidente del Consiglio ».

Quale rischio?
«Quello che venga meno la coerenza con il ruolo che gli è stato assegnato e che ha svolto fin qui con grande correttezza risultando utile al Paese per evitare la bancarotta e per ridare all’Italia un’immagine internazionale. Ma ora questo mandato si è esaurito. Non riesco a capire come una persona al di sopra delle parti, fino al punto di accettare la nomina di senatore a vita prima ancora di andare a Palazzo Chigi, possa diventare la bandiera di una precisa forza politica ».

Cosa dovrebbe fare per candidarsi, rinunciare alla carica di senatore a vita?
«A parte le difficoltà formali delle dimissioni da quell’istituto, riscontrate già in passato, anche se dovesse lasciare il Senato si aprirebbe un problema politico. Che senso ha che Berlusconi, che lo ha attaccato e sfiduciato, lo candidi oggi a guidare uno schieramento che avrebbe come unico collante l’avversione alla sinistra? Ciò aprirebbe una contrapposizione che favorirebbe anche nel nostro campo le posizioni più radicali. Sarebbe meglio se Monti preservasse la sua figura di super partes al servizio della Repubblica e la conservasse anche per il futuro prossimo ».

Con l’offerta, in cambio, di andare al Quirinale?
«Qui stiamo parlando del futuro del Paese e delle istituzioni, non stiamo all’asta delle poltrone. Come ha detto Bersani, la personalità di Monti è utile al Paese e non gli chiediamo di tornare all’università Bocconi ».

Non si tratta di una posizione difensiva? Non è che avete paura di una discesa in campo così autorevole?
«Siamo nelle condizioni di vincere comunque le elezioni, non abbiamo paura di confrontarci. Non è questo il problema. Trovo solo che sarebbe illogico e in qualche modo moralmente discutibile che il Professore scenda in campo contro la principale forza politica che lo ha voluto e lo ha sostenuto nell’opera di risanamento. Avendo grande stima di lui spero che non lo farà. Ad ogni modo non si può più andare avanti con questa incertezza sul suo futuro: è meglio che chiarisca al più presto ».

C’è l’ipotesi che anche in assenza di una sua candidatura il nome di Monti compaia su una lista centrista.
«Sarebbe un pernicioso bizantinismo di cui sicuramente non sentiamo il bisogno. Monti non dovrebbe permetterlo. Se personalità come Montezemolo hanno intenzione di candidarsi lo facciano senza nascondersi dietro il suo nome ».

Da come vede le cose sembra che il presidente del Consiglio non abbia altra chance che ritirarsi a vita privata.
«Non è vero. Monti potrà continuare a svolgere un ruolo importante per tutti noi, proprio dalla posizione neutrale che finora ha mantenuto. Prima di lasciare Palazzo Chigi potrebbe indicare quali sono le cose utili da fare per il Paese negli anni che verranno e le forze politiche si misurerebbero con questo suo programma ».

Cioè con la sua «agenda ». Qual è il suo giudizio?
«Gli accordi presi con l’Europa e il rigore finanziario, solo per fare due esempi, sono un impegno inderogabile e lo abbiamo dimostrato quando abbiamo già governato il Paese ».

Non lo è altrettanto per il Sel di Vendola, che professa quasi quotidianamente il suo antimontismo.
«Vendola non va usato come uno spauracchio. Stando ai più recenti sondaggi, il Pd sta al 32 per cento e loro al 5. Ogni decisione verrà presa a maggioranza e abbiamo scelto insieme che conterà il peso elettorale. Certo, bisogna considerare che Nichi governa una Puglia che è stata capace di creare 21 mila posti di lavoro in più malgrado la crisi. Ma Vendola non deve dimenticare che siamo stati noi la principale forza che ha sostenuto Monti. Attaccare a testa bassa il suo governo significa fare una campagna elettorale contro il Pd che è il suo alleato. Questo non è ragionevole. Noi non siamo contro Monti, ma vogliamo andare oltre questa esperienza, puntando su giustizia sociale e crescita ».

