Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

La leggenda di Belzebù

7 Maggio 2013

di Eugenio Scalfari
(da “la Repubblica”, 7 maggio 2013)

GIULIO Andreotti è stato il vero – e mai risolto – mistero della prima Repubblica. Una cosa è certa: Andreotti è stato un personaggio inquietante e indecifrabile, l’incrocio accuratamente dosato d’un mandarino cinese e d’un cardinale settecentesco. Ha tessuto per quarant’anni, infaticabilmente, una complicatissima ragnatela servendosi di tutti i materiali disponibili, dai più nobili ai più scadenti e sordidi. È stato lambito da una quantità di scandali senza che mai si venisse a capo di alcuno. L’elenco è lungo: lo scandalo del Sifar (era ministro della Difesa all’epoca dei dossier di De Lorenzo e di Allavena).

E poi lo scandalo Montedison-Rovelli (allora era presidente del Consiglio), lo scandalo Eni-Petromin (di nuovo presidente del Consiglio), quello Caltagirone, l’arresto del direttore generale della Banca d’Italia, Mario Sarcinelli, e l’incriminazione del governatore Paolo Baffi (che furono ricondotti ad una sua vendetta), lo scandalo Sindona al quale era legato da una dubbia amicizia, quello del Banco Ambrosiano, quello del comandante della Guardia di Finanza in combutta con i contrabbandieri del petrolio e, infine, lo scandalo della P2 che in un certo senso tutti li riassume.

Ciascuno di questi casi può assumere l’aspetto geometrico di una piramide tronca di cui non si riesce a vedere il culmine. Ci sono indizi, amicizie, legami, luogotenenti che mantengono contatti e in caso di necessità si assumono in prima persona le responsabilità (vedi il caso Evangelisti che diede le dimissioni da ministro quando si scoprì che aveva ricevuto denari da Caltagirone). Tutti questi elementi ruotano attorno ad Andreotti e lasciano intuire che potrebbe essere stato lui il Grande Protettore, il Padrino, comunque il punto di riferimento, ma niente di più.

Quest’uomo così discusso esercitò una grandissima influenza ma non dette mai ordini. Suggeriva, consigliava, incoraggiava, proteggeva. Aveva una memoria tenace, una zona segreta della mente nella quale annotava gli sgarbi ricevuti e i favori resi, i nemici e gli amici. Quegli occhi leggermente obliqui sembravano due fessure attraverso le quali entrava tutto ciò che doveva entrare senza che ne uscisse nulla, non un moto d’ira o di gioia, non un risentimento percepibile né di odio né di riconoscenza. Quelle labbra sottili, quella testa incassata tra le spalle ingobbite, quel colorito giallognolo, quell’immagine fisica di fragilità non disgiunta da una certa eleganza, una vita privata senza ostentazione alcuna, quel tratto al tempo stesso alla mano ma distante da tutti, ne fanno un enigma vivente. Se indossasse un kimono di seta e babbucce ai piedi e aggiungesse ai radi capelli un posticcio codino, Andreotti sarebbe l’immagine d’un alto consigliere della Città Proibita dell’impero celeste. Ma con una sottana violetta e la berretta cardinalizia in capo potrebbe essere un personaggio ritratto di scorcio dal Tiziano, tra un cardinal dè Medici e un cardinal Barberini. Oppure, in talare nera e fascia di seta alla vita, un potente generale dei gesuiti del diciottesimo secolo.

Nel partito ebbe sempre scarso seguito, la sua corrente numericamente non era forte, i grandi del capitale, sia pubblico che privato, non sono mai stati suoi alleati: Mattei, Petrilli, Cefis, Schimberni, Cuccia, nessuno di questi uomini ha mai avuto con lui rapporti organici mentre alcuni di loro ne hanno avuti con altri leader politici magari anche meno dotati.

Non so se sia stata un’inclinazione o una necessità, ma Andreotti si è sempre posto come il leader di forze eterogenee e minoritarie con l’obiettivo di riunirle intorno a sé trasformandole in una maggioranza sia pure provvisoria. Qualche esempio. È stato il protettore di Rovelli contro Cefis, di Sindona contro Cuccia, del Banco di Roma contro la Commerciale e il Credito Italiano. Di Roberto Calvi contro tutti. Ha avuto in mano per molti anni l’importantissima Procura della Repubblica di Roma, attraverso Claudio Vitalone. Gelli ha lasciato più volte intendere di considerarlo il suo referente principale. Il generale Maletti, capo dei servizi del controspionaggio, gli fu devotissimo. Orazio Bagnasco non mosse passo nella finanza senza consultarlo.

In Vaticano, questo cardinale mancato non è mai stato nelle grazie dei Segretari di Stato in carica, a conferma di quell’inclinazione del carattere di cui abbiamo detto che lo spingeva a lavorare non di fronte ma di sponda; ma sempre mantenne contatti solidi e profondi con i capi di alcune potenti congregazioni, con lo Ior, con il Vicariato di Roma e con alcuni dei sostituti della Segreteria.

