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Sulla germanizzazione dell’Italia, Monti fa scuola

14 Dicembre 2012

È vero che nel corso dei secoli l’Italia è stata una colonia (vicarìa) tedesca, e pagava i suoi tributi in moneta sonante ai vari imperatori che si succedevano  sul trono del Sacro Romano Impero, ma tutto ciò era considerato ormai storia antica, e al massimo si poteva ricordare negli ultimi secoli il dominio sull’Alta Italia dell’impero Austro–ungarico degli Asburgo.
Il Risorgimento ha sbaragliato gli ultimi baluardi stranieri e l’Italia proprio in questi mesi ha chiuso le celebrazioni del 150 ° anniversario dell’Unità d’Italia.

Chi avrebbe mai pensato che Napolitano, mentre declamava con possente retorica l’avvenimento della nostra indipendenza, improvvisamente, nel novembre 2011, cedesse al diktat tedesco e si permettesse di mandare a casa un governo scelto liberamente dai cittadini per sostituirlo con uno di nomina merkeliana. Invece di andare avanti, grazie a questo incredibile e succube comportamento siamo arretrati e ora si respira un’atmosfera addirittura da medioevo, allorquando la penisola era percorsa in lungo e in largo da predoni che saccheggiavano e rovesciavano i governi locali per mettersi al loro posto. Naturalmente, oggi gli strumenti sono più sofisticati, e tutto avviene senza spargimento di sangue, e anzi si fa in modo che i cittadini delle varie Nazioni interessate al depauperamento non si accorgano di questi sottili passaggi di sovranità e di esproprio.

Così, una volta insediato da Napolitano al governo del nostro Paese Mario Monti, quest’ultimo ha fatto di tutto per attuare le politiche dettate dalla cancelliera tedesca e non ha mancato di rassicurarla che egli era più tedesco degli stessi tedeschi, dichiarazione un po’ offensiva per gli italiani, ma il cui significato era sufficientemente chiaro alle orecchie della Merkel, vale a dire che si avviava in Italia un moderno e accettato vassallaggio.

Ieri Monti ha sorpreso gli italiani recandosi improvvisamente a Bruxelles per rendere lumi – così ha dichiarato – al partito di maggioranza nel parlamento europeo, il Ppe, che rappresenta la vasta area dei moderati dell’Ue. I calorosi consensi che lo hanno accolto, quasi un’investitura unilaterale (non si dimentichi che l’altro grande partito è quello dei socialisti del Pse), hanno lasciato immaginare che Monti stia per decidere la sua discesa in campo sotto l’usbergo del Ppe, e dunque contrastando alle prossime elezioni la coalizione di centrosinistra, e dunque Pierluigi Bersani.

Ho già scritto che scendere in campo rappresenterebbe un grosso errore per Monti, sia perché – è mia convinzione – non raccoglierebbe più voti dello schieramento bersaniano, sia perché la sua coalizione sarebbe davvero più scalcagnata di quella avversaria, una vera e propria armata brancaleone, ed infine perché comporterebbe l’addio alla possibilità molto concreta di essere eletto a grande maggioranza capo dello Stato.

Lasciare il certo per l’incerto non credo che sia nel dna del professore. Inoltre, scendere a contrastare un Pd che si considera nuovamente una gioiosa macchina da guerra vincente, significherebbe scatenare un’orda di possenti forze le quali, come hanno steso per ko la potenza di fuoco berlusconiana, farebbero un boccone di quelle che può mettere in campo, Mario Monti, ivi compreso il Ppe con tutto ciò che gli sta dietro. Altra cosa sarebbe stata se tutta l’Ue avesse incoronato Monti, ma l’incoronazione è avvenuta solo in casa del Ppe e ciò vuol dire molto.

Quando sapremo il pensiero anche del Pse, allora potremo avere sicuramente un quadro più esaustivo, ma sin d’ora pare impossibile che il Pse si conformi alla scelta del Ppe e abbandoni un suo componente di rilievo come è il Pd di Bersani e di D’Alema.
E infatti i due padroni del Pd hanno già messo le mani avanti, avvertendo Monti di non fare passi falsi, se vorrà ancora ambire alla presidenza della Repubblica.

Ma torniamo al tema della germanizzazione. Se Monti dovesse cedere il passo a Bersani, essa finirebbe e l’Italia potrebbe arrestare un vassallaggio così umiliante e, visti i tornaconti economici, così vantaggioso per la Germania?

È bene toglierci subito questa illusione.
Su “la Repubblica” di stamani, Bersani, forse spaventato dall’accoglienza entusiasta ricevuta da Monti a Bruxelles ed in specie dalla Merkel, si è affrettato ad assicurare quanto segue:

«Che riformismo sarà? »

«Un riformismo alla tedesca, e vediamo chi obietterà… Sul la ­voro, sui diritti, sulle unioni ci ­vili (che faremo sulla base della legge che c’è in Germania), su molti temi il riferimento del no ­stro programma di governo sarà Berlino ».

Non poteva essere più chiaro.
La germanizzazione ha contagiato tutti, centrodestra e centrosinistra, conservatori e progressisti, Monti e Bersani.
Insomma, qualunque cosa decideranno gli italiani, il vero vincitore sarà la Germania.
I nostri saranno ridotti a piccoli Mussolini che pendono dalle labbra di Hitler, o insignificanti vassalli medioevali alla mercé della volontà dell’imperatore tedesco.

Da quel novembre del 2011 un anno è passato, e che cosa ci è accaduto? Che siamo diventati più poveri, ossia più gleba, ed abbiamo un signore che ci comanda, lo stesso di tanti secoli fa.
A che è servito mai il Risorgimento?
Questa domanda la rivolgo in specie al nostro saggio ed ex comunista capo di Stato.


Alcuni sondaggi sul Monti-bis, qui.
Che ne pensa Napolitano, qui.


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Bart