In attesa di sapere che cosa deciderà il premier, il centro sarà comunque una realtà politica con la quale vi confronterete?
«Ribadisco che noi siamo favorevoli ad un patto tra progressisti e moderati. Anche se dovessimo essere autosufficienti nelle due Camere apriremmo comunque un dialogo con i centristi per il governo, come ha detto Bersani ».

Vendola è contrario.
«Concentriamoci sui contenuti innovativi, che sono quelli che devono davvero caratterizzare la sinistra. Non sui veti ».

Gli «arancioni » di Luigi de Magistris potranno essere vostri alleati?
«Faccio solo notare che la loro prima mossa è stata attaccare il Quirinale… »

Veniamo alle primarie del Pd.
«Quelle per scegliere il candidato premier hanno fatto emergere con chiarezza tutte le anime del centrosinistra, da Tabacci a Vendola. Uno schieramento che può raggiungere il 40 per cento. Io ero perplesso sullo svolgimento di quelle primarie, ma ammetto che ha avuto ragione Bersani che invece ci ha creduto con forza e ha avuto coraggio ».

Che rapporti avrete con il secondo arrivato, Matteo Renzi?
«Bisognerà tenerne conto. Lui sostiene che continuerà a fare il sindaco, ma io non vedrei nulla di male se entrasse in un futuro governo ».

E le prossime primarie, quelle del 29 e 30 dicembre per la scelta dei parlamentari che tanto stanno facendo fibrillare il partito?
«Bisogna discutere le modalità migliori per realizzarle, ma dopo la decisione del Pdl di far cadere Monti dobbiamo accelerare ed è giusto che i candidati vengano scelti dal basso, visto che purtroppo non si è potuto fare una nuova legge elettorale che permettesse agli elettori di optare per i nomi più graditi ».

Conferma che non si candiderà?
«Ci mancherebbe. Ho dato la mia parola ».

E dopo?
«Dopo si vedrà. Vorrei ricordare che non sono disoccupato: sono presidente della fondazione Italianieuropei e sono a capo della Foundation of European Progressive Studies. Faccio parte dei vertici del Pse ».

Sono soprattutto incarichi internazionali. E se arrivasse una chiamata per responsabilità istituzionali in Italia?
«Se arriverà valuterò la chiamata… ».


Monti rischia un appoggio eccessivo
di Michele Brambilla
(da “La Stampa”, 14 dicembre 2012)

Due cose non s’erano mai viste in una campagna elettorale. Non s’era mai vista una così esplicita ingerenza (chiamiamo le cose con il loro nome) estera sul voto italiano, e non s’era mai visto il leader di un partito che indica come candidato premier il premier che ha appena sfiduciato.

La prima cosa, cioè il fatto che tutta Europa chieda a Monti di ricandidarsi, è indice di quanta stima goda oltre confine il Professore (tantissima) e di quanta ne abbia goduta il suo predecessore (pochissima per non dire zero). La seconda cosa sembra la prova delle difficoltà che Berlusconi sta incontrando dopo aver annunciato, con la solita metafora calcistica, il suo «ritorno in campo ».

Tutti e due i fatti, insieme, appaiono poi come il segno che per il Cavaliere non tira una buona aria. L’Europa non lo vuole, e lui si manifesta in stato confusionale. L’altro ieri, durante quella che in teoria avrebbe dovuto essere la presentazione di un libro di Bruno Vespa, in poco più di un’ora ha dato cinque versioni sulla candidatura a premier: 1) se si presenta Monti io faccio un passo indietro; 2) lo faccio anche se Montezemolo assume la guida del centrodestra; 3) Alfano è in pole position per Palazzo Chigi; 4) se la Lega non mi appoggia faccio cadere le giunte in Piemonte e in Veneto; 5) la Lega ha accolto con entusiasmo il mio ritorno e al momento il candidato premier sono io. Ventiquattr’ore più tardi, cioè ieri, è tornato a caldeggiare un Monti-due, segno che a un Berlusconi-quattro non ci crede neppure lui.