Il suo vero avversario a pari livello di intelligenza politica è stato Moro, non Fanfani. Moro privilegiava la strategia, Andreotti la tattica. Ma in alcune cose importanti i due si somigliavano. Per esempio nel radicarsi al centrodestra per meglio aprire sulla sinistra. Per esempio, nel servirsi di personaggi discutibili come procuratori d’affari: se Andreotti ha avuto i suoi Sindona e i suoi Caltagirone, non dimentichiamoci che anche Moro ha avuto i suoi Sereno Freato.
Ma Moro, proprio perché aveva il gusto della strategia, puntò fin dall’inizio sul partito come strumento indispensabile per attuarli. Andreotti invece sul partito non puntò mai. In un’ideale partita a quel classico gioco che è lo scopone, Moro può raffigurarsi come il giocatore che dà le carte e gioca per “apparigliare”, mentre Andreotti è il giocatore “sotto mano” che gioca per “sparigliare”. Nella corsa al Quirinale sono caduti tutti e due. Ad eliminare il primo hanno provveduto le raffiche di mitra dei brigatisti, il secondo è malamente scivolato sul caso Gelli-P2.

Poi, nel 1992, cadde la prima Repubblica e ogni possibilità che il “divo” avesse ancora una prospettiva politica. Negli anni del berlusconismo è stato il testimone di un’epoca tramontata per sempre. Che possiamo dire oggi di lui se non augurargli che riposi in pace? “Sic transit gloria mundi” oppure “Ai posteri l’ardua sentenza”, ma i posteri sono già tra noi e c’è da scommettere che molti di loro che hanno appena vent’anni non sanno neppure che sia mai esistito.


Andreotti, gli storici si divideranno
di Luigi La Spina
(da “la Stampa”, 7 maggio 2013)

Come al solito, è stato Napolitano a indicare la strada sulla quale si dovevano incamminare i commenti: bisogna riconoscere l’eccezionale ruolo svolto da Andreotti nelle vicende della nostra Repubblica, ma il giudizio su di lui va affidato alla storia.

Così, nella scia della duplicità, peraltro simbolo di una vita che per i suoi detrattori aveva l’accezione della doppiezza, si sono indirizzate quasi tutte le dichiarazioni d’ordinanza in occasione della sua morte. Eppure, questa volta il nostro presidente-bis della Repubblica potrebbe essersi sbagliato ad affidare con tanta fiducia al supremo tribunale del tempo. Se la politica, infatti, si è ritirata nel limbo dell’imbarazzo di fronte alla sua indecifrabile personalità, anche la giustizia, almeno quella terrena, non è riuscita, dopo anni e anni di indagini, a emettere una sentenza che non avesse, appunto, il carattere dell’ambiguità e della doppiezza: per metà assoluzione e per metà condanna. È possibile quindi, anzi è molto probabile, che anche gli storici futuri si divideranno sulla sua figura e finiranno per arrendersi, pure loro, di fronte al vero incrollabile muro di ingiudicabilità che impedisce di emettere il verdetto definitivo su di lui: il mistero.

L’uomo che per sessant’anni è stato sempre sul palcoscenico della vita pubblica, sempre in prima fila, sempre protagonista delle luci della politica e persino dello spettacolo, se ne è andato senza accendere neanche il più piccolo spiraglio sul retroscena di quella ribalta. Come per suggellare la sua vita nella definizione dell’uomo più misterioso della nostra Prima Repubblica e per lanciare, da accanito scommettitore alle corse quale era, l’ultima sua sfida, proprio alla storia: far breccia, finalmente, nel muro del suo mistero.

L’imbarazzo della politica d’oggi nei confronti di Andreotti non deriva, però, solo dall’indecifrabilità dello statista romano, ma da un sottile legame, forse persino un po’ inquietante legame, del nostro presente a quel passato. Come se il richiamo di quella presenza non si spegnesse neanche con la sua morte e, anzi, il momento della sua scomparsa segnasse, per una beffa della cronaca di questi giorni, una coincidenza di segni che riaccende il ricordo e l’attualità della sua esperienza politica.

Se Andreotti è stato l’essenza della cosiddetta «democristianità » nella storia della nostra Repubblica, è quasi banale osservare che Letta, con Alfano suo vice, sono i giovani dc a cui è affidato il rinnovamento della politica italiana, perché forse quel carattere è l’araba fenice della nazione. Meno ovvio dell’anagrafe partitica, è il metodo di governo proclamato dal neopresidente del Consiglio nel suo discorso di investitura alle Camere, la concretezza. Non è stata sempre questa la maniera con cui Andreotti ha definito il suo modo di governare gli italiani, fino a intitolare la sua storica rivista di corrente con il nome di «Concretezza », appunto? Da tutti i commentatori, poi, è stato rievocato il precedente storico delle «larghe intese » sulle quali si regge il governo Letta, il primo esperimento del genere, quello inaugurato nel ’76 proprio da Andreotti, definito della «non sfiducia » e proseguito, due anni dopo, sempre da lui a palazzo Chigi, con il ministero della solidarietà nazionale.

I brividi della memoria, però, non si fermano qui, perché, purtroppo, richiamano altri ricordi, più sanguinosi. Perché quel governo con cui Andreotti ebbe la fiducia anche dei comunisti, nel marzo ’78, nacque sull’onda del rapimento di Moro e dell’uccisione dei suoi uomini di scorta come l’esecutivo Letta è stato battezzato dalla sparatoria contro i carabinieri davanti al Parlamento.

Non bisogna, naturalmente, dar troppo peso a quelle che sono solo suggestioni di eredità partitiche e coincidenze di tempi molto diversi per formulare confronti, e meno che mai, previsioni del tutto ingannevoli. Ma la scomparsa dell’ultimo grande statista democristiano e i troppi chiaroscuri dei commenti di ieri una lezione utile la danno, invece. Fino a quando l’Italia non sarà capace di fare i conti con la sua storia, anche recente, di riconoscerne virtù e vizi senza sempre voler assolvere la propria parte e sempre condannare quella avversaria, ma ammettendo l’inestricabile partecipazione di tutti sia alle prime sia ai secondi, l’ombra di Andreotti e del suo mistero continueranno a incombere sulla politica italiana.


Addio Andreotti, asso della politica e statista mancato
di Mario Cervi
(da “il Giornale”, 7 maggio 2013)

Quando si accennava alla sua vecchiezza, Giulio Andreotti diceva di sentirsi in prorogatio: in linguaggio calcistico un tempo supplementare che la provvidenza gli aveva concesso. La prorogatio è finita, e l’uomo che ha impersonato al meglio il peggio della politica italiana deve affrontare la postuma ondata dei ricordi, dei rimpianti, dei giudizi, delle accuse.

Il divo Giulio, che fu durante sette decenni una presenza costante sulla scena pubblica, parlava spesso della morte, anche della sua. Nella introduzione a uno dei numerosi «Visti da vicino » aveva ipotizzato l’opportunità d’una biografia autorizzata che lo riguardasse, e della quale per maggiore sicurezza lui stesso fosse autore: ad evitare o almeno a controbilanciare le malignità dei molti detrattori. Cito. «L’autobiografia, in fondo, è anche un’assicurazione sulla morte. Ad evitare che, senza che abbiate più la possibilità di reagire, qualcuno vi attribuisca virtù mai avute e vi addebiti ingiustamente atti e comportamenti negativi, magari ignorando quel che di voi andava deplorato ».
Non eviterà. La sua esistenza, così lunga e così densa d’avvenimenti, si presta a tutto. Alle sperticate lodi commemorative e alla spietata damnatio memoriae. Credo tuttavia che nessuno potrà negare ad Andreotti quella che è stata la sua qualità più evidente: una capacità di lavoro quasi sovrumana, protagonista di innumerevoli incontri nazionali e internazionali non s’è mai presentato anche a uno solo senza avere letto e valutato le carte. Non ha lasciato senza risposta neppure una lettera, a molti rispondendo con biglietti vergati nella sua scrittura minuta e chiarissima, una scrittura antica. Di questa assiduità epistolare ho avuto più volte prova personale nei commenti a qualche mia nota che lo riguardava. Poiché recensendo un suo libro avevo affermato, riferendomi ad alcuni passaggi, che la sua penna era a volte intinta nel veleno, m’aveva ironicamente promesso d’intingerla, da allora in poi, nel miele. Dalle voci che correvano su un Andreotti Belzebù, avvelenatore in senso figurato o forse addirittura in concreto, Montanelli aveva tratto spunto per un controcorrente in cui lodava il coraggio di Craxi. Durante un discorso di presentazione del suo governo alla camera Craxi aveva due volte fatto cenno di voler bere; per due volte Andreotti, ministro, gli aveva porto il bicchiere colmo d’acqua, e per due volte Craxi aveva bevuto.

Autore molto popolare e molto lodato, Andreotti aveva in realtà – secondo Montanelli e secondo me – una prosa un po’ legnosa e burocratica. Ma raccontava sempre cose interessanti, e inseriva nelle pagine notazioni folgoranti. «Non è un umorista, è un battutista » sosteneva Indro. Aggiungo un piccolo particolare a questi cenni editoriali. Uno dei libri della Storia d’Italia Montanelli-Cervi avrebbe dovuto essere intitolato «L’Italia di De Gasperi ». Ma l’editore Rizzoli, che aveva appena mandato in libreria un volume di Andreotti su De Gasperi, ci pregò di cambiare. E il libro si chiamò «L’Italia del miracolo ».
Andreotti non può avere, a mio avviso, la qualifica di statista. Dello statista gli mancavano l’altezza della visione, il fervore d’un progetto, all’occorrenza l’audacia del rischio. Caratteristiche, ad esempio, di un Cavour. La sua filosofia di governo era condensata nella frase secondo cui «è meglio tirare a campare che tirare le cuoia ». Andreotti è stato la quintessenza del politico, se volete del politico politicante, disinvolto fino al cinismo. Ma che livello, il suo, se confrontato con quello d’altri attuali esponenti della Nomenklatura. Era colto, d’una cultura vera, non quella imparaticcia cui deputati e senatori attingono occasionalmente per simulare d’essere ciò che non sono. Ha dimostrato eccezionale pazienza nel subire con compostezza un insistente calvario giudiziario, l’alternarsi di condanne e assoluzioni per reati gravissimi. Un giorno mi disse che senza i diritti d’autore non avrebbe potuto sostenere le spese legali dei numerosi processi, solo le copie di quelle migliaia o decine di migliaia di pagine costavano una fortuna.