O siamo di fronte a un genio di cui non siamo in grado di capire le mosse, il che è possibile; oppure Berlusconi è davvero in difficoltà, più di quanto abbia immaginato al momento di decidere il proprio ritorno. Cioè quando sapeva che la partita sarebbe stata difficile (i sondaggi non sono mai stati buoni) ma non prevedeva di sbattere contro le porte che la Lega, il vecchio alleato, gli ha chiuso in faccia. Abituato a trattare con l’amico Bossi – con il quale a un accordo, alla fine, si arrivava sempre – il Cavaliere dev’essere rimasto di sale quando s’è sentito dire da Maroni che l’alleanza Pdl-Lega può anche andar bene, ma a patto che lui si tolga di mezzo.

Così stando le cose – con l’Europa contro, con il Pdl sfasciato, con la Lega che lo abbandona – gli ultimi alleati del Cavaliere sembrano rimasti i suoi nemici storici, gli «antiberlusconiani » in servizio effettivo e permanente. Di assist, non mancheranno di offrirgliene.

Il primo sarà l’enfatizzazione del fronte internazionale pro-Monti. Un fronte che ha le sue sacrosante ragioni. Ma anche l’indelicatezza di non capire che basta poco per far rinascere negli italiani, di solito fieramente anti-italiani, l’orgoglio di sentirsi italiani. Se l’ipotesi di un Monti candidato di tutti i moderati Lega compresa svanirà (e svanirà), Berlusconi avrà buon gioco nel gridare alle indebite pressioni, al tentativo di colonizzarci, alle speculazioni dei mercati manovrati dai poteri forti internazionali, che non si sa chi siano ma proprio per questo come «nemico » funzionano sempre.

Il secondo assist glielo stanno già offrendo gli intellettuali, i comici e i giornalisti eccetera che hanno ripreso la battaglia con le armi dei bei tempi che furono, i quali poi furono bei tempi per Berlusconi perché certe campagne finirono per l’ottenere l’effetto opposto. Sono, costoro, in azione sia all’estero che in Patria, e negli ultimi giorni li abbiamo visti confezionare prime pagine con Berlusconi trasformato in mummia o, più gentilmente, che riemerge da un water; li abbiamo letti nei loro articoli sul Cerone di Natale o sul Cainano, li abbiamo sentiti alla Rai mentre invitavano a togliersi dal c. Anche qui, il Cavaliere non faticherà a dimostrare di quanta faziosità sia capace «una certa sinistra »; di quanto odio sia fatto oggetto «la sua persona ». E si fregherà le mani.

Il primo ad avvertire questo rischio è proprio Bersani, che infatti ieri ha detto che non farà una campagna elettorale ad personam, avendo capito che il Berlusconi di oggi, a perdere, provvede da solo. Perché il Berlusconi di oggi non è più quello del 1994, anche se molti suoi avversari sono rimasti, un po’ pateticamente, quelli di allora.


Aspettando Monti che forse non arriva
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 14 dicembre 2012)

Scende o non scende? Rimane o non rimane ? Sale o non sale? Gli interrogativi, ovviamente, riguardano tutti Mario Monti. Scende in campo nella campagna elettorale accogliendo la richiesta di Silvio Berlusconi di guidare un fronte moderato ancora tutto da definire oppure accettando la proposta di Casini e Fini di risolvere il loro problema personale e diventare il capo del centrismo che non c’è? Oppure rinuncia a qualsiasi discesa e si ritrae come Cincinnato nel suo metaforico campicello professorale in attesa di essere richiamato a furor di media e di poteri forti dopo un voto destinato presumibilmente a decretare lo stato di ingovernabilità del paese?

Rimane a Palazzo Chigi fino ad oltre la data delle elezioni ben consapevole che con ogni probabilità , sempre a causa di un esito non decisivo della consultazione popolare, dovrà restare al proprio posto a guidare un governo di emergenza ormai stabile se non addirittura definitivo almeno per buona parte della prossima legislatura? Sale o non sale al Colle, non tanto per rassegnare le dimissioni da presidente del Consiglio ed essere incaricato di restare al proprio posto per il disbrigo degli affari correnti in campagna elettorale, quanto per fare una ricognizione delle stanze che potrebbe occupare in primavera in qualità di successore di Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica?