Tanti esponenti del mondo politico e tanti italiani comuni hanno pensato e continuano a pensare tutto il male possibile di Giulio Andreotti. Per questo riguardo messo un po’ in imbarazzo dal famoso detto secondo cui a pensar male si fa peccato, ma il più delle volte s’indovina. Fu costante bersaglio del sistema mediatico – nel cinema, nella televisione, nei quotidiani – peraltro assecondandolo. Si prestò nel film Il tassinaro con Alberto Sordi a una comparsata che il banchiere Cuccia avrebbe di sicuro disdegnato. Credo che la sua fede religiosa, un po’ ostentata nella ritualità, fosse autentica, e che Montanelli fosse stato malizioso osservando che «De Gasperi dialogava con Dio, Andreotti col prete ». Comunque Andreotti non se ne adontò, dialogare col prete non era per lui, universitario cattolico già in tempo fascista e frequentatore assiduo dei palazzi vaticani, un difetto, era un pregio. E osservò sommessamente che a lui il prete rispondeva, quasi sospettando che Dio non rispondesse a De Gasperi.
Nel lascito di Andreotti c’è tutto. La diga democristiana del 18 aprile 1948 e degli anni successivi contro la minaccia comunista, la diffidenza per il centrosinistra, poi la «non sfiducia » berlingueriana, infine i voti contrastanti, da senatore a vita sul governo Prodi: cui una volta diede la fiducia, e un’altra la negò. Le contraddizioni imbarazzavano un De Gasperi, non un Andreotti. Sulla cui figura i moderati italiani, a cominciare da Silvio Berlusconi, furono e ritengo siano tuttora lacerati. Come ideologo e militante dell’anticomunismo – nei tempi della guerra fredda – Andreotti merita la loro approvazione. Ma poiché personificava la prima Repubblica corrotta, volubile, instabile, rissosa, cancellata da Tangentopoli fu un modello da rifiutare. Molti frequentatori del Palazzo si sono proclamati eredi della Dc, auspicandone la resurrezione. Probabilmente Andreotti, che aveva grande fiuto politico, non ha mai condiviso queste speranze. La prima Repubblica è morta, la Dc è morta, adesso è morto anche il loro campione, passato dal prete a Dio.


L’immortale distrutto dai pm e ucciso dall’Italia dell’odio
di Vittorio Sgarbi
(da “il Giornale”, 7 maggio 2013)

Giulio Andreotti è morto due volte: una biologicamente ieri, 6 maggio 2013; l’altra, moralmente e politicamente, vent’anni fa il 27 marzo 1993. Fu allora infatti che una azione violenta lo travolse mascherando da regolare indagine giudiziaria una contrapposizione etica e ideologica. Andreotti è il simbolo dell’Italia che non trova pace e verità neanche nel giorno della scomparsa di un uomo di 94 anni.
Sono di ieri sera le accuse vergognose di quella parte di Paese che ha approfittato della sua morte per colpirlo ancora, per rilanciare pettegolezzi infamanti, frutto di una perversione fanatica paragonabile a quella che negli stessi giorni del 1993 sconvolgeva l’Algeria.

Accosto due situazioni così lontane, di entrambe le quali fui testimone attivo, perché nel 1994, presidente della commissione Cultura della Camera dei deputati, vennero a trovarmi l’ambasciatore e alcuni esponenti politici «laici » dell’Algeria mostrandomi fotografie raccapriccianti di violenze e stragi con madri e bambini uccisi con efferata crudeltà, teste e arti mozzi, sventramenti: uno scenario di guerra. Non mi risultavano conflitti in Algeria e chiesi ragioni di tanta violenza. Mi fu spiegato che si trattava di un «regolamento dei conti » fra musulmani e musulmani, tra fanatici religiosi e osservanti moderati ancora legati alla tolleranza derivata dagli anni dell’occupazione francese.
La matrice della violenza era chiara. Dopo l’indipendenza il ripristino delle tradizioni aveva determinato una riabilitazione religiosa attraverso alcuni maestri inviati dall’Iran a insegnare le leggi del Corano nelle Madraze. I bambini educati in quelle scuole a una concezione religiosa integra e pura sarebbero diventati, una volta adulti, titolari di un rigore e delle conseguenti azioni punitive contro i non abbastanza osservanti. Perché faccio questo parallelo? Perché, gli anni della contestazione studentesca, a partire dal 1968, e ancor prima con la denuncia delle «trame » del Palazzo da parte di Pier Paolo Pasolini, avevano fatto crescere una generazione convinta di dover cambiare il mondo e di dover abbattere i santuari, fra i quali la Democrazia cristiana e i suoi inossidabili esponenti. Da questo clima derivò, ovviamente, l’assassinio di Aldo Moro (ma già allora l’obbiettivo doveva essere il meglio protetto Andreotti) attraverso un vero e proprio processo alla Democrazia cristiana da parte delle Brigate Rosse. Forme estreme, violente, ma radicate nella convinzione che il potere politico fosse dietro qualunque misfatto: stragi di Stato, mafia, servizi segreti, P2.