Ognuno di questi interrogativi ha un fondamento. Nessuno, al momento, ha una risposta certa. E questa incertezza ha un doppio effetto. Da un lato trasforma Mario Monti nel convitato di pietra della prossima campagna elettorale e lo pone al centro di ogni discorso, ipotesi, prospettiva o fantasia istituzionale. Dall’altro dimostra in maniera fin troppo brutale come nel nostro paese la crisi non sia solo economica ma anche politica e culturale. Al punto da trasformare in demiurgo salvatore della patria, in novello Cincinnato console invitto o in un italico e moderno generale De Gaulle un personaggio che nell’anno in cui è stato al governo del paese ha dimostrato di saper poter parlare benissimo l’inglese nei consessi internazionali edi capire altrettanto bene le esigenze dei governi e dei poteri forti europei, ma di avere come unica ricetta per uscire dalla crisi quella dell’uso del torchio fiscale sui ceti medio-bassi della società italiana.

La conclusione, dunque, è sconsolante. Se al centro della scena italiana come unica speranza di un migliore futuro per il paese non c’è una strategia ed una visione politica ma solo i dilemmi sulle possibili scelte di Mario Monti siamo decisamente messi male. Non per sfiducia o scarsa considerazione nei confronti del Professore. Ma perché, a dispetto del coro ampio e compatto di adulatori italiani e stranieri su cui può contare, l’attuale presidente del Consiglio non ha fornito ancora indicazione o conferma su quale possa essere la strada migliore per risanare e rilanciare il paese oltre quella della semplice e scontata pressione fiscale in continuo aumento.

Si dirà che il giorno in cui dovesse decidere il proprio futuro scegliendo di accogliere la proposta di Berlusconi, quella di Casini e Fini o quella di Bersani di entrare a far parte del proprio ipotetico governo a fianco di Vendola, Monti scioglierebbe il dilemma indicando la strada e la propria visione politica e culturale.

Ma fino a quel giorno (sempre che poi ci sia, visto che con ogni probabilità Monti eviterà di scendere in campo preferendo salire al Colle) nessuno potrà ragionevolmente prevedere quali potranno essere le prospettive della società italiana. A conferma che alle volte il problema di un paese non è quello di avere “un uomo solo al comando” ma di non avere nessuno che sappia o voglia effettivamente uscire dal gruppo e prendere la guida della carovana.


Bersani: “Ora serve chiarezza, anche da Mario”
di Umberto Rosso
(da “la Repubblica”, 14 dicembre 2012) (il grassetto nel testo è mio. bdm)

ROMAâ—Bersani a tutto campo alla stampa estera. Berlusconi? «Non vincerà, ogni mezzora fa una giravolta che finisce sem ­pre in prima pagina, e di questo sono esterrefatto ». Monti can ­didato? «Meglio che resti una risorsa per tutti, ma se vinco io sarà la prima persona che in ­contro all’indomani delle ele ­zioni ». Però il nervosismo cir ­cola sotto traccia nel Pd dopo l’investitura al premier dal Ppe, e ai suoi il segretario confida che «è arrivato il momento di far chiarezza sulle intenzioni di Monti ». E l’apertura al centro? «I progressisti devono essere generosi, siamo pronti al con ­fronto dopo il voto con un cen ­tro europeista e non populista. In qualsiasi condizione ». Ovve ­ro, anche se il Pd fa il pieno alle urne. E senza, in questo ragio ­namento, esercitare distinguo fra Casini, le truppe di Montezemolo o altri frammenti del centro. Per Pierluigi Bersani un’ora e mezza di botta e rispo ­sta con i giornalisti della stampa straniera. Missione: rassicura ­re, loro tramite, cancellerie e mercati esteri sulla forza tran ­quilla del Pd: il centrosinistra a Palazzo Chigi non manderà al macero l’agenda Monti ma la «migliorerà », perché «ci voglio ­no più riforme di quelle che so ­no state fatte in questo ultimo anno ». Mettendo mano all’o ­biettivo della crescita e dell’e ­quità, rimasto sulla carta, ma in continuità col Professore. Sen ­za scosse. Vedi la questione del ­l’articolo 18, cambiato fra mol ­te polemiche dal ministro For ­nero. «Lo lasceremo così â— ga ­rantisce il segretario del Pdâ—in sé vuol dire poco, è uguale a quello tedesco ». Nella coalizio ­ne del centro sinistra però Nichi Vendola ha firmato il referen ­dum per cancellare quel che giudica una «Controriforma », e non mancheranno perciò nuo ­ve polemiche. Bersani tranquil ­lizza anticipatamente, «non ci faremo condizionare da Sei, og ­gi c’è il Pd e non più l’Unione, Vendola è saldamente europei ­sta e prezioso alleato soprattut ­to su diritti civili e ambiente ». Certo com’è, il segretario de ­mocratico, di esorcizzare il fan ­tasma dell’ingovernabilità, «sono sicuro che non ci sarà, sia peri numeri che per la politica ». Prevede: dalle prossime elezio ­ni uscirà una chiara maggio ­ranza parlamentare e in Senato non ci saranno problemi, «prendete nota del mio prono ­stico » ironizza ma non troppo.