Con la P2, colossale invenzione di un magistrato, senza un solo condannato (sarebbe stato difficile, essendovi fra gli iscritti, il generale Dalla Chiesa, Roberto Gervaso, Maurizio Costanzo, Alighiero Noschese, per le comiche finali), cominciò l’interventismo giudiziario, per riconoscere i metodi del quale dovrebbe essere letta nelle scuole la sentenza di Cassazione che proscioglie tutti gli imputati dall’accusa di associazione segreta e da ogni altra responsabilità penalmente rilevante.
L’inchiesta fu così rumorosa che ancora oggi «piduista » è ritenuta un’ingiuria. E, con tangentopoli e la fine di Craxi, arrivò anche il momento di Andreotti, che non poteva essere colpito per corruzione o per finanziamenti illeciti.
Così, con perfetto coordinamento, l’azione partì da Palermo. Andreotti, come avviene nelle rivoluzioni, fu accusato di tutto: di associazione mafiosa e di assassinio. Quelle accuse che ieri hanno imperversato per tutta la giornata: internet e soprattutto i social network hanno vomitato odio ripescando le storie di quegli anni senza possibilità di contraddittorio e dando per verità assodate le congetture dei magistrati. Giornali come il Fatto Quotidiano, rappresentanti dell’Italia giustiziera, hanno parlato del processo distorcendo la verità. Fa ridere che si parli tanto di pacificazione politica per gli ultimi vent’anni quando Andreotti è vittima persino da morto del contrario della pace, cioè dell’odio.
Quello di Palermo non era un processo letterario, non era un processo alla storia, ma un vero e proprio processo penale.

Quello che non era cambiato era Caselli, il pubblico ministero, che, come tutti noi, da studente all’università, da militante di partito, aveva sempre visto Andreotti come Belzebù, come il «grande vecchio », e non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di poterlo processare veramente, da magistrato.
La mafia voleva far pagare ad Andreotti la indisponibilità di intercorsa trattativa dopo anni, per tutti i partiti, di implicazioni e di sostegni elettorali. Ma perché solo ad Andreotti e non ai tanti altri rappresentanti politici? Il processo allo Stato doveva essere esemplare, non diversamente da quello rivoluzionario che portò alla morte di Moro. Ma questa volta non erano le Brigate Rosse, era un vero e proprio tribunale della Repubblica con pubblici ministeri e giudici veri. E di cosa dibattevano come prova regina? Del bacio tra Andreotti e Riina a casa di uno dei Salvo. Intanto, tutto appariva a me irrituale e irregolare. Ogni giorno, con pochissimi altri (uno dei quali il coraggioso Lino Iannuzzi), notavo incongruenze e contraddizioni.
Perché Andreotti doveva essere processato a Palermo come capo corrente di un partito quando tutta l’attività politica si era svolta a Roma e il suo collegio elettorale era stato in Ciociaria? Dopo essere stato bruciato dal Parlamento come presidente della Repubblica, fu indagato dalla magistratura a Perugia per l’omicidio Pecorelli e a Palermo per associazione mafiosa. Per dieci anni si difese, essendo di fatto degradato da deputato a imputato, e perdendo ogni ruolo politico. In quegli anni fu abbandonato da tutti che erano certi, indipendentemente dalla colpa, della sua condanna. Ma la condanna è il processo stesso. Andreotti era diventato un appestato, non meritevole di alcuna continuità intellettuale o politica. Andreotti era il «Male ». In certi momenti, quando smontavo nella mia trasmissione «Sgarbi quotidiani » alcune ridicole accuse care a Caselli, come quella di essersi recato in visita a un mafioso, a Terrasini, alla guida di una Panda (lui che probabilmente non aveva patente), mi sembrava che ogni limite fosse superato, e pure il senso del ridicolo. Ma mi sbagliavo: tutto era maledettamente vero.
Alla fine fu assolto. Ma la formula non poteva essere più ambigua per non penalizzare il suo accusatore. Così si inventò che i reati contestati a Andreotti fino al 1980 erano prescritti, e lui risultava assolto soltanto per quelli che gli erano stato attribuiti dall’80 al ’92. Una assoluzione salomonica per non sconfessare il grande accusatore. Ma ingiusta e insensata. Perché ciò che è prescritto non può essere considerato reato, in assenza di quella verità giudiziaria che si definisce soltanto con il dibattimento che, a evidenza, a reati prescritti, non vi fu. E intanto Andreotti assolto, con riserva, era già morto. E oggi nel coro di quelli che lo rimpiangono e lo onorano mancano le scuse e il pentimento di quelli che lo avevano accusato fantasiosamente e ingiustamente in nome della lotta politica. Quindi non della giustizia.