Però l’investitura di Monti che arriva dal Ppe a Bruxelles ri ­schia di complicare i piani del leader pd. I giornalisti stranieri insistono: che rapporti allora col Professore? «E’ una risorsa per l’Italia, e farebbe bene a te ­nersi fuori dalla campagna elet ­torale.  Resto dell’idea che sia questo il modo migliore per preservare ruoli futuri. E Monti,

lo   confermo, deve averne uno importante nel nostro paese ». Si ferma qui ma il segretario im ­magina sempre il Professore al Quirinale o magari superministro in un suo governo, però nel Pd serpeggia nervosismo per “l’ingerenza” piovuta da Bruxelles, e a poche settimane dalia campagna elettorale cre ­sce la richiesta di chiarezza sul ­la discesa in campo del premier. Bersani non farà una campa ­gna elettorale centrata su Ber ­lusconi, che per mesi «ci ha pre ­so in giro sulla riforma del Porcellum ». Sorride: «Mi verrebbe la tentazione di fare un po’ di gi ­ravolte anch’io, visto che ne ba ­sta una di Berlusconi per fare le prime pagine dei giornali. In ­credibile ». Ma il Cavaliere non vincerà, «cerca di salvare il sal ­vabile, ed ora cerca di mettersi al centro della scena, con il ri ­sultato che i guai veri vanno a pagina 14 e le chiacchiere tor ­nano in prima pagina ».

La ricetta di Bersani è un’al ­tra: «Noi ci occupiamo dell’Ita ­lia, dei suoi problemi, senza raccontare favole e promettere miracoli ». Così, sull’articolo 18 il Pd non tornerà indietro, «non è un gran problema, il proble ­ma è la partecipazione dei lavoratori che manca, le regole su rappresentanza e rappresenta ­tività ». Che riformismo sarà? «Un riformismo alla tedesca, e vediamo chi obietterà… Sul la ­voro, sui diritti, sulle unioni ci ­vili (che faremo sulla base della legge che c’è in Germania), su molti temi il riferimento del no ­stro programma di governo sarà Berlino ».


Il pensiero di Antonio Martino, qui.

“Italia rischio colonia” di Salvatore Tramontano, qui.

Maurizio Belpietro, qui.

Emanuele Macaluso: “Il bipolarismo è finito sul serio”, qui.


ARTICOLI SUL CASO NAPOLITATO E TRATTATIVA STATO – MAFIA

Alessandro De Pascale: “Silenzio sulla verità”, qui.

Stefano Ceccanti: “Quelle telefonate rientrano nelle funzioni del Colle, presidente non intercettabile”, qui.

Luigi Li Gotti: “Le incongruenze della sentenza”, qui.

Vincenzo Mulè: “Nel cuore delle stragi”,qui.


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Bart