Il “Divo” della Repubblica non scalò mai Colle e Dc
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 7 maggio 2013)

Giulio Andreotti non fu mai presidente della Repubblica né segretario della Dc, non fu mai presidente del Senato o della Camera, non fu mai sindaco o vescovo di Roma, semplicemente perché lui fu l’anima e l’icona della Repubblica italiana, della Dc, delle due Camere riunite in un solo emiciclo, volgarmente denominato gobba; fu il simbolo vivente della Roma di potere e sacrestia, figlio di Santa Romanesca Chiesa.

Andreotti fu democristiano avanti Cristo, rappresentò la salvezza e la dannazione senza mai passare per la confessione.
Ebbe sette vite, come i gatti e i colli di Roma, e infatti guidò sette governi brevi; ma rappresentò l’eternità in politica, l’immortalità al potere, l’inamovibilità inquietante ma rassicurante.

Non so se fu davvero, come ora si dice, uno Statista, se per statista non s’intende solo un campione di staticità. Lo fu più Fanfani, oltreché De Gasperi. Non fu nemmeno uno stratega e un teologo del Potere, come fu Aldo Moro. Andreotti ebbe più senso del potere che senso dello Stato, della curia più che della nazione, della sacrestia più che del pulpito. Fu minimalista, antieroico e antidecisionista, rappresentò l’italianissima trinità Dio, pasta e famiglia, sostituendo la patria con l’amatriciana. Guidò l’Italia nelle vacanze della storia. Il suo maggior ideologo fu Alberto Sordi. Fu vicino ai suoi elettori, attento alle loro richieste, alle loro cresime e ai loro matrimoni, rispecchiò gli umori della gente, fu sobrio, trasparente e criptico al tempo stesso.

Per decenni anch’io lo considerai l’Incarnazione malefica della Medusa, del Potere che pietrifica tutto, e a volte cementifica tutto. Ma quando nella sua Ciociaria ai tempi di Mani Pulite, Romano Misserville organizzò un processo spettacolo ad Andreotti, fece schifo e rabbia vedere il gelo nei suoi confronti di molti suoi galoppini del passato, che pure gli dovevano molto. Ma lui restò a sua volta gelido e inespressivo. Aveva le emozioni di un frigorifero. Mai uno sfogo.
Andreotti non ha lasciato grandi riforme di Stato e grandi imprese pubbliche, ma un metodo, uno stile, una visione della vita, fondata sul primato assoluto della sopravvivenza, personale e popolare, alle intemperie della storia. Fu moderato fino all’estremo e da cattolico fu il più allergico ai paradisi e alla santità. In politica estera fu molto mediterraneo e papalino e poco filoatlantico e filoisraeliano, come del resto anche Moro e Craxi. Quando lo accusarono di essere a capo della Cupola di Cosa Nostra, la sua salvezza fu che l’accusarono di tutto; così, elevato a Male Assoluto, fu assolto da ogni colpa anche verosimile. Volevano infliggergli l’ergastolo ma alla fine fu lui a infliggere l’ergastolo all’Italia, diventando senatore a vita.

È sopravvissuto a tutti, alla Dc e ai suoi numerosi bracci destri (aveva molte chele), alla destra e alla sinistra, ai suoi nemici e perfino a Oreste Lionello che dette di lui un’immagine meno caricaturale di quel che lui stesso dava quand’era in vena, come si usa dire degli spiritosi e dei vampiri (e lui era ambedue). Andreotti non fu solo l’anima della Dc e della Prima repubblica ma ne fu anche l’icona, il top model. Andreotti somatizzò l’Italia. Le mani giunte e intrecciate per rassicurare l’anima cattolica d’Italia, un corpo non atletico che rispecchiava l’attitudine invertebrata del Paese, quell’Italia disossata e militesente, esonerata dalla ginnastica e incapace di mostrare muscoli e denti (neanche nel sorriso Andreotti ha mai mostrato i denti, ma solo un fil di labbra).

Unica differenza con l’Italiano tipo: fu casto e asessuato, non rappresentò l’indole pomiciona e un po’ spaccona del Paese. E poi l’assenza del collo per fugare ogni impressione di mobilità e superbia, la voce sibilante e romanesca, emessa da una fessura, per sussurrare come dietro le grate di una confessione, con inflessione umile e domestica. E le spalle curve, quasi a custodire la sua scatola nera nella gobba e a rendere l’immagine dell’italiano-tipo piegato su se stesso a tutelare il suo particulare.
Il suo volto di sfinge, l’assenza di colorito e l’impossibilità che il sole potesse lasciare qualche impronta sulla sua cera insolubile, la testa piantata direttamente sulle spalle da aracnide cefalo-toracica e le orecchie estroverse per captare ogni minimo fruscìo, gli occhi a fessura che non si spalancavano mai per non lasciare sulla retina tracce compromettenti, salvo illusioni ottiche tramite le lenti bifocali; il passo guardingo e l’obliqua figura, il fideismo ironico che lascia il sospetto di una ferocia minuziosa, la sua devozione così curiale e così nichilista sulle sorti del genere umano.

Agli italiani non dispiaceva quella figura metà bigotta e metà malandrina, ironica e pregante, che rappresentava l’anima ambigua di un paese devoto e peccatore, che ammira Gesù ma tresca con Belzebù. Fu acuto nelle conversazioni, un po’ scialbo e reticente nei diari; poteva raccontare fior di retroscena, ma preferì l’omertà in eterno.
Tra i tanti primati che si citeranno di lui vorrei ricordare una curiosità ignorata: dacché è nato lo Stato Italiano, mai, dico mai, c’è stato un capo dello Stato o di governo che fosse romano. Quattordici capi dello Stato, re inclusi, la metà piemontesi, più tre napoletani, due sardi, un ligure e un toscano. Mai un romano. E così alla guida del governo. L’unica eccezione fu Andreotti. Perciò quando si dice di Roma che tutto corrompe nel suo ecumenico abbraccio, l’unico esempio che ricorre è sempre e solo lui. Come si vedeva anche a occhio nudo, la sagoma di Andreotti fu l’ombra dello Stivale.
È vissuto così a lungo che si è goduto pure la nostalgia di quando c’era lui al potere. Non fece la storia, preferì l’aneddotica e la leggenda.


Andreotti non andò al funerale di mio padre. Preferiva i battesimi
di Nando dalla Chiesa
(da “il Fatto Quotidiano”, 7 maggio 2013)

Non posso negarlo. Con lui avevo una questione personale. Per via dell’assassinio di un prefetto che mi era caro. Ucciso a Palermo il 3 settembre del 1982. Che era stato al suo diretto servizio: lui capo del governo, il prefetto – allora generale dei carabinieri – alla guida della lotta al terrorismo. Una settimana dopo quel 3 settembre venne intervistato alla festa dell’Amicizia (ossia della Democrazia cristiana) da Giampaolo Pansa. Che gli domandò perché non fosse andato ai funerali del prefetto. “Perché preferisco andare ai battesimi”, rispose lui mandando in sollucchero il pubblico.

Era la sua ironia, quella che deliziava politici e giornalisti cortigiani. Poi andò dai democristiani siciliani e li invitò tra gli applausi a respingere “il falso moralismo di chi ha la bava alla bocca”. Ricordai perciò subito quel che il prefetto mi aveva detto passeggiando in campagna  qualche settimana prima di essere ucciso, per spiegarmi perché gli fosse così duro rappresentare la legge a Palermo: “Gli andreottiani ci sono dentro fino al collo”. Feci a un quotidiano alcuni di quei nomi, invitando a cercare nei loro ambienti di partito i mandanti del delitto e mi costò un marchio di infamia. Scoprii poi che l’uomo politico si era pubblicamente pronunciato contro la nomina a prefetto della vittima sostenendo che il vero pericolo venisse da Napoli e non da Palermo, dove pure avevano tirato giù in pochi anni tutte le più alte cariche istituzionali.

Scoprii ancora che il prefetto, dopo un’intervista del sindaco (andreottiano) di Palermo aveva scritto al capo del governo, Giovanni Spadolini, di essersi sentito minacciato “dalla famiglia politica più inquinata del luogo”. Parole grandi, cupe, che Spadolini, galantuomo, lasciò senza risposta. Scoprii perfino che il prefetto neonominato era stato invitato a colloquio dal suo ex superiore e gli aveva “dato però la certezza che non avrò riguardo per i suoi grandi elettori in Sicilia”. E  che questi gli aveva risposto facendo misterioso riferimento al rientro in Italia di Pietro Inzerillo in una bara e con un biglietto di dieci dollari in bocca. E scoprii ancora (me lo disse il giudice Falcone) che il kalashnikov che aveva ucciso Totò Inzerillo, il fratello di Pietro, era lo stesso che aveva ucciso il prefetto. A volte le questioni personali fanno vedere ciò che gli altri non vedono, per pigrizia, per sonno della ragione, o per questioni personali eguali e contrarie. A volte danno perfino il coraggio di dire ciò che gli altri tacciono.

Fu allora che decisi di scrivere un libro per raccontare quel “delitto imperfetto” che aveva lasciato sullo sfondo alcune sagome ben individuabili. Lontane, sfumate, ma visibili. Come quando nulla di preciso si sa sui fatti ma molto si capisce del clima morale e delle affinità elettive.  Prima di avvisi di garanzia e di processi. Per proteggermi scrissi il libro di nascosto e lo feci uscire in Francia. Pubblicarlo in Italia fu proibitivo, perché l’uomo era potente e riverito. Era rimasto quasi trenta volte immune da richieste di autorizzazione a procedere in Parlamento. E lo avevano appena applaudito a scena aperta anche alla festa dell’Unità (del Partito comunista) a Roma. Quando il libro uscì con Mondadori, grazie a Giulio Bollati e a Corrado Stajano, lui vergò per me sul Messaggero il suo commento: “Spero che possa pentirsi di quel che ha scritto”. Proprio così: “pentirsi”, non “ravvedersi”.

Il marchio di infamia divenne a vita, perché il potere ha memoria di elefante e impersonale, si tramanda nelle generazioni. Chiamato a spiegare queste cose nel maxiprocesso, prima dichiarò il falso poi alluse a cose cattive dette dal prefetto nei miei confronti. Ne venne richiesta l’incriminazione in aula, ma ne uscì con un espediente da allibire. Alla fine il prefetto ebbe giustizia inaspettata in Cassazione. La mafia per  vendicarsi delle mancate promesse di impunità uccise il capo degli andreottiani in Sicilia, i cui ricchissimi amici erano già finiti senza scampo nel processo. Lui dimenticò le cresime e anche i battesimi. E quella volta, dieci anni dopo, scese a Palermo per un funerale. Perché, come diceva Mao, ci sono morti più leggere di una piuma e morti che pesano come montagne.

 


Renzi e la progressiva perdita di credibilità
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 7 maggio 2013)

Matteo Renzi è stato l’avversario sconfitto di Pier Luigi Bersani alle primarie del Partito Democratico raccogliendo però una fetta consistente del partito ed una grande popolarità capace di trasformarlo in un personaggio di livello nazionale. Renzi non ha di fatto partecipato alla campagna elettorale condotta in maniera decisamente maldestra da Bersani. Avrebbe potuto criticare, contestare, cercare di correggere la strategia dello smacchiamento del giaguaro. Invece ha preferito adottare la linea del “né sabotare, né collaborare”, convinto che non fosse quello il momento più opportuno per uscire allo scoperto. All’indomani delle elezioni perdute avrebbe potuto far valere la sua caratteristica di uomo nuovo del Pd alternativo a Bersani ed all’intero vecchio gruppo dirigente colpevole di aver perso una battaglia che sembrava largamente vinta in partenza. Invece non ha assunto nessuna iniziativa per compiere in condizioni favorevoli ciò che aveva promesso durante la campagna delle primarie.

Cioè la rottamazione della casta dei maggiorenti. Ed ha preferito approfittare delle difficoltà incontrate da Bersani durante la tormentata fase dell’elezione del Presidente della Repubblica per prendersi la propria vendetta sul segretario contribuendo alla sua mesta uscita di scena. Ma anche in questa fase Renzi non è uscito in campo aperto sfidando il suo rivale e proponendo al Pd quel progetto di rinnovamento integrale che aveva fatto balenare nei mesi precedenti. Ha preferito stare ostentatamente defilato sempre nella convinzione che il suo momento dovesse ancora arrivare. Qualcuno ora pensa che il momento tanto atteso e sempre rinviato potrebbe essere quello dell’assemblea nazionale di sabato prossimo in cui i dirigenti del Pd saranno chiamati a decidere sul dopo-Bersani e scegliere tra un nuovo segretario o un reggente destinato a guidare il partito fino al congresso d’autunno. Invece pare che anche in questa occasione l’aspirante rottamatore resterà rigorosamente alla finestra ad assistere allo scontro tra quelli che vogliono un segretario subito e quelli che preferiscono il reggente a tempo rinviando a data da destinarsi l’avvio della sua partita per la conquista e la trasformazione del Partito Democratico.

Può essere che la tattica scelta da Renzi possa risultare nel tempo vincente. E che magari il sindaco di Firenze non voglia bruciarsi ora che il governo di larghe intese non può non condizionare in maniera decisa la linea del partito e preferisca aspettare l’autunno. Quando il congresso del Pd potrà anche decidere di porre fine all’esperimento anomalo rappresentato dall’esecutivo guidato da Enrico Letta. Di sicuro, però, questa tattica scelta dal sindaco di Firenze non è priva di danni. Il principale è la sensazione che si va diffondendo progressivamente, non solo all’interno del Pd ma anche in quella vasta area di moderati e di riformisti attratti dall’“uomo nuovo”, è che Renzi sia un personaggio tutta apparenza e niente sostanza che nasconde dietro le battute ed i propositi roboanti ed ambiziosi un sostanziale vuoto di idee e di progetti per il futuro. È probabile che per il sindaco di Firenze questo non sia affatto un danno. In fondo la politica italiana è piena di personaggi bravissimi a curare la propria immagine ma incapaci di contribuire in qualsiasi modo alla soluzione dei problemi del paese. Ma un leader che non voglia essere una meteora non può limitarsi ad aspettare il momento più utile a se stesso per uscire allo scoperto e giocare la propria partita per la conquista di un ruolo pubblico rilevante. Deve piegarsi alle esigenze del paese e mettere le proprie idee per la soluzione dei problemi quando questi problemi si pongono. Altrimenti si corre il rischio di apparire come uno privo di idee. Non un “uomo nuovo” ma come un semplice tronista della politica!


Letto 1953 